Il rispetto dell’ambiente. Dal testo freudiano all’enciclica Laudato si

5cure quintoCOSIMO SCHINAIA
Psichiatra, già primario presso il Dipartimento di Salute Mentale di Genova, psicoanalista, membro ordinario con funzioni di training della Società Psicoanalitica Italiana e full member dell’International Psychoanalytical Association.  Tra i suoi libri:

“Pedofilia pedofilie. La psicoanalisi e il mondo del pedofilo,” Bollati Boringhieri, 2001 (tradotto in inglese, spagnolo, portoghese, francese e polacco);

“Il dentro e il fuori. Psicoanalisi e architettura”, Il Melangolo, 2014 (tradotto in inglese). Nel 2016 uscirà per Alpes roma        

A cosa serve una casa se non hai un pianeta decente dove metterla? (Henry David Thoreau, 1860) (1).

Il rispetto dell’ambiente, inteso sia in termini etici che estetici, è stato magistralmente messo in rilievo dall’enciclica “Laudato sii”. Jorge Bergoglio ribadisce il diritto di tutti gli uomini alla bellezza, allontanandosi finalmente da quel pauperismo sofferente, ideologizzato ed estetizzato, che spesso è stato presente negli scritti della Chiesa. Il papa scrive (2015, p. 40): “In alcuni luoghi rurali e urbani la privatizzazione degli spazi ha reso difficile l’accesso dei cittadini a luoghi di particolare bellezza; altrove si sono creati quartieri residenziali ‘ecologici’ solo a disposizione di pochi, dove si fa in modo di evitare che altri entrino a disturbare una tranquillità artificiale. Spesso si trova una città bella e piena di spazi verdi e ben curati in alcune aree ‘sicure’, ma non altrettanto in zone meno visibili, dove vivono gli scartati della società”.

   L’ottica dell’esperto dovrebbe essere più attenta al lavoro sul campo, alla fenomenologia territoriale, all’immanenza degli insediamenti, alla lettura dei contesti, muovendosi elasticamente e delicatamente tra gli aspetti funzionali, estetici, simbolici, antropologici, ponendosi tra continuità e innovazione, evitando lo straordinario e il meraviglioso a tutti i costi e accostandosi creativamente all’ordinario, all’utile, al discreto. 

      L’etica della convinzione esige dedizione e servizio nei confronti dell’opera intesa come costituzione statica e bellezza o proporzione di forma, ma non è scindibile dall’etica della responsabilità che reclama cura del significato sociale dell’opera, ossia della sua convenienza, evitando lo sperpero di risorse, della gestione equilibrata e degli spazi e della loro sostenibilità ambientale (Emery, 2010).   E’ necessario studiare l’impatto ambientale delle opere architettoniche e le tecniche di costruzione o di ristrutturazione che ne riducano il consumo energetico e il livello di inquinamento.

   Frank Lloyd Wright (1957), affermando un rapporto nuovo tra il manufatto dell’uomo e l’opera della natura, sosteneva che ambiente ed edificio sono una cosa sola, che piantare gli alberi nel terreno che circonda l’edificio, quanto arredare l’edificio stesso acquistano un’importanza nuova poiché divengono elementi in armonia con lo spazio interno nel quale si vive.

   Questi temi sono presenti nel pensiero psicoanalitico e già rilevabili nel testo freudiano.

   Freud in Il disagio della civiltà (1929, pp. 582-584) scriveva: “Un paese ha toccato un alto grado di civiltà quando vediamo che i suoi abitanti accudiscono e provvedono opportunamente a tutto ciò che si dimostra di aiuto per sfruttare la terra a beneficio dell’uomo e per difenderlo contro le forze della natura, in breve: a tutto ciò che gli è utile. Siano, in un simile paese, regolati nel loro corso i fiumi che minacciano di straripare, le loro acque guidate da canali verso i luoghi che ne sono privi. Sia il suolo diligentemente coltivato e seminato con la vegetazione a cui esso è più adatto; le ricchezze minerarie siano laboriosamente estratte dalle sue viscere e trasformate negli utensili e nei macchinari voluti…. Ma non basta pretendiamo altre cose dalla civiltà e che l’industriosità degli uomini si applichi al fatto che gli spazi verdi di una città, indispensabili come campi da giuoco e polmoni d’aria pulita, abbiano anche aiuole fiorite. […] Esigiamo che l’uomo civile onori la bellezza ovunque la incontri nella natura, e che la traduca in oggetti per quanto ne è capace il lavoro delle sue mani. […]  Ogni genere di sporcizia ci sembra incompatibile con la civiltà… Bellezza, pulizia e ordine occupano chiaramente un posto particolare fra le richieste della civiltà”.    

   Anche Jung (1950/1977, p. 264) sosteneva che noi tutti “abbiamo bisogno di nutrire la nostra anima, ma è impossibile trovare tale nutrimento in questi casermoni di città, senza un filo di verde, senza un albero in fiore. Il rapporto con la natura è indispensabile”.

