Parole chiave: we perspective, paradigma intersoggettivista, Bion, campo analitico, intuizione
“I limiti dell’interpretazione. Saggi su Bion e il campo analitico” di G. Civitarese, Franco Angeli, Milano, 2025.
Recensione di Giuseppe D’Agostino
A volte accade, conclusa la lettura di un libro, che si ritorni a riflettere sul titolo che gli è stato dato. L’ultimo lavoro di Giuseppe Civitarese, I limiti dell’interpretazione. Saggi su Bion e il campo analitico, invita a questo esercizio. Alla fine del percorso, il lettore attento sentirà di essere stato accompagnato a considerare i“limiti” dell’interpretazione non solo come steccati che definiscono o circoscrivono ma, anche, come linee di contatto permeabili e di transizione (soglie) che, come i limina dei Latini, uniscono e al contempo dividono.
Cosa significa, allora, riflettere attorno ai limiti/limina dell’interpretazione? Leggiamo cosa ha da dirci Bion in Cogitations: «Quando lo psicoanalista dà un’interpretazione, che è la pubblicazione di una conoscenza privata, sta traducendo il pensiero in azione, la parola in fatto, tanto quanto il fisico che conduce un esperimento di laboratorio» (Bion, 1992, p. 203). Bion, con questa immagine, voleva mettere l’accento sul lavoro trasformativo che l’analista deve compiere nel momento in cui sceglie di creare dei passaggi (limina) da una comprensione privata (inconscia/preconscia) della realtà psichica del paziente a una conoscenza “pubblicata” – e, dunque, interpretata – di questa stessa realtà. Oggi, dopo che la lezione bioniana è stata rivisitata alla luce della prospettiva intersoggettivista, possiamo affermare che tali “passaggi” prendono vita e forma a partire dall’esperienza della realtà emozionale-relazionale della coppia analitica. In altri termini, cerchiamo di condurre l’esperimento di laboratorio con quegli elementi clinici provenienti dai territori che appartengono al contatto emozionale tra analista e paziente, ovvero i limina su cui si è incontrata la coppia analitica. Al contrario, l’esperimento fallisce se l’interpretazione è portatrice di limiti che ostacolano l’esplorazione dell’esperienza emozionale comune.
Proseguendo una ricerca iniziata da molti anni, Civitarese è interessato ad accordare e affinare lo strumento psicoanalitico dell’interpretazione sulle frequenze del paradigma intersoggettivista e, nello specifico, di quella visione radicale di tale paradigma che chiamiamo teoria del campo analitico. A guidare Civitarese è un precipuo assunto storico-epistemologico: «Si potrebbe raccontare – egli scrive – tutta la storia della psicoanalisi nei termini della scoperta progressiva del fondo intersoggettivo del soggetto e della creazione di strumenti per includere la soggettività dell’analista in misura sempre maggiore nel campo della cura (dal transfert al controtransfert, dall’identificazione proiettiva all’enactment, dai vari concetti di “terzo” al campo analitico, ecc.)» (Civitarese, 2025a, p. 31).
La we perspective che sta alla base della ricerca del nostro autore non riguarda un noi che procede dall’incontro di soggetti definiti, come vuole la prospettiva classica della dialettica transfert/controtransfert, né riguarda l’interazione (verbale e non verbale) tra i due soggetti secondo la prospettiva relazionale. Il paradigma intersoggettivista proposto da Civitarese, viceversa, è interessato a intercettare e sviluppare la matrice in-comune e inconscia – fatta di corporeità, pulsionalità e linguaggio – che trascende ciascuna soggettività. L’indicazione è quella di considerare, in primis, la condizione dell’essere in-comune che coinvolge (ma forse dovremmo scrivere avvolge) i due soggetti nella stanza d’analisi, cercando di intuire (un verbo, questo, che nel libro assume uno statuto teorico peculiare) ciò che proviene dall’essere noi prima ancora che dall’essere io/tu. Da questa prospettiva, non ha senso chiedersi a chi appartenga il suono di una voce che si propaga in una stanza, o a chi appartenga la tensione emozionale che quella stessa voce trasmette, o, in ultimo, a chi appartenga il significato che quella voce veicola.
