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“La mattina scrivo” di V. Donzelli. Recensione di Rossella Valdrè

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"La mattina scrivo" di V. Donzelli. Recensione di Rossella Valdrè

Parole chiave: letteratura, precariato, società, Ideale dell’Io, vergogna

La mattina scrivo
Autore: Rossella Valdrè
Dati: regia di Valerie Donzelli – Francia 2025 – 1’32 min
Genere: Commedia drammatica

Paul, fotografo di successo poco più che quarantenne, ha alle spalle due libri apprezzati dalla
critica, ma che non hanno venduto; il suo profondo desiderio, il suo sogno di fare lo scrittore resta
del tutto frustrato. L’amica editore, che lo segue affettuosamente, non accetta il suo romanzo in cui
racconta della recente separazione dalla moglie; ci vuole altro, quello non si pubblica.
A partire da questa rottura esistenziale nella mezza età, rappresentata dallo squarcio sul muro della
scena iniziale, il personaggio inizia una sua originale, personalissima discesa agli inferi che si
rivelerà, dopo molto dolore, estremamente creativa.
Il punto di rottura, infatti, è radicale: Paul, ormai single, lascia il bell’appartamento parigino in cui
abitava con la moglie e i due figli adolescenti, che ora hanno seguito la madre in Canada, e
soprattutto lascia il suo lavoro di fotografo, che gli garantiva successo, visibilità, un buon tenore di
vita, conoscenze. Lascia un mondo, un’identità fatta di sicurezze, per decidere di dedicarsi solo alla
scrittura. Ma come mantenersi? Paul viveva del suo lavoro, non è ricco e non ha le spalle coperte:
abbandonato il lavoro, diventa improvvisamente povero. Anzi, uno degli undici milioni di poveri
che ci sono in Francia (e una cifra analoga in Italia).
Alla sua età, nessuno lo assume più per un lavoro d’ufficio. Finisce così sulla Piattaforma, un’app
che mette in contatto chi chiede una prestazione di lavoro manuale (sgombrare case, edilizia,
pulizie…) e lavoratori che offrono, in una tremenda asta al ribasso, le loro prestazioni: vince,
naturalmente, chi si offre al prezzo più basso. La Piattaforma sembra invitare studenti, o pensionati
che vogliono arrotondare, ma Paul scopre che non è così: chi si offre in questo mercato al ribasso
del nuovo capitalismo nella maggior parte dei casi non ha altro, è disposto a tutto, per lo più
extracomunitari, ma non solo, “straccioni di ogni tipo”, leggiamo nel romanzo.
Il film è, infatti, fedelmente tratto dal romanzo di Franck Courtès, La mattina scrivo (A’pied
d’oeuvre), edito in Francia da Gallimard e in Italia da Playground. Si può dire, anzi, che film e libro
siano inscindibili; la voce fuori campo accompagna lo spettatore in una profonda immedesimazione
con Paul, attraverso le parole del libro.
Trasferitosi in un angusto monolocale e sotto la stupita disapprovazione di amici e familiari Paul
(un ottimo Bastien Bouillon) che non aveva mai fatto lavori manuali, si improvvisa manovale,
scaricatore, autista, giardiniere; scopre che è facile, nessuno gli chiede niente, l’anonimato regna
sovrano nella terra del lavoro in nero e, con lo stesso sguardo con cui prima fotografava, ora inizia a
raccontare la nuova realtà. Il mondo dei nuovi poveri, i molti working poor che restano e resteranno
poveri anche se lavorano duramente, poiché per loro non ci sarà alcun ascensore sociale. Uomini la
cui umanità è ridotta all’osso, per i quali non si applica più il nobile concetto di “classe”, che non
solidarizzano tra loro, non parlano, non si conoscono, “non abbiamo nulla in comune, non ci lega
nessuna emozione comune, nessun ballo popolare, nessuna chiesa. Non rientriamo in nessuna
categoria di interpretazione politica, il nostro voto è imprevedibile (…) Non ci incrociamo quando
svolgiamo i lavori, non si crea alcun legame tra noi. Questo risparmia più di una preoccupazione ai
datori di lavoro: nessun sindacato” (p.155).
Docili e remissivi, da questi nuovi schiavi non c’è da aspettarsi nessuna ribellione. Ciò che conta è
solo sopravvivere. Ma se eravamo abituati a veder raccontati questi lavoratori nei film dei fratelli
Dardenne e di Ken Loach, qui abbiamo un ulteriore sguardo, quello dell’intellettuale caduto in
questo mondo da una posizione di agio, da una professione artistica e che, anzi, proprio per la

