Parole chiave: ritiro psichico, lutto
Autore: Leonardo Resele
Titolo: “The Echo Chamber”
Dati sul film: regia di Andrea Pallaoro, Italia e Belgio, 2026, durata 100 minuti
Genere: drammatico
“The Echo Chamber “di Andrea Pallaoro concentra pressoché l’intera vicenda nell’appartamento di Leo (Luca Marinelli), affermato produttore musicale segnato da un dolore fisico persistente e da una dipendenza farmacologica. Del mondo esterno rimangono poche tracce: un cortile intravisto dalla finestra, qualche passaggio, presenze percepite più che realmente incontrate. La città esiste, ma sembra essersi ritirata ai margini dell’inquadratura.
È in questo spazio chiuso che entra Anne (Alicia Vikander), fisioterapista chiamata a curarlo a domicilio. La relazione nasce dunque attraverso il corpo dolente di Leo e all’interno di una funzione di cura che progressivamente perde i propri confini. Anne gli procura farmaci senza prescrizione, diventa sua amante e partecipa a un legame nel quale attrazione, bisogno, accudimento e dipendenza diventano difficilmente separabili.
Su un altro versante compare Ava May (Susan Sarandon), cantante ritiratasi dalle scene che Leo cerca di riportare alla musica. Ava introduce nel film un’altra forma di presenza: quella della voce, capace di attraversare le stanze e il tempo, di permanere anche quando il corpo che l’ha prodotta è assente. La narrazione procede così meno per concatenazione di eventi che attraverso ritorni, avvicinamenti, separazioni e risonanze.
L’appartamento assume progressivamente la consistenza di uno spazio psichico. Leo vi si è ritirato insieme al proprio corpo sofferente, quasi restringendo il mondo alla misura del proprio disagio. Ma il dolore fisico sembra essere soltanto la parte più immediatamente nominabile di una sofferenza più diffusa. Sotto di esso affiora una rabbia scarsamente contenuta, che cerca differenti vie di scarica o sedazione: nella masturbazione, nell’uso di sostanze, nei rapporti sessuali con Anne, in esplosioni di violenza che gli procurano delle lesioni. Modi diversi di abbassare una tensione interna che sembra faticare a diventare esperienza pensabile.
Il concetto di ritiro psichico elaborato da John Steiner (1993) offre qui una possibile chiave di lettura. Nei Psychic Retreats il soggetto costruisce un rifugio mentale che lo protegge da angosce vissute come intollerabili, ma il prezzo della protezione è una progressiva sottrazione al contatto con la realtà interna ed esterna. L’appartamento di Leo sembra assumere precisamente questa ambivalenza: riparo e prigione, protezione dal mondo e spazio nel quale ciò da cui egli tenta di difendersi viene custodito e amplificato. Il fuori, intravisto dalla finestra, rimane visibile ma difficilmente raggiungibile.
E tuttavia Leo, dentro quelle stesse stanze, continua a lavorare alla musica: ascolta, compone, interviene sui suoni. Se il corpo cerca il sollievo immediato dalla tensione, la musica sembra conservare un’altra possibilità: trasformare, dare forma, rendere rappresentabile qualcosa dell’esperienza interna. Pallaoro costruisce così una topografia quasi psichica: un interno saturo di corpi, oggetti, suoni e tensioni e un esterno dal quale il soggetto sembra essersi ritirato.
Anne e Ava raggiungono Leo lungo due vie differenti: Anne attraverso il corpo, Ava attraverso la voce. La prima tocca il luogo del dolore ed entra progressivamente nel circuito della sua sedazione; la seconda appartiene al registro della musica e introduce la possibilità che qualcosa possa essere presente anche nell’assenza.
È forse qui che la “camera dell’eco” del titolo acquista la sua risonanza più profonda. L’eco presuppone infatti una distanza: perché una voce possa ritornare, deve essersi allontanata dalla propria fonte. Ma nell’universo di Leo proprio la distanza sembra difficile da tollerare. Il farmaco deve agire sul dolore, il corpo dell’altra deve essere disponibile, la voce deve poter essere trattenuta e riprodotta. La separazione viene continuamente contrastata dalla necessità di mantenere l’oggetto presente.
Si apre così la questione che Freud (1917) pone in Lutto e melanconia: come può l’Io riconoscere la perdita dell’oggetto senza perdersi con esso? The Echo Chamber sembra sostare proprio sulla soglia di questo lavoro, là dove l’assenza non è ancora pienamente rappresentabile e l’oggetto deve continuare, in qualche modo, a essere presente.
Ma la voce possiede una qualità singolare: può sopravvivere alla presenza concreta dell’oggetto senza coincidere con esso. Registrata, riascoltata, trasformata dalla musica, può diventare traccia invece che sostituzione, memoria invece che possesso.
Non è forse casuale che l’ultima sceneggiatura alla quale Bernardo Bertolucci lavorò, insieme a Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi, sia diventata, dopo la sua morte, il film di un altro regista. Pallaoro ha trasformato in immagini le parole lasciate da un autore assente. Così, in un film che interroga la possibilità di tollerare la distanza dall’oggetto, risuona anche la voce di chi non c’è più.
Forse è questa l’eco più profonda del film: non cancellare l’assenza, ma riuscire ad ascoltare ciò che può restare di una presenza.
Riferimenti bibliografici
Freud S. (1917). Lutto e Melanconia, O.S.F., 8.
Steiner J. (1993). I Rifugi della Mente. Torino, Boringhieri, 1996