Leggerezza – La paura del futuro

misha gordin

@foto Misha Gordin

a cura di Maria Chiara Risoldi

In questi ultimi anni sono aumentati gli eventi scientifici internazionali nel campo della psicologia che stanno con faticoso coraggio confrontandosi con il cambio epocale. Sono molti nel mondo gli psicologi, gli psicoterapeuti, gli psicoanalisti di diversi orientamenti , sempre più impegnati in un confronto in campo aperto tra di loro, con la psicologia multiculturale, con l’etnopsichiatria, con le neuroscienze, con le scienze sociali ed anche con l’economia e la politica.

E come potrebbe essere altrimenti? Ne abbiamo bisogno come l’aria, sia per vivere sia per lavorare.

Tra i miei pazienti ci sono assistenti sociali ed educatori che sempre più sono alle prese con i problemi della immigrazione, della povertà, dei disastri ambientali, della sopravvivenza. E le loro problematiche individuali causate dalle loro storie d’infanzia, si declinano con una problematicità inedita. Una giovane assistente sociale, una persona particolarmente ansiosa, che da quando è piccola “fa l’assistente sociale” a tutta la famiglia, che ha una pseudomaturità, connotata da forti fantasie di onnipotenza, con problemi di controllo, mi racconta di essersi trovata di fronte, durante le festività natalizie, una donna senegalese, incinta , che non mangiava da una settimana e che è svenuta davanti alla sua scrivania. Non sa dove collocarla, non ha niente da offrirle, è in preda all’angoscia, perché non riesce assolutamente a prendere le distanze dalla situazione di lavoro che ha di fronte, si rende conto di non poterla ospitare a casa propria , ma si sente cattiva nel non farlo, ferita nella sua fantasia infantile di onnipotenza, di brava bambina che aggiustava sempre tutto. A questa paziente posso offrire solo un ascolto transferale? Chiedermi chi rappresenti quella senegalese per la paziente? Certo, posso e in parte anche lo faccio. Ma non posso sottrarmi al dato di realtà esterna, e cioè che nella situazione di quella donna senegalese ce ne sono centinaia! Mentre milioni di cittadini e cittadine possono tranquillamente operare manovre difensive quali diniego, negazione, scissione e proiezione ed essere veramente convinti che si possano chiudere le frontiere, controllare i flussi immigratori, o risolvere il problema prendendo le impronte ai bimbi nei campi nomadi, gli operatori del sociale non possono. Alle loro problematiche e sofferenze individuali si aggiungono le sofferenze, empatiche, il funzionamento dei loro neuroni specchio, e il drammatico peso di essere personalmente coinvolti nel dire : non ti posso aiutare e non posso fare altro che guardarti morire.

I giovani adolescenti e giovani adulti, i giovani genitori con i loro bambini, che arrivano in terapia depressi e senza speranze, che hanno avuto una madre o un padre depressi, e dunque sono invasi da oggetti interni depressi, come posso capirli e curarli, se non tengo sempre presente il contesto sociale, politico, economico che condividiamo. Se non sono attrezzata a distinguere tra la depressione patologica individuale e il contesto deprimente. Ed aggiungo: se non prendo anche una posizione rispetto a tale contesto, mettendo profondamente in discussione la questione, (ideologica?), della neutralità analitica. O come minimo se non la ridefinisco: neutralità rispetto a cosa? Assenza di giudizio rispetto a cosa? Astenersi rispetto a cosa?

Sono anni che leggono/ leggiamo tutti i giorni sui giornali, o sentono/sentiamo alla radio, o vedono/vediamo alla televisione o incontrano/incontriamo su Internet previsioni economiche e ambientali catastrofiche. Il clima impazzito, il Polo Nord che si scioglie, le acque dei mari che in un ventennio sommergeranno intere coste…quando noi cinquantenni eravamo ragazzi queste erano trame di un film di fantascienza, non previsioni realistiche, perfino forse per difetto.

