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Transitorietà: quando David Bowie ci aiutò a parlare della morte. Anna Cordioli

Transitorietà: quando David Bowie ci aiutò a parlare della morte. Anna Cordioli 2

Parole chiave: Bowie, morte, lutto, caducità, transiti

Transitorietà: quando David Bowie ci aiutò a parlare della morte

di Anna Cordioli

Verrà un “cambiamento” 
(Ultime parole di Ferenczi S., 22 maggio 1922)

L’8 gennaio 2016, nel giorno del suo 69° compleanno, David Bowie pubblicò “Black Star”, il suo ventisettesimo album.
Corsi a comprarlo e mi lasciò sorpresa, quasi attonita, per la sua cupa bellezza e per quelle canzoni in cui sembrava parlarci dall’al di là.
Nella prima canzone parlava di qualcuno che moriva, nella terza il testo iniziava dicendo “Guarda quassù, sono in paradiso”, nella quarta una tal Sue riceveva delle analisi mediche da cui capiva che era ora di decidere i dettagli della propria tomba.
Giunta alla penultima canzone mi convinsi di stare ascoltando un requiem e che David Bowie stesse esplorando, a modo suo, la più classica e sacra delle composizioni funebri.
Per un attimo, quell’8 gennaio, pensai che non ci fosse ironia e che Bowie avrebbe anche potuto morire, ma poi mi ero detta “Cosa vado a pensare? È sicuramente una metafora! Chissà cosa voleva dirci questa volta!“.
Era fuori discussione che quel disco fosse un funerale suonato in tutte le parti del mondo: era una cosa semplicemente impensabile!

Invece David stava già morendo e  solo due giorni dopo, il 10 gennaio 2026, su tutti i giornali apparve la notizia più triste: David Bowie non era più con noi.
Fu in quella occasione, con un eccesso di informazioni, che apprendemmo che Bowie aveva lottato per 18 mesi contro un cancro al fegato, che aveva tenuto la notizia del tutto riservata e che durante quel tempo aveva scritto l’album Black Star.
Nella penultima canzone, lo diceva chiaro e tondo:

“Sto morendo dalla voglia di
metterli di fronte all’inconsueto
e fregarli, ancora una volta.
Ci sto provando.
È andato tutto storto, ma si va avanti
I nervi scoperti non smettono mai di dolere
Sto cadendo
Non credere nemmeno per un secondo
che mi stia dimenticando di te
Ci sto provando
Sto morendo per farlo”.

Era sardonico e profetico come sempre; era colui che accetta che la vita fosse una Cerca[1]…fino alla fine. Era per quello che lo avevamo sempre amato.
Ma nessuno di noi si sarebbe mai aspettato uno scherzo tale: morire per davvero.

Il lutto tra sorpresa e negazione

Ci aveva sicuramente presi tutti di sorpresa e messi di fronte “all’inconsueto”, come diceva nella canzone.
Lui aveva forse avuto il tempo di prepararsi alla sua morte (questo è il mio augurio) ma io, e con me milioni di fan, mi sentivo invasa da un senso di incredulità.
Per qualche istante sperai che la notizia fosse una fake news utile al marketing del disco ma dovetti ammettere che Bowie non avrebbe mai permesso una cosa così di cattivo gusto.
Lottavo tra una consapevolezza ormai cosciente e un rifiuto affettivo. Col senno di poi, penso con molta tenerezza a quegli istanti in cui la mia psiche lottava per non sapere: mi proteggevo da una notizia di cui preconizzavo il portato doloroso.
Non posso certo dire che la morte di David Bowie potesse assomigliare al dolore provocato dalla perdita di qualcuno di molto amato ma ricordo che anche in quell’istante avevo la sensazione che Bowie avesse creato un’opera d’arte. Come in un gigantesco psicodramma, l’artista ci aveva messi tutti di fronte all’incredulità che si prova di fronte alla morte: nessuno è mai pronto, nessuno è capace di accettare subito il proprio fato. Ricordo che mi accorsi distintamente di quel misto di incredulità e vero dispiacere. Come in un teatro dilatatissimo, potevo accorgermi di quanto mi opponessi alla verità.

