Parole chiave: caducità, ascesa, giornata della terra,
PENSIERI VERTICALI
DALLA TERRA AL CIELO
Cosimo SCHINAIA
Viandante, sono le tue orme il sentiero e niente più; Viandante, non esiste il sentiero, il sentiero si fa camminando.
“Caminante” di Antonio Machado
Tutto nella natura si muove e il movimento è stato da sempre valutato come indice di vitalità, di evoluzione, di progresso. Platone parla del movimento come elemento fondante della vita psichica e corporea. Il pneuma di Aristotele è il soffio del respiro che entra dentro di noi con l’inspirazione e fuoriesce nell’espirazione e che identifica l’anima e metafisicamente l’anima con la vita. Il Pánta rhêi hōs potamós, tutto scorre come un fiume di Eraclito, sottolinea che v’è un logos sottostante al continuo mutamento, un’armonia profonda che provoca il divenire perpetuo degli enti sensibili.
D’altronde, se pensiamo a come i futuri genitori avvertano l’attività motoria spontanea del feto attraverso la parete uterina come sinonimo di vita e di benessere, che va di pari passo con il giudizio di sanità che viene dato dai medici e a come, al momento del parto, sia il pianto del neonato, conseguente ai primi movimenti respiratori, a segnalare l’autonomia e l’inizio della vita sociale del lattante, ci rendiamo conto dell’enorme significato non solo organico, ma simbolico e culturale che il movimento viene ad assumere. Il piccolo animale, il bambino ha organicamente tanto bisogno di movimento in termini assoluti e profondi, quanto del dormire e del mangiare. È necessario che si agiti, che gridi, che respiri violentemente, che si lasci andare alle attività esplosive del gioco. Il bambino ha inoltre bisogno di percepire il movimento; l’essere cullato ritmicamente è per lui segnale di vitale protezione, così come l’arresto o l’improvvisa accelerazione di un movimento possono essere vissuti come segnali di minaccia.
Essenzialmente libera e priva di obiettivi specifici, l’attività motoria spontanea è la sola che precisamente riesca a mettere in gioco tutti i muscoli del corpo in un utilissimo disordine. Possiamo affermare che il movimento è l’unico supporto che possa essere validamente utilizzato dall’uomo dalla vita intrauterina fino alla vecchiaia.
Pensiamo alle esperienze infantili inizialmente faticose, ma poi sempre più piacevoli, legate al passaggio dal gattonare al mettersi in piedi, all’arrampicarsi alla ricerca della verticalità tenendosi in equilibrio instabile, al correre poi barcollando per abbracciare la mamma e il papà e ottenere la loro conferma, all’inebriarsi orgogliosi per i complimenti ricevuti, al godere del risultato, successivo a molte frustrazioni, ottenuto in seguito a fatica, al confronto curioso con il nuovo assoluto e all’aumento della capacità di controllare il mondo esterno, cominciando a rappresentarlo. Ritroviamo quest’esperienza nei primi passi di un’escursione in montagna, inizialmente pesanti e poi, via via, più leggeri.
Inoltre camminare per monti e valli è un ritorno alle origini più remote della specie umana. Camminare è forse, mitologicamente, il gesto più comune, e quindi il più umano, scrive Roland Barthes in Miti d’oggi (1957). L’homo ergaster, l’ominide nomade che intorno a due milioni di anni fa partì dall’Africa, camminò all’avventura fino ad Oriente alla ricerca di terre ospitali, un po’ come succede oggi per chi ricerca un luogo più vivibile di tante parti del mondo diventate desertiche e inabitabili (Sapienza e Tenerini, 2024).
Emozione deriva etimologicamente dal verbo latino emovere e, quindi, il significato di emozione è storicamente associato al movimento, alla migrazione da un luogo a un altro, dall’ambiente interno all’ambiente esterno e viceversa, al com-muoversi. Mi chiedo se anche l’alpinista nel suo arrampicarsi, non sia alla ricerca di un luogo intatto dove le deporre le sue emozioni e i suoi pensieri in modo che possano essere accolti e custoditi nel tempo, oltre il suo proprio tempo in una sorta di scrigno naturale e perenne. Emozioni cariche di ambivalenza; vissuti di familiarità e contemporaneamente di spaesamento, di incanto e di stupore impaurito di fronte a un paesaggio nuovo e insieme antico, che si interseca con l’arcaico delle nostre singole vite individuali, ma anche con la storia dell’umanità intera.
