La banalità del male: alle origini della crudeltà.

Gabriella Giustino

è Psichiatra e Psicoanalista Ordinario della SPI e dell’IPA.
Ha fatto parte del direttivo del Centro Milanese di Psicoanalisi dal 2008 al 2011.
Fa parte della redazione di Spiweb, sito della Società Psicoanalitca Italiana.
Ha pubblicato diversi lavori anche in ambito internazionale.
Il suo interesse particolare riguarda la ricerca psicoanalitica sulle patologie gravi.

Hannah Arendt (1963) nel suo celebre libro intitolato “La banalità del male” descrive il processo al criminale nazista Adolf Eichmann.
Lo scenario del processo è una specie di teatro degli orrori architettato da Ben Gurion per impressionare l’opinione pubblica e contrasta, secondo la Arendt, con le caratteristiche dell’imputato. Egli, a suo dire, non appare come la belva che è stato ma sembra un omino mediocre niente affatto crudele né sadico. Penso che Bollas lo definirebbe un “normotico” che esegue al meglio gli ordini impartiti per la “soluzione finale”.
Un uomo banale che cerca, attraverso un’adesione “ideale” conformistica ed ossessiva alle regole del nazismo, di dare un significato alla sua esistenza mediocre segnata da una biografia personale fallimentare. Al processo Eichmann appare, agli occhi dell’autrice, ripiegato su se stesso; egli non si dichiara colpevole perchè non si ritiene colpevole. L’Autrice allora cessa di vedere gli autori dell’orrore nazista come mostri e ne mette in evidenza, la mancanza di vitalità, la passività nell’esecuzione degli ordini, l’assenza di pensiero. L’esperienza descritta dalla Arendt viene ripresa in un libro intitolato “La scienza del male” (2011) di Simon Baron- Cohen. Egli s’interroga, da neuroscienziato e psicopatologo, sulle radici della crudeltà umana concentrandosi principalmente sul concetto d’empatia. La crudeltà è considerata come un deficit d’empatia e il libro è un viaggio appassionante attraverso le neuroscienze e la psicopatologia dello sviluppo.
L’autore individua un punteggio “zero negativo” dell’empatia che rende alcuni soggetti, affetti da gravi disturbi di personalità, incapaci di capire la propria mente in termini d’emozioni e sentimenti e di sintonizzarsi su quella dell’altro. L’altro da sé è quindi trattato freddamente e cinicamente come un oggetto concreto e può subire efferate violenze per banali motivi.
Il neuroscenziato afferma che la Arendt aveva involontariamente sottovalutato la complessità psicopatologica e l’efferatezza di Eichmann.
Il criminale nazista, infatti, col procedere del processo (a cui la Arendt non aveva potuto assistere per intero ) era diventato sempre più esplicito nel racconto della sua disumanità rivelando progressivamente aspetti molto freddi e crudeli.
Il criminale Eichmann rientra senza dubbio in quello che Baron –Cohen chiama il grado “zero negativo” dell’empatia.
Al nome di Hannah Arendt è spesso associato quello di Simone Weil, accomunate da un analogo destino umano e da un oggetto comune di riflessione. Per Simone Weil ( 1966 ) il male è ciò che trasforma gli uomini in cose. Questa intuizione è ripetutamente sottolineata da Simon Baron- Cohen nel suo libro. Infatti la mancanza d’empatia è all’origine dell’incapacità di percepire l’altro come umano.
Gli individui “zero negativi” trattano gli altri come oggetti concreti. Numerosi esperimenti, documentati con Risonanza Magnetica Nucleare funzionale, dimostrano un’ipoattività marcata del circuito cerebrale dell’empatia quando questi soggetti si confrontano con immagini di persone che esprimono emozioni ( come sofferenza, gioia, disgusto).
Le persone zero negative sono indifferenti e non comprendono né distinguono gli stati emotivi espressi dai volti umani mentre il loro circuito cerebrale dell’empatia si attiva poco o nulla.
In ogni caso l’immedesimazione con chi soffre è completamente annullata: la crudeltà è insensibile al dolore altrui.
Nello sviluppo del pensiero psicoanalitico il “male” origina dall’interpretazione del demoniaco come personificazione di pulsioni inconsce rimosse principalmente connesse con l’erotismo anale (Freud 1908) e si sposta progressivamente dalle pulsioni alla distruttività. Il male-dispiacere diventa lotta tra istinto di vita e istinto di morte. Al posto della pulsionalità sessuale primitiva si afferma l’importanza della distruttività umana, il dolore melanconico che, secondo il modello kleiniano, è trasformabile e riparabile attraverso il raggiungimento della posizione depressiva. Parallelamente si sviluppa la teoria winnicottiana che colloca l’aggressività all’interno della relazione duale madre- bambino (e dei suoi possibili impingments).
Tra gli Autori francesi Andreé Green (1988) ritiene che occorre modificare il modello della distruttività come opposizione tra eros e pulsione di distruzione. Egli sostiene che il male si compie nell’indifferenza della psiche ed è insensibile al dolore proprio ed altrui. Il male, afferma Green, non è il contrario dell’amore ma la mancanza d’amore. Janine Chasseguet Smirgel ( 1988 ) scrive invece della possibile idealizzazione dell’istinto di morte descrivendo coloro che hanno una spinta forsennata verso la soddisfazione totale onnipotente.
In questi stati mentali, in cui la distruttività è elevata a stato di sommo piacere, l’Autrice sottolinea uno stato mentale di forte attrazione per una sorta di paradiso perduto, privo di bisogni ed ansie.
La distruttività fredda è senz’altro un attacco alle emozioni ma può accompagnarsi ad una speciale forma di piacere che rende il male una specie d’ eccitante mentale (De Masi, 2000) che acquista potere e perciò, talora, è più potente del bene.
Ma se ci sono menti “dominate” dal male ci sono anche menti “violate” dal male. Nel 1951 Anna Freud e Sophie Dann scrivono un lavoro profondamente toccante intitolato “Un esperimento di educazione di gruppo ”. Alcuni bambini orfani di ebrei tedeschi arrivano nel Regno Unito dopo la liberazione e vengono accolti in comunità. I loro genitori sono stati deportati in Polonia appena dopo la loro nascita e uccisi nelle camere a gas. I bambini, a loro volta sono stati internati a Teresienstat ed affidati per due anni a persone prigioniere nel campo di concentramento (perciò gravemente deprivate ed angosciate). Le due Autrici descrivono con precisione il tipo di relazione che i bambini stabiliscono tra loro e con gli adulti. Essi rifiutano per molto tempo l’aiuto delle operatrici che li accudiscono. L’esposizione al terrore nazista ha completamente invertito la loro visione del mondo: gli adulti anzichè protettivi sono diventati ai loro occhi potenziali aguzzini. L’unica strategia di sopravvivenza è quella di solidarizzare tra loro rifiutando di dipendere dagli adulti.
Una testimonianza inconfutabile di come il male viola la mente sovvertendo il senso stesso delle relazioni umane.