Parole chiave: psicoanalisi internazionale, EPF, IPA, formazione psicoanalitica, clinica e realtà
Newly Qualified Analyst Seminar (NQAS)
Bruxelles, 11–14 giugno 2026
Report di Salvatore Giannone
Abstract
Il Newly Qualified Analyst Seminar (NQAS) della European Psychoanalytical Federation, svoltosi a Bruxelles dall’11 al 14 giugno 2026, è un seminario residenziale rivolto ad analisti recentemente qualificati provenienti dalle diverse Società psicoanalitiche europee.
L’incontro, centrato sulla presentazione e discussione di materiale clinico, si è trasformato progressivamente in un’esperienza di confronto con la pluralità delle tradizioni formative, culturali e teoriche dei partecipanti.
La dimensione internazionale ha reso particolarmente evidente come il lavoro analitico non possa essere completamente separato dal contesto culturale, sociale e politico nel quale si svolge.
Il seminario ha così permesso di sperimentare il confronto come possibilità di ampliare il campo del pensabile: la presenza della realtà esterna, con le sue differenze politiche e sociali, non è rimasta estranea al lavoro del gruppo, ma ha costituito parte della situazione emotiva nella quale l’esperienza si è sviluppata.
In questo senso, l’incontro tra analisti provenienti da paesi differenti ha rappresentato un’occasione per riflettere sul rapporto tra dimensione clinica, individuale e collettiva e sul modo in cui la psicoanalisi può offrire uno spazio nel quale la differenza, anziché trasformarsi immediatamente in opposizione, possa diventare possibilità di ascolto, confronto e pensiero.
Newly Qualified Analyst Seminar (NQAS)
Dall’11 al 14 giugno 2026 si è svolto presso la EPF House di Rue Gérard 35 a Bruxelles il Newly Qualified Analyst Seminar (NQAS) della European Psychoanalytical Federation (EPF), un seminario che si tiene annualmente nel secondo fine settimana di giugno ed è rivolto agli analisti recentemente qualificati delle Società appartenenti alla Federazione.
A ciascun partecipante è richiesto di condividere materiale del proprio lavoro clinico, che viene discusso in gruppo insieme a colleghi provenienti da altre associazioni e a supervisori di chiara fama, con una lunga esperienza clinica e nella formazione psicoanalitica.
Bruxelles non rappresenta soltanto il punto di incontro tra giovani analisti provenienti da diverse parti d’Europa, ma anche la casa in cui la Federazione Psicoanalitica Europea ha scelto di abitare per accogliere pensieri e tradizioni differenti. La EPF, infatti, non è una federazione di singoli analisti, ma la federazione delle Società psicoanalitiche europee appartenenti all’International Psychoanalytical Association (IPA). Fondata nel 1966 e riconosciuta dall’IPA nel 1969, riunisce oggi 44 Società, con oltre 8.000 psicoanalisti e analisti in formazione che vivono e lavorano in 34 paesi e utilizzano 28 lingue. Le lingue ufficiali della Federazione sono l’inglese, il francese e il tedesco.
In questo assetto, il senso del NQAS è quello di creare le condizioni perché possano incontrarsi pensieri e tradizioni psicoanalitiche diverse: per alcuni giorni analisti formati in contesti differenti si trovano a lavorare insieme a partire dalla loro esperienza clinica.
L’edizione 2026, alla quale ho partecipato, ha riunito 37 analisti provenienti da 17 paesi: Israele, Danimarca, Svizzera, Regno Unito, Spagna, Turchia, Belgio, Italia, Svezia, Romania, Lituania, Germania, Bulgaria, Austria, Francia, Grecia e Russia.
Il gruppo nel quale ho lavorato era composto da undici analisti provenienti da nove nazioni.
La prima impressione è stata quella di una grande distanza. Una distanza alimentata non soltanto dalle diverse provenienze, dai percorsi formativi e dalle tradizioni teoriche, ma anche da una situazione concreta che, fin dall’inizio, ha introdotto nel gruppo una riflessione sulle dinamiche interne e internazionali: gli spazi disponibili per le presentazioni cliniche non erano infatti sufficienti per tutti e l’organizzazione ha chiesto ai partecipanti di individuare, all’interno di ciascun gruppo, la modalità con cui procedere rispetto alla struttura prevista dalla FEP.