Sensazioni e desideri di pace, di silenzio e di tranquillità, di fusione con l’ambiente circostante, avvertito come un amico da conoscere e rispettosamente esplorare, si alternano a vissuti di turbamento, sgomento, disorientamento di fronte alla bellezza aspra e selvaggia degli inediti panorami che possono di colpo essere trasformati in qualcosa di pericoloso da un temporale imprevisto, da un’improvvisa nevicata che cancella le tracce, dall’alzarsi di una fitta nebbia che con il suo impalpabile e malinconico velo offusca la visione chiara, piuttosto che da un inciampo che provoca una caduta accidentale. La stessa camminata o arrampicata a distanza di tempo ci prospetta una montagna diversa da quella che ricordiamo, cambiata nel profilo e nella conformazione a causa dell’erosione dei venti e delle acque e dello spostamento dei ghiacciai, ma anche purtroppo in seguito ai catastrofici cambiamenti climatici che provocano la fusione dei ghiacciai con crolli, colate di fango e instabilità in quota. Basti vedere che cos’è diventato oggi rispetto al passato La mer de glace sul Monte Bianco. Aggiungo, inoltre, che lo stesso percorso montano in salita e in discesa si presenta differente e la discesa, anche a causa della stanchezza, del freddo, dell’arrivo del buio, non necessariamente è più facile dell’ascesa, anzi, talvolta povere ginocchia! Scrive Italo Calvino in “I mille giardini”: “Le pietre comandano i movimenti dell’uomo in marcia, lo obbligano a un’andatura calma e uniforme, ne guidano il cammino e le soste. […] Il camminare presuppone che a ogni passo il mondo cambi in qualche suo aspetto e pure che qualcosa cambi in noi.” (1984, pp. 175-176)
Vorrei, però, aggiungere che molte paure provate per esempio da escursionisti inesperti talvolta non sono in relazione a un pericolo reale, oggettivamente individuabile, ma rimandano ad aspetti inconsci rimossi con spostamento sull’esterno di conflitti e movimenti emotivi e affettivi interni. Di questi aspetti dovrebbe tenere conto la guida alpina che organizza escursioni per i turisti, molti dei quali non avvezzi alla fatica e alla perseveranza necessarie al raggiungimento della meta prefissata. La vertigine, i giramenti di testa, la tachicardia, talvolta la nausea, il timore di perdere l’equilibrio e di precipitare magari in passaggi più stretti ed esposti non vanno sottovalutati e interpretati banalmente come inadeguatezza e mancanza di coraggio, perché possono essere sintomi prodromici di un grave attacco di panico, per cui c’è bisogno del sostegno autorevole e protettivo della guida a quell’intreccio di repulsione e attrazione verso il vuoto che può portare a uno stato di stabile e angoscioso blocco della mobilità sia fisica che psichica.
La nostra disposizione innata al movimento, che diventa nello sviluppo capacità di camminare, ed eventualmente rampicare, può però essere messa significativamente in atto a patto che vi sia qualcuno che ci guardi, ci apprezzi, ci confermi, e quindi ci educhi alla disciplina e non alla foga, alla prontezza e non alla precipitazione, alla solidarietà e non all’individualismo esasperato e aggressivo, che si connota oggi come un nuovo disagio della civiltà.
Questo contenitore è da una parte un ambiente fisico, si tratta, cioè, dei luoghi in cui viviamo e camminiamo che, come diceva Aristotele, devono offrire sicurezza e, insieme, felicità, ma anche attraversabilità, sostenibilità, socialità e, quindi, vivibilità. Da un’altra parte è necessario un contenitore psichico, il gruppo che valorizza l’incontro, lo stare e il sognare insieme. L’appartenenza al gruppo che nel suo insieme vuole raggiungere una cima, un bivacco, un rifugio, un riparo, favorisce il riconoscimento e la simbolizzazione del bisogno affettivo, della ricerca dello sguardo dell’altro. Lo stare insieme camminando favorisce una singolare correlazione tra ciò che abbiamo davanti agli occhi mentre camminiamo e i pensieri che coltiviamo nella mente: spesso i grandi pensieri hanno bisogno di grandi panorami, quelli nuovi di nuove geografie e le riflessioni introspettive traggono vantaggio dal fluire del paesaggio. Il camminare insieme trasforma l’escursione in un’esperienza interiore di riscoperta di sé, accettando fatiche e limiti. Camminando, si incontra l’altro, scoprendo il senso dell’ospitalità come dono incondizionato e vivendo relazioni autentiche, spesso basate sulla condivisione e la solidarietà reciproca.
