Terrore

 Antonio Alberto Semi

  è psicoanalista, membro ordinario e AFt della SPI, vive e lavora a Venezia.

Per poter parlare del terrore mi è necessario chiarire cosa intendo con questo termine. Solo per stabilire una convenzione, non per fondare una convinzione. Per terrore dunque intendo uno stato d’animo caratterizzato dal fatto che l’intensità della paura ha oltrepassato una soglia (variabile da individuo a individuo), provocando una polarizzazione totale dell’attività di pensiero. Quindi da un lato il terrore si colloca in continuità con il sentimento di paura, dall’altro l’intensità,  ossia un fattore quantitativo, lo differenzia e ne qualifica l’effetto sull’apparato. Si può aggiungere un fattore temporale: il terrore improvviso e rapido si differenzia dalla situazione prolungata di terrore. Il terrore improvviso può rientrare tra le cause di trauma psichico (sia che la causa del terrore sia un evento esterno sia che si tratti di un evento psichico puramente interiore) e nelle dinamiche conseguenti delle nevrosi traumatiche e post-traumatiche. Il terrore prolungato, viceversa, appartiene a quella serie di condizioni umane (la passione amorosa e il dolore psichico ne sono altri esempi) nelle quali la prevalenza assoluta di uno stato d’animo polarizza costantemente tutta l’attività psichica. In questa accezione, il terrore di fatto implica un blocco – appunto transitorio o prolungato – del pensiero a tutti i livelli topici. Nell’evenienza acuta il blocco può avere un’espressione di arresto (“essere paralizzati dal terrore”) nella situazione prolungata – che evito di definire come cronica – il blocco è meno evidente, giacché l’attività psichica continua anche se è totalmente informata dal terrore. La persona terrorizzata può andare a cena con gli amici ma ogni sua parola o gesto sarà conseguente al far i conti con il terrore, al rischiare continuo. È fondamentale, in quest’ultimo  caso, la qualificazione topica: in generale, il terrore è preconscio oltre che inconscio. Guardando anziché ai sistemi (Inc, Prec, Cs) alle istanze, ci dobbiamo chiedere come l’Io di una persona in queste situazioni si strutturi. Certo per ogni persona ci sarà un adeguamento egoico differente ma possiamo ipotizzare che comunque siano presenti inclinazioni difensive alla fuga o all’aggressione. E che queste ‘inclinazioni’ debbano fare i conti con le esigenze del Super-io.

E nella pratica clinica? Se il terrore polarizza tutta l’attività psichica, è ancora possibile l’uso del metodo delle libere associazioni? Questo metodo è di sua natura discontinuo (Semi, 2011) ma, quando sopravviene il terrore, la sua possibile applicazione è interrotta. In quel momento viene anche interrotta l’analisi? Naturalmente si possono dare diverse risposte a questo interrogativo, anche in base alla concezione che ogni determinato psicoanalista ha dell’insieme del trattamento psicoanalitico: se ad esempio si considera che la funzione contenitiva e nutritiva del setting materiale (orari, uso del lettino ecc.) faccia parte del processo psicoanalitico, l’impossibilità di uso del metodo delle libere associazioni non interrompe l’analisi in sé ma solo una particolare (e centrale) funzione del trattamento. Viceversa, se si considera essenziale all’analisi la possibilità d’uso della funzione verbale, la cornice materiale non è sufficiente a continuare il processo. In quest’ultimo caso, peraltro, ciò non significa che le strade dei due protagonisti dell’analisi si dividano ma, più semplicemente, che il terrore verrà affrontato – nell’hic et nunc – nell’ambito di una relazione umana “benevola”, rinviando a tempi migliori la possibilità di analizzare l’accaduto. Ma appunto come può accadere che appaia il terrore in analisi? In effetti, la paura e l’angoscia sono frequenti ma il terrore – così come l’ho definito – è raro. Eppure accade. E qualche volta, se si tratta di un terrore costante, prolungato, esito di un qualche evento esterno e/o interno, bisogna chiedersi come fermarsi, ossia come lavorare affiancando la persona terrorizzata ma cercando di proteggerla dal riprovare quel terrore in forma acuta e paralizzante. Questo è un interrogativo terapeutico che si sono posti gli analisti che hanno avuto a che fare con sopravvissuti ai lager tedeschi, ad esempio. Si lavora “attorno”, si lavora “con”, assieme. Perché si condivide emotivamente la sensazione di alternativa pratica, diretta, immediata, tra vita e morte. Che poi questa condivisione sia ripensata in termini di controtransfert è, per chiunque l’abbia provata, irrilevante.

Il terrore però può anche essere provocato dal processo associativo e da qualche incapacità/impossibilità da parte dell’analista di padroneggiare la situazione. Sarà anche raro, ma bisogna metterlo sul conto, quando si inizia l’analisi di una persona con troppi “buchi”, silenzi, amnesie, coperti magari da una parlantina scioltissima o da una tendenza narrativa invadente (raccontare tutto ma proprio tutto quel che accade tra una seduta e l’altra, ad esempio). Un mio maestro mi raccontò che, prima di intervenire con una interpretazione con una persona siffatta, le chiese di dargli la mano (una mano calma e calda) e poi le disse che doveva essere stato terribile essere violentata quand’era ancora bambina. Aveva avvertito – lui – il terrore che poteva scoppiare da un momento all’altro e che poteva essere causato dalla sua sola presenza. La mano aveva trasmesso alla paziente una sicurezza dell’analista di poter stare davvero al suo fianco.

Un ultimo accenno debbo fare al terrore provocato dal terrorismo, visto che si tratta anche di una eventualità che possiamo sperimentare tutti. Nei paesi nei quali il terrorismo è costante (ad esempio in Medio Oriente) il terrore dei singoli e dei gruppi a poco a poco si smorza e si colloca nel preconscio. Basta poco perché ricompaia ma anche in questo caso viene ri-represso. Sennonché, a livello sociale, quel che accade è un aumento della violenza diffusa, dei comportamenti in qualche modo delinquenziali e comunque rivelatori della diminuita importanza della “legge” condivisa (Rossi, 2008; Semi, 2008; Usuelli, 2008). È l’individuo che si riappropria della violenza invece di delegarla all’organizzazione sociale (allo Stato, alla tribù ecc.)? Dal nostro punto di vista dobbiamo chiederci se sia meno evidente ma assai più grave il danno alla libera elaborazione del pensiero che il terrore diffuso induce.