Parole chiave: femminicidio, colpa
Autrice: Flavia Salierno
Titolo: Serpenti
Dati sul film: regia di Roberto De Paolis Maino, Italia, 93’
Genere: drammatico
83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Sezione Venezia Spotlight
I fratelli d’Innocenzo colpiscono ancora. E lo fanno col fuoco di un’ironia che brucia e col coltello che lascia una ferita profonda nello spettatore. Un uomo ha ucciso una donna, lo confessa, chiede di essere riconosciuto come colpevole, eppure nessuno gli crede. I Damiano & Fabio bros hanno scritto il soggetto di questo film così originale e vero, da essere necessario.
È un capovolgimento tanto assurdo quanto disturbante. Normalmente immaginiamo il colpevole come colui che fugge dalla giustizia, nega il reato, cerca attenuanti o tenta di sottrarsi alla pena. In Serpenti accade il contrario. Si sa, le forze contrarie e contrapposte attraggono e si attraggono per le leggi della fisica e delle emozioni. L’assassino cerca la norma che regola, il mondo che lo circonda si sottrae alla gravità del suo gesto.
Per Freud il motto di spirito permette a un contenuto normalmente inibito di emergere aggirando la censura psichica (Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, 1905), e una delle tecniche attraverso cui ciò avviene è proprio il rovesciamento, cioè la rappresentazione di qualcosa attraverso il suo contrario. Il paradosso ha così la funzione di formulare una realtà in termini apparentemente assurdi o opposti, che rende improvvisamente visibile una verità che il discorso ordinario tende a nascondere. Il contrario, dunque, non cancella il significato originario, ma lo fa emergere con maggiore forza. L’assurdo diventa un modo per dire il vero, perché sospende momentaneamente le difese e le convenzioni attraverso cui quella verità viene normalmente attenuata o rimossa.
Nel film Serpenti, per mostrare quanto sia intollerabile la sottovalutazione del femminicidio, il film la porta fino al suo contrario paradossale. Un assassino confessa di aver ucciso una donna, ma nessuno vuole credergli. Proprio l’assurdità della situazione rende evidente ciò che il film vuole denunciare.
Ed ecco la provocazione più feroce.
Il femminicidio è un crimine intollerabile, ma il mondo rappresentato da Serpenti si comporta come se l’uccisione di una donna non fosse abbastanza grave da interrompere davvero il corso della normalità. Il protagonista dice: “Sono stato io”, ma non basta, deve insistere, e dimostrare agli altri che quella morte merita di essere presa sul serio. Il paradosso diventa allora politico e psicologico insieme. Che cosa significa vivere in una società nella quale persino chi ha ucciso una donna deve lottare perché l’uccisione di quella donna venga riconosciuta nella sua gravità?
Il film esaspera la situazione fino al grottesco, per mostrare un possibile meccanismo di rimozione collettiva. Il delitto efferato viene normalizzato al punto da non fare più notizia, da non colpire più l’attenzione della massa.
È qui che il comportamento degli altri personaggi assume un significato che supera la vicenda individuale. Il loro non credere, minimizzare, rimandare, trovare spiegazioni, o non riuscire a riconoscere immediatamente l’enormità del gesto può essere letto come la rappresentazione esasperata di una società che fatica a guardare nella sua crudezza la violenza maschile contro le donne.
Nella teoria della bi-logica, Matte Blanco sostiene che nell’inconscio possa operare una logica “simmetrica”, nella quale le opposizioni proprie del pensiero razionale perdono la loro rigidità e termini apparentemente contraddittori possono coesistere (L’inconscio come insiemi infiniti, 1975). In Serpenti, il paradosso diventa: il femminicidio è contemporaneamente un crimine della gravità più estrema e qualcosa che, nel mondo rappresentato dal film, sembra non riuscire neppure a essere riconosciuto come un delitto. La contraddizione rende visibile ciò che socialmente può essere rimosso o normalizzato. Il protagonista ha compiuto un gesto irreparabile e chiede una punizione. Ma intorno a lui si crea una sorta di vuoto morale. Ed è proprio quel vuoto a diventare inquietante. La gravità del femminicidio sembra evidente a chi guarda il film e, paradossalmente, sempre meno evidente al mondo che il film mette in scena.
La situazione diviene così kafkiana. Il colpevole vuole entrare nella macchina della giustizia, ma la macchina sembra respingerlo. Il suo crimine non riesce ad acquistare agli occhi degli altri il peso che dovrebbe avere.
Il bisogno del protagonista di costituirsi assume anche un significato preciso. Egli cerca qualcuno che confermi e condivida la realtà di ciò che ha fatto. La pena avrebbe la funzione di ristabilire un ordine simbolico, ovvero, se qualcuno uccide, deve essere punito.
Ma quell’ordine non arriva.
Ed è qui che Serpenti diventa particolarmente disturbante. Se persino l’assassino percepisce una colpa che il contesto sociale sembra non riuscire a contenere, dove risiede la vera anomalia? Soltanto nell’individuo che ha commesso il delitto, oppure anche nella società che lo circonda?
Il film sembra così spostare progressivamente l’accusa, allargando il campo e costringendo a osservare i meccanismi collettivi attraverso i quali la violenza contro le donne può essere resa meno visibile. La minimizzazione, l’incredulità, la ricerca di spiegazioni, la trasformazione dell’assassino in un uomo “da capire”, mentre la vittima rischia di arretrare sullo sfondo.
E proprio quest’ultimo elemento introduce forse il paradosso più doloroso. La donna è stata uccisa, ma è l’uomo, vivo, a occupare tutto lo spazio. Sono il suo dolore, il suo senso di colpa, il suo bisogno di espiazione, la sua rabbia a diventare oggetto dell’attenzione degli altri.
La vittima, invece, non può più parlare.
In questo senso Serpenti può essere letto anche come una riflessione sul rischio di una seconda cancellazione della donna. Dopo la cancellazione fisica prodotta dall’omicidio, può avvenire quella simbolica, quando l’attenzione collettiva si concentra sulle motivazioni, sulla sofferenza e sulla psicologia dell’uomo che l’ha uccisa.
I colpi di scena, e i momenti di inquietante (e colpevole) ilarità che suscitano, contribuiscono a rendere il film incredibilmente accattivante giocandosi proprio sull’assurdo.
L’avvocato azzeccagarbugli che spinge l’assassino alla menzogna, il poliziotto preso a flirtare con la collega, e la cartomante che gli indica le vie (alternative a quella vera) per la carcerazione. Alcune delle situazioni semiserie che hanno però la funzione di portare alla riflessione, che tra il tragico e il comico, lascia in bocca un sapore amaro, e le mani tra i capelli.
Bibliografia
Freud, S. (2001). Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio. In Opere di Sigmund Freud: Vol. 5. Il motto di spirito e altri scritti 1905–1908. Torino: Bollati Boringhieri. (Opera originale pubblicata nel 1905).
Matte Blanco, I. (1981). L’inconscio come insiemi infiniti: Saggio sulla bi-logica (P. Bria, Trad. e cur.). Torino: Einaudi.