Da un lato vorremmo condividere con altre persone questi stati emotivi, ma dall’altro tendiamo a custodire questi momenti estatici gelosamente dentro di noi. Essere soli ed essere in compagnia, silenzio e comunicazione sono capacità complementari. Una non esclude l’altra, ma anzi l’arricchisce.
Wisława Szymborska (2002, p. 581) scrive nella poesia Il silenzio delle piante:
“Viaggiamo insieme.
E quando si viaggia insieme si conversa, […]
Non mancherebbero argomenti, molto ci unisce, La stessa stella ci tiene alla sua portata.
Gettiamo ombre basate sulle stesse leggi. Cerchiamo di sapere qualcosa, ognuno a suo modo,
e ciò che non sappiamo, anch’esso ci accomuna.
C’è chi va in montagna per sentire sotto i piedi la morbidezza ristoratrice dei prati di alpeggio, facendosi inebriare dall’odore dei fiori e dei muschi; chi per riposare ai bordi di un laghetto o meditare sotto un larice nel bosco, ascoltandone i suoni, rumori, i silenzi; chi aspetta la fine di settembre per guardare sorridendo gli antichi movimenti delle vacche guidate dagli esperti cani del pastore nella desarpa, la festa tradizionale in Valle d’Aosta che segna la discesa delle mandrie dagli alpeggi d’alta quota verso le stalle a valle, alla fine della stagione estiva; chi per scalare rocce aspre e vergini, sfidare ghiacciai dai riverberi accecanti e arrivare, dopo passaggi complessi, con fatica, ma con enorme soddisfazione, in cima.
Possiamo, considerare l’andare in montagna una metafora dell’esistenza, una sorta di palestra mentale e di luogo di formazione del carattere. Più si sale in alto, più si ha la sensazione di scendere dentro se stessi, di sentirsi in comunione con l’anima dei luoghi, come dice James Hillman, di attivare una sorta di assenza di pensiero e di farsi guidare dal contatto visivo, olfattivo, uditivo e cinestesico con l’ambiente montano. Sentire l’anima dei luoghi favorisce anche l’umiltà, l’opposizione all’onnipotenza, l’accettazione non narcisistica delle indicazioni di chi ci ha preceduto nel cammino e ha tracciato, lasciando le sue orme, il sentiero anche per noi.
In previsione di un’escursione, fondamentale resta la sua organizzazione e l’utilizzo di un abbigliamento e di dotazioni tecniche adeguate all’impresa (scarpe comode, occhiali e vestiti adatti, una bussola per quando il GPS dell’I-phone non prende la connessione, l’ARVA per escursioni più impegnative). Inoltre è centrale la capacità di prevenire eventuali rischi, e quindi, la necessità di sapersi prudentemente arrestare, di concedersi una pausa, un intervallo, e, se necessario, di tornare indietro per tempo in relazione alle difficoltà oggettive e alle proprie residue risorse fisiche e psichiche, rinunciando alla seduzione del raggiungimento dell’obiettivo a tutti i costi.
L’andar per monti è una disciplina che si oppone alla cultura dominante che propone la velocità e la fretta e il tutto è possibile e permesso, senza alcun limite. La montagna più alta rimane sempre dentro di noi, diceva il grande alpinista Walter Bonatti (1995), per cui ogni montagna conduce a una vetta che tocca il cielo e vale la pena tenere dentro di noi l’irraggiungibile montagna, la più alta di tutte, come stimolo ad andare oltre, ma anche come accettazione dei nostri limiti.
Per Freud, sognare un’ascesa in montagna rimanda al raggiungimento di una meta vietata, ma anche ambita, desiderata in un miscuglio di euforia per il raggiungimento della meta e un sentimento di malinconia che si manifesta, ma che anche viene occultato dalla stanchezza e la fatica.
