Parole chiave: Incesto, Edipo, Nazismo, Perversione, Coscienza morale, Führer, etica, fato
In questo lavoro, Moressa utilizza Il dio Kurt di Alberto Moravia come una vignetta clinica attraverso cui analizzare, in prospettiva psicoanalitica, il rapporto tra Edipo, incesto, coscienza morale e distruttività nazista.
La tragedia moraviana diventa così uno spazio di riflessione sul rifiuto del limite, sulla perversione e sulla dissoluzione delle strutture simboliche che fondano il legame umano.
IL DIO KURT: EDIPO NEL LAGER
UNA LETTURA PSICOANALITICA DEL DRAMMA DI ALBERTO MORAVIA
di Pierluigi Moressa
Le suggestioni derivanti da un’opera letteraria conducono a volte in direzione del pensiero clinico. Questo mi è accaduto di sperimentare con la lettura di un testo teatrale che tocca in modo esplicito alcuni temi centrali della psicoanalisi. L’espressione diretta delle dinamiche legate all’incesto e all’Edipo mi ha sollecitato un confronto con la riflessione teorica, cosa che consente di ampliare i punti di vista contenuti nella stessa opera e resi espliciti dal suo autore.
Portato in scena il 27 gennaio 1969, Il dio Kurt è un dramma che Alberto Moravia scrisse nel periodo in cui approfondiva temi legati alla psicoanalisi. Qui l’autore affronta aspetti che lo pongono “in dialogo con la maggiore drammaturgia novecentesca: il nazismo e la persecuzione razziale, il tema edipico … il teatro nel teatro” (Vazzoler, 1998, 50). Entro i romanzi, Moravia indica la psicoanalisi come lo strumento impiegato dalla borghesia per cercare un alibi alle proprie perversioni, inquadrandole originariamente nella prospettiva del rapporto “malato” coi genitori; dall’altro lato, egli rappresenta l’attività sessuale di individui caratterizzati da una libido non piacevole né gioiosa: riflesso della noia decadente che pervade l’umanità.
Il dio Kurt resta un episodio isolato nella scrittura moraviana; il dramma dei personaggi e lo strumento psicoanalitico sono accostati a riflessioni sull’etica sociale e sui conflitti psichici. Nella cruda atmosfera di un campo di concentramento nazista, si alza il sipario. L’albero di Natale addobbato ci informa sul periodo dell’anno, mentre dalla finestra si scorgono i rami di un altro abete cui sono stati impiccati alcuni prigionieri. La struttura della pièce prevede che alcuni attori fungano da spettatori sul palco: sono ufficiali, soldati, deportati. Kurt, comandante delle SS, espone le ragioni della rappresentazione. I campi di lavoro appaiono luoghi ideali per svolgere esperimenti scientifici tramite l’asservimento degli esseri umani al ruolo di cavie. Nessuno ha mai messo in atto un esperimento culturale che a Kurt appare determinante per formare gli uomini nuovi che abiteranno il mondo. Al fine di instaurare questa civiltà è necessario liberarsi dei pregiudizi: il primo è la morale che va abolita perché di derivazione ebraica. Il mondo, così liberato, si trasformerà in un luogo senza dio, perché ogni uomo sarà a tutti gli effetti un dio: “… anche il dio Kurt” (Moravia, 1969, 442). La nuova nazione troverà fondamento nella figura del Führer e non più nella famiglia: “questo nodo inestricabile di rapporti naturali e