La Cura

Intervista al Segretario Scientifico Nazionale Luisa Masina, di Fausta Cuneo

Teoria, metodo e tecnica
Intervista di Fausta Cuneo al Segretario Scientifico Nazionale Luisa Masina

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Intervista al Segretario Scientifico Nazionale Luisa Masina, di Fausta Cuneo

E’ con grande piacere che mi accingo a rivolgere  alcune domande  alla Dott.ssa Luisa Masina Segretario Scientifico della nostra Società Psicoanalitica.  La Dottoressa è psichiatra, psicoanalista Membro Ordinario con Funzioni di Training della SPI, ha sostenuto incarichi istituzionali nazionali ed internazionali, prodotto pubblicazioni scientifiche e svolge attività libero professionale.

F.C.: Sei segretario scientifico nazionale, incarico creativo e di prestigio, ma anche oneroso; ricco di vari aspetti, da quelli “di pensiero” e teorici a quelli più organizzativi. Ti è accaduto di individuarne alcuni in cui la bilancia oneri/soddisfazioni è nettamente a favore delle seconde?

L.M.: Posto che i bilanci sono sicuramente prematuri, essendo trascorso solo un anno dall’inizio di  questa esperienza, proverò allora a dire delle mie aspettative e dei miei auspici, ed eventualmente, a conclusione di questo incarico, se ne potrà riparlare.
Il primo aspetto che mi viene in mente, fra quelli più stimolanti, è la costituzione di un gruppo di lavoro con i segretari scientifici dei Centri, la possibilità di dare vita insieme a loro alla Commissione Scientifica, cioè ad un oggetto nuovo e sperabilmente vitale, che, per quanto sicuramente portatore di contraddizioni e conflitti, sia comunque il prodotto creativo di persone molto diverse dal punto di vista teorico-clinico e scientifico, ma accomunate da un forte investimento sulla psicoanalisi e sulla nostra Società Psicoanalitica.
Al contempo, la condivisione delle idee e dei progetti con gli altri membri dell’Esecutivo, si sta rivelando un’occasione unica di crescita professionale, che consiste nell’esperienza di prendersi cura dell’istituzione che ci rappresenta e per cui lavoriamo, rendendola, se possibile, un posto migliore da abitare.
In secondo luogo, al momento il mio interesse ed entusiasmo sono rivolti all’organizzazione del prossimo congresso nazionale della SPI, che si svolgerà a maggio  di quest’anno a Genova.
E’ un’occasione che sento estremamente stimolante, perché è un modo per esercitare la curiosità scientifica,  riflettere sullo stato dell’arte della psicoanalisi italiana, con tutta la sua ricchezza, che sempre più negli anni l’ha messa in dialogo fecondo a livello internazionale con le altre società psicoanalitiche dell’IPA, e infine a rivolgere uno sguardo al futuro. 
Utilizzando una metafora vegetale, direi che penso alla nostra Società come ad un albero centenario -abbiamo festeggiato, proprio nell’anno appena concluso, i 100 anni dalla sua fondazione- che ha radici profonde e solide, ma anche una chioma frondosa, cioè è ricca di sviluppi fecondi, nuove idee e molti giovani, portatori di linfa vitale, che avviano il loro percorso formativo.
Il congresso è un’occasione importante per tutti noi, dunque, per  fertilizzare e accrescere la creatività della nostra Società.
Anche sul piano personale, questo incarico rappresenta per me una straordinaria opportunità di riflessione, revisione e messa a punto delle idee fin qui maturate su questo oggetto così importante, allo stesso tempo di amore e di odio, come Loewald ha ricordato, che è la psicoanalisi per ciascuno di noi.
Infine, essendo ancora, come dicevo, all’inizio del secondo anno dei quattro di mandato, c’è un elemento di ignoto e di conseguente curiosità per gli sviluppi e le realizzazioni future, che costituisce una motivazione ulteriore per portare avanti questo incarico.

F.C.: Nel tuo percorso istituzionale sei stata anche membro del Board dell’IPA e riguardo a questo hai presentato un lavoro al Congresso IPA 2025 di Lisbona con un taglio interessante: l’interrelazione e le influenze tra il vivere l’esperienza del Board e il lavoro clinico come psicoanalista. Ce ne racconti qualcosa di più?