In diverse sue lettere, inviate alla moglie da svariate località alpine, Freud descrive il suo rapporto con il paesaggio puro, idilliaco, autenticamente naturale. Freud non smette di decantare la bellezza delle montagne del Sudtirolo, della Valtellina, dell’Engadina, la meraviglia per i maestosi paesaggi, l’emozione per la contemplazione degli immensi panorami.
Scrive Freud a Martha il 13 agosto 1898:
“Il viaggio da Pontresina fin qui al Maloja e il passo stesso con ghiacciaio, lago, montagne, cielo senza possibilità di confronto!” (in Tögel, 2002, p. 115)
Il 14 settembre 1900 scrive a Wilhelm Fliess:
“Per una via di montagna di una bellezza che lasciava senza fiato, raggiungemmo Lavarone (1200 m.), un altipiano di lato alla Valsugana, dove trovammo il più bel bosco di conifere e un’insospettata solitudine.” (p. 458)
Freud, colpito dalla bellezza del posto, ci ritorna altre tre volte, per fare di Lavarone la sede della sua villeggiatura: nel 1906, nel 1907, nel 1923, soggiornando per mesi nella camera numero 15 al primo piano dell’Hotel du Lac. La giornata cominciava con una camminata di tre o quattro ore nei “boschi splendidi” di Lavarone, in cui Freud esercitava la pazienza necessaria all’osservare e all’esplorare gli eventi della natura. Freud indossava il costume tirolese: pantaloni corti con vistose bretelle ed un cappello verde con un ciuffetto di barba di camoscio da una parte, un bastone con la punta in ferro e, in caso di pioggia, una pelosa mantella da alpino. Le spedizioni avevano come obiettivo i funghi, i mirtilli e le fragole del bosco, oltre che la scoperta e l’identificazione per svago dei fiori selvatici rari. Il CAI ha anche tracciato la Freudpromenade sull’altipiano del Renon in ricordo di una vacanza che Freud trascorse a Collalbo nel 1911.
Ecco una fotografia che lo ritrae con la figlia Anna danno una sensazione di familiarità, di un rapporto semplice e non idealizzato con la montagna, al contrario del quadro di Caspar David Friedrich, Il viandante sul mare di sabbia, che evidenzia un rapporto idealizzato e sublimato con il panorama montano.


Queste camminate montane hanno avuto certamente un peso nel favorire le sue riflessioni sulla caducità. Freud si oppone al clima di perdita e di timore incombente della fine incipiente, forieri dell’apatia, della compiacenza e della mancanza di impegno e incita alla ribellione psichica. Freud scrive: “Quanto alla bellezza della natura, essa ritorna, dopo la distruzione dell’inverno, nell’anno nuovo, e questo ritorno in rapporto alla durata della nostra vita, lo si può dire un ritorno eterno […]. Se un fiore fiorisce una sola notte, non perciò la sua fioritura ci appare meno splendida.” (1915, p. 174)
Questa frase attribuita a Pablo Neruda sembra riprendere le riflessioni di Freud:
“Potranno recidere tutti i fiori, ma non potranno fermare la primavera.”
Tra l’altro, L’interpretazione dei sogni, per esempio, è stata presentata da Freud, in una lettera Fliess del 6 agosto 1899 (p. 402), in questi termini: “Tutto è congegnato sul modello di una strada immaginaria. Dapprima viene il bosco buio degli autori (che non vedono gli alberi), foresta senza prospettive nella quale è facile perdersi. Vi è poi uno stretto passaggio nascosto, attraverso il quale conduco il lettore – i miei esempi di sogni con le loro caratteristiche, i loro dettagli, le loro indiscrezioni e i loro cattivi scherzi – e poi, tutto in una volta, il punto più elevato ove si spazia e la domanda: ‘Ditemi, se non vi spiace, ora dove volete arrivare?”
Mi piace ricordare che Freud teneva nella sua biblioteca londinese l’edizione tedesca del libro di Svante Arrhenius, premio Nobel per la chimica nel 1906, sul cambiamento climatico ed è stato probabilmente influenzato dalle concettualizzazioni di uno dei pionieri dell’ecologia, il suo paziente inglese Arthur Tansley negli anni 1922-23, creatore del termine “ecosistema” per riconoscere l’integrazione della comunità biotica con l’ambiente fisico come unità fondamentale dell’ecologia, all’interno di una gerarchia di sistemi fisici che vanno dall’atomo all’universo.
