La vergogna. Difficoltà nella sua analisi

Lydia Maria Pallier-Giulio Cesare Soavi

Per gentile concessione del Centro di Psicoanalisi romano pubblichiamo la relazione tenuta da Lydia Pallier e Giulio Cesare Soavi nella serata scientifica del 26 novembre 2012.

 

 Lunedì, Novembre 26, 2012

Oggetto del nostro lavoro è indagare le molteplici difficoltà che è destinato ad incontrare chi tenta di far elaborare ai pazienti l’esperienza emozionale della vergogna. L’argomento della vergogna e del rifiuto viene di regola affrontato con molte perplessità e molti distinguo: i rispettivi domini del cattivo e del brutto, quelli cioè dell’etica e dell’estetica, sono infatti contigui e spesso si sovrappongono, rendendone problematica l’individuazione. In questo lavoro è nostra intenzione circoscrivere la ricerca a quei casi nei quali, in modo abbastanza netto, il soggetto si sente incolpevole ed è anzi convinto che le sue legittime aspettative siano state violate e che egli si trovi dalla parte della ragione.

Malgrado l’obbiettivo possa dirsi individuato e circoscritto, non può tuttavia mancare una descrizione sommaria del territorio nel quale intendiamo addentrarci.

Il problema della vergogna è vasto e vasta è la letteratura che se ne occupa (Morrison 1998), (Janin 2007).

Per dare un esempio della varietà di situazioni in cui essa si manifesta, bisogna considerare che fin dal concepimento si possono istituire certi suoi presupposti. In alcuni disgraziati casi, infatti, l’attesa del nascituro non sarà una gioia, ma un’occasione di preoccupato rigetto. Ancora in bilico tra il biologico e il mentale, il nascituro sentirà che le sue aspettative legittime (Lachmann 2005) sono state gravemente disattese: si sentirà cioè un rifiuto. In età più adulta anche il livello somatico potrà esprimere l’esperienza di sentirsi un rifiuto, ad esempio attraverso acne, dermatite atopica, alopecia o difetti di sviluppo. All’altro estremo dello spettro, la vergogna può invece indurre problematiche gruppali, come mostra l’esempio mitico  rappresentato dalla vicenda tebana (Lansky 2005), ove un’intera popolazione afflitta da una pestilenza tenta di liberarsi della vergogna dell’impotenza cercando responsabili e colpevoli dell’accaduto. Un capro espiatorio prontamente identificato e sacrificato consentirà ai tebani di guarirsi dal senso di profonda indegnità in cui si dibattevano.

Fenomenologicamente, la vergogna e il senso di indegnità possono presentarsi in modo dolorosamente consapevole oppure con modalità completamente inconsce (Lansky 2005) ed abilmente occultate. Questa panoramica ci sembra a mala pena sufficiente per delineare la vastità dell’argomento; nostra intenzione è tuttavia sfuggire al fascino della complessità e di isolare e trattare solo alcune modalità di più frequente riscontro nella pratica clinica. Malgrado il sentimento di vergogna sia reperibile in molti aspetti della sofferenza umana, ciò ovviamente non significa che a questa emozione sia riconducibile ogni forma di patologia. Fin dalla “Interpretazione dei Sogni”, Freud (1900) tendeva a sopravvalutare azioni e desideri ostili e competitivi e ad ignorare la vergogna, attribuendole il compito di esprimere solo uno stato di inferiorità e di rifiuto, malgrado il materiale clinico fornisse un esempio abbondante ed illustrativo della sua rilevanza patogenetica.

Nel 1905, con  “I tre saggi sulla sessualità”, Freud apriva una prospettiva nuova per il problema che ci interessa: in questo lavoro alla vergogna veniva attribuito un ruolo nello sviluppo psicosessuale, ma la sua funzione era ristretta ai conflitti relativi all’analità e alle trasgressioni relative all’apprendimento igienico. Nella realtà, con questo lavoro si delineava un nuovo scenario ove vergogna e colpa venivano sovente a sovrapporsi, in quanto considerate entrambi appartenenti al territorio dell’etica. Un passo avanti verrà fatto in un secondo tempo con “Il narcisismo, una introduzione” (Freud 1914), lavoro in cui, per la prima volta, farà la sua comparsa il concetto di “Ideale dell’Io”. Questo concetto tuttavia, che sembra essere orientato agli ideali e ai riferimenti connessi, e con questi soprattutto alla vergogna, non fa mai in realtà alcun accenno al termine di vergogna; al contrario, fa piuttosto riferimento alla coscienza in generale, ivi incluso “l’organo delle proibizioni”, quella parte cioè della coscienza focalizzata alla colpa. Le funzioni svolte dall’ideale dell’Io in molte occasioni si faranno  notare per la loro crudeltà e insindacabilità. L’accudito, non mettendo in dubbio il potere di questi accudenti internalizzati, farà ricadere esclusivamente su di sé le ragioni di un suo sentimento di indegnità, perciò, anziché sentirsi ingiustamente rifiutato, sentirà semplicemente di essere intrinsecamente privo di valore.