Freud giunse a parlare del processo del lutto nel 1915, dopo lo scoppio della prima guerra mondiale. È in quell’anno che il padre della psicoanalisi scrive Caducità, Lutto e melanconia e Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte. Questi sono tre lavori che servono ad ogni essere umano, non solo ai clinici, per avvicinarsi al dolore della perdita con grazia. Mi ha sempre commosso il modo in cui Freud parla, in questi testi, dello scoppio della guerra come di qualcosa che lo aveva sorpreso al punto di sentire di vergognarsi delle certezze a cui si era aggrappato per credere in un mondo migliore. La psiche devastata da un lutto si trova immediatamente attanagliata da un conflitto immersivo: se accettare o rifiutare la cruda realtà.
Quando dobbiamo affrontare la morte di qualcuno che ci è molto caro (per prossimità o perché ha avuto un ruolo nella costruzione della nostra identità) non riusciamo ad abbracciare subito ciò che sta accadendo.
La psiche si difende, denegando l’evento (“non posso ancora accorgermi che è accaduto davvero”) o negando l’affetto evocato dalla notizia (“so che è accaduto ma non riesco a sentire nulla”).
Nelle situazioni più gravemente traumatiche, la psiche può impedire l’accesso sia della rappresentazione che dell’affetto e non è raro che persone molto provate dal dolore raccontino di non aver proprio capito cosa gli veniva detto. Talvolta la mente ha così tanto bisogno di difendersi da giungere ad un black out simile ad uno svenimento.
Questa forma di sordità iniziale mi ha sempre molto colpito: è una prima difesa di fronte al lutto, è un atto di benevolenza nei nostri stessi confronti e va accolta con estrema gentilezza.
Con l’esperienza, si impara ad avere pazienza: non tutto può essere pensato all’istante, non tutto può trovare una buona forma fin dall’inizio. C’è chi, colpito da una perdita, agisce in maniere che non avrebbe mai immaginato e spesso fatica a riconoscersi nelle sue prime reazioni.
Di fronte ad una grave perdita, l’Io deve riuscire ad elaborare una posizione depressiva che però, ricordiamolo, è un funzionamento molto alto e tutt’altro che scontato da raggiungere. Per potersi permettere tale posizione l’Io può avere bisogno di un certo tempo per elaborare le risorse necessarie e non è raro che, come primo passaggio, abbia urgenza di prendere le distanze dal proprio mondo interno e dal dolore psichico (Cordioli, 2020).

Parlare del come si muore

“D: Qual è secondo te il grado più basso di infelicità?
Bowie: Vivere nella paura.”
(Vanity Fair,1998)

Quando morì David Bowie, ricordo che si parlò molto presto di una possibile eutanasia. Lesley-Ann Jones, l’autrice della biografia Hero: David Bowie (2017) ha sostenuto che Bowie avesse optato per le cure palliative nelle settimane precedenti alla sua scomparsa e che poi prese l’ultima decisione rimasta per alleviare il dolore. Non ci furono né conferme né disconferme a questa fuga di notizie. Chi ha molto da dire con la propria arte e con il proprio genio, può permettersi di avere una vita anche molto privata[2].
D’altro canto Bowie era molto attento a ciò che rendeva pubblico e aveva creato degli eteronimi (come Ziggy) proprio per potersi esprimere senza necessariamente esporsi in qualità di persona reale (Cordioli, 2022).
Non era dunque così importante se l’uomo David Jones avesse o meno avuto accesso all’eutanasia, perché la sua opera d’arte andava molto oltre questo. In particolare il suo ultimo disco parlava della necessità di affrontare anche la morte con il massimo della dignità possibile. In Black Star, infatti, Bowie era riuscito a far parlare l’uomo che sa di star morendo e questo non è un racconto di finzione. In particolare l’album porta l’ascoltatore  attraverso un luogo psichico rarefatto, nel tempo sospeso e lento di quando non ci sono più illusioni di guarigione. È all’interno di questo ambiente sonoro spesso dissonante che Bowie ha compiuto un grande atto di coraggio: esistere come individuo fin che ha potuto creare arte.

Pochi giorni dopo la sua morte, sul blog del ‘British Medical Journal’ apparve una lunga lettera indirizzata a Bowie e scritta da un medico inglese esperto di cure palliative al Velindre NHS Trust di Cardiff. La lettera Iniziava con “Caro David” e, dopo una serie di meravigliosi ricordi di musica e vita, passava a ringraziare:

  • “Grazie per Lazarus e Blackstar. Io sono un medico specializzato in cure palliative e ciò che hai fatto nel periodo che ha preceduto la tua morte ha avuto un profondo effetto su di me e su molte persone con cui lavoro. Il tuo album è costellato di riferimenti, suggerimenti e allusioni. Come sempre, non rendi facile l’interpretazione, ma forse non è questo il punto. Ho sentito spesso dire quanto fossi meticoloso nella tua vita. Per me, il fatto che la tua morte serena a casa tua abbia coinciso così strettamente con l’uscita del tuo album, con il suo messaggio d’addio, non può essere una coincidenza. Tutto questo è stato pianificato con cura, per diventare un’opera d’arte sulla morte. Il video di Lazarus è molto profondo e molte delle scene avranno significati diversi per ciascuno di noi; per me riguarda il modo di affrontare il passato quando ci si trova di fronte alla morte inevitabile.
  • Grazie per la tua morte a casa. Molte persone con cui parlo per lavoro pensano che la morte avvenga prevalentemente in ospedale, in contesti molto clinici, ma presumo che tu abbia scelto di morire a casa e che tu abbia pianificato tutto nei minimi dettagli. Questo è uno dei nostri obiettivi nelle cure palliative, e il fatto che tu sia riuscito a realizzarlo potrebbe significare che altri lo vedranno come un’opzione che vorrebbero realizzare. Le foto che sono emerse alcuni giorni dopo la tua morte, si dice siano state scattate nelle ultime settimane della tua vita. Non so se sia vero, ma sono certo che molti di noi vorrebbero indossare un abito elegante come quello che indossavi in quelle foto. Eri fantastico, come sempre, e sembrava sfidare direttamente tutti i mostri spaventosi che possono essere associati alle ultime settimane di vita.
  • Grazie per le tue esigenze di controllo dei sintomi: avrai presumibilmente ricevuto consigli da professionisti delle cure palliative su dolore, nausea, vomito, affanno, e immagino che lo abbiano fatto bene. Immagino che abbiano anche discusso di qualsiasi angoscia emotiva tu potessi avere.
  • Grazie per la tua pianificazione anticipata delle cure (cioè pianificare le decisioni relative alla salute e alle cure prima che le cose peggiorino e prima di diventare incapace di esprimerle), sono certo che avrai avuto molte idee, aspettative, decisioni preventive e disposizioni. Queste potrebbero essere state chiaramente esposte per iscritto, vicino al tuo letto a casa, in modo che tutti quelli che ti incontravano avessero chiaro ciò che volevi, indipendentemente dalla tua capacità di comunicare.”

La lettera continuava ancora con passaggi molto toccanti e aggiungeva un sentito grazie  “per la tua storia, che è diventata un modo per noi di parlare più apertamente della morte, qualcosa che molti medici e infermieri faticano a introdurre come argomento di conversazione.” (Taubert, 2016).

Ciò che dovremmo cercare di comprendere di una artista è da dove arrivi la potenza della sua comunicativa. Credo che la lettera di questo medico renda benissimo la capacità che Bowie aveva di arrivare al cuore delle esperienze che attraversava. Nella sua opera tutto è maschera ed è enigma eppure c’è uno scarto minimo tra la rappresentazione e la verità.
Il suo ultimo contributo è stato un requiem che parla di vita e di dignità e che, se ben usato, può aiutare i pazienti e i familiari, i medici e gli analisti a parlarsi sul tema della vita durante il fine vita.

Sic Transit

David Bowie, in un certo senso, ci aveva abituato ai suoi addii: bastì pensare alla “morte” di Ziggy Stardust, il 3 luglio 1973 all’Hammersmith Odeon di Londra.
Dopo Ziggy, avevano calpestato questa nostra terra anche Aladdin Sane, The Thin White Duke, Halloween Jack e molti altri. Ciascuno di questi personaggi nasceva, splendeva e poi se ne andava. Erano come tante reincarnazioni quantistiche di David, essere umano nato nel pieno del Baby Boom e che sembrava avere in sé molta più vita che realtà. Ma proprio per quel contatto così profondo con le rinascite, quando uscì la sua ultima persona, Il profeta cieco, quasi nessuno ritenne di dover prendere alla lettera il disco.
E invece Bowie, che era sempre stato un genio nelle uscite di scena, questa volta era davvero morto e ci parlava della sua esperienza, sapendo che lo avremmo ascoltato quando lui se n’era appena andato.
Si sarà immaginato il nostro restare a bocca aperta e le mille domande che ci avrebbero infine assalito. Penso che possa anche essersi fatto una risata, in fondo era un uomo molto spiritoso.[3]

La parabola dei personaggi di Bowie era però qualcosa di più che un semplice gioco di apparizioni e sparizioni (come nel gioco del rocchetto) e non erano neppure meri cambiamenti di ordine maniacale.
Egli aveva saputo dare corso ad un vero e proprio percorso di trasformazione.  “Il termine ‘Trasformazione’ può ingannare, se non ci si rende conto dei limiti presentati dal concetto di ‘Forma’” (Bion W., 1965). In altri termini, la vera trasformazione non è un capriccio di metamorfosi ma è una vera e propria evoluzione che tiene memoria di ciò che si è e che si è attraversato. Le trasformazioni, quelle profonde e coraggiose non sono, infatti, sgraziati tagli col passato, ma sono semmai, i frutti maturi di un lungo percorso alla ricerca della propria poetica (Cordioli, 2023).
È interessante infine notare che il termine italiano caducità (titolo del bellissimo saggio di Freud sulla brevità della vita) è la traduzione del termine tedesco Vergänglichkeit e che in inglese questa parola si traduce con “Transience”, transitorietà.
“Come madrelingua inglese, voglio registrare una valenza diversa che percepisco nelle parole transitorietà e cambiamento. Il cambiamento è impersonale. Il cambiamento avviene. Per noi ha senso parlare di mero cambiamento. La transitorietà significa impermanenza, ma suggerisce anche che i nostri cuori sono coinvolti. La transitorietà allude alla perdita. C’è quindi una malinconia nella transitorietà che il cambiamento non ha.”(Lear, 2021).
Nell’arte di Bowie era evidente che la faccenda non fosse solo cambiare ma transitare, esperire tutta la vita che c’è nella caducità. Per certi versi tutto il lavoro poetico di Bowie, è stata una esplorazione della transitorietà dell’umano e del continuo lavoro del lutto che rende possibile l’essere autenticamente vivi. È per questa via che accettiamo di dire quanto di personale ci sia in tutto ciò che viviamo, creiamo e perdiamo.

Bibliografia:

Bion W. (1965) Transformations, Karnac Classic, London.

Bowie D. (1998) David Bowie Answers the Proust Questionnaire. Vanity Fair, August. https://www.vanityfair.com/hollywood/2016/01/david-bowie-proust-questionnaire

Cordioli A. (2020). “Non ho mai…” Adolescenza tra lutto e difese maniacali” , rivista “Gruppo: omogeneità e differenze” numero 6/2020 “Adolescenti in Gruppo: Varianti e Invarianti della Fatica di Diventare Grandi“, pp 239-250,
https://www.argo-onlus.it/wpcontent/uploads/2015/01/attualefileUNICOcopertina.pdf

Cordioli A. (2022). “The rise of Ziggy Stardust. Il domani appartiene a chi lo sente arrivare” centrovenetodipsicoanalisi.it, Centro Veneto di Psicoanalisi https://www.centrovenetodipsicoanalisi.it/the-rise-ziggy-futuro-sente-identita-bowie-centro-veneto-psicoanalisi-cordioli/

Cordioli A. (2023) “Come muore una stella? David Bowie e la morte di Ziggy Stardust”, centrovenetodipscoanalisi.it , Centro Veneto di Psicoanalisi. https://www.centrovenetodipsicoanalisi.it/come-muore-una-stella/

Ferenczi S. (1922). citato in Lualdi M. “Sandor Ferenczi: Omaggio Minimo” (2023) In Il passo psicoanalitico. https://ilpassopsicoanalitico.blogspot.com/2023/06/a-sandor-ferenczi-omaggio-minimo.html

Freud S. (1905). Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio. O.S.F., 5.

Freud S. (1915). Caducità O.S.F., 8.

Freud S. (1915). Lutto e melanconia. O.S.F., 8.

Freud S. (1915). Considerazioni attuali sulla guerra e la morte. O.S.F., 8.

Jones L-A. (2027) Hero: David Bowie. Hodder & Stoughton

Lear J. (2021) Transience and hope: A return to Freud in a time of pandemic. Int.J. Psychoanal., (102)(1):3-15

Taubert M. (2016) “A thank you letter to David Bowie from a palliative care doctor” in “’British Medical Journal’s Blog”. https://blogs.bmj.com/spcare/2016/01/15/a-thank-you-letter-to-david-bowie-from-a-palliative-care-doctor/


[1] Quella che Bowie fa in quegli anni è una vera e propria “ricerca”, al punto che sulla copertina diThe rise and fall of Ziggy Stardust c’è un’insegna con scritto “K-WEST”. In inglese questa parola si legge come “Quest”: la “Cerca” del Sacro Graal.  Non c’è cerca più radicale di quella all’inseguimento dell’umano. Ne parlo in “The rise of Ziggy Stardust. Il domani appartiene a chi lo sente arrivare” (Cordioli, 2022).

[2] Non posso non pensare anche agli ultimi istanti della vita di Freud.

[3] Non posso non pensare alla risata del condannato di cui parla Freud (1905) e che rappresenta il momento in cui l’Io cerca di sopportare anche l’insulto più grande: la morte certa. Penso però anche al testo di Lear in cui esplora il modo in cui la speranza radicale (quella che appare nell’individuo dopo che ha accettato la disfatta) è “ Sia ironica che sincera” (Lear, 2021)

Transitorietà: quando David Bowie ci aiutò a parlare della morte. Anna Cordioli Monica Castellini

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