Sull’Equilibrio

8cure ottoCONO ALDO BARNA’

è medico psichiatra e psicoanalista con funzioni di training dell’International Psychoanalytic Association (IPA) e della Società Psicoanalitica Italiana (SPI).Vicepresidente della Società Psicoanalitica Italiana.Vive e lavora a Roma. E’ stato presidente del Centro di Psicoanalisi Romano, sezione locale della SPI, e redattore della Rivista di Psicoanalisi.
E’ stato membro didatta dell’Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo (IIPG) di cui ha diretto la Rivista Gruppo e funzione analitica.
Si è interessato soprattutto di epistemologia psicoanalitica, ermeneutica e formazione degli operatori della salute mentale. Argomenti su cui ha scritto alcuni lavori scientifici.

Se mi avessero detto, da giovane, che avrei dovuto un giorno, dissertare sull’equilibrio, avrei sicuramente riso della cosa, divertito e preoccupato insieme.

Da niente infatti mi sono sentito così lontano e insieme sconcertato, quanto dal possesso, se non dalla concezione stessa dell’equilibrio.

L’unico equilibrio che in realtà ricercavo con passione era quello relativo alla conduzione spericolata delle bici e dei motorini lungo i tornanti esasperati della strada che dal paese saliva verso le colline.

Consideravo in verità la condizione, e insieme il concetto di equilibrio, una vera aporia, una condizione quasi virtuale oltre che un predicato reazionario per la condizione umana.

In realtà l’equilibrio è una relazione dialettica virtuosa tra gli elementi e le forze di un sistema; spesso ipotetica e virtuale. Soprattutto esso è un’utopia alla quale si tende per approssimazione. La scoperta dei sistemi caotici ha reso poi ancora più complesso il concetto e più problematica la sua definizione e la realizzazione. Ciò che caratterizza di fatto le situazioni materiali, ma soprattutto quelle spirituali e psicologiche.

Non che non avessi passione per l’apprendimento e la conoscenza. Tra l’altro era successo anche a me, come al buon Camilleri, di ottenere da mio padre il permesso precoce di abbeverarmi liberamente alla sua biblioteca. E là finivo per trovare le pezze d’appoggio alle fantasie onnipotenti e ribellistiche della mia adolescenza e della prima ingenua politicizzazione.

Dell’equilibrio pensavo confusamente le stesse cose alle quali, in quegli anni, Gilbert Simondon dedicava le sue opere ragionando d’individuazione collettiva e di equlibrio metastabile.

Anche per me l’individuazione e la ricerca dell’equilibrio si coniugavano con l’elemento collettivo, all’interno del quale pensavo poteva esprimersi con più forza la mia risonanza interna.

Da questo punto perciò Il mio discorso diventa relativo ad un itinerario nel quale la mia ricerca privata si è più o meno confusa, sovrapposta e, forse talvolta, distinta, da quella della generazione tutta alla quale appartengo.

Si tratta della generazione nata attorno alla fine del secondo conflitto mondiale, e cresciuta in un dopoguerra stentato dapprima, ma anche generoso di avanzamenti e conquiste materiali e ideali.

In quel dopoguerra, la nostra ricerca di protagonismo e di equilibrio si svolgeva nell’assimilazione del principio aristotelico secondo il quale l’uomo trova nel “fare politica” la misura insieme de sé e dell’altro, o, per dirla con Don Milani: “la politica è uscirne insieme”.

Del resto eravamo nati assieme all’avvento della Repubblica che aveva sancito l’esito catastrofico di uno di quei periodi di alienazione di massa, di funzionamento collettivo in assunto di base, che purtroppo ricorrono episodicamente nel nostro paese

Avevamo così respirato lo spirito fondativo della nostra Carta fondamentale, l’anima di quel costituzionalismo che ha saputo guidare e orientare, attraverso un umanesimo largo e variegato, le conquiste sociali e civili del nostro tempo.

Coltivavamo quindi, all’ombra del dettato costituzionale e oltre, l’avvento di migliori utopie egualitarie e ci esercitavamo a declinare le nostre convinzioni, quando il ’68, con i suoi slogan e i suoi riti, attraversò il pensiero e il costume del mondo.

Non mi avventuro nella disamina delle virtù e delle colpe del ’68, ma sono convinto anch’io, come altri, che dobbiamo ad esso e alla generazione che lo animò, l’avvento di alcuni avanzamenti fondamentali nella concezione e nella realtà dei diritti della persona.

A noi ha regalato, tra l’altro, uno ”specifico” particolare attraverso il quale perseguire, nella ricerca personale e collegiale dell’equilibrio, un discreto avanzamento della civiltà: La scelta della psichiatria, come sbocco degli studi di medicina, e la partecipazione appassionata al movimento di rinnovamento della medicina e della psichiatria che si svolgeva in quegli anni animato dalle riflessioni puntuali di Giulio Maccacaro e di Franco Basaglia.