innaturali, di tabù e di pregiudizi, di passioni represse e sentimentalismi […] Finché ci sarà la famiglia, ci sarà la morale” (Moravia, 1969, 445-446). L’esperimento culturale prevede, dunque, la rappresentazione dell’Edipo re di Sofocle: la tragedia familiare per eccellenza. Tutte le tragedie riguardano la famiglia, tanto da far supporre che, senza la famiglia, la tragedia non sarebbe esistita. Kurt dichiara di essere debitore alla teoria freudiana per ciò che concerne l’analisi della tragedia di Edipo. Sulla famiglia Freud ha compiuto due affermazioni. Secondo Kurt, una è vera, l’altra falsa: “la vera è che in ogni famiglia, se la natura fosse lasciata libera […], genitori e figli avrebbero tra di loro dei rapporti sessuali. La falsa è che bisogna reprimere la natura, cioè creare dei tabù” (Moravia, 1969, 447). L’abolizione della morale comporterebbe il tramonto dei divieti e del circuito di “desiderio, proibizione, infrazione, voluttà dell’infrazione, pentimento, di nuovo desiderio: quello che gli ebrei chiamano coscienza morale” (Moravia, 1969, 448). All’interno dei campi di concentramento, il nazismo ha instaurato l’ablazione della morale. Ne è sortita un’educazione capace di indurire l’animo e abolire il senso etico dei soldati. L’esperimento culturale voluto da Kurt comporta non solo la rappresentazione della tragedia di Edipo, ma anche la sua reale messa in atto da parte degli attori: una famiglia di ebrei, in cui il padre interpreterà Laio, la madre Giocasta, il figlio Edipo. Rispetto al testo di Sofocle, Kurt aggiunge un personaggio da lui portato in scena: il Fato, forza misteriosa che decreta la vita e la morte degli uomini e assorbe le figure di Tiresia, del messaggero, del pastore.
I deportati provengono dalla stessa città di Kurt. Saul, il figlio, appare per primo e ripercorre col comandante le vicende del passato. Kurt, orfano dei genitori, viveva di rendita, abitando con Ulla, sua sorella, di cui era segretamente innamorato. Kurt aveva favorito un incontro erotico tra Ulla e Saul. Il giovane, convinto che Ulla lo amasse, la chiese in sposa, annunciando di voler trasferirsi con lei negli Stati Uniti; in realtà, Kurt intendeva allontanare i due giovani. Anche Ulla avrebbe voluto sposare Saul e condurre un’esistenza normale. Kurt si oppose brutalmente; anzi, quando Ulla scoprì di essere incinta, la costrinse ad abortire e a denunciare Saul al tribunale per i delitti contro la razza. Ulla, subito dopo, si uccise. Donna bellissima, tragica e profonda, viene paragonata alla Sfinge: “allora ho capito che Ulla era stata la Sfinge così per me come per Saul. Ma per me era stata la Sfinge che uccide perché non si è stati capaci di risolvere l’enigma; per Saul, invece, la Sfinge che si uccide perché l’enigma è stato risolto” (Moravia, 1969, 484). Il fallimento di Kurt è nato dall’aver proposto a Ulla una vita “eroica nella quale un fratello e una sorella si sarebbero amati e tuttavia non avrebbero commesso incesto” (Moravia, 1969, 484): stato di non separatezza, in cui evitare di incontrare il diverso da sé, l’estraneo, il nuovo, condizione che fa pensare ad alcune situazioni cliniche destinate a diventare sintomatiche.