Wilfred Bion (2001) scrive che ci sono quelli che rimanderebbero una scalata, e forse anche un’escursione (aggiungo io), fino al giorno in cui le asperità, le altezze, le profondità e gli scoscendimenti delle montagne fossero ridotte a una piatta uniformità, come avviene in quelle economicamente dispendiose scalate, dove le tende sembrano essere degli hotel di lusso e dove le emozioni prima che vissute sono garantite nel depliant illustrativo. Opporsi a queste modalità degradate e perverse di andare in montagna, così come il censurare chi va in ciabatte senza rispetto di sé e dei luoghi, incapace di valutare il pericolo che corre, sono un dovere etico che ci riguarda tutti.
Italo Calvino fa dire a Marco Polo a conclusione di Le città invisibili:
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”
“Riconoscere che cosa non è inferno e dargli spazio” è un’esortazione alla riparazione delle ferite inferte al pianeta, alla manutenzione, all’impegnativo esercizio dell’aggiustamento e della sutura dei guasti prodotti dal tempo e dall’uomo, all’opposizione all’overtourism e a un escursionismo esibizionistico e commerciale. L’ambiente, quello montano specificamente, è un bene collettivo da proteggere, anche per i tanti effetti socioeconomici e di benessere emotivo che produce e che vanno fatti propri con cura, attenzione e responsabilità. L’ambiente, la montagna, sono patrimonio di tutta l’umanità e la responsabilità della loro salvaguardia è di tutti, nessuno escluso.
Nel 1949 Aldo Leopold scrisse Pensare come una montagna. Pensare come una montagna consiste nel trasferire nelle pratiche quotidiane il punto di vista etico del pensiero ecologico. Camminare curiosi, salutare chi si incrocia nel tragitto, conversare con la natura, dare spazio alla prudenza, alla gradualità, alla misura, stare piacevolmente in gruppo, sono tutte operazioni che possono opporsi al degrado dell’ambiente e delle relazioni tra gli esseri umani e l’ambiente. Non basta, ma è assolutamente necessario.
Bibliografia
Barthes R. (1957). Miti d’oggi. Trad. L. Lonzi. Torino, Einaudi, 1974.
Bion W. R. (1985). A ricordo di tutti i miei peccati. Trad. D. Valori.Roma, Astrolabio, 2001.
Bonatti W. (1995). Montagne di una vita. Milano, Baldini & Castoldi.
Calvino I. (1972). Le città invisibili. Milano: Mondadori, 1993.
Calvino I. (1984). “I mille giardini”. In Collezioni di sabbia, (pp. 175-178). Milano, Garzanti.
Freud S. (1899). “Lettera del 6 agosto”. In Lettere a Wilhelm Fliess 1887-1904. A cura diJ. M. Masson (1985-1986), con note aggiuntive di M. Schröter. Trad. M. A. Massimello. Torino, Boringhieri, 1986.
Freud S. (1900). “Lettera del 14 settembre”. In Lettere a Wilhelm Fliess, op. cit.
Freud S. (1898). “Lettera a Martha Freud del 13 agosto”. In Ch. Tögel (a cura di) (2002), Sigmund Freud. Il nostro cuore volge al sud. Lettere di viaggio, soprattutto dall’Italia (1895-1923). Con la collaborazione di M. Molnar. Trad. G. Rovagnati. Milano, Bompiani, 2003.
Freud S. (1915). Caducità. Trad. S. Daniele. OSF, vol. 8.
Leopold A. (1949). Pensare come una montagna. A Sand County Almanac. Trad. A. Roveda. Prato, Piano B. Edizioni.
Sapienza T., Tenerini A. (2024). Montagna e Psiche. Emozioni e pensieri in quota. Roma, Armando.
Szymborska W. (2002). “Il silenzio delle piante”. In Opere (pp. 580-581). Trad. P. Marchesani, L. Bernardini, V. Parisi e F. K. Clementi. Milano, Adelphi, 2008.