   Ricordo ancora riflessioni contenute nello splendido e poco valorizzato libro di Harold F. Searles (1960), L’ambiente non umano, in cui l’analista americano sosteneva che all’interno dell’individuo, a livello conscio o inconscio, vi è un senso di colleganza con l’ambiente non umano che deve essere riconosciuto e rispettato per il proprio benessere psicologico.

   Di recente gli stessi temi sono stati ripresi dai libri di Lorena Preta (La brutalità delle cose) e Mimmo Chianese (Come le pietre e gli alberi) che sembrano in buona sintonia con l’ultima enciclica papale.

      Nel film “Il postino” (1994) di Michael Radford, ispirato al romanzo “Il postino di Neruda” (1986) dello scrittore cileno Antonio Skármeta, Pablo Neruda  dice: “Quando la spieghi, la poesia diventa banale, meglio di ogni spiegazione è l’esperienza diretta delle emozioni che può svelare la poesia ad un animo predisposto a comprenderla”.  E Mario Ruopolo, il postino dall’animo semplice, traduce le parole del poeta, con cui sta interloquendo, in questi termini: “La poesia non è di chi la scrive, ma di chi la usa!”. Mi sembra che le riflessioni di Jacques Derrida possano rappresentare una buona trasposizione di questo dialogo nel campo dell’architettura.

   Scrive Jacques Derrida (2008, p. 171): “L’architettura non è semplicemente un campo circoscritto di edifici, case e uffici. Non è come dipingere o creare determinati oggetti che circolano, ma si tratta di edifici in cui tutti vivono. Dunque, in una certa misura, tutti sono competenti in architettura. […] Il cittadino deve avere il diritto di porre domande all’architetto, buone domande, domande competenti, deve avere il diritto di condividere con l’architetto una certa competenza professionale. Questa è la ragione per cui l’architettura dovrebbe essere insegnata nelle scuole elementari”.

      Alcuni autorevoli urbanisti hanno da tempo affrontato il tema di un’urbanistica che metta al centro l’uomo, l’abitante della città, la sua identità, il rapporto tra luoghi e inconsci, tra inconsci e natura.

   Giancarlo De Carlo (1966) sostiene che la pianificazione è una scienza umana ultradisciplinare o transdisciplinare.

   L’urbanista Bernardo Secchi (2013) sembra riprendere le sue tesi e caldeggia la necessità di una trasformazione dello statuto scientifico dell’urbanistica, che garantisca porosità, permeabilità ed accessibilità alla natura e alle persone: a tutti, indistintamente e si confronti con la storia e l’articolazione delle mentalità e degli immaginari urbani.

      Il filosofo Duccio Demetrio (2005, p. 282) ci dice di porre molta attenzione alle falsificazioni, proponendo un’urbanistica autentica piuttosto che un imbellettamento urbano pseudoriparativo, che non sia in grado di migliorare la vivibilità dei luoghi urbani.

   Come non ricordare, infine, alcune sensazioni circa la vita nelle città, piena di conflitti, contraddizioni, chiaroscuri, così come Freud le ha annotate, per evidenziare un’anticipazione di alcuni aspetti del disagio delle esistenze metropolitane e più in generale della civiltà contemporanea? A proposito di Parigi il 3 dicembre 1885 (pp. 161-162) scrive alla fidanzata: “La città e le persone le sento estranee […]. Mi pare che [i parigini] non siano capaci né di vergogna né di orrore, tutti – uomini e donne – fanno ressa ugualmente attorno alle nudità della vita come ai cadaveri della Morgue e ai manifesti orripilanti affissi per le strade”. Subito qualche riga dopo, però, sottolinea gli aspetti attraenti della città francese: “Lo splendido lato esterno, il vortice umano, l’infinità di prodotti offerti in modo invitante, le strade lunghe tre quarti d’ora, il mare di luce la sera, l’allegria e la cortesia generale della gente, e allora, per riuscire a mettere d’accordo quest’aspetto con l’altro, occorre saper capire molte cose”.

   A proposito dell’America, ecco come Jones riporta alcune annotazioni di Freud: “Sì l’America è uno sbaglio, gigantesco, è vero, ma non per questo meno colossale, ” (Jones, 1953, p. 84). Commentando una visita Coney Island a New York, scrive: “Un Prater visto con la lente d’ingrandimento” (p. 79), ma poi visitando le cascate del Niagara Jones annota che “le trovò ancora più grandiose di quello che immaginava” (p. 82). Giancarlo Ricci (1995, p. 121) a proposito della visita a New York scrive: “Freud non si lascia affascinare dalla metropoli del ‘progresso’ e della ‘libertà’, dal paese giungla, dalla città spettacolo”. Bisogna però aggiungere, a riprova della complessità dei suoi giudizi, che si lascia affascinare dall’impetuosità delle cascate, dalla possanza della natura.

