Dossier

Il terrore del contatto con il “Male”

5/03/15

(per affrontare il terrore bisogna essere almeno in tre).

Patrizia Montagner e Ambra Cusin

– Patrizia Montagner è psicologo , psicoterapeuta, psicoanalista, membro ordinario SPI e IPA.
Lavora a Portogruaro (Venezia). Fa parte del Gruppo di Studio del South
African Psychoanalytical Initiative di Johannesburg sui “traumi da
Apartheid”.
– Ambra Cusin è Psicologo, psicoterapeuta,, psicoanalista membro ordinario SPI e IPA
membro didatta e docente Istituto Italiano Psicoanalisi di Gruppo (IIPG). Lavora a Trieste.

“…cercare una spiegazione , ma al contempo respingerla.
Questa è probabilmente la metafora che riesce meglio a catturare la tensione,
la contraddittorietà e la complessità, sempre presenti quando ci si trova faccia a faccia
con la coesistenza del bene e del male negli esseri umani”.
E.L. Fackenheim

Queste riflessioni sono maturate tra due psicoanaliste che dialogano sul libro di Pumla Gobodo Madikizela, “Morì un uomo quella notte”. Entrambe siamo state profondamente colpite da questo testo che descrive gli incontri in carcere dell’autrice con Eugene de Kock, soprannominato Prime Evil, “male assoluto” il peggior torturatore e carnefice del Sudafrica ai tempi dell’Apartheid.
Lei è una nera che ha lavorato nella Commissione per la Verità e la Riconciliazione del Sud Africa. E descrive i propri sentimenti di rifiuto e orrore per ciò che lui racconta, ma anche un doloroso e terrificante vissuto di empatia, che la sconvolge e le suscita inquietanti domande.
Molte di queste ce le poniamo anche noi. Nel nostro lavoro, ascoltando il Male che abita i nostri pazienti, che cosa succede di noi?
Nel libro troviamo una psicoanalista che ha il coraggio di non rimanere follemente neutrale, davanti ad un killer, la cui coscienza sembra essere giunta alla completa anestesia (J.M.Coeetze). E’ proprio grazie alla dolorosa e spaventosa elaborazione del proprio controtransfert, che Madikizela sembra riuscire a condurre tale coscienza anestetizzata ad un embrione di consapevolezza del male fatto. Con embrioni di consapevolezza lavoriamo anche noi in analisi, ed è la microscopicità delle loro trasformazioni ad emozionarci.
Madikizela descrive il conflitto profondo dentro di sé tra l’interesse per la conoscenza del mondo interno e del cuore di quest’uomo, e il terrore che questa “conoscenza” la porti ad essere “simile a lui”. In questa sua paura ci riconosciamo: è la stessa che abbiamo tutti nel guardare al nostro mondo interno, paura di essere invasi, risucchiati da quello che tocchiamo. In analisi serve essere in due, anzi in tre: il paziente, l’analista e la psicoanalisi. Per Madikizela il terzo è stato il libro che ha scritto!
Il terrore a cui lentamente l’autrice si avvicina è che il nemico è troppo simile a noi. Scopre che i neri hanno torturato e ucciso, come i bianchi, che De Kock legge la stessa Bibbia, nella stessa edizione che possiedono i neri che egli combatte …..che lui “pensava” di proteggere i bambini dalla violenza…
L’episodio più inquietante per lei avviene quando lui “…Con gli occhi lucidi di lacrime dice con voce rotta: …Vorrei fare molto di più che chiedere scusa (…) ma sfortunatamente devo vivere con questo..” E lei, fa quello che si fa in queste umane circostanze, gli tocca la mano… (p. 68)
Questo momento sarà all’origine di molte domande inquietanti: “Da quel momento in poi sarei stata infettata dal ricordo di aver abbracciato nel mio cuore la mano che aveva (…) distrutto vite umane” (p.79). E’ un problema enorme di contagio e con-fusione, un attimo di vicinanza emotiva può trasformarsi, e pervertirsi, in una fusione distruttiva di sé? Così, Madikizela, la mattina dopo si accorge che la propria mano è immobilizzata, la sua mente è costretta a fare un lavoro di dissociazione e dirsi – “è stata la mia mano, non io” ! Stabilendo così, una necessaria differenziazione.
Il seguito è tutta una serie di interrogativi su come si possa prendere contatto con il male senza esserne travolti. Quali sono le condizioni per cui una persona diventa un carnefice e un’altra, con tanti aspetti simili, no? La linea di separazione tra bene e male è sottilissima (p. 93), ed è proprio questo che terrorizza e ci costringe a tagliare pezzi che stanno dentro di noi e che non riusciamo a tollerare e a cercare di depositarli negli altri.
Ci sono sicuramente delle condizioni esterne, soprattutto sociali, politiche, ma anche di nascita, che collocano le persone dalla parte delle vittime o dalla parte dei carnefici. Ci sono aspetti individuali del soggetto che sono importanti, per de Kock per esempio il fatto di avere avuto un padre molto violento. Basta questo?