Il trattamento riservato a Saul nel campo di concentramento è stato inconsueto. Isolato in una baracca, ha ricevuto razioni di cibo abbondanti, godendo della completa esenzione dal lavoro. Con la complicità di un guardiano, gli è stata offerta la possibilità di avere rapporti sessuali con donne ebree, scelte tra quelle destinate al bordello degli ufficiali. Gli incontri dovevano essere rapidi, avvenire al buio senza che Saul potesse vedere il volto delle donne. Saul aggiunge: “Non era erotismo il mio […] Forse un bisogno di nascondermi nel luogo stesso dal quale ero stato cacciato, nascendo; di rannicchiarmi nel ventre della donna e di non uscirne più […] in quelle donne io sentivo più la madre che l’amante” (Moravia, 1969, 488). La risposta di Kurt appare insolitamente pacata: “le donne sono al tempo stesso sorelle, figlie, madri. Il ventre delle donne non conosce parentele” (Moravia, 1969, 489). Una mattina il guardiano ha annunciato a Saul che la tresca era stata scoperta. Per evitare la condanna a morte, dovevano fuggire. Durante l’uscita dal campo, hanno trovato sulla loro strada un uomo in uniforme che volgeva loro la schiena. Saul, con la pistola ricevuta dal guardiano, è stato invitato a sparargli e a ucciderlo. Sono arrivate, allora, le sentinelle che lo hanno trascinato sul palcoscenico. Viene portato il cadavere dell’uomo in uniforme. In lui, l’attore riconosce il proprio padre, Samuele. Vestito da soldato, è stato lasciato sul cammino dei due fuggitivi, perché suo figlio fosse obbligato a ucciderlo. Saul è tormentato, sente arrivare qualcosa di terribile. Kurt gli rivela che ha avuto rapporti sessuali non con donne diverse, ma con una sola: sua madre Myriam. Alla donna è stato detto che, se non avesse acconsentito a questo esperimento, il figlio sarebbe stato impiccato. Al buio, in silenzio, durante il quarto d’ora concesso al rapporto, Saul non si è accorto dell’identità della donna. Per di più, Myriam è stata resa gravida da suo figlio. Myriam viene introdotta sulla scena. Kurt interroga Saul: c’è stata qualche differenza tra i rapporti con Myriam e quelli praticati con altre donne? I rapporti, entrambi ammettono, sono apparsi normali. Kurt annuncia che la tragedia sta per finire; fa portare la corda con cui Myriam dovrà impiccarsi e due spille che Saul sarà obbligato a impiegare per accecarsi. I due rifiutano di eseguire l’ordine. Kurt è irritato: se il dramma non viene portato a compimento, il Fato crolla. Saul estrae la pistola che gli è stata lasciata e spara a Kurt. Due guardie lo bloccano, ma Kurt, ferito, lo fa liberare: “il deportato non ha ferito il comandante del campo, signori; ha ferito il suo Fato” (Moravia, 1969, 506). La tragedia di Edipo appare svuotata; la famiglia tradizionale, di conseguenza, non può esistere più: il Fato antico se ne va. Kurt sta morendo. La sua uccisione annuncia un nuovo Fato, quello moderno: oscuro e misterioso, imperscrutabile e spietato, identificato col Fato tedesco capace di punire Saul non per ciò che ha commesso, ma perché è nato. Kurt ammette che la Germania sta perdendo la guerra e annuncia che è l’idea ad avere vinto. I nazisti sono assassini, è vero; la generazione che li seguirà dovrà essere libera ed eroica, incarnata da uomini-dèi. Egli constatata che alla tragedia individuale e familiare sta subentrando quella collettiva. Il nuovo comandante è Horst. A lui si rivolge Saul: chiede di essere messo a morte per avere ucciso Kurt. Horst rifiuta: non possono essere puniti gli attori per ciò che compiono sul palcoscenico. Saul insiste: chiede la pena capitale per l’uccisione di suo padre, i rapporti sessuali con sua madre e il tentativo di fuga. Horst è irremovibile: Saul e Myriam dovranno partecipare alle attività previste nel campo, essere inglobati tra i deportati. Il nuovo capo proclama che l’esperimento è riuscito. La scena resta vuota, mentre, sulle note di una marcia hitleriana, cala il sipario.
Con l’assunzione di un punto di vista critico sul male, Moravia consente l’uscita dal conflitto tra l’ubbidienza alle leggi perverse e la libertà individuale. La posizione di Saul appare il frutto di un’elaborazione in cui l’autore esprime il richiamo all’etica dei comportamenti; questa si rende palese col bisogno di condanna per atti che violano i fondamenti dell’umana convivenza. Attraverso i passaggi del dramma, che ho ritenuto opportuno riportare dettagliatamente per dare conto dei processi mentali in atto, si ritrovano elementi della clinica e dello sviluppo psichico. Moravia riesce a renderli efficaci in un parallelo tra la vicenda teatrale e il dramma interiore di Saul – Edipo.
