Pienezza – Maternità, paternità, omoparentalità.

IL-LUPO-IN-CALZONCINI-CORTI-fotookPietro Roberto Goisis

La speranza di far l’attore l’aveva abbandonata, nonostante uno sfolgorante esordio nella parte di un dentista alla recita dell’asilo.  Aveva fatto seguito un altro ruolo, in una parte imprecisata e mai più ricordata, in un successivo lavoro teatrale all’oratorio.

Qualche velleità come regista era stata realizzata, o forse sarebbe meglio dire sublimata, in qualche montaggio di spezzoni cinematografici utilizzati a fine didattico.

Un tentativo come cineoperatore aveva preso corpo girando qualche intervista, una da incosciente e velleitario a una vera regista cinematografica, destinata al Sito, www.spiweb.it.

Che il cinema fosse quindi destinato a rimanere confinato, seppure in uno spazio molto importante, al suo ruolo di spettatore in primo luogo e di commentatore in secondo luogo, era ormai una acquisizione accettata, elaborata con sufficiente lucidità e rassegnazione.

Si può quindi immaginare il senso di recupero di una fantasia e di un sogno quando, nel 2009, all’uscita da un cinematografo milanese, si è ritrovato tra le mani un volantino che proponeva di diventare coproduttore, dal basso, di un progetto cinematografico non meglio definito, sulle nuove famiglie. Evidentemente aveva qualche euro in tasca, di certo era di buonumore, sicuramente fiducioso nel genere umano. Decise, com’era richiesto, di rifinanziare un film attraverso l’acquisto in anticipo di una copia in DVD dello stesso. Anzi, ne acquistò addirittura due. Passò qualche tempo, forse si dimenticò pure della cosa, quando nel 2010 ricevette a casa un plico contenente le due copie del DVD. Era ufficialmente diventato uno dei 550 coproduttori dal basso del film Il lupo in calzoncini corti.

Si tratta di un documentario, un docufiction come si usa dire ora, girato da Nadia Delle Vedove e Lucia Stano. Sviluppa un progetto di qualche tempo prima, un corto dal titolo “Le famiglie arcobaleno”.  Il successo e l’interesse suscitato hanno spinto le autrici, con la collaborazione del Centro d’iniziativa Gay ONLUS e del Comitato provinciale Arcigay di Milano,  a proseguire il lavoro girando un vero e proprio film. Tutti conoscono le difficoltà che esistono per realizzare un progetto di questo tipo. Un documentario, prima ancora di iniziare le riprese, generalmente è già stato venduto ad una rete televisiva. In questo caso gli autori e produttori hanno deciso di “produrre dal basso”.  Hanno riunito dei primi finanziatori e, quando dopo due anni si sono resi conto che questi non sarebbero stati sufficienti, hanno deciso di chiedere al pubblico futuro di diventare coproduttore.  Il tutto ha richiesto tre anni di lavoro.

Voglio iniziare con una riflessione proprio sul tema dei coproduttori dal basso. Il film tratta delle problematiche insite nella condizione, o nel desiderio e progetto, di essere genitore all’interno di una relazione omosessuale. Mostra come una coppia, sia essa lesbica o gay, necessiti della presenza di un padre o di una madre cosiddetta surrogata. Un uomo donatore di seme nel primo caso, una donna che porti a termine una gravidanza nel secondo caso. Mi piace pensare che i finanziatori dal basso, in realtà degli acquirenti del film a scatola chiusa, possano essere equiparati a dei donatori o a delle madri surrogate. Si può forse simbolicamente ipotizzare che le 550 persone, che hanno acquistato il film, abbiano provato, anche senza rendersene conto, a mettersi nei panni dei protagonisti del film.

Parliamo quindi di nuove famiglie. Di uomini e donne, accomunati da un orientamento omosessuale, che decidono di realizzare il loro desiderio di paternità e di maternità. Con tutto quello che ne consegue. Potrebbe sembrare una condizione limitata e di nicchia. In realtà, secondo i calcoli più recenti, abbiamo già più di 100.000 bambini in Italia nati, o cresciuti, da coppie omosessuali e più di 4 milioni negli Stati Uniti. Una situazione che è passata rapidamente dall’essere una questione omosessuale per diventare necessariamente una riflessione e uno studio sull’omoparentalità. Una condizione rispetto alla quale noi psicoanalisti, anche a costo di mettere in discussione profondamente le nostre teorizzazioni sullo sviluppo degli esseri umani, dobbiamo farci trovare pronti, sviluppare un pensiero, confrontarci fra di noi e con i diretti interessati. Senza preconcetti e con serenità, ma anche senza facili scorciatoie.