coerenza di voler seguire la propria vocazione, sembra aver paradossalmente scelto di soffrire la
fame, la fatica, le piccole continue umiliazioni, gli strappi muscolari e le dolorose tendiniti.
Si può parlare di autolesionismo? Di masochismo? Godimento dell’autopunizione? Difficile a dirsi,
e il film non prende questa strada, né quella di indagare nel passato di Paul; ce lo lascia intuire
attraverso un difficile rapporto col padre, la madre depressa, il senso di colpa per il matrimonio
finito. Il film, come il libro, sceglie lo sguardo sociale, collettivo, e si fa quindi denuncia di un
nuovo disagio della Civiltà.
E’ noto che, quando Freud scrisse Il Disagio, nel 1929, identificò la sofferenza che inevitabilmente
il vivere in un mondo civilizzato procura agli esseri umani nella repressione pulsionale, erotica ed
aggressiva. Ciò non smette, a mio avviso, di essere vero; ma al disagio pulsionale se ne affianca
oggi uno che vediamo spesso nei nostri studi: la sofferenza per non ‘essersi realizzati’, il doloroso
scarto tra l’Io e l’Ideale dell’Io. Ma come si è arrivati a tutto questo? Come siamo diventati quella
che il filosofo francese Raffaele Ventura chiama “classe disagiata”, intendendo non tanto e non solo
la povertà materiale, ma la povertà del non essersi realizzati, in una società che promette, anzi
impone a tutti la felicità? Sono molti lavori cosiddetti ‘culturali’ a nutrire, secondo il filosofo, le
folte schiere della ‘classe disagiata’. La conseguenza, sul piano intrapsichico, sarà soprattutto la
vergogna.
Il sentimento della vergogna accompagna Paul in ogni istante: di essere povero, sporco, affamato, di
non poter più fare bei regali ai figli. Vergogna e colpa si mescolano, “in fondo ci si sente un po’
colpevoli. Soffriamo il ricordo dei nostri antichi privilegi. Non troviamo conforto negli altri poveri”
(p. 155). Esiste una vergogna umanizzata, come sostiene Kilborne, ed una vergona tossica: la prima
suscettibile di essere mitigata ed elaborata, la seconda no, destinata a schiacciare l’individuo.
Se quest’ultima non avrà il sopravvento in Paul, a differenza dei suoi sfortunati compagni di strada,
sarà grazie al talento artistico, che ha trasformato l’esperienza vissuta nel fortunato memoir che
finisce per vincere il Premio Goncourt che oggi è diventato film, premiato all’ultimo Festival di
Venezia per la Migliore Sceneggiatura.
Le scelte estreme e radicali, le discese agli inferi esercitano sempre un certo fascino; ci si domanda:
io lo farei? Io avrei il coraggio? Non mancano momenti di puro piacere, semplici attimi di libertà
rubata, la sensazione di non avere padroni; e la gioia del riscatto finale.

Bibliografia
Courtès F. (2023): La mattina scrivo. Playground, Roma, 2026
Freud S. (1929: Il disagio della Civiltà. OSF, 10, Boringhieri, Torino
Kilborne B. (2005): Persone che scompaiono. Vergogna e apparire. Borla, Roma
Ventura R. A. (2025): La conquista dell’infelicità. Come siamo diventati la classe disagiata.
Einaudi, Torino

Vedi anche, nel Dossier 1° Maggio: Festa per quale lavoro? – Maggio 2013, l’articolo “La vergogna. Difficoltà nella sua analisi” di Lydia Maria Pallier-Giulio Cesare Soavi:

“La mattina scrivo” di V. Donzelli. Recensione di Rossella Valdrè Monica Castellini

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