Madikizela ha avuto una vita “segnata dalla violenza e dalle memorie del Apartheid”(31), ma non è diventata un carnefice.
Sembra dire che nella sua storia personale e del suo Paese, il rischio di essere risucchiati dal male per lei, e per tutti coloro che hanno vissuto l’apartheid , è stato tanto forte. Che cosa ha segnato per lei un destino diverso? Forse, proprio il fatto di aver visto due donne nere perdonare…oppure il fatto che “nella vita (sia) stata circondata dalla ricchezza delle diversità umane” (p.83) ?
Quando de Kock all’ultimo incontro le chiede “Ho mai ucciso qualche tuo amico, o familiare” lei rimane attonita a fissare i suoi occhi in profondità “alla ricerca di segni di malvagità, di malizia. (Ma) i suoi occhi sono pieni di dolore”(p.192). Dirà qualche riga dopo che ormai de Kock è “un reietto, che pregava di essere riammesso al mondo dei vivi… il suo passato era insopportabile; ma anche il suo futuro lo era, contaminato dal ricordo delle vite troncate” (193).
Sembra non esserci speranza per quest’uomo che dopo tanta violenza esercitata sugli altri, muore dentro… psichicamente e se la forza e il coraggio di una intervistatrice lo riportano per qualche momento in vita, che vita sarà ? Un incubo terrificante. Anche Madikizela sperimenta il terrore. Ed è quello dell’empatia con lui.
Suggerisce che la speranza è di “vedere l’umanità di questi uomini” di questi carnefici, “così da riuscire a contattare questi barlumi di umanità, in uno spirito di compassione e non di vendetta”. E noi ci chiediamo quanto poi sia possibile per loro tollerare il dolore enorme della consapevolezza del male fatto…
Quando lo saluta definitivamente, Madikizela prova paura, terrore, non della “memoria dei piani malvagi orditi in quella città, ma della (sua) empatia per de Kock” (195). Questo sentimento l’accompagna. Come vivrà con esso?
Madikizela prova a capire e si chiede come “una coscienza possa essere soppressa al punto da far commettere alle persone azioni orribili” .Noi conosciamo bene gli scritti di tantissimi nostri colleghi su questo (Amati Sas, Puget, Sabatini Scalmati, Sironi, Fanon, Hook) e l’orrore del male che descrivono . Ma quello che ci terrorizza è che non siamo in grado di mettere fine, o almeno arginare, il quantum di violenza che abita l’uomo.
Madikizela si chiede se si possa riuscire a fare l’esperienza di trascendere l’odio (44). Capire le atrocità significa anche misurarci con il male che ci abita, esserne consapevoli. E’ soprattutto questo ad essere terrorizzante. Perciò lo mettiamo nell’altro. Ascoltare de Kock può aiutarci a comprendere come il “male” venga fabbricato dai sistemi politici che usano la repressione violenta per raggiungere i propri obiettivi (Amati Sas, Sironi), ma anche come queste persone ci siano indispensabili per diventare il deposito del male che abita in tutti noi.
La violenza che viviamo oggi è la medesima di un tempo. I nostri figli abusati, i bambini soldato, le baby prostitute stanno accumulando un male che ci appartiene e che prima o poi ci verrà restituito lasciandoci nel terrore. E’ necessario affrontare il terrore di un’ empatia con il torturatore, avvicinarci lentamente all’orrore per gli abissi che si aprono nel nostro mondo interno, piuttosto che evitarlo, nasconderlo, rimuoverlo .
Madikizela pare suggerire delle possibilità.
Affrontarlo, ma non da soli. Per aumentare la sicurezza.
Avere consuetudine con il “diverso da sé” per non essere troppo terrorizzati dalle differenze umane. “Lo straniero è quella cosa famigliare di me stessa che ancora non conosco” dice Desdemona ad Otello ( Othello di Shakespeare, versione di Lo Cascio)
Abituarsi alla diversità permette una familiarità così che il perturbante terrorizzi un po’meno.
Anche perdonare, propone Madikizela. Ma nel perdono il male dove va a finire?” Il lavoro della Commissione Verità e Riconciliazione è stato importantissimo, ma non ha cambiato le cose in profondità. Perdonare a chi serve ? Che cosa effettivamente modifica nella relazione vittima -carnefice? Nella cultura sudafricana, l’Ubuntu: “io esisto perché tu esisti” favorisce una maggiore disponibilità a perdonare come “obbligo” morale? Ma potrebbe anche essere un modo diverso dal nostro di negare l’esistenza del male?
Culture diverse hanno anche modi diversi e difese diverse contro il male. La realtà, che questo libro, come il nostro quotidiano lavoro , ci mettono davanti, è che conoscere l’Uomo è incontrare anche il Male.
Come è possibile sostenere questo paradosso senza venire impietriti dal terrore o travolti dalla fantasia di potenza che genera? Il futuro dell’umanità si giocherà forse anche intorno a questo paradosso.