Questa condizione riguarda circa il 7% delle lesbiche e il 4,5% dei gay, diventati quindi genitori cosiddetti omoparentali. Negli Stati Uniti – dati aggiornati al 2003 – rispettivamente il 33% e il 22% vivono con minori.

Le ricerche attualmente a disposizione dicono che i genitori omosessuali non sembrano compromettere lo sviluppo psicosessuale dei bambini e che la possibilità che i bambini possono diventare omosessuali non dipende dal comportamento sessuale dei genitori, ma da differenti fattori legati alla relazione.  E’ ovvio che questa sia una preoccupazione e un preconcetto generalmente condiviso a livello sociale. Quello che appare ancora più interessante è che altri studi hanno riportato l’inesistenza di differenze “preoccupanti” per ciò che concerne il benessere psicofisico o le funzioni cognitive dei bambini. In definitiva gli stili genitoriali e il livello di investimento delle famiglie omogenitoriali sui figli risulta pari a quello dei genitori eterosessuali. Il problema, da non sottovalutare, riguarda piuttosto il fatto che i bambini, che crescono e vivono in famiglie omoparentali, devono, purtroppo, battersi maggiormente contro la stigmatizzazione sociale. Questo è un problema molto importante, del quale dovranno probabilmente occuparsi operatori, educatori e psicoanalisti.

Veniamo, quindi, definitivamente al film.

I protagonisti sono due coppie, una lesbica e una gay, che vengono mostrate in una specie di quotidianità. La prima, come dicono gli stessi figli, è ormai una famiglia. La vediamo nella quotidianità, tra giochi, impegni lavorativi, compiti scolastici e quant’altro. La seconda è invece alle prese con un progetto complicato e faticoso, finanche doloroso: quello di avere un figlio.

La prima, la famiglia, è mostrata in una grande città, tra mezzi pubblici che passano, strade trafficate, biciclette che corrono.  Un affascinante e accattivante musica di Remo Anzovino accompagna lo scorrere di queste immagini. Sono gli occhi di un bambino, uno dei tre figli della coppia lesbica, che ci mostrano e raccontano una specie di “normale” quotidianità. Un piccolo manifesto sulla porta di una stanza lancia lo slogan “Anche gay è famiglia”.

La costruzione narrativa del documentario mette continuamente a confronto la situazione della famiglia e quello della coppia gay. Per la prima volta questa è mostrata mentre in una videochat inizia la ricerca e i tentativi, ovviamente svolti all’estero, in Canada, per trovare una madre surrogata alla quale affidare il proprio progetto di paternità. Si rincorrono fantasie, attese, paure e incertezze. Vediamo aeroplani, metrò, vagoni ferroviari e stazioni che scorrono, . E’ davvero un viaggio quello che sta iniziando. La meta è nota. L’arrivo non è certo.

Il confronto fra le due diverse situazioni e fasi della vita è uno degli aspetti più struggenti, ma anche più significativi. Se in un caso ci confrontiamo con la quotidianità, forse non così “normale” come si capirà poi, nell’altro abbiamo a che fare con tutte le difficoltà e le preoccupazioni che accompagnano questa esperienza. Valga come esempio il racconto della necessità di preparare un CD che contenga le voci dei due padri, da far sentire al feto durante la gravidanza, e il sentimento d’ineluttabile smarrimento  che accompagna l’idea dell’assenza di un contatto fisico durante la gestazione.

Quindi, mentre la coppia maschile attraversa l’oceano per cercare faticosamente l’inizio di una gravidanza, la coppia femminile attraversa lo stesso oceano per celebrare il matrimonio che in Italia, come ben sappiamo, non è possibile. ( Proprio in questo periodo vengono registrati quelli celebrati all’estero, anche se la procedura è attualmente “sotto discussione”…)

Così, mentre la coppia gay accumula fallimenti, illusioni e delusioni – quanta emozione e commozione in questi passaggi – la coppia lesbica, accompagnata dai tre figli, festeggia il matrimonio sulle dune di sabbia americana. Quindi progetta e organizza una festa italiana per il matrimonio, avvenuto dopo 17 anni di convivenza.

Il ritorno alla coppia gay passa attraverso il cambio di donatore biologico da un membro all’altro della coppia, accompagnato da un’interessante riflessione sul diverso modo di vivere il progetto di paternità, a seconda dell’essere il donatore oppure no.