L.M.: L’esperienza nel Board dell’IPA è stato un momento evolutivo molto importante per la mia formazione, che mi ha cambiata come analista, non solo nel modo di intendere e vivere il mio rapporto con l’ istituzione psicoanalitica, ma anche dal punto di vista scientifico e clinico.
E’ stata un’opportunità davvero unica di confrontarmi con colleghi di tutto il mondo, di lavorare in gruppo in una condizione di notevole complessità e ricchezza di idee.
A distanza di due anni dalla conclusione dei quattro che ho trascorso nel Board, ho sentito che era importante per me compiere una riflessione su quell’esperienza e, nello specifico, su quali trasformazioni avesse operato nella mia identità analitica.
Questo lavoro di rielaborazione mi è sembrato che si arricchisse di senso se condiviso con un gruppetto di colleghi, piuttosto che svolgersi in solitario, dal momento che l’aspetto polifonico è stato centrale in questa esperienza.
Così ho chiesto a tre ex representatives del Board (una collega portoghese, una nordamericana e un collega spagnolo) di proporre un panel su questo tema al congresso IPA di Lisbona dell’anno scorso. L’aspetto sorprendente è stato che, dopo non più di un paio di scambi di idee, abbiamo scritto dei contributi complementari, in cui ciascuno di noi ha sviluppato un differente aspetto dell’esperienza, in modi che siamo riusciti facilmente ad integrare.
Io ho approfondito maggiormente la riflessione sulle trasformazioni che sono avvenute in me nella clinica, nel rapporto con i pazienti, che inizialmente pensavo sarebbe stato solo tangenzialmente interessato dal lavoro nel Board.
In altre parole, mi sono posta la domanda: “che analista sono diventata?” e a seguito di un’ auto-osservazione personale e professionale (che ho approfondito nel panel) sono arrivata a concludere che questa esperienza mi ha resa un’analista con meno sicurezze, più dubbi, ma anche più capace di sostare in una posizione  di instabilità, di incertezza e di ospitare personaggi interni diversi, in dialogo e a volte in contraddizione fra di loro.
In questo, l’ambientazione del congresso  a Lisbona mi ha evocato quella “sola moltitudine” che ci abita come persone e quindi inevitabilmente anche come analisti,  così ben descritta da  Fernando Pessoa.
Sicuramente, credo di aver maturato una visione della psicoanalisi più articolata e allo stesso tempo più problematica, che spero mi permetta di pormi nei confronti dei colleghi e dei pazienti con una diversa disponibilità a riconoscere in me e in loro analoghe domande ed incertezze.

F.C.: Si sta facendo spazio il tema della ricerca in psicoanalisi, a distanza della intensa stagione dell’applicazione del metodo Three level model  (Ricardo Bernardi e Marina Altman) che ha visto coinvolti numerosissimi psicoanalisti in tutta Italia. Per molti aspetti è inevitabile che la ricerca strutturata entri nella stanza d’analisi nel suo metodo ben definito. Come tutte le novità è un compito difficile, ricordiamo lo Junktim, il legame tra terapia e ricerca, anch’esso si sta trasformando ? Che cosa si mantiene e cosa si arricchisce della concezione di analista ricercatore di interni, interni dell’inconscio, interni del campo, interni della coppia al lavoro?

L.M.: La definizione di “ricercatore di interni” mi sembra particolarmente felice e appropriata  nelle molteplici declinazioni che ne offri.
Personalmente, ritengo che l’attitudine alla ricerca sia un aspetto fondamentale dell’essere analisti e che sia consustanziale al lavoro clinico: ripensare la propria esperienza professionale, scriverne, trovare connessioni con la teoria, è il miglior modo per intraprendere il proprio percorso di soggettivazione professionale, per trovare la propria identità analitica e di conseguenza svolgere il lavoro clinico.
Nel titolo del nostro congresso nazionale compare la parola “cura,” che credo condensi sia l’attitudine alla ricerca che quella alla terapia, proprie di ogni analista, e permetta di superare una visione dicotomica e contrappositiva.
Nella cura individuo, infatti, due momenti complementari ed integrati: la riflessione sull’inconscio, nostro oggetto di ricerca, e l’azione terapeutica.
Aggiungo che il lavoro di ricerca implica, nella mia personale esperienza, la necessità di un confronto, di un lavoro condiviso con altri colleghi. Mi riferisco a situazioni che implichino un confronto tra le idee, che traggano linfa dalla clinica.
E’ esperienza comune a chi ha partecipato ai gruppi clinici pre-congress in ambito sia IPA che FEP, verificare come sia possibile comunicare in modo efficace e riconoscere elementi di condivisione proprio a partire dallo scambio clinico.
Il confronto clinico-teorico con i colleghi costituisce anche l’antidoto più efficace nei confronti dei rischi professionali degli analisti, quali l’autoreferenzialità e l’autovalidazione, a cui  la solitudine espone, ed incoraggia l’umiltà che già Ferenczi raccomandava nell’approccio ai pazienti e che è un attributo imprescindibile di ogni lavoro di ricerca.
Per questo abbiamo previsto nel congresso nazionale più momenti di confronto clinico per gli analisti in formazione e, sempre per questo, credo, la clinica è componente fondamentale ed ubiquitaria nei numerosissimi lavori scientifici che i soci SPI hanno inviato ed esporranno nei panel pomeridiani. 