In tema di mostruosità, nel 1916 Freud scriveva un lavoro intitolato “Alcuni esempi di caratteri che si incontrano nel lavoro psicoanalitico”; l’ultimo carattere descritto in questo saggio riguardava “Le eccezioni”. I soggetti presi in esame erano afflitti da degradanti anomalie che li rendevano dei mostri, per questo motivo avevano il diritto di sentirsi esentati dalle comuni leggi che regolano il vivere civile. Si trattava di una inferiorità autoctona insita in loro stessi che non aveva un’origine relazionale. Un esempio di questo carattere era fornito dal Riccardo III di Shakespeare, tuttavia l’indagine condotta su questo carattere non contribuiva in modo veramente utilizzabile all’ampliamento delle nostre conoscenze relative alla vergogna ed alla sua responsabilità nella storia della sofferenza umana.

La teoria strutturale sviluppatasi nel 1923 arricchiva il panorama teorico del concetto di Super Io, ma la capacità esplicativa di questo strumento veniva prevalentemente rivolta allo studio del periodo edipico ed alle sue ricadute di incesto, castrazione e competizione.

Il sentimento della vergogna rappresenta fin dall’inizio un motivo di discordia all’interno del ristretto circolo dei seguaci di Freud. Non si può dimenticare infatti che già nel 1911 si consumava il distacco di Freud da Adler, che aveva fatto dell’inferiorità il caposaldo della propria ricerca. È lecito supporre che il contenuto relazionale e sociologico della vergogna, chiaramente esposto da Adler (Adler 1916), fosse da Freud ritenuto incompatibile con il tentativo da lui fatto di radicare la nuova disciplina su un solido programma di economia energetica. Egli pensava, verosimilmente, che il suo progetto sarebbe stato più facilmente accettato dal mondo accademico, da cui proveniva, se si prendevano come punti di riferimento quelle che egli riteneva fossero energie quantificabili endogene, quali la libido e l’aggressività. Le stesse motivazioni che avevano fatto sì che Freud prendesse le distanze sia da Adler che da Jung si possono ritenere responsabili, in un secondo tempo, della lunga quarantena a cui doveva essere sottoposto il pensiero della scuola ungherese, che pur aveva prodotto tanti creativi psicoanalisti.

La storia della vergogna è quella di un incontro che avrebbe potuto essere e non è stato; che questo incontro non sia avvenuto è tanto più sorprendente in quanto Freud aveva dotato il pensiero psicoanalitico di strumenti di grande rilevanza teorica quali si possono considerare il Narcisismo e l’Ideale dell’Io, in seguito ampiamente utilizzati dalla modellizzazione relazionale.

Per quanto riguarda la Klein e i suoi seguaci, Lansky (2005) dice testualmente che essi mostrano “una sorprendente insensibilità teorica nei confronti della vergogna”. Nel trattare il fondamentale tema dell’invidia non veniva mai preso in considerazione il fatto che il soggetto poteva essere stato sottoposto a prove umilianti che avevano esacerbato i suoi problemi. Per includere la vergogna nella sua lettura del materiale, la Klein – oltre avanzare il concetto di Super Io precoce o precocissimo – avrebbe dovuto avanzare anche quello di ideale dell’Io precocissimo; comunque l’impostazione pulsionale della posizione schizo paranoide si fondava su una concezione solipsistica dello psichismo umano legata alla aggressività innata.

Legittimate inoltre dalla necessità di difendersi dalla vergogna che può accompagnarsi all’esperienza della dipendenza, potevano in parte essere considerate le cosiddette difese maniacali. Queste difese avevano lo scopo di non riconoscere l’importanza di un oggetto del quale si temeva il disprezzo. Ci prendiamo a questo punto la libertà di saltare molte tappe che caratterizzano il discorso che ci riguarda per soffermarci su due autori, secondo noi, particolarmente importanti per il contributo che hanno dato alla nostre prospettive cliniche: Kohut e Lachmann.