Di quest’ultimo soprattutto è innegabile la capacità di trascendere gli stessi confini della psichiatria e della medicina per inserirsi nell’obbiettivo più ampio della lotta contro l’istituzione della violenza.

La soppressione del manicomio e la fine del custodialismo rappresentavano un aspetto parziale della più ampia battaglia per l’affermazione della soggettività individuale e della garanzia collettiva contro gli apparati opprimenti attivi nella società.

Così l’opera di Basaglia e quella dei suoi allievi si colloca all’interno del contesto politico, culturale ed istituzionale nel quale maturano altre conquiste fondamentali della società italiana.

Negli stessi anni lo statuto dei lavoratori muta i rapporti all’interno della fabbrica e le relazioni nelle politiche industriali, l’occupazione delle università cambia il volto dell’Accademia, costringe a riscrivere, almeno in parte, i rapporti tra docenti e discenti, il referendum sul divorzio e poi la legge 194 sull’interruzione di gravidanza delineano un nuovo ruolo della donna dentro e fuori dei rapporti familiari.

Si svolge così, per alcuni anni, un clima di significativa evoluzione del costume politico, con nuove forme di esercizio della libertà di riunione e di manifestazione del pensiero, per il proliferare di momenti associativi nuovi, come i collettivi studenteschi, le associazioni culturali di nuova forma e natura e i comitati referendari, i movimenti di opinione formatisi sotto sigle estemporanee e in continua mutazione.

Durante lo svolgimento di questa fase della storia, sul versante personale della mia individuazione e della ricerca esistenziale d’equilibrio, associai alle mie esperienze quella dell’analisi personale e della formazione psicoanalitica che, da anni, attendevo di poter compiere a integrazione di esigenze e motivazioni anch’esse percepite precocemente nel corso della mia formazione.

Si trattava in realtà del desiderio di utilizzare come competenza ulteriore un percorso che mi consentisse allo stesso tempo di raggiungere una migliore integrità interiore assieme ad una maggiore consapevolezza maggiore dei limiti e delle forze di cui disponevo.

Spero che tale obbietivo sia stato, almeno in parte, raggiunto assieme alla convinzione dell’ulteriore metamorfosi rivoluzionaria che la psicoanalisi ha prodotto sull’orizzonte della nostra cultura e nelle nostre convinzioni sulla vita dell’uomo.

Freud ha scoperto che l’essere umano è una narrazione di ricordi, di fantasie e di mitologie. Il vissuto e la sofferenza che tale narrazione comprende sono universali e particolari insieme; quello che è successo, di reale e di fantasmatico, ha comunque lasciato segni: cicatrici sintomatiche attive.

Della loro natura e dell’origine presumibile si occupa l’ermeneutica psicoanalitica. E’ un lavoro individuale coscienziale, ma anche un contributo all’avvento di un’etica della responsabilità dell’uomo come realtà storico-sociale e come agente del destino di tutti.

In anni non lontani da quelli delle formulazioni freudiane, già Darwin aveva affermato, non senza un personale turbamento, che non siamo altro che animali, frutto di una storia complessa: la nostra evoluzione.

Un’evoluzione che contiene il segreto della crescita e della triplicazione del cervello negli ultimi tre milioni di anni. Crescita nel corso della quale sono comparsi gli strumenti per la manipolazione della natura e la nostra autocoscienza. Forse assieme ad esse sono comparsi l’onnipotenza narcisistica dell’uomo e il senso di colpa. Una coppia funzionale che si è installata, accanto al determinismo biologico, nella nostra evoluzione culturale.

Il risultato felice di tale dialettica dovrebbe condurre alla formazione di un Io polItico-sociale, capace di riconoscere e rispettare l’interesse comune alla base della nostra personale libertà, in quanto guidato da una salda coscienza morale.

A questo punto però la mia storia diventa cronaca, interrogativo comune sullo stato dell’arte.

Svolgiamo le nostre riflessioni in una congiuntura socio-politica nella quale si sta declinando l’ipotesi che il futuro sia un’epoca postuma nel senso che la fiducia nel progresso complessivo dell’umanità appare come una fede tramontata, un’illusione di altri tempi. Uno dei problemi riconosciuti alla base di questa condizione di sfiducia nel progresso consiste nell’indebolimento della capacità delle istituzioni democratiche del mondo di sottoporre a un effettivo controllo il potere delle oligarchie economiche e politiche, le quali dispongono di mezzi enormi per influenzare gli strati subalterni a sostegno dei propri interessi.

In termini macro-economici, secondo uno studio di eminenti economisti dell’università di Princeton, siamo di fronte ad un “nuovo paradigma” della globalizzazione che fa preventivare la prossima “delocalizzazione” di circa il 20% dei posti di lavoro delle economie occidentali.

L’analisi della situazione ambientale del mondo denuncia frattanto la scomparsa progressiva delle rane arlecchino. Assieme ad altre migliaia di specie si estinguono travolte dalla violenta accelerazione dell’effetto serra. Stiamo così cancellando la vita dei 5-10 milioni di specie con cui condividiamo il pianeta a un ritmo che è circa dell’uno per cento l’anno.