Nella sua lunga ricerca dentro e attorno alla primazia di questa prospettiva teorico-clinica, Civitarese ha interrogato, per metterne a fuoco i presupposti epistemologici, la filosofia fenomenologica del Novecento – in particolare Husserl, Heidegger, Kojève e Merleau-Ponty – (Civitarese, 2021, 2025b) e, di pari passo, ha costantemente dialogato con la lezione bioniana che per molti di questi temi è stata propedeutica. Questo libro, in particolare, raccoglie sei lavori attraverso i quali Civitarese ha esplorato e riletto due fondamentali testi bioniani: Experiences in Groups e Second Thoughts ed è tornato a riflettere su due tra i più complessi e sfuggenti concetti dello psicoanalista inglese: intuizione e O. Il mentore è, dunque, Bion, l’autore che ha spinto la sonda psicoanalitica tra le maglie primigenie della comunicazione, lì dove gli agglomerati di elementi proto-emozionali informi chiedono di essere contenuti e trasformati in elementi pensabili (pubblicabili). Di fatto, dobbiamo a Bion la concezione dell’emozione come medium di nuovi significati nell’incontro tra due o più soggetti. Civitarese non è interessato a leggere Bion come un intersoggettivista ante litteram, il suo intento è quello di approfondire i concetti bioniani che, oggi, possono aiutare lo psicoanalista a lavorare con il significato emozionale che si genera nel noi del campo analitico. Il paradigma della we perspective è al centro del primo capitolo, Esperienze nei gruppi come chiave per comprendere l’”ultimo” Bion”. Qui,Civitarese, applicando le teorie di Bion sulla mente gruppale, propone di concepire la coppia analista/paziente come un gruppo-a-due che, come accade in ogni gruppo, è attraversato dalla turbolenza emotiva degli assunti di base. Questa prospettiva serve all’Autore per affermare che l’interpretazione analitica dovrebbe sorgere dall’intuizione dell’assunto di base che avvolge il noi analitico nel corso della seduta. In altri termini, l’interpretazione è concepita come un prodotto del lavoro trasformativo che il gruppo-a-due sta facendo. È su questo importante aspetto che le riflessioni di Civitarese sulla O bioniana (si veda l’ultimo capitolo, L’O di Bion e il suo presunto misticismo) assumono un particolare interesse. Per Civitarese, il fatto che O si riferisca all’essenza emotiva più intima di un fatto clinico – e, dunque, a ciò che sfugge alla comprensione diretta ed esplicita – vuol dire che non siamo nel territorio della cosa in sé kantiana ma in quello di una trasformazione in-comune che attraversa l’evento dell’incontro. Si tratterebbe, quindi, di un brano di verità emotiva che, come il divenire eracliteo, scorre di continuo: «tra i due soggetti che condividono – direbbe Bion – l’esperienza dello stesso O (in sé inconoscibile). In breve, è un processo interpersonale di essere tutt’uno o at-one-ment» (Civitarese, 2025a, p. 163). In altri termini, O è un’incognita «che non può essere conosciuta in sé, ma solo indirettamente attraverso i fenomeni che rappresentano le sue trasformazioni» (ibidem, p.161).
