La giustizia è giusta se è un problema, non è più giusta se vuole essere una soluzione.

RICCARDO ROMANO

psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana

La giustizia è da sempre un concetto problematico. I miti insegnano.
Oreste uccide la madre Clitemnestra perché aveva ucciso a tradimento il padre Agamennone di ritorno dalla guerra di Troia. Egli a sua volta si era macchiato dell’uccisione,tramite un sacrificio agli dèi, della figlia Ifigenia. Oreste è sostenuto da Apollo, una cosidetta nuova divinità. È contrastato e perseguitato dalle Erinni, divinità arcaiche ineluttabilmente superabili. Lo scontro è tra il Codice Paterno tramite la vendetta del figlio per il tradimento e uccisione del padre, e quello della Madre o materno.
Il primo è Codice della tradizione patrilineare, il Codice della forza, della guerra, della ragione, della convenienza, dell’affermazione del potere maschile sulla donna.
Il secondo è Codice della tradizione matrilineare, il Codice dei sentimenti, della sofferenza della protezione dei cuccioli.
Clitemnestra cova in sé una rabbia vendicatrice feroce per il sacrificio della figlia Ifigenia e sa aspettare. Ed è Madre tuttavia, che cerca di richiamare nel figlio Oreste, mentre viene uccisa da lui, l’amore per il seno della madre.
Il conflitto viene risolto dalla giustizia con l’assoluzione di Oreste da parte dell’Areopago di Atene, imbeccato da Atena.
Dunque il nuovo che avanza anche se determinato dagli dèi.
La falsa questione della giustizia divina o meglio, la questione della giustizia in nome degli Dei o di Dio, potrebbe o dovrebbe essere spazzata via dalle parole di Elettra, sorella di Oreste all’inizio della tragedia di Euripide.
“Niente è così terribile, non c’è dolore o sciagura imposta dagli dèi tale che la natura umana non sia in grado di portarne il peso”.
Cioè né gli dèi né Dio c’entrano nulla con la giustizia umana.

E poi c’è Antigone che si oppone alla giustizia di Creonte, il nuovo re della città di Tebe, che secondo le leggi antiche, stabilisce che il corpo di Polinice, fratello di Antigone, non sia seppellito perché ha combattuto contro Tebe. Antigone è portatrice dei valori di una nuova giustizia che ha pietà per i morti e amore per il fratello. Lei che appartiene a una famiglia disastrata, è paladina di una nuova giustizia che sostiene l’amore per i familiari, cioè il valore dei legami affettivi, fino al sacrificio di sé.

Infine vorrei parlare, a proposito della problematicità della giustizia, di un mito moderno, la Shoah. La Shoah è un mito non nel senso che non è esistito realmente. Questa è l’interpretazione del “Mito” superficiale e rozza. Il mito è un racconto di un evento storico accaduto, che ha acquistato un valore simbolico tale per cui tutti gli individui di un gruppo, di una nazione, di una civiltà si riconoscono in quel mito e in ciò che significa e nei valori di cambiamento ed evoluzione della specie animale umana.
La Shoah è un mito perché tutti capiscono che ci si riferisce allo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti. C’è un negazionismo sciocco e cieco di fronte ai documenti e testimonianze; ma c’è un negazionismo più subdolo e pericoloso che nega di fatto il significato più profondo della Shoah. Una anziana donna sopravvissuta ai campi di concentramento e sterminio, dopo aver raccontato tutto l’orrore, si lascia andare ad una considerazione amara: “ma non è cambiato niente!”. Ecco la terribile negazione. Il mito della Shoah ci dovrebbe sempre ricordare che non deve più accadere che un popolo sia costretto a subire da un altro popolo, o da qualunque altro popolo, quello che ha subito il popolo ebraico. È in questa maniera che continuamente si nega nei fatti la verità di quel mito. La giustizia nel caso della Shoah non dovrebbe presentare problemi, tanto chiaramente suddivisi si presentano il torto e la ragione. Ma Hanna Arendt a proposito del processo ad Eikmann vuole capire oltre che condannare e scopre che Eikmann “non ha pensato” e ritiene pericoloso non tanto trovare una giustificazione al comportamento e alle decisioni del carnefice , ma il fatto che si possa per sete sbrigativa di giustizia, sottovalutare e assecondare il fenomeno dell’impensabilità imperante nei nazisti e che noi rischiamo di assecondare rinunciando ad esercitare l’esercizio etico cioè responsabile, della pensabilità. L’impensabilità di Eikmann non è un’incapacità di pensare, tutti i carnefici sono bravi a pensare. A pensare un pensiero efficace intelligente e organizzato. Tutti i carnefici: i nazisti, i terroristi, i boss mafiosi, i serial killer, sono bravi a pensare, ma è un pensiero privo di memoria, affettività, appartenenza alla vita, all’etica della responsabilità. Questa capacità di pensare è l’impensabilità, che non può essere scelta dalla giustizia.
Ancora una volta la giustizia che vuole essere una soluzione facile, rischia di trascurare un elemento fondamentale che dovrebbe essere mantenuto come principio etico di essa: gli effetti nel futuro di tutti gli atti che si assumono per la giustizia.
Ogni sentenza instaura una tradizione di comportamenti e di valori che incideranno, quindi, nella vita affettiva quotidiana di tutti. Se la giustizia sceglierà il Codice Paterno o la legge del taglione o la tradizione escludente o la supremazia dell’impensabilità, avremo un popolo quieto e sottomesso, impaurito ed arido, senza memoria e opportunista. Cioè ingiusto.
Tra l’altro ognuno di noi deve ancora rispondere alla domanda, che proviene anch’essa da un mito: Caino, Caino dov’è tuo fratello?

RICCARDO ROMANO