La coppia lesbica, invece, lascia spazio a una riflessione sullo stato emotivo dei figli: cosa pensano? probabilmente non dicono tutto! fanno tante domande, ma sul papà non hanno mai chiesto niente! In realtà viene raccontato un aneddoto: per insegnare al figlio maschio le modalità più adeguate per fare la pipì, la mamma e l’altra mamma hanno chiesto ad un amico di rendersi disponibile all’insegnamento. Purtroppo, fra un imbarazzo e l’altro, l’amico non riesce a urinare di fronte al bambino!  Il quale – questo il commento di una delle due mamme – ha imparato ugualmente…

La coppia gay continua nel suo disperato e, per l’ennesima volta, tentativo fallimentare con una madre surrogata. È un passaggio commovente, che ci immerge profondamente nei sentimenti e nell’incredulità, quasi nell’impossibilità di comprendere le ragioni di tanta difficoltà, come se una fecondazione in vitro, con successivo congelamento dell’embrione pre- impianto in utero fosse una semplice e automatica operazione neppure biologica, ma quasi fisiologica.

Quasi a offrire l’altro specchio, l’altra faccia di questa ideale fisiologia, i figli della coppia lesbica spiegano la loro origine, le domande dei compagni, le loro risposte naturali, la stanchezza di queste continue spiegazioni. “Forse succede così perché sono l’unico?” si chiedono.  “In realtà io mi sento uguale agli altri!”

Infine compare un’altra coppia gay, che è riuscita a portare a termine una gravidanza con madre surrogata e ora ha una coppia di gemelli.  Sono immagini di grande bellezza e di serenità, inframmezzate dall’incontro con un’altra donna candidata a sperimentare una nuova fecondazione.  Nel frattempo i due padri “candidati” sperimentano il significato e le difficoltà nella gestione di bimbi così piccoli. Sembra che sia iniziato un processo con delle valenze imitative, quello che forse li può portare più vicini a sperimentare la condizione di paternità. Molto toccante è anche l’incontro e il confronto con la nuova madre surrogata, con il suo entusiasmo, la sua semplicità e la sua naturalezza.

Il film si avvia così alla fine, tra una commovente festa di matrimonio, con torta, brindisi, balli, giochi e discorsi; e una nuova videochat nella quale Becky, la donna in Canada, mostra a Francesco e Luca l’esito dell’ultimo test di gravidanza. Finalmente positivo.

Sulla commozione dei due futuri padri e di me spettatore si accendono le luci della stanza…

Personalmente credo che sia un film di grande utilità, adatto per osservare e riflettere su uno spaccato della vita e delle aspettative delle coppie omosessuali. Certamente non riesce, probabilmente non vuole entrare nelle pieghe e nelle problematiche più complesse e articolate di queste nuove situazioni. Di certo non è un trattato, né una pubblicazione scientifica. Sicuramente riesce a farci provare una vicinanza e un’immedesimazione, attivando fisiologiche simpatie e antipatie, perplessità e dubbi, entusiasmi e sofferenze.

Ci fa anche capire che esistono significative differenze tra coppie lesbiche e coppie gay. Fosse solo per il fatto che le donne devono dipendere solo da un donatore di seme, per poi avere una gravidanza e un parto fisiologico, mentre gli uomini, pur dotati di seme, sono nelle mani, nella pancia e nella testa di una donna che farà tutto ciò in loro vece. Una differenza, tra le tante, non da poco. E siamo solo agli inizi…

Credo valga la pena di concludere questa breve riflessione sul tema dell’omoparentalità, iniziata a partire da un film che coraggiosamente si è posto il problema, ma soprattutto finalizzata a comprendere e a occuparsi del punto di vista dei bambini, con questa citazione che riporta il pensiero dell’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry.

“La base su cui deve, devono reggersi tutte le decisioni in tema di custodia dei figli e diritti dei genitori è il miglior interesse del bambino. Non ci sono prove a sostegno della tesi per cui genitori con orientamento omo o bisessuale siano di per sé diversi o carenti nella capacità di essere genitori, di saper cogliere i problemi dell’infanzia e di sviluppare attaccamenti genitore-figlio, a confronto con orientamento eterosessuale. Da tempo è stato stabilito che l’orientamento omosessuale non è in alcun modo correlato a una patologia e non ci sono basi su cui presumere che l’orientamento omosessuale di un genitore possa aumentare le probabilità o indurre un orientamento omosessuale nel figlio. Studi sugli esiti educativi di figli cresciuti da genitori omo o bisessuali, messi a confronto con genitori eterosessuali, non depongono per un maggior grado di instabilità nella relazione genitori figli o disturbi evolutivi nei figli. L’AACAP si oppone a ogni tipo di discriminazione basata sull’orientamento sessuale, per quanto concerne i diritti degli individui come genitori”.

Ottobre 2014