Sopravvivere al terrore

Massimo De Mari

Psichiatra, criminologo, psicoanalista SPI

Il lavoro dello psicoanalista in ambito criminologico offre spesso la possibilità di vivere situazioni di incontro fuori dalla clinica ordinaria, in cui può risultare ancora più difficile distinguere i valori personali in gioco da quelli del ruolo professionale e della tecnica.
Sono situazioni-limite in cui si possono osservare da vicino i riverberi delle questioni sociali e politiche che i mass media ci rimandano quotidianamente, di cui siamo testimoni e involontari protagonisti.
In una popolazione di “mostri” che uccidono a sangue freddo, giovani intossicati di noia e sostanze stupefacenti che compromettono la loro vita con azioni di cui il giorno dopo non ricordano nulla o extracomunitari che scappano da guerre o da conflitti sociali e giocano la loro vita su barche improbabili la sfida è quella di trovare uno spazio di pensiero che permetta di dare un senso all’incontro e alla relazione con l’altro.
A volte questi incontri sono più difficili di altri ma proprio per questo più importanti.

Omar aveva già giurato che si sarebbe fatto esplodere da qualche parte, in un posto affollato di una grande città, l’organizzazione era a buon punto e la sua cintura esplosiva era già pronta.
Conduceva una vita assolutamente normale, era entrato in Italia con i documenti in regola, per motivi di studio ed era ospite di una famiglia italiana, una coppia con due bambini.
Quando lo incontro per la prima volta è arrabbiato per il modo con cui lo trattano in carcere, ha uno sguardo sfuggente, chiuso, non è disponibile a parlare con me e non capisce perché lo hanno mandato a fare una visita specialistica.
Ma ha voglia di parlare, di sfogarsi e dopo qualche scambio di battute capisce che può farlo.
Si dimostra subito una persona di buona cultura, ha uno sguardo profondo che può diventare amichevole e si abbina, quando vuole, a un sorriso cordiale e, come sperimenterò più tardi, a una stretta di mano forte, a due mani, che sembra quasi un abbraccio.
Mentre mi racconta la sua storia non posso impedire che mi scorra un brivido per la schiena, Omar sembra credibile, non avrebbe nessun vantaggio a dire falsità “…e poi cos’è successo ?” – domando, indagando il motivo per cui si trova in carcere – “…poi sono riuscito a ragionare e a rendermi conto che saltando per aria avrei ucciso persone innocenti, donne e bambini, gente normale, come gli amici che mi ospitavano e non ce l’ho fatta a continuare…”.
Dopo pochi giorni dal nostro primo incontro è stato trasferito non si sa dove, è tornato per qualche giorno, giusto il tempo per parlarci una seconda volta, ed è sparito nuovamente.
Nel nostro secondo incontro gli ho chiesto di farmi capire come si arriva a prendere una decisione come la sua, come ragiona un’estremista, qual è il suo obiettivo e cosa c’entra la religione col progetto di “conquistare il mondo”.
“Sono in pochi che conoscono veramente cosa c’è scritto nel Corano – esordisce Omar – la massa conosce quei pochi principi più estremizzati che poi caratterizzano la Shaaria (letteralmente “costituzione”) che fa presa nelle persone più fragili, i giovani, o quelli che soffrono maggiormente di povertà e privazioni, di cui viene incolpato il mondo occidentale, e di spingerli ad uccidere, con la promessa della gloria eterna”.
“Ma è vero che voi – mi dice, cambiando tono, con uno sguardo improvvisamente duro – ci avete violentato e derubato e noi adesso facciamo la stessa cosa con voi….se dovessi seguire il mio istinto, adesso dovrei tagliarle la gola, dottore….”.
Quest’ultima frase cade in un silenzio pesante e, come se stesse per scoccare la mia ultima ora, penso…