L’incontro, seppur era stato pensato come un confronto scientifico, di fatto è stato molto di più, in quanto, le condizioni ambientali e sociali di provenienza dei partecipanti, hanno minato la stabilità interna di ciascuno di noi inizialmente settata sull’approfondimento di aspetti clinici. La necessità di scegliere all’interno del gruppo chi avrebbe presentato il proprio lavoro, ha reso visibili dinamiche che non erano esclusivamente organizzative. Dopo la presentazione dell’assetto del seminario e una cena comunitaria di accoglienza, il giorno successivo abbiamo iniziato il lavoro di gruppo.
Abbiamo scoperto che il modo più interessante per avvicinarci all’esperienza dell’altro non consisteva nel cercare immediatamente ciò che avevamo in comune, ma nel provare a comprendere e attraversare le differenze.
Per un analista appena qualificato, lasciare per alcuni giorni il contesto della propria Società e immergersi in un ambiente internazionale e, almeno formalmente neutrale, ha un significato particolare poiché la formazione psicoanalitica, oltre a trasmettere teorie e tecniche, trasmette anche un modo di pensare la clinica.
Attraverso gli anni di formazione si costruisce una familiarità con determinati concetti, autori e modalità di discutere il materiale clinico, ma anche con particolari temi che riguardano lo stile di vita e il contesto sociale e politico nel quale si vive. A Bruxelles ci siamo trovati temporaneamente fuori dalla familiarità di ciascuno di noi. Ci siamo scoperti, ma siamo stati anche esposti ai contenuti emotivi legati ai paesi di provenienza dei diversi colleghi. L’inglese era la lingua di lavoro, ma non la lingua madre della maggior parte dei partecipanti. Anche questo ha avuto un effetto sul gruppo: una parola non immediatamente disponibile costringeva talvolta a fermarsi; una formulazione poco chiara richiedeva di essere ripresa; una reazione emotiva particolarmente intensa aveva bisogno, prima ancora che di un’interpretazione, di essere accompagnata da una spiegazione sufficientemente comprensibile per chi ascoltava.
La complessità della situazione iniziale ci ha portato, almeno in parte inconsapevolmente, a confrontarci con temi che andavano oltre i vissuti dei pazienti e riguardavano anche i nostri. Le condizioni dei paesi di provenienza non potevano essere completamente lasciate fuori dalla stanza. Non è un dato irrilevante, ad esempio, che per alcuni colleghi la possibilità stessa di viaggiare e di raggiungere Bruxelles fosse legata a condizioni politiche e istituzionali molto diverse da quelle di altri partecipanti. Forse uno dei problemi del lavoro analitico consiste proprio nel mantenere in equilibrio gli aspetti interni e quelli esterni, ciò che appartiene alla propria esperienza e ciò che proviene dall’esperienza dell’altro, ciò che nasce all’interno della relazione e ciò che viene portato nel campo da una realtà più ampia. L’incontro con colleghi formati altrove ha introdotto una vera e propria interruzione nei processi abituali di ciascuno di noi, mettendoci in contatto con una realtà non soltanto interna ma anche concreta: come reagire, ad esempio, davanti a un’elevata intensità emotiva, alla rabbia, alla frustrazione, al pianto o al ritiro di un o una collega? Come ascoltare ciò che accade quando la dimensione personale e quella collettiva sembrano sovrapporsi?
Queste sono solo alcune delle domande che, pur non essendo necessariamente formulate in questi termini, hanno attraversato il nostro lavoro.
Il centro del seminario quindi non è stato soltanto il lavoro sui casi, ma il tentativo di collocare l’esperienza clinica all’interno della situazione emotiva nella quale ogni caso veniva presentato e del confronto con colleghi provenienti da altre Società.