Necessità della mente matura, la coscienza morale ha inizio con l’attraversamento del complesso edipico. Così, la vicenda di Edipo raffigura lo stato dei desideri comuni all’umanità. Saul esprime la non accettabilità del progetto perverso di Kurt, che, negando l’esistenza dell’incesto, avrebbe cancellato non solo l’istituzione familiare, ma anche le differenze presenti nello stato di fratelli e di genitori e figli. L’abolizione di questo rilievo annullerebbe la coscienza morale, non consentirebbe al soggetto di sperimentare la conflittualità edipica e nemmeno di elaborarne le angosce, destinate perciò a essere evacuate attraverso comportamenti agiti. La perversione cui gli attori sono stati costretti trova adeguata analisi nelle parole di Saul che delinea il valore simbolico della rappresentazione: “l’arte consiste proprio nel contrario di quello che mi è stato fatto fare senza che me ne rendessi conto, cioè nel contrario della cruda e sanguinosa realtà della vita vissuta, nel simbolo innocuo e liberatorio […] c’è un Edipo più vero, più reale dell’Edipo che vi sta davanti nella mia persona, e questo Edipo vero è quello del dramma di Sofocle. Un Edipo fatto di parole eppure eterno e indistruttibile. Questo Edipo non ha ucciso suo padre, non si è giaciuto con sua madre; eppure, al tempo stesso, ha ucciso tutti i padri e si è giaciuto con tutte le madri, dai tempi del mito greco a oggi” (Moravia, 1969, 503-504).
Kurt configura la posizione in cui l’ablazione della morale discende da un assetto perverso. La propria sottrazione al conflitto con i genitori gli ha consentito di non affrontare le angosce del periodo edipico e di ritenere l’incesto un atto naturale fino a pretendere di cancellarne il nome. In realtà, il clima incestuale instaurato con la propria sorella testimonia l’evitamento del complesso di Edipo: “là dove l’Edipo ha messo radici non c’è posto per l’incestuale” (Racamier, 1995, 80). Una forma di arcaica pseudomoralità pare aver relazione con quella difesa dalla tentazione del complesso edipico descritta da Freud (1938), capace di generare un individuo che si pone al di fuori del conflitto fino a incarnare dimensioni di onnipotenza infantile.
Questa posizione può essere accostata a quella del bambino che talvolta forma un “tesoro” gelosamente conservato. Si tratta “di oggetti eterogenei, usati, rotti e disparati, sporchi, senza alcuna utilità e alcun valore” (Grunberger, 1971, 270), trovati, collezionati, a volte rubati, infine posti entro uno spazio distinto dal mondo degli adulti e denso di caratteri anali (accumulo, sporcizia, sentimento di autosufficienza). Il significato del tesoro è quello del forte investimento narcisistico. Esso “rappresenta un vero sistema di protezione contro le angosce di castrazione” (Grunberger, 1971, 271). Tale stato, nell’adolescenza, è destinato a svelare, di fronte alle nuove spinte pulsionali, una frammentazione dell’Io, per l’incompletezza di un processo maturativo che non ha potuto realizzare efficacemente i passaggi legati alle identificazioni precoci. “L’Io resta frammentario … senza riuscire a condurre a termine le proprie identificazioni edipiche, la cui meta non può consistere che nell’unificazione della personalità” (Grunberger, 1971, 279). In questa fase, uno stato di equivalenza simbolica col possesso del tesoro infantile è offerta dal “sistema di proiezioni multiple […] dove il … narcisismo si rinforza … mediante una molteplicità di riflessi speculari, comuni a un certo gruppo di