Kohut, come è noto, poneva la vergogna al centro della sua ricerca, e privilegiò l’uomo tragico sull’uomo colpevole. La sua psicopatologia poggiava sulla ferita narcisistica come conseguenza di un deficit di accudimento; sua era infatti la suddivisione della patologia delle nevrosi in disturbi narcisistici della personalità e disturbi narcisistici del comportamento. La teoria stessa della cura, come da lui ripetutamente sottolineato, fa esplicito riferimento ad un ripristino della possibilità di aver accesso ai bisogni infantili (1978) ai quali la vergogna e la feribilità avevano precluso l’accesso.

Come ultimo riferimento bibliografico, ci sembra utile soffermarci sul  lavoro di Lachmann relativo alla violazione delle aspettative. Secondo questo autore “già alla fine del primo anno il bambino attiva delle aspettative relative a come si svilupperà l’interazione con l’accudente” “rotture o violazioni delle sue aspettative avranno un potente effetto disorganizzante sul bambino” (2005). “La violazione delle aspettative evocherà un’ampia varietà di conseguenze e il loro effetto sarà determinato dal significato, contesto e interazione tra i due partecipanti nella diade”.

Il percorso che ha in qualche modo capovolto la prospettiva, trasformando la vergogna da ancella della colpa a protagonista, è stato lungo e laborioso; esso si è svolto di pari passo con la trasformazione della prospettiva analitica da una visione unipersonale ad una interpersonale, col relativo accantonamento dell’ importanza del conflitto a favore del deficit, cioè della responsabilità in primo luogo degli accudenti nella attivazione nell’accudito dell’esperienza di essere rifiutato.

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Le difficoltà dell’analisi

Può sembrare abbastanza facile individuare il sentimento di vergogna presente nei pazienti ed evidenziare l’entità dei danni e le nefaste conseguenze di questa dolorosa condizione, eppure non si tarderà, al contrario, a scoprire che il soggetto aveva stabilito una caparbia solidarietà col sé vergognoso. Nel tentativo infatti di rendere tollerabile questo sentimento di fondo, egli avrà elaborato articolate e ben finalizzate modalità relazionali. L’indagine di queste modalità costituisce appunto il percorso nel quale ci disponiamo ad addentrarci.

Per presentare l’argomento da noi scelto siamo ricorsi ad una serie di vignette cliniche. Malgrado si tratti di resoconti riassuntivi di esperienze a volte analitiche, a volte di rapida consultazione, riteniamo che la qualità psicoanalitica dell’approccio, entro i limiti che ci siamo dati, sia stata rispettata.

La narrazione di una singola storia avrebbe certamente permesso un maggiore approfondimento di un aspetto del problema, ma a noi interessava soprattutto  esplicitare la vastità e la varietà delle tematiche coinvolte.

Nel nostro primo caso viene presentato un trauma apparentemente banale: il soggetto è stato detronizzato da una posizione di privilegio precedentemente giudicata inattaccabile, dalla nascita di un fratello. Nascita, quindi, di un rivale, malamente gestita da genitori impreparati. La disattenzione degli accudenti nei confronti delle sue sofferenze e dei suoi furori porterà il soggetto umiliato ad assumere un atteggiamento di rancore nei confronti della vita. Paradossalmente il soggetto, essendo dotato di buone qualità letterarie e politiche, capitalizzerà questo atteggiamento, riuscendo a trasformare il suo rancore nello strumento artefice della sua fortuna economica e professionale; sarà perciò molto difficile disincagliare questo incastro ove si mescolano sofferenza depressiva e successo.

L’aspetto evolutivo del transfert che lo ha portato in analisi si arrende all’aspetto ripetitivo che ha siglato la sua vita, infatti, a costo di rimanere immerso nella sua depressione, il soggetto sarà costretto ad attaccare, denigrandoli, gli stessi oggetti da cui spera di ricevere sollievo. Inoltre, dover riconoscere che le sue ferite possono trarre conforto dalla capacità dell’analista di sintonizzarsi con le sue aspettative, comporterebbe un troppo radicale cambiamento nel suo modo di stare al mondo fino a quel momento, che pure gli aveva procurato alleati e successo. Una serie di tentativi di analisi tutti falliti ed il persistere di una depressione non scevra di pensieri suicidi illustrano chiaramente quale continuava ad essere la modalità adattativa prescelta.

Un problema analogo a quello causato dalla detronizzazione può presentarsi anche da una prospettiva completamente diversa, cioè quella della predilezione. Anche in questo caso, l’analisi non si è dimostrata in grado di avviare un vero processo trasformativo.  Il caso in esame ha per soggetto un figlio maschio circondato da tre sorelle: la madre, per problemi personali, manifestava una sfacciata predilezione per lui a discapito delle sorelle. Il padre, un professionista, evitava di farsi coinvolgere nell’educazione del figlio dicendo di ritenere sufficiente l’esempio che dava di onesto lavoratore. All’operosità battagliera delle femmine presto si contrapponeva la indolente sufficienza del maschio. Quando all’ambiente familiare si sostituì quello extrafamiliare, questo atteggiamento si rese sempre più preoccupante. Apparve evidente che, anziché affrontare la vergogna di essere sopravanzato dalle sorelle, il paziente aveva fatto la scelta di ritirarsi, cullandosi in quello che gli appariva come un mondo di dorato privilegio. Con l’avanzare degli anni, il danno si rivelò gravissimo e irreparabile: fece, infatti, la sua comparsa un rancore pieno di pretese nei confronti della madre ed uno stato affettivo di apatica depressione. I tentativi di analisi vennero praticamente rifiutati ed il soggetto preferì fatalisticamente rassegnarsi, coltivando una sua fantasia di diritto all’ eccezionalità.

Facendo ora un passo avanti nell’argomento che ci interessa, verremo a parlare di una particolare resistenza a riconoscere di essere stati fatti oggetto di rifiuto. In più occasioni ci è capitato di imbatterci in pazienti che pur dovendo riconoscere macroscopiche mancanze e attacchi della peggior specie da parte degli accudenti e della madre in particolare, non si mostravano in grado di accettare di non essere stati voluti o amati da quest’ultima. L’estrema difesa nella quale i pazienti cercavano rifugio per rifiutare e ribellarsi all’umiliazione di non essere stati amati era stata quella di addossarsene la responsabilità: “Certamente la colpa sarà stata mia se mi ha trattato in questa maniera, se io fossi stata buona/o come lei mi voleva mi avrebbe voluto bene. Ancora oggi se io fossi diverso/a con la mamma lei riuscirebbe ad essere diversa con me”. In questi casi, è possibile vedere quanto sia penoso rassegnarsi e riconoscersi non accettati dalla fonte primaria dell’affetto e del senso del nostro valore in generale. L’impossibilità ad accettare questa realtà del rifiuto  induce quindi a difendersi dalle spiegazioni relative alle origini del sintomo di vergogna e a trarre vantaggio da qualsiasi chiarificazione. La più immediata conseguenza che questa lettura dei fatti porta con se è quella di non saper decidere il significato di comportamenti di cui si viene fatti oggetto. L’incertezza che permane è quella di non sapere se le iniziative punitive degli accudenti abbiano lo scopo di offenderci o di curarci. Questo stesso argomento era già stato individuato e trattato da Fairbairn (1962), che dice testualmente: “Il bambino preferisce considerarsi o essere cattivo lui stesso piuttosto che pensare che i suoi oggetti siano cattivi”.

Tra le difese più comunemente adottate dal bambino rifiutato è da considerarsi la compiacenza. Questi, pur di ottenere dall’accudente l’attenzione indispensabile per sopravvivere, è disposto a rinunciare a se stesso, individuando le aspettative dell’oggetto d’attaccamento e disponendosi a soddisfarle. Questo atteggiamento è in netto contrasto con quello dei bambini che sentono il diritto di essere amati in primo luogo per il semplice fatto che esistono. Fratelli e compagni possono guardare con disprezzo questo atteggiamento ingraziante che viene considerato falso e ipocrita, tuttavia, all’adozione di questa compiacenza è legata la speranza di scavarsi una nicchia all’interno della quale trovare accoglimento.

Appare chiaro che questo tipo di problematica presenta molteplici variazioni. In alcuni casi, pur di conservare la stima dell’accudente, il bambino sarà indotto ad identificarsi o addirittura amare il rivale anziché imparare a combatterlo; pertanto nella vita adulta tenderà a favorire i propri avversari, mostrandosi incapace di fronteggiare chi avesse interessi in contrasto coi  suoi.

La proposta analitica di recuperare il senso del proprio diritto di stare al mondo coinvolge un rovesciamento di quello che era stato lo stile relazionale adottato fino a quel momento: affinchè nel soggetto si insinui un vivificante senso di autenticità e al tempo stesso si attenui un senso di vuoto e inutilità opprimente, ci dovrà essere un recupero di emozioni difficilmente collocabili nel contesto sociale che egli aveva contribuito a costruire. Chi pensasse, quindi, di riuscire ad ottenere dei risultati con la semplice esposizione degli eventi responsabili della situazione attuale, dovrà invece fare i conti con uno spiacevole senso di inefficacia.

Su questo stesso argomento ci permettiamo di presentare una breve vignetta clinica. ( caso clinico )

Le resistenze al cambiamento, come si vede, sono molte e diversificate. Si può pensare infatti di affrontare il rischio dell’insuccesso, e della conseguente derisione, ma a questo si aggiunge inevitabilmente il desiderio di farsi vendetta per tutte le umiliazioni subite. Questo cambiamento comporterebbe un capovolgimento nella qualità delle relazioni così come erano state intrattenute fino a quel momento e questo passo sarà evidentemente per il soggetto in causa troppo difficile da compiere.

Abbiamo in precedenza accennato a situazioni nelle quali la compiacenza si spinge al punto di amare il proprio aguzzino, ( caso clinico ) …

All’estremo opposto della difesa compiacente si presenta quella della difesa comportamentale dello “scandalizzare”, che consiste nello sforzo di attrarre l’attenzione con gesti e comportamenti che mettono in pericolo sia noi stessi che gli altri. Notevoli risultati, anche se a caro prezzo, si ottengono adottando la vasta gamma dei comportamenti antisociali: accudenti distratti e assenti vengono infatti violentemente obbligati ad intervenire e a farsi carico di questi soggetti a rischio. Non è affatto facile indurre questi soggetti a rinunciare ai guadagni secondari che questa particolare soluzione procura loro, ancora più difficile potrà riuscire convincerli che dietro la loro clamorosa protesta si nasconde la vergogna di non essersi sentiti accettati. A questo bisogna aggiungere che con comportamenti perversi, antisociali o violenti, essi appagano il sottostante desiderio di vendicarsi degli accudenti.

Un’ulteriore modalità comportamentale che denuncia l’insediamento di un’ alleanza tra il soggetto e la vergogna sarà quella dell’“ormai è troppo tardi”. Questo tipo di risposta è carica di una tonalità dispettosa nei confronti di chi offre una cosa,  che in un primo tempo era stata rifiutata, nel nostro caso la disponibilità analitica. Inutile risulterà tentare di rendere consapevoli questi soggetti  delle ragioni che li inducono alla rinuncia a quanto avevano in un primo tempo desiderato.

Troppo penosa è stata l’esperienza umiliante del rifiuto perché si possa gratificare un accudente riconoscendogli la capacità di essere generoso e in grado di offrire, sia pure in un secondo tempo, cose buone. Infatti, riconoscere che chi ci sta vicino ci può ancora offrire molte opportunità e che sta solamente a noi saperle cogliere, equivarrebbe riconoscere che le colpe dell’accudente non sono poi così imperdonabili. A questo bisogna aggiungere che questi soggetti dovranno ammettere di essere in parte responsabili dei rifiuti che hanno patito nel particolare ambiente in cui sono vissuti. In questo caso si dovrebbe anche far spazio ad una certa tolleranza nei confronti degli accudenti e ad un allentamento del morso del rancore nei loro confronti, ma a volte si preferisce continuare a privarsi pur di sentirsi legittimati nel proprio odio.

Una variante della difesa comportamentale con la quale ci si può scontrare è quella dell’eroe negativo, modalità questa soprattutto evidente in ambito scolastico. Dalla storia dei pazienti può emergere il racconto di colossali insuccessi scolastici, come ad esempio tre bocciature tra le elementari e le medie, che evidenziano un atteggiamento di assoluta indifferenza davanti alle aspettative di genitori e docenti, allo scopo di stupire sia i coetanei che gli adulti. Dietro un comportamento di questo genere è a volte possibile intravedere un genitore che pretenderebbe grossi risultati senza però prendersi la briga di insegnare, tramite la  partecipazione diretta, la tenacia e la determinazione necessaria per imparare a superare gli ostacoli.

A volte a questa manchevolezza si aggiunge la denigrazione degli sgobboni, sostenuta dall’ammirazione degli accudenti per coloro che, con signorile disinvoltura e senza sforzo apparente, ottengono grossi risultati.

Procedendo nella nostra indagine non mancheremo di imbatterci in una delle strategie dietro la quale si barrica la persona offesa, cioè quella dell’evitamento. Questa modalità è, infatti, la responsabile della diffusa fobia della scuola. In numerose occasioni abbiamo avuto modo di constatare che il ritiro dalla scuola aveva ben poco a che fare con l’insuccesso nelle materie scolastiche; per dare un esempio del genere di problemi coi quali ci si deve confrontare citeremo due casi. Nel primo ci occupiamo di un’adolescente coinvolta fin dalla nascita in una sistematica campagna di denigrazione. Grazie al suo successo scolastico, per il quale veniva definita “un mostro” negli studi, era riuscita in un primo tempo a tenere sotto controllo la ripugnanza che pensava di suscitare, arrivata tuttavia agli ultimi anni del liceo si convinse che la stima dei professori non era sincera;  inoltre andava acquistando un valore preponderante la scarsa opinione che l’ambiente studentesco aveva di lei. A questo punto, per così dire, la vergogna di sé ruppe gli argini e la paziente credette che non le rimanesse altra alternativa eccetto quella di nascondersi.

Nel secondo caso la paziente, una giovane , aveva riposto tutta la sua speranza di conquistare l’amore della madre, e di riflesso una ragionevole stima di sé, nel tentativo di soddisfarne le aspettative. Questa madre, (…)  aspirava ad avere una figlia che emulasse i suoi successi intellettuali ed al raggiungimento di quest’obbiettivo convergevano tutti i suoi sforzi educativi. La paziente aveva avuto uno straordinario successo scolastico, ( …), ma aveva ottenuto questo risultato a discapito di qualsiasi realizzazione sul piano della femminilità.

Arrivata all’università i suoi successi persero rilevanza nella generale confusione e indifferenza. L’iniziale risposta fu quella di portare avanti una preparazione sempre più minuziosa, ma ben presto il risultato dell’impresa si rivelò inferiore alle aspettative e si fece strada il panico di essere giudicata e trovata deludente, non certo per la sua preparazione ma per un giudizio generale relativo alle scelte da lei fatte. Anche in questo caso la presa di consapevolezza del fallimento di un progetto si concluse con la fuga ed il ritiro.

Fino a questo punto l’esperienza è da considerarsi carica di sofferenza, eppure a volte vengono messe in atto procedure di alleviamento della pena. Si tenta ad esempio di collocare il fallimento entro la cornice riabilitante di figure letterarie tra le quali giganteggia l’Oblomovismo.  Altra via per sottrarsi alla sofferenza è quella di sostituire l’azione con l’immaginazione, perciò ogni occasione mancata viene considerata un’opportunità per rifugiarsi nell’immaginario: il nostro soggetto diventa allora uno studente ideale che avrebbe sbalordito i professori col suo sapere o un amante irresistibile o un grande manager a cui nulla si può rifiutare. Qualche misero successo ottenuto a costo di immani sforzi sarebbe stato meno gratificante di queste grandiose fantasie.

Il processo d’identificazione con l’aggressore ci colpisce spesso per la sua saldezza e la varietà delle sue manifestazioni. Stupisce, infatti, la violenza e la crudeltà con la quale il vergognoso s’insulta. Questo comportamento testimonia che il passaggio dall’essere stato semplicemente vittima passiva delle offese a quella d’attore della propria denigrazione costituisce una trasformazione in grado di elargire notevole conforto. Questa procedura, con la quale egli cerca di sottrarsi all’esperienza dal rifiuto uscendo dalla passività e agendo allo stesso tempo il ruolo di vittima e carnefice, è da considerarsi tra le più diffuse. Esempi di questo comportamento sono ad esempio gli autolesionismi: persino la semplice abitudine di mordersi le unghie a sangue sta a significare che il soggetto trasforma simbolicamente se stesso in un mostro anziché aspettare che sia il suo aguzzino a ferirlo a sangue; la stessa cosa si può dire della tricotillomania e delle altre forme più severe di autolesionismo, in cui si deve veder sgorgare il sangue perché si sperimenti un vivificante senso di sollievo.

A questo proposito, “last but not least”, rimane da fare qualche sintetica considerazione a proposito della bulimia anoressia. Siamo consapevoli che il problema è stato fatto oggetto di numerose ricerche e che l’origine di questi comportamenti non può essere ricondotto ad una sola causa. Riteniamo tuttavia che non si possa affrontare questo tipo di patologia senza prendere in considerazione l’argomento che ci interessa, cioè quello del rifiuto. In molti dei casi trattati abbiamo avuto possibilità di notare che nel bulimico l’aspetto del sé rifiutato e schifoso veniva posto all’esterno e messo sotto gli occhi di tutti: egli si offendeva da solo. Tutti potevano vedere così dove la vergogna era stata collocata e pertanto si poteva ritenere che, quanto restava oltre il grasso, potesse essere considerato presentabile. Paradossalmente il bulimico, in seguito all’auto denuncia migliorava le proprie possibilità di socializzazione. Nel grasso era anche collocata la rinuncia alla competizione e l’accettazione della sconfitta. Si alimentava inoltre la fantasia che, essendo il grasso responsabile dei suoi insuccessi, una volta dimagrito, avrebbe potuto aspirare al successo. Va da sé che se il bulimico si fosse sentito rifiutato anche una volta magro, avrebbe sentito il giudizio dato su di lui come definitivo e inappellabile. L’esperienza della sovralimentazione vicarierà anche la carenza di affetti e sosterrà una fantasia di autonomia nei confronti del mondo relazionale. Altrettanto si può dire dell’anoressia dove si cerca ossessivamente di cancellare dal corpo qualsiasi traccia di un sé bisognoso che ha patito l’ingiuria del rifiuto; la magrezza raggiunta tuttavia non sarà mai tale da mettere al riparo dall’eventualità che qualche traccia dell’antico danno possa tornare ad affacciarsi.

Un ulteriore aspetto in cui si manifesta la paura di essere coinvolto in iniziative che si potrebbero concludere con una nuova delusione induce il soggetto a mettere in atto comportamenti volti a smascherare la falsità delle intenzioni dell’interlocutore. Il paziente insisterà che il rapporto analitico non è una vera relazione, che l’analista si interessa a lui per dovere professionale o perché il paziente si è comprato la sua attenzione col denaro. In altre occasioni farà la comparsa il timore di essere oggetto di studio come una farfalla trafitta da uno spillo o che l’analista vuole soltanto potersi vantare coi colleghi per aver risolto brillantemente un caso. L’esperienza della mancanza di sentimenti autentici o la convinzione di essere stato usato per fini narcisistici alimenterà ancora oggi, dopo molti anni dalle originali esperienze, la profonda sfiducia nella qualità di quello che può essergli offerto in analisi. Un ulteriore rischio è costituito dal fatto che se il paziente credesse nell’autenticità dell’interesse che l’analista mostra per le sue vicende, questo segno di fiducia rischierebbe di produrre una pericolosa illusione. Questa esperienza, infatti, varrebbe solo all’interno della stanza d’analisi, facendolo poi trovare completamente impreparato di fronte alle durezze del mondo esterno.

Indagando le vicende che caratterizzano il percorso della vergogna e delle difficoltà della sua analisi non è possibile ignorare una delle sue più clamorose manifestazioni, cioè la vendetta. Una costellazione di lavori ha sottolineato recentemente l’interesse per questo argomento; per citarne solo alcuni inizieremo con l’articolo di Rosen (Rosen 2007) in quanto esso presenta una eccellente disamina del problema, tanto apprezzata da avergli meritato il conferimento del premio JAPA per il 2007. Questo articolo era stato preceduto da un panel pubblicato sul Journal of the American Psychoanalytic Association del 2005 col titolo: “Vendetta, vergogna e umiliazione”.

Lansky nello stesso anno (2005) aveva scritto su Medea e la sua mitica vendetta. Il capostipite di queste ricerche sulla vendetta, come noto, rimane tuttavia Kohut (1972) con l’importanza da lui attribuita alla rabbia narcisistica.

Una volta che il soggetto in terapia si fosse liberato da inibizioni, compiacenze, falsi obbiettivi, inevitabilmente si troverebbe a dover elaborare il desiderio di vendicarsi, di saldare il conto, una eventualità in grado di frenare la spinta evolutiva verso il cambiamento. Come l’espiazione redime dalla colpa, sembra che la vendetta redima dalla vergogna. Il bisogno di vendicare l’offesa non solamente appaga il bisogno di restituire il danno a chi lo aveva inferto, ma può a volte anche assolvere compiti, oltre che legittimi, costruttivi. Un esempio di questo fenomeno si può vedere nella ribellione, spesso sanguinosa, all’umiliazione della colonizzazione, sia nella forma di occupazione del territorio che della espropriazione culturale.

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Considerazioni conclusive

Per concludere questa nostra escursione nel mondo delle difficoltà che si incontrano nell’analisi della vergogna rimane a nostro avviso ancora un punto degno di considerazione. Si è accennato al tema della vendicatività ed al fatto che comunemente ci si libera dell’offesa scaricandola sull’offensore. Questa forma di risarcimento, per quanto paradossale poichè non fa che aggiungere dolore al preesistente dolore, talvolta fa spazio ad una rinvigorente esperienza e al recupero di vitalità. Non si può dire tuttavia che mettere il paziente in grado di scaricare sull’offensore il suo odio accumulato, anche se legittimo, sia un auspicabile obbiettivo terapeutico. In una serie di recenti lavori (Panel 2005), (Lansky 2007) è stata inoltrata l’ipotesi che la vendicatività possa essere elaborata attraverso il perdono. Non si tratta in questo caso, evidentemente, della  evangelica modalità del porgere l’altra guancia.

Si tratta, invece, di un processo di elaborazione dell’umiliazione patita partendo da alcuni presupposti, per così dire, laici. In primo luogo il soggetto può contare su una parte saldamente valorizzata del sé prendendo spunto dalla quale si rende possibile il ridimensionamento dell’esperienza dell’offesa. In secondo luogo sarà possibile empatizzare con l’offensore che viene visto alla luce della sua personale storia ed alla luce delle sofferenze dalle quali è stato a sua volta condizionato ed indotto ad affidarsi a comportamenti offensivi e inappropriati.

In terzo luogo permane la capacità di riconoscere aspetti positivi dell’oggetto che meritano di essere salvati. A differenza di quanto pensa Smith (2008) ci pare che il meccanismo del perdono, possa trovare un suo legittimo spazio (Horowitz 2005) nella teorizzazione psicoanalitica. Per quanto possano essergli riconosciute delle affinità con la riparazione dobbiamo anche ammettere che per certi aspetti se ne differenzia. La riparazione, infatti, è legata alla colpa e costituisce una forma di risarcimento, mentre il perdono è legato all’offesa subita e costituisce un atto di generosità, cioè un dono.

Per corredare queste affermazioni con un breve riscontro clinico, desideriamo riferire un sogno fatto da un paziente in una fase avanzata dell’analisi. Questo paziente era stato sottoposto dalla moglie ad una esperienza per lui umiliante, alla quale in precedenza avrebbe reagito con una rappresaglia. Bene, la notte successiva a questa esperienza egli sognò che, con santa pazienza, accettava di ingoiare un topolino. Questo sogno sanzionava il fatto che il paziente aveva deciso di “non farla pagare” alla moglie per lo sgarbo che gli aveva fatto. Decisione questa che si accompagnava alla considerazione empatica che anche lei, la colpevole, aveva avuto una giornata difficile che l’aveva duramente provata.

Il percorso sinteticamente delineato palesa quanto le soluzioni adottate dai pazienti, perché l’esperienza del rifiuto non si ripeta, siano saldamente radicate. Queste soluzioni servono a molteplici scopi, alcuni dei quali positivi, cioè tali da mettere il soggetto in grado di mantenere un accettabile livello di socializzazione, altre tali da appagare allo stesso tempo la rabbia e la vendicatività. Per l’analista ristabilire un livello di fiducia che permetta al paziente di rimettere in gioco quelle aspettative emozionali che sono state ferite rappresenta sempre un compito arduo. Ancora più arduo è far ricuperare quelle risorse di vitalità e ottimismo che permettono di investire in un futuro con sufficiente tenacia e determinazione.

Sintesi

Scopo del lavoro è illustrare le difficoltà che si incontrano nell’elaborazione dell’esperienza di vergogna. Un ampio numero di esempi clinici è offerto dove si palesa il terrore che si accompagna all’esperienza del rifiuto. Anche gli sforzi adottati per evitare questa esperienza e i loro tornaconti sono esemplificati. Viene messo in risalto anche il meccanismo della vendetta usato come risarcimento dell’insulto patito.

Chiudono il lavoro alcuni suggerimenti terapeutici tra i quali la possibilità del perdono.

Parole chiave: vergogna, rifiuto, vendetta, perdono

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Summary

Difficulties analysing shame

Purpose of the paper is to illustrate the difficulties met working through the experiences of shame. A large number of clinical vignettes is offered where are evident the disorganizing conseguences that follow the experience of being refused. There are examples also of the strategies used to avoide the experience of shame and of the reword obtained in the precedure.

The mechanism of revenge is discussed and his use as a reword of the suffered insult.

The paper presents also some sketchy suggetion about therapy and the possible autcome of forgiveness.

Keywords: shame, refused, vengeance, forgiveness.

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