Tuttavia, sappiamo bene che il delicato ago della bussola intersoggettiva può subire molte interferenze, sia perché la dimensione io/tu è sempre presente e spinge per prevalere (“Io ascolto e osservo ciò che tu dici e fai”); sia perché è altrettanto pressante il bisogno di giungere a un cogitatum – razionalista, storicizzabile, positivista – il più possibile stabile e rassicurante (“Ciò che tu dici e fai ha un significato che io devo ascoltare, osservare e, in ultimo, comprendere”). Quando questo accade, l’interpretazione subisce una sorta di contrazione e i limina che tengono viva la dimensione del noi rischiano di irrigidirsi nei limiti che definiscono la dimensione io/tu. Il secondo capitolo, I limiti dell’interpretazione. Una lettura di “L’arroganza” di Bion, si fa carico di questo problema. Il prototipo, qui, è l’Edipo “analizzato” da Bion, ossia il soggetto insuperbito (e dissociato dal suo trauma) che, forte di aver svelato l’enigma, va alla ricerca de “la verità a ogni costo” affidandosi a tre compagni di strada particolarmente malsani: arroganza, curiosità e stupidità. Per Civitarese, anche l’analista può cadere nelle trappole di questa triade infausta, soprattutto quando teme che la propria soggettività si indebolisca. È in questi casi che si impone un atteggiamento epistemico arrogante, dedito a ricercare la “verità ad ogni costo”, che si fa forte della ricerca ottusa delle cause per mezzo di molta “memoria” e molto “desiderio” (siamo di fronte a una sorta di -K bioniano). Pretendere di essere accogliente per trovare “la verità a ogni costo” ha un significato analitico opposto alla disponibilità ad accogliere la verità dell’ignotus che ci avvolge. La riflessione attorno a questi temi prosegue nel terzo e nel quarto capitolo (Allucinazioni visive-invisibili in “Attacchi al legame” di Bion; Il concetto di tempo in “Una teoria del pensare” di Bion).In sintesi, qui Civitarese utilizza la posizione we perspective per rileggere i due celebri lavori di Bion alla luce della concezione della coppia analitica come un gruppo-a-due in assunto di base. Le esperienze di “attacco” alla capacità di linking riportate da Bion diventano, nella lettura che ne fa Civitarese, lo scenario psichico di un collasso della sintonizzazione emotiva che riguarda i due membri della coppia analitica e la loro in-comune impossibilità di creare un linking autentico. Se dalla prospettiva io/tu il deteriorarsi del linguaggio/pensiero del paziente porta l’analista a lavorare per intercettare, comprendere e affrontare la parte psicotica in azione, dalla prospettiva del noi, al contrario, questi aspetti sono visti come un processo che avvolge la coppia analitica e i suoi tentativi di uscire dal caos del terrore senza nome.
Attraversando questi temi, il quinto capitolo porta il lettore a riflettere attorno al concetto bioniano di intuizione. Un concetto, questo, che secondo Civitarese non ha ricevuto dalla ricerca psicoanalitica contemporanea l’attenzione che merita. L’intuizione è descritta come l’opposto della ricostruzione cognitiva, così come di ogni altra forma di pensiero esplicativo e causalistico; collegata all’insight e alla rêverie – anche se distinta da queste due funzioni – l’intuizione è presentata come il risultato di una percezione interiore di ciò che accade nell’incontro inconscio tra i due soggetti. L’intuizione, per Civitarese, è possibile perché, dentro una co-esistenza tra soggetti, si allenta l’attenzione ai fatti esterni sensoriali e si afferra ciò che i sensi non possono afferrare: l’emozione. Le emozioni e gli affetti si possono solo intuire, non percepire e ancor meno sapere. L’intuizione, allora, fa emergere nel noi ciò che rischia di essere perduto (l’emozione non può essere ricordata). Ancora un passaggio tratto dal libro: «L’interpretazione guidata dall’intuizione, da questo punto di vista, è inespressa, resta il più delle volte nella mente dell’analista e di fatto è sinonimo di recettività al discorso dell’inconscio. A volte può essere esplicitata ma in ogni modo, per dirla nel gergo di Bion, già di per sé è “evoluzione” o maturazione psichica» (ibidem, p. 156).
Cosa significa, per lo psicoanalista, associare l’atto dell’interpretare a una sorta di “maturazione psichica”? La domanda ci porta nell’ultimo capitolo del libro: L’O di Bion e il suo presunto misticismo. Un’affermazione dell’Autore sembra suggerire un punto d’osservazione per avvicinarci al più criptico tra i concetti bioniani: «Affermare che un fatto clinico, il suo O oppure la sua essenza, non possa essere conosciuto è un modo, come vedremo, per iniziare a elaborare un modello di verità intersoggettivo, sociale o pragmatico. In effetti, qual è la preoccupazione di Kant nel concettualizzare la cosa in sé? È l’idea che non possiamo conoscere la realtà così com’è perché ognuno di noi, per così dire, la “cucina” a modo suo» (ibidem, p. 162).