adolescenti ed entro lo stesso sistema” (Grunberger, 1971, 279). Accade sovente che un simile gruppo adolescenziale si strutturi attorno a un personaggio identificabile come Idolo cui vengono attribuiti poteri ideali, a volte magici. Anna Freud indica questo soggetto col nome di Führer; in lui si individuerebbe una funzione mediatrice, anche in virtù della sua età, collocata fra quella degli adolescenti e dei loro genitori. Grunberger sottolinea, invece, come il Führer finisca per offrire non la mediazione, ma il “vertice della resistenza contro il mondo adulto, cioè contro l’Edipo” (Grunberger, 1971, 279). La mancata integrazione dell’Edipo non consente neppure lo sviluppo del Super-Io maturo e di un’adeguata coscienza morale. Questo tipo di adolescente si dibatte fra il Super-Io materno arcaico e l’ideale estetizzante dell’Io. L’Idolo si pone come un oggetto arcaico onnipotente, capace di sconfiggere le esigenze della realtà adulta. Per questo, “si riterrà che egli sappia e possa tutto; appartenergli rappresenta una festa maniacale e tutto ciò che dirà o farà sarà perfetto” come risultato della fantasmatica attribuzione di un “fallo magico” (Grunberger, 1971, 280).
L’adolescenza comporta una riorganizzazione della sessualità e la riapertura di conflitti psichici. Entro la dimensione narcisistica della “configurazione edipica” (Faimberg, 2005, 86), si pone in rilievo una più ampia gamma di contenuti intrecciati alle relazioni dell’adolescente. Egli ha bisogno di essere riconosciuto dai genitori “come differenziato dalle loro storie edipiche. Naturalmente questa differenziazione si realizza solo in parte poiché i genitori hanno sempre desideri inconsci” (Faimberg, 2005, 76). La svolta verso l’età matura è un passaggio determinante per risolvere “la coesistenza di illusioni onnipotenti di natura narcisistica e della responsabilità psichica dei desideri (edipici) inconsci” (Faimberg, 2005, 103). Così, Kurt è l’emblema del blocco maturativo dell’individuo e di un’intera nazione coinvolta nella soggezione all’Idolo incarnato dal Führer, attestata su una posizione che si rispecchia entro il “doppio narcisistico” (Faimberg, 2005, 100). Saul rappresenta l’alter-ego di Kurt ed esprime una spinta evolutiva attraverso l’omicidio del comandante, inevitabile morte del Fato che apre la strada alle identificazioni adulte. Questo comporta l’assunzione di responsabilità e la percezione del senso di colpa, che il personaggio esprime attraverso la richiesta di essere condannato per i misfatti commessi. Il ritorno nel gruppo dei deportati segna la fine del dramma. Allo stesso modo l’assunzione di una coscienza morale pone l’individuo in contatto con sé stesso e con le necessità etiche del gruppo sociale.
Bibliografia
Faimberg H. (2005). Ascoltando tre generazioni – Legami narcisistici e identificazioni alienanti. Milano, Franco Angeli, 2006.
Freud A. (1960). Problem der Pubertät. Psyche.
Freud S. (1938). Compendio di psicoanalisi. O.S.F., 11.
Grunberger B. (1971). Il narcisismo – Saggio di psicoanalisi, Torino, Einaudi, 1998.
Moravia A. (1969). Il dio Kurt. In Moravia A., Teatro, Milano, Bompiani, 1998.
Racamier P. (1995). Incesto e incestuale. Milano, Franco Angeli, 2003.
Vazzoler F. (1998). I palcoscenici di un romanziere di successo. In Moravia A., Teatro, Milano, Bompiani.
Pierluigi Moressa
Vedi anche nel Dossier Identikit del Terrore – Strategie di Pace – Marzo 2015 La perversione e il male assoluto di Franco De Masi
Immagine: Gustave Doré
L’Enigme
(1871)