Presentare un caso significava inevitabilmente presentare anche il proprio modo di averlo ascoltato e, in qualche misura, la propria condizione emotiva rispetto al contesto nel quale quel lavoro si era sviluppato e a quello nel quale ci trovavamo in quel momento.
La discussione collettiva poteva modificare la percezione stessa del materiale: un dettaglio apparentemente marginale poteva acquistare importanza attraverso l’associazione di un collega; una frase poteva assumere un significato diverso se ascoltata attraverso un’altra sensibilità; un silenzio poteva essere pensato non soltanto come resistenza, ma anche come comunicazione.
La cosa più interessante non era necessariamente arrivare a una conclusione condivisa, ma talvolta era più utile lasciare aperte diverse possibilità; il confronto diventava allora uno strumento per ampliare il campo di ciò che potevamo pensare, piuttosto che per stabilire quale fosse la lettura corretta.
Il nostro lavoro è stato accompagnato da quattro supervisori analisti didatti: Ulf Ståhlberg presidente della Danish Psychoanalytical Society, Renate M. Kohlheimer della Vienna Psychoanalytic Society e Vice President della FEP nonché responsabile del NQAS, Alexander Janssen della Dutch Psychoanalytic Society e Iwona Nidecka-Bator della Polish Psychoanalytical Society.
Se inizialmente il loro ruolo poteva essere vissuto dal gruppo come quello di una lettura autorevole alla quale adeguarsi, la loro esperienza clinica e umana ha progressivamente permesso una maggiore libertà nel lavoro. Anche la difficoltà organizzativa iniziale è stata affrontata mettendo a disposizione ulteriori spazi e incontrando la disponibilità generosa di alcuni colleghi che hanno accettato di presentare i propri lavori nella successiva edizione. Per quanto riguarda il mio gruppo, desidero ringraziare in particolare Sandra Angst della Società Svizzera per la disponibilità dimostrata.
Questa soluzione, oltre a permettere di proseguire il programma, ha avuto un effetto interessante: ha mostrato come anche un limite organizzativo possa essere trasformato in un’occasione di pensiero e collaborazione. La struttura del seminario e la stabilità dei gruppi hanno progressivamente favorito un’esperienza di arricchimento reciproco.
Nel corso delle quattro giornate il gruppo ha così acquisito progressivamente una propria continuità. Le conversazioni non si esaurivano con la conclusione delle sessioni: una frase ascoltata durante la supervisione poteva tornare alla mente più tardi; una conversazione informale poteva permettere di comprendere meglio qualcosa che durante il lavoro era rimasto poco chiaro.
La dimensione residenziale ha contribuito a questo processo.
La EPF House è diventata non soltanto il luogo delle sessioni, ma lo spazio comune nel quale il pensiero poteva continuare a muoversi anche al di fuori del tempo formalmente dedicato al lavoro. In questo senso, la “House” ha funzionato come uno spazio di transizione: sufficientemente circoscritto da permettere la concentrazione e, allo stesso tempo, sufficientemente aperto perché l’esperienza potesse svilupparsi anche in forme non previste.
La presenza di colleghi provenienti da Israele, Russia, Turchia e da numerosi paesi dell’Europa occidentale e settentrionale rendeva inevitabilmente presente anche la realtà politica e sociale nella quale oggi lavoriamo. Non era necessario trasformare il seminario in un luogo di discussione politica; le differenze erano già presenti e facevano parte della situazione.
In un continente attraversato da guerre, migrazioni e trasformazioni profonde, incontrarsi per lavorare insieme intorno alla sofferenza psichica assume inevitabilmente un significato ulteriore: nel gruppo di condivisione dell’ultimo giorno, quando tutti abbiamo partecipato disponendoci in cerchio, ci siamo resi più chiaramente conto che la psicoanalisi non può risolvere i conflitti politici attraverso un seminario. Può però offrire, anche in piccolo, un’esperienza diversa dal conflitto: la possibilità di stare in una situazione nella quale la differenza non diventa immediatamente opposizione, ma resilienza al confronto.
