Il cinema che fa paura

Da Méliès a Fincher, nella “stanza del panico”

dove è finito l’Occidente

Gabriella Gallozzi

Giornalista de l’Unità e critica cinematografica. Documentario e produzioni indipendenti sono i suoi territori d’interesse. Per Rai3 ha firmato Le ragazze della nuova Polonia (Storie vere) e collaborato al programma La base. Si è occupata di storia col progetto Voci di donne dalla Resistenza (videotestimonianze di partigiane). Presidente dell’Associazione Calipso-Bookciak sta realizzando una serie d’iniziative per intensificare il rapporto tra cinema e letteratura.

Cinema e paura. Un binomio storico, un classico. Anzi un genere, nelle sue “gradazioni” dal thriller all’horror. A dire, insomma, come la settima arte, da subito, abbia trovato nelle eterne paure dell’uomo una fruttuosa fonte di spettacolarizzazione, buona anche per esorcizzarle.
Georges Méliès, già nel 1896, sperimentava le potenzialità “orrorifiche” del cinematografo con Le manoir du diable (guardatelo su Youtube è fantastico!), tre minuti in bianco e nero tra pipistrelli e satanassi, conditi in realtà più di pantomima che di spaventi, ma che fruttarono a questo film il titolo di primo horror della storia.
Da allora la strada si è popolata di Nosferatu, Dracula, Dr. Jekyll and Mr. Hyde, Frankenstein, mummie, uomini lupo e zombi, archetipi mutuati dalla letteratura che, ancor prima del cinema, si è applicata a metterci paura.
Negli anni il genere è cresciuto, è maturato, allontanandosi sempre più dal gotico per toccare le più varie sponde del nostro immaginario, anche politico. Horror psicologici, con un grande padre come Alfred Hitchcock, oppure horror popolati di morti viventi, indemoniati ed esorcisti: George Romero, William Friedkin, Robert Wise, John Carpenter, David Cronenberg, Wes Craven – da noi Dario Argento -, giusto per citarne alcuni, diventano per la critica più agguerrita interpreti e, persino fustigatori, dell’Occidente, consumista, razzista, capitalista, guerrafondaio – il conflitto in Vietnam su tutti – .
La fantascienza, per esempio, s’insinua nell’horror a partire dai Cinquanta, in tempi di Guerra Fredda. È allora che gli alieni arrivano sul grande schermo a minacciare la terra, diventando all’occorrenza, metafora dell’”altro”, del “diverso”, quando non espressamente del “pericolo comunista”. Tanta critica stigmatizzò così L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel – nonostante le smentite dello stesso autore -, un culto assoluto nel suo genere, che ha fruttato fin qui ben tre remake. Alieni invasori poi “riabilitati” dal tenero e umanissimo E.T. (1982) di Steven Spielberg, e poi nuovamente trasformarli in cattivissimi sterminatori nell’ironico Mars Attacks! (1996) di Tim Burton o nel serio Independence Day (1996) di Roland Emmerich che proprio alla fantascienza anni Cinquanta si rifanno.
Corsi e ricorsi storici, insomma. Così come è accaduto per i pellerossa, prima spietati tagliatori di scalpi nei western di John Ford e poi sinceri amici dei bianchi che “ballano coi lupi”.
Il cinema americano, di fatto quello che ancora massicciamente determina l’immaginario collettivo occidentale, non ha mai smesso di seguire l’aria dei tempi, nuovi fantasmi, nuove paure, nuove ossessioni collettive. Così l’11 settembre ha impiegato non molto a diventare materia di riflessione cinematografica. Oliver Stone (World Trade Center) è già in pista nel 2006 per raccontare l’inferno delle Torri gemelle dal punto di vista degli eroici soccorritori. Ancor prima United 93, di Paul Greengrass sale a bordo dell’aereo dirottato l’11 settembre, ma mai arrivato all’obiettivo a seguito della rivolta dei passeggeri contro il terrorista. L’anno successivo, nel 2007, Mike Binder (Reign Over Me) entra nel dramma personale di un dentista che ha perso moglie e figlia nell’attentato. Nel 2010 Allen Coulter (Remember Me) lascia morire il protagonista nel crollo delle torri, mentre nel 2011 Stephen Daldry (Molto forte, incredibilmente vicino) ci accompagna nelle camminate newyorchesi di un ragazzino che ha perso il padre negli attacchi terroristici.
Eppure il film che più dice, simbolicamente, di quello che l’11 settembre ha causato in termini di ossessione e psicosi collettiva è – crediamo – Panic Room di David Fincher, grande indagatore degli incubi dell’Occidente contemporaneo. Appena un anno dopo l’attentato, nel 2002, l’autore di Fight Club, Seven e premio Oscar per The Social Network, costruisce un thriller claustrofobico che proprio nell’attacco al luogo più intimo delle nostre esistenze, la casa, svela l’angoscia e lo sgomento di una società – quella americana – che si è trovata improvvisamente colpita al cuore. Dopo anni di guerre combattute fuori dai propri confini, l’America dell’11 settembre scopre che il “nemico” è arrivato fin dentro le mura della sua casa. Così come accade alla protagonista del film, una splendida Jodie Foster, madre separata da poco che, con la figlia adolescente (la piccola Kristen Stewart, oggi volto di successo della saga di Twilight) si trasferisce in una splendida abitazione nel centro di Manhattan. Una vera casa da ricchi con tanto di “panic room”, appunto, ultima frontiera dell’ossessione dell’upper class americana: piena di viveri, attrezzata di telefoni e telecamere la stanza del panico è il rifugio perfetto in caso di furti in casa e intrusioni di malintenzionati. Un “dentro” inespugnabile contro i pericoli di “fuori”, del ladro, del balordo, di quel mondo di sotto che tenta di rubare il benessere dei pochi.
E puntualmente accade. Tre balordi, due sudamericani e un nero, rappresentanti delle minoranze etniche emarginate degli Usa, entrano proprio la prima notte in casa della donna. Fatalità vuole che quello che cercano – il malloppo del precedente inquilino – sia proprio nella panic room. Ecco dunque che il rifugio si trasforma in prigione. La tecnologia da strumento di difesa contro la barbarie diventa ossessione. Lo sguardo attraverso i monitor di controllo ci accompagna in una spirale di panico, inseguendo le mosse del “nemico”, dell’intruso, dell’altro, tentando di prevenirle di anticiparle come in un perverso gioco tecnologico tra il gatto e il topo. Il finale, in cui la vittima riuscirà ad avere la meglio sui “carnefici”, non servirà però a pacificare gli animi né ad esorcizzare la paura. L’inquietudine, nonostante la “battaglia vinta” resterà. Consapevoli che la “guerra”, che sia tra ricchi e poveri, nord e sud del mondo, Islam e Occidente, è ancora in corso.