F.C.: C’è un punto sostanziale riguardante il progresso della psicoanalisi, in quanto le teorie sono mutate e l’attaggiamento dell’analista è mutato, secondo uno scambio reciproco vitalizzante. In uno sguardo globale del mondo psicoanalitico il perseguire una cosiddetta  ”ortodossia” rigorosa è un aspetto che  sembra al tramonto, tanto che da più parti é citato l’interrogativo  sull’esistenza di una psicoanalisi o di più psicoanalisi. Forse sta maturando il tempo di comprendere che il cambiamento non debba essere vissuto in modo dominante come una perdita, un allontanamento da un passato anche idealizzato, ma maggiormente con il suo  intrinseco   valore di crescita.  Ora che dalla tua posizione hai una visione complessa, ma generale ed estesa,  come vedi questa questione?

L.M.: La solidità delle nostre radici freudiane è una ricchezza ed un sostrato comune che, come nella metafora dell’albero frondoso che ho prima menzionato, ha permesso  alla psicoanalisi di dare vita (e continuare a farlo), a tanti sviluppi teorici e tecnici.
Sono altresì convinta che il rigore nello studio e nella ricerca debba accompagnarsi ad un uso delle teorie che sia, come sostiene Gabbard, al servizio dei pazienti e non della psicoanalisi.
Una o molte psicoanalisi è un interrogativo che Wallerstein ha posto alla comunità psicoanalitica e non ha avuto risposte univoche.
Io penso si debba essere consapevoli del rischio di ecclettismo e della tendenza definita “everything goes”, potendo contare, d’altra parte, come nel caso della nostra Società, su un iter formativo, garantito dagli standard dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale, particolarmente rigoroso ed approfondito, che combina  la formazione analitica personale con lo studio e l’approfondimento teorico e la supervisione dei casi clinici, dipanandosi in un arco temporale protratto, che dà modo a ciascun analista in divenire di conoscere i molteplici sviluppi della psicoanalisi per poi definire e consolidare la propria identità.

F.C.: Argomento affine mi sembra quello delle relazioni tra psicoanalisi e altre discipline, l’incontro e gli scambi  con gli altri ambiti di ricerca e di saperi. Attualmente, dopo l’avvio di  iniziali spinte all’apertura all’esterno, all'”outreach”, mi sembra che da dibattiti tra vertici  opposti, ciascuna delle dei quali sembrava dover difendere i propri capisaldi, i dialoghi tra ambiti diversi siano maggiormente alla ricerca di concordanze. Mi riferisco, ad esempio, a psicoanalisi e neuroscienze dove percepisco sempre più strade diverse che cercano una convergenza ognuna con i propri strumenti. Cosa pensi dell’integrazione di questi percorsi aperti e la specificità della nostra scienza psicoanalitica? C’è molto in campo: il rischio di dispersione, ma anche la necessità esistenziale di vitalità, creatività, curiosità e il seguire l’ evoluzione dell’uomo che è pur sempre un  essere sociale e permeabile alle condizioni esterne.

L.M.: Sono convinta che la crescente complessità del panorama socio-culturale e le sfide della contemporaneità inevitabilmente implichino mutamenti degli esseri umani e in particolare dell’oggetto di ricerca e di studio della psicoanalisi, ossia la psiche umana e in particolare il suo inconscio.
Stiamo assistendo, in questo periodo come non mai, ad accadimenti drammatici che coinvolgono la nozione stessa di umanità e abbiamo bisogno, per comprenderli ed evolvere nella nostra possibilità di fare fronte alla complessità, di dialogare con gli altri saperi.
Lo stesso vale per le straordinarie e rapidissime trasformazioni tecnologiche, che ci cimentano e si riverberano ormai in ogni aspetto della nostra vita.
Non so se un’integrazione fra saperi sia sempre possibile, credo che possa essere talora ottimistico e forse semplicistico pensarlo, ma certamente un’attitudine che si fondi sull’apertura, sulla curiosità e la creatività persegue quel “mantenersi vivi” che anche Winnicott auspicava per sé, e penso possa favorire quell’evoluzione da stati mortiferi a stati vitali,  che come analisti cerchiamo di elicitare nei nostri pazienti.  

Con questo pensiero rivolto agli stati vitali possiamo concludere questa intervista, molte grazie per l’attenzione e il tempo che ci hai concesso.

Fausta Cuneo

Intervista al Segretario Scientifico Nazionale Luisa Masina, di Fausta Cuneo Monica Castellini

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