I miei pazienti adolescenti, giovani e adulti bevono molto. Moltissimo. Spesso provano tutte le sostanze chimiche e non, possibili e fabbricabili, estremamente potenti e distruttive. Tra un piercing e l’altro, qualcuno si taglia. Molti usano internet per andare a caccia notturna di esperienze sessuali estreme, con sconosciuti. Sfidano continuamente la morte. Si anestetizzano per non pensare, per allontanarsi dal contatto con il dolore e con il panico. Non sono persone psicotiche. Vivono una vita comune, lavorano, studiano. Scorgo problematiche narcisistiche, analizzo complessi traumi infantili, ricostruisco trasmissioni psichiche transgenerazionali, elaboro il lutto di fantasie infantili di onnipotenza, ma individuo anche un elemento in comune, collettivo, perturbante e rimosso: la paura del futuro, l’insicurezza di base la perdita della speranza di avere, prima o poi, un futuro migliore.

All’origine c’è stata l’assenza di un buon attaccamento, c’è stata la mancanza della reverie materna, non c’è stata una sufficientemente buona holding, c’è stata una patologia narcisistica della genitorialità, c’è stato un care giver impedito nella sintonizzazione ( per dirla usando diversi concetti che descrivono la stessa situazione), ma nel presente, nell’hic et nunc, c’è un vuoto di senso, una frantumazione di valori , una carenza di principii, in cui i miei pazienti ed io siamo immersi, che rendono il compito impossibile di psicanalizzare, ancora più impossibile. Dove si trova un appiglio per trasformare il loro mondo interno devitalizzato e asfittico? Un giovane paziente un giorno mi ha urlato arrabbiato che lui aveva diritto all’entusiasmo, alla speranza, alle illusioni, ai sogni e che io gli parevo depressa e deprimente con tutte le mie osservazioni sulla realtà. Aveva ragione naturalmente, perché , senza rendermene conto, avevo lasciato che la mia paura del futuro pervadesse il mio ascolto e il mio parlare. Vuole sposarsi, mettere su famiglia, ma in due anni ha incontrato solo ragazze ambigue , problematiche, sofferenti. La sera i suoi coetanei non fanno altro che bere. Il lavoro che fa in banca lo costringe a conoscere da dentro i meccanismi con cui le banche sfruttano i clienti. Gli insegnano a vendere prodotti dannosi per i clienti e vantaggiosi per l’azienda. Lo costringono a elargire prestiti agli immigrati a condizione per loro insopportabili. Gli chiedono lealtà all’azienda. Era arrabbiato con il mondo: reclamava il suo diritto a sognare e io ho l’impressione che nel mondo di oggi anche il più piccolo sogno rischi di trasformarsi fatalmente in una illusione. “Non sopporto di dovermi accontentare sempre, è da quando sono nato che mi accontento”.

Ma quali sogni siano possibili oggi non lo so neanche io.

<< Nasce l’uomo a fatica. Ed è rischio di morte il nascimento. Prova pena e tormento per prima cosa; e in sul principio stesso la madre e il genitore il prende a consolar dell’esser nato.>> scrive Leopardi nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia .

Ma come possiamo oggi consolare i pazienti? Come possiamo essere per loro una base sicura? Per i pazienti, come per i figli e per i nipoti.

L’evasione, l’apparente indifferenza, la mancanza di attivazione emotiva, il disinteresse e il disinvestimento intellettuale sono i sintomi del disagio che entra nei nostri studi, che sono già abitati dal nostro personale disagio.

Io percepisco la coppia, paziente e psicoterapeuta , o paziente e analista che dir si voglia , ( solo per evocare una disputa terminologica che non ha per me alcuna evidenza scientifica né più alcuna ragione ideologica di esistere) esposta ad un compito quasi impossibile come quello di elaborare un lutto inelaborabile. Il disagio della civiltà oggi è il disagio di rinunciare alla civiltà che noi europei, i nordamericani e i giapponesi, abbiamo conosciuto negli ultimi secoli. E’ istintivo cercare di stare sempre meglio, è Eros che spinge l’umanità a migliorare la propria condizione. Come far sì allora che sia sempre Eros a farci accettare di tornare indietro, di rinunciare al benessere, di vivere con ristrettezze e disagi, di dividere con il resto del mondo quelle risorse che egoisticamente l’Occidente ha cercato di tenere per sé?

Per secoli una piccola porzione di umanità ha consumato la maggior parte delle risorse del pianeta. Oggi grandi nazioni come Cina e India e tutta la galassia dell’ex impero sovietico, