Parole chiave: lutto, migranti
Autore: Manuela Caslini
Titolo: “Nessun dolore”
Dati sul film: Gianni Amelio, Italia, 2016, 96’, MIAC Venezia 83, Venice Open – Fuori Concorso.
Genere: drammatico
Trentacinque anni dopo ‘Lamerica’, che a Venezia vinse il Gran Premio della Giuria, Gianni Amelio torna per completare un discorso sentito incompiuto e meritevole di un nuovo capitolo, trattandosi ormai di un ‘problema suicida e fratricida, il problema dei problemi’. Si tratta della tragedia dei migranti e dei rifugiati, o, se vogliamo spostarci da una questione sociale ad un’ottica più intima, della difficoltà ubiquitaria e ingravescente nell’abbassare i confini per consentire l’incontro con l’Alterità, quell’incontro, tra l’altro, senza cui non esisterebbero né vita, né mondi.
Con una citazione in esergo, il regista ci porta in ‘una storia non ancora realmente accaduta’: si potrebbe pensare ad una storia ‘che potrebbe ancora accadere’, o piuttosto a qualcosa che è già ‘più che in corso’, anche se non sempre lo sappiamo, o vogliamo ‘realmente’ riconoscerlo.
Nella trama, una serie di eventi straordinari mettono il protagonista (e lo spettatore) a intimo contatto con la più radicata delle routine dentro di noi, cioè su quanto siamo disposti a guardare gli altri e a renderci conto di quanto ne abbiamo reciprocamente bisogno.
Un giorno come tanti, nella sopita apatia della sua vita-come-le-nostre, a Davide (Alessandro Borghi) viene consegnato d’improvviso un ignoto bambino nordafricano con la sua silente domanda d’accoglienza. Lo sgomento e il rifiuto iniziale del protagonista vengono interrotti da un incidente fatale a seguito del quale Davide non potrà più scappare da reticenze e rimorsi che tolgono il fiato, fino alla presa di responsabilità individuale. Con l’accettazione del ruolo, il processo si snoda da sé: divenuto catalizzatore di un male complessivo, Davide cerca di sostituirsi in modo kafkiano alla società intera, entrando in girone insolubile, dall’occupazione della sua casa da parte di sempre più immigrati a cui offrire un posto per dormire, fino al paradossale carcere per favoreggiamento dell’immigrazione. Moderno Antigone, è spinto dal bisogno di dare sepoltura al morto, avviarne il lutto inelaborabile e insolubile, condizione indispensabile per continuare a vivere. Per avvicinarsi all’Altro, succede che Davide l’altro lo diventa, ma senza perdere sé stesso: diventa lui l’espulso e il fraudolento, colui che cerca asilo e risposte. Procede in questo percorso senza più indugi o ambivalenze: vero e innocente, sa cosa è giusto e non può essere relativo, e per questo si batte, al limite dell’assurdo e scatenando i sentimenti dello spettatore, costretto a fare i conti con le proprie ambivalenze, diffidenze, meschinità (che avremmo fatto, al posto suo?). Gli altri personaggi – interpretati da Golino e Mastrandrea – gli fanno da contraltare, l’una tenendolo coi piedi per terra, l’altro con il fare di padre simbolico: in questo modo, insieme a Davide, entrano in contatto, tra loro e con i rifugiati, così che ognuno senta un po’ proprio il dolore degli altri, mettendosi al pari.
Attanagliato dal senso di colpa, Davide cerca redenzione, e il regista è ben chiaro nel mostrarci che non si tratta affatto di masochismo (nessun problema a rifiutare l’aiuto a due turisti autostoppisti!), ma al contrario di non porre resistenza estrema a un tentativo di sopravvivere come umana specie. Egli trova il suo ‘fondamento invisibile’ (nome della raccolta di poesie di Mario Luzi, i cui versi prestano titolo al film).
Recita il personaggio di Valeria Golino: ‘A volte si tocca il punto fermo e impensabile dove nulla da nulla è più diviso, né morte da vita, né innocenza da colpa, e dove anche il dolore è gioia piena’. Amelio ce lo spiega benissimo, raccontando – o lasciandoci immaginare – progressioni possibili da un punto di non ritorno, ed esprimendo a parole sue (e immagini sue) ciò che prevede il lavoro di un lutto impensabile e impossibile: ‘c’è un momento in cui il dolore è talmente estremo e insostenibile dove o muori insieme a questo dolore, oppure questo dolore diventa il punto di partenza di un’altra vita, per ricominciare a vivere e darti la forza di vivere’. Se non segna la morte, il limite estremo del dolore può diventare un momento di vita che ricomincia.
In un film dove la società non risponde – come avviene anche nel Premio Strega di Mari nell’estate appena passata, il potere viene dato ai libri, non sempre benvoluti, ma che punteggiano il film, da ‘Se questo è un uomo’, a ‘Narciso e Boccadoro’ e ‘Furore’. Libri ‘che devono viaggiare’, utile strumento per ri-pensarsi e ri-conoscersi nelle umane tragedie.
Mi torna in mente la lettera di Simone Weil a Joe Bousquet: ‘l’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità. A pochissimi è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono. Non desidero altro che averne ricevuto, prima di morire, la piena rivelazione’. Davide è orientato verso questa scoperta: ‘l’unico fondamento legittimo di ogni morale (…). Tre volte felice colui che è stato posto una volta nella direzione giusta. Gli altri si agitano nel sonno. Colui che procede nella giusta direzione è libero da ogni male benché sia, più di chiunque altro sensibile alla sventura, benché la sventura gli procuri soprattutto un sentimento di colpa e di maledizione. Tuttavia, per lui la sventura non costituisce un male’.
Attraversandole profondamente e procedendo al di là delle imminenti urgenze collettive su immigrazione, accoglienza, inserimento, per i sentimenti che suscita il film non è univoco e dà da pensare, anche agli psicoanalisti: non tanto e non solo su se anche in essa serva affrontare un discorso politico – si veda, a proposito, l’idea della ‘third position’ di Varvin (2023) sul mantenere una posizione capace di dare rappresentazione a ciò che le menti individuali e collettive tendono ad espellere -, quanto su ciò che accade internamente quando non avvengono incontri necessari e indispensabili. A fronte di un pessimismo intellettuale dilagante, in tema di prese di responsabilità e accettazione di ruoli, il film ci chiede di alimentare un ottimismo della volontà.
Varvin, S. (2023). Psychoanalysis and the third position: social upheavals and atrocity. The International Journal of Psychoanalysis, 104(3), 574-584.
Weil, S., & Bousquet, J. (2022). Corrispondenza. Milano: SE.