    Il commento relativo a una sua visita a Genova nel 1905 è contenuto nella cartolina postale inviata sua moglie il 13 settembre, in cui evidenzia la mancanza di verde nel paesaggio cittadino e una certa somiglianza con l’urbanistica viennese: “Tutto pietra, solo vie come la Herrengasse e piazze con palazzi, inoltre il porto, fortezze, il mare, il cimitero, tutto estremamente elegante, quasi caparbiamente” (Freud, 1905, pp. 208-209). Anche nei giudizi su Vienna e Genova si oppongono senza elidersi bellezza ed eleganza architettonica e mancanza di verde.

   L’anonimato metropolitano di Parigi, ma anche la cordialità dei parigini, la tendenza al colossale negli Stati Uniti, ma anche l’esuberanza della natura selvaggia, la mancanza di verde nelle pur eleganti Vienna e Genova sono annotazioni che ancora oggi hanno una grande validità di urbanistica critica, non unidirezionale, scevra da pregiudizi, come del resto annota Papa Francesco (2015, pp. 39-40) quando riscontra “la smisurata e disordinata crescita di molte città che sono divenute invivibili dal punto di vista della salute, non solo per l’inquinamento originato dalle emissioni tossiche, ma anche per il caos urbano, i problemi di trasporto e l’inquinamento visivo e acustico. […] Ci sono quartieri che, sebbene siano stati costruiti di recente, sono congestionati e disordinati, senza spazi verdi sufficienti. Non si addice ad abitanti di questo pianeta vivere sempre più sommersi dal cemento, asfalto, vetri e metalli, privati del contatto fisico con la natura”.

   L’accostamento tra alcuni temi dell’enciclica del Papa e alcuni testi psicoanalitici e filosofici ha il senso di mettere in discussione la netta contrapposizione tra “materialismo” e “spiritualismo”, nei termini in cui sono stati intesi fino al secolo scorso. Penso che queste categorie vadano perlomeno rivisitate e non solo perché tanto in Freud, quanto in Marx sono visibili in alcuni passi l’attrazione per lo spiritualismo e il suo influsso, quanto perché vi è il rischio di una contrapposizione ideologica che in questa fase storica non serve a nessuno.  Ovviamente restano diverse alcune valutazioni etiche, nonché alcuni aspetti ideologici, ma credo che vada valorizzato quello che accomuna, pur non scordando quello che ci differenzia.

   Qualche mese fa sono stato a Taranto, la mia città natale, a presentare il mio libro Il dentro e il fuori. Psicoanalisi e architettura, ed è nato un dibattito acceso tra i sostenitori della Taranto della memoria e della nostalgia, antecedente l’insediamento dell’ILLVA, fatta di operai dei cantieri navali e dell’arsenale militare, di contadini e mitilicultori, nonché di intellettuali legati alla loro terra e i fautori della Taranto post ILLVA, in cui sono stati incrementati i commerci, dove è aumentato generalmente il benessere individuale e familiare, e con il tenore di vita sono aumentate la possibilità di case non degradate e umide, di accesso allo studio per un numero elevato di ragazzi (molti dei quali emigrati al nord o all’estero). Il dilemma è diventato ancora più acuto di fronte alla realtà attuale in cui si da una parte si sono schierati i fautori del diritto al lavoro e quindi al mantenimento, seppure meno tossico, delle produzioni dell’acciaio, dall’altra i fautori di un nuovo modo di produrre tout court, di un nuovo modello di sviluppo che cancelli definitivamente la situazione precedente in nome del diritto alla salute. E’ terribile dover tifare per la salute o per il lavoro, per il diritto al benessere economico o per il diritto alla bellezza e alla salubrità del luogo in cui si vive.

   Finora ha prevalso, seppure con molti distinguo, la prima opzione e anche nel testo freudiano traspare nei confronti del progresso un’opzione del tipo “adelante Pedro, con juicio”. I valori della sopravvivenza e del lavoro prevalgono, anche se vengono attutiti dalla presenza del verde e dall’attenzione alla natura. Oggi, però, sono sempre di più i pensatori, laici e no, che tendono a riequilibrare la relazione uomo-natura rispetto ai termini otto-novecenteschi, per cui, pur senza sconfinare nell’idea di una decrescita felice, il diritto alla bellezza, alla conservazione del pianeta, nonché al benessere psicofisico e, quindi, al futuro dei nostri figli, non è più soltanto qualcosa da tenere anche presente nella nostra idea di progresso, ma diventa parte integrante, costituente del progresso stesso, la gamba senza cui il progresso non può reggersi.

NOTE

(1) “What is the use of a fine house if you haven’t got a tolerable planet to put it on?”, Lettera a H.G.O. Blake, 20 Maggio, 1860.