Secondo il Living Planet Report per il 2006, redatto dal Wwf, a parte l’effetto serra, preleviamo più acqua, più minerali, più pesce di quanto gli eco-sistemi possano produrre. Sembra così che già a partire dal 2040 i mari saranno spopolati.

La calotta di ghiaccio della Groenlandia si scioglie al ritmo di 100 miliardi di tonnellate all’anno. Con tale ritmo si prevede che entro il 2050 saranno scomparse un milione di specie animali e vegetali. Addio Calcutta, addio San Francisco, addio Olanda. Per sopravvivere avremo bisogno di due pianeti.

Molti biologi descrivono quanto sta succedendo sotto i nostri occhi come la sesta estinzione di massa della storia della terra, la prima che porta la firma dell’uomo.

L’uomo quindi, creato ad immagine del Creatore di tutte le cose, l’unico animale capace di speculazione riflessiva a motivo dello sviluppo della sua corteccia cerebrale, ciò che lo rende capace anche di visualizzare il bello, di concepire la morte e di produrre la musica di Mozart; ebbene l’uomo, nella sua articolazione planetaria individuo-gruppo-istituzione, sta producendo, assieme alla persistenza delle sperequazioni, delle guerre e dei fondamentalismi, condizioni irreversibili di danneggiamento del suo habitat.

Certamente tutto ciò è relativo ad un fallimento della politica e soprattutto del dialogo tra i vari modelli di sviluppo, che si stanno rivelando insufficienti e incongrui rispetto alla distribuzione delle risorse, alla pace e alla stessa sostenibilità ambientale da parte del nostro pianeta.

Più profondamente è un fallimento e una condizione inquietante dell’uomo, del suo “buon senso” e delle prerogative costruttive delle formazioni collettive in cui egli si declina: soprattutto delle istituzioni che si è dato.

Un fallimento antropologico direi: ciò che ci fa parlare dell’uomo come di un “animale sbagliato”, alla fine sostanzialmente distruttivo e incapace di sopravvivere alle contraddizioni in cui si avvita.

A proposito di tutto ciò, nel tentativo di capire tale tragica evoluzione e le insistenti difficoltà a cercare utili rimedi di “civiltà”, ci vengono in aiuto, per prime, le categorie metapsicologiche formulate da Freud a proposito dell’individuo e delle formazioni sociali. Soprattutto ci vengono incontro le preziose teorizzazioni di tanti autori sugli aspetti narcisistici distruttivi dei gruppi umani e delle istituzioni “in sofferenza” (Kaes, 1988).

Basti ricordare a proposito gli studi di Erikson o di Rustin su individuo e società, quelli di Kaës sulla psicopatologia dei legami istituiti, quelli di Kernberg sull’evoluzione paranoica nelle organizzazioni o quelli di  Green, di Enriques o di Diet sul lavoro della morte e della distruttività nelle istituzioni.

Non mi sembra quindi che certe letture dell’istituzione appartengano alle ubbie di una generazione radicalmente anti-istituzionale. Esse, più e oltre che all’estensione del “senso comune”, appartengano all’analisi della distruttività ineluttabile dell’individuo e del gruppo e alle forme antiche e moderne in cui essa si declina, nonostante le nostre aspettative professionali e politiche.

In questa visione dell’individuo e della gruppalità della mente siamo debitori di tutta la tradizione psicoanalitica, a partire da Freud per giungere, attraverso la Klein, a Meltzer e a Bion, mediante cioè la formulazione di tutti quei concetti che hanno, prima, fondato l’esistenza del “mondo interno” e poi quello di “gruppalità interna”, di “campo”, e di “interiorizzazione trans-generazionale”  del soggetto.

Non vorrei però concludere con l’impressione che lo sviluppo di un modello psicodinamico di lettura dei fatti abbia finito per rendere meno vivo e attento il vertice storico-politico della mia comprensione di essi.

Ho così l’impressione, e con ciò concludo, che il modello di sviluppo capitalistico dominante abbia sancito l’evoluzione moderna antagonista dei contesti gruppali, giustificando in termini funzionali gli aspetti psichici profondi di carattere narcisistico operanti in essi a discapito delle valenze solidaristiche e cooperative basate sui movimenti depressivi di “accoppiamento”.

Non trovo peraltro convincenti le recenti teorizzazioni a favore dell’avvento di una nuova economia collaborativa o le ipotesi relative ad un modello di governance mondiale adatto a controllare l’egoismo sfrenato degli stati.

Ritengo comunque che l’equilibrio possibile, se ce ne potrà essere qualcuno, non dovrebbe essere lontano, qualora ciò fosse possibile, da una del tutto miracolosa risultante virtuosa dell’intreccio problematico che ho affrescato riferendo di me e della mia generazione.