Il riferimento, che è già in Bion, alla cosa in sé kantiana serve a Civitarese per andare alla ricerca di un a priori intersoggettivista che permetta di comprendere cosa accade nella coppia analitica quando entrambi i soggetti, attraversando un processo di trasformazione comune, hanno raggiunto un brano di verità. Quando questo avviene – fa notare l’Autore – il processo di trasformazione non può riguardare la cosa in sé, perché questo ci porterebbe a pensare, come fa il realismo, che “la cosa cucinata” sarebbe identica per entrambi. Se accettiamo il paradigma bioniano e post-bioniano, dobbiamo pensare che il quid effettivo può riguardare, unicamente, l’evento dell’incontro: è l’esperienza del “cucinare” insieme, pur con stoviglie e ingredienti soggettivi, il punto di verità che si può raggiungere. Per Civitarese, dunque, la verità sta: «tra i due soggetti che condividono – direbbe Bion – l’esperienza dello stesso O (in sé inconoscibile). In breve, è un processo interpersonale di essere tutt’uno o at-one-ment» (ibidem, p. 163).
Ma, come ben sappiamo, la trasformazione dell’intuizione in parola (in significato) è un processo complesso e pieno di pericoli, soprattutto quando l’interpretazione smette di essere un’esperienza soggettiva (silenziosa) dell’analista per divenire una comunicazione condivisa. Per mettere al centro questi temi, la parte conclusiva del libro è un intreccio di riflessioni – un dialogo stretto con la filosofia e la letteratura – sul linguaggio e la pragmatica della verità. In un passaggio particolarmente originale, Civitarese si sofferma sulla natura vocativa del linguaggio (che riguarda la ricerca di un contatto) e, mettendo in connessione la o del vocativo – propria di molte lingue indoeuropee – con il concetto bioniano di O, mette in luce come il linguaggio possegga, alla sua base, una spinta a chiamare l’altro, prima ancora di poterlo nominare. Questa dimensione intersoggettiva del linguaggio – un noi che anticipa l’io/tu –viene ad assumere, per lo psicoanalista, un valore particolarmente precipuo. Tale peculiarità mette in primo piano quella scissione del linguaggio, messa in luce dai primi filosofi greci, tra lessico e discorso in atto. Diversamente dai linguaggi degli altri animali, che possiedono solo una di queste dimensioni, il linguaggio dell’uomo è l’unico a possedere questa doppia struttura: il nominare/significare (che in sé non implica alcuna azione) e il discorrere che presuppone il fare. Tale scissione ci porta a evocare (ed è il caso di usare questo verbo) il disgraziato re di Tebe, Edipo, che abbiamo lasciato irretito tra le maglie dell’arroganza. Per Civitarese – e qui siamo in uno dei punti centrali del suo lavoro – la storia dell’enigma risolto (con la conseguente morte della Sfinge) è la rappresentazione di un passaggio epistemologico in cui si afferma il potere ordinatore del linguaggio (il discorso di Edipo) che, forte della capacità di trovare la risposta vera-astratta-definitoria, si affranca dalla indeterminatezza enigmatica della realtà (il discorso della Sfinge). Riconoscere tale frattura, per Civitarese, significa comprendere come l’interpretazione si trovi sempre di fronte a un bivio: stare nel gioco serio – tra i limina – dei significati emozionali della coppia analitica, oppure rischiare di arenarsi, per l’arroganza edipica dell’analista, nei limiti della parola che definisce e spiega.
Bibliografia
Bion, W. R. (1992). Cogitations. Roma, Armando, 1996.
Civitarese, G. (2021). Intersubjectivity and Analytic Field Theory. Journal of the American Psychoanalytic Association, 69, 853-893.
Civitarese, G. (2025a). I limiti dell’interpretazione. Saggi su Bion e il campo analitico. Franco Angeli, Milano.
Civitarese, G. (2025b). We-Community, Ineinandersein and Intersubjectivity in Psychoanalysis: Notes in the Margin of Husserl’s Legacy, by Dan Zahavi. Psychoanalytic Inquiry, 45, 281-294.