…penso a chi si è trovato davanti ad uno come lui, con le mani legate dietro la schiena, vestito di arancione, al terrore che può aver provato di fronte ad un destino così ineluttabile e indiscutibile, incomprensibile, verrebbe da dire, ma che invece un senso ce l’ha, anche se per noi occidentali è oscuro, terribile e ingiustificabile.
Penso alle altre volte in cui ho provato lo stesso senso di sgomento e di paura di fronte ad un paziente e mi vengono in mente gli psicotici più gravi, quei casi di “agitazione psicomotoria” ingovernabile se non con dosi massicce di neurolettici, o agli sguardi tesi e aggressivi dei paranoici che vedono negli altri una minaccia per la propria incolumità, ai loro discorsi minacciosi e allusivi.
“E adesso che faccio, cosa gli dico ?” penso, ma soprattutto mi chiedo “a cosa stai pensando ? Tu, con le tue sicurezze di medico occidentale, con le tue competenze di specialista, con la tua qualifica di esperto e la tua formazione analitica….?”.
Penso ai miei figli, naturalmente, al mondo in cui vivono, a come fare per proteggere loro, mia moglie, le persone che amo….penso alla sensazione di un coltello che ti entra in gola, a quanto tempo ci vuole per morire in quel modo, non molto – considero, attaccandomi alla razionalità – almeno in questo avranno un po’ di umanità, se arrivi alla carotide in fretta ci metti pochi secondi per morire, forse non senti neanche tanto male…”.
Provo un senso di nausea profonda, un senso di vomito che non ho mai avuto, parlando con altri assassini, potenziali, come lui, o reali….o forse sì, una volta, quando mi sono trovato di fronte quel padre, anche lui della stessa cultura, che ha ucciso la figlia che gli aveva disubbidito perché voleva vestirsi alla occidentale e me ne parlava come di una cosa ovvia…credo di non sopportare la violenza soprattutto quando è razionale, pianificata, programmata, come è tipico di tutti gli stermini della storia, di fronte alla quale nessuna competenza può funzionare perché non c’è un pensiero e dove non c’è pensiero non c’è umanità possibile….ma sì, anche questo non è vero, il male è parte di noi, non viene da nessun libro, lo troviamo in noi stessi, basta solo che ci siano le condizioni giuste…e allora, mi chiedo ancora, io sarei capace di fare una cosa del genere ? Me lo sono chiesto tante volte ed è un’altra situazione in cui ho sperimentato il terrore…non è come la paura di morire fisicamente, ha forse più a che fare con quella di impazzire, l’idea di poter uccidere qualcuno realmente, di provare un odio incontenibile o addirittura di provar piacere nella sofferenza altrui…e mi rispondo che non posso dire di esserne immune in senso assoluto….certo razionalmente è un’idea disgustosa, inaccettabile ma se ci fossero delle condizioni particolari, se avessi intorno a me cento persone urlanti e avessi un’arma in mano e sentissi di aver perso tutto…se qualcuno stesse facendo del male alle persone che amo e io avessi la possibilità di difenderle con un’arma non sarei forse in grado di uccidere ?….

Omar mi sta guardando sorridendo adesso e allarga le braccia “beh, dottore, naturalmente io non ce l’ho con lei e non ci penso neanche lontanamente a fare del male a qualcuno….ho fatto una scelta di cui sono convinto….”.
Faccio un respiro profondo e cerco di riprendermi dal momento di angoscia “e la religione ?” – gli chiedo ancora – “le altre cose che non capiamo, il burka, l’odio contro gli infedeli…non sono cose di altri tempi ?”
“Lei conosce il Vangelo ? – risponde – sa quante volte è citata la Madonna nel Vangelo e quante volte nel Corano ?….”No – rispondo, non trovando risposte nel catechismo studiato in parrocchia”.”Nel Vangelo 18 – risponde – e 36 volte, il doppio, nel Corano, in cui c’è anche un intero capitolo dedicato alla Madonna…e sa perché glielo dico ? Per farle capire il significato del velo che portano le donne islamiche…il velo si rifà alla Madonna ed è per questo che il corpo della donna è considerato sacro”.
Omar sorride e mi fa capire che sarebbe un discorso lungo su cui potremmo trovare qualche punto di accordo e altri in cui ciascuno dei due resterebbe sulle sue posizioni ma si
è stabilito un clima di “rispetto” tra di noi che culmina in quella stretta di mano calorosa.
“Mi ha fatto piacere parlare con lei…mi chiami quando vuole” – mi saluta Omar uscendo.

Mi siedo un po’ stordito….penso che ho appena conosciuto un potenziale terrorista, che gli strumenti a mia disposizione non mi potevano servire, né per difendermi né per essere di aiuto, come quando si ha a che fare con la malattia mentale e questo mi ha fatto sperimentare qualcosa che forse si avvicina al concetto di terrore. Una paura, cioè, che deve confrontarsi con una razionalità, con un progetto che ha un suo senso, non patologico, non distorto dalla malattia o da quella che chiamiamo psicopatia, la devianza in senso lato, che è alla base della criminalità.
Se leggiamo questo incontro come una seduta psicoanalitica credo che quello che sia successo sia qualcosa che ha a che fare inizialmente con le resistenze reciproche, nel primo incontro tra due persone, provenienti da mondi distanti per cultura, tradizione, scelte personali e che il rischio fosse quello di mantenere questa distanza, rifugiandosi nei rispettivi ruoli, il buono (io) e il cattivo (lui), l’esperto (io) e quello che ha sbagliato e cerca/non cerca aiuto (lui), l’italiano, democratico e saggio (io), l’extracomunitario invasore e terrorista (lui).
In seguito però il mio senso di paura si è mescolato al coinvolgimento, che alla fine è diventato anche simpatia, non faccio fatica a riconoscerlo, ma soprattutto un bisogno di capire di più, di dare un senso e ricostruire un pensiero…quel pensiero che ha permesso ad Omar di fermarsi, di cercare dentro di sé un senso diverso alla propria vita….e allora la psicoanalisi, nella sua dimensione interpsichica, nella relazione tra due persone in una stanza, mi è apparsa ancora come una possibilità, non consolatoria ma reale e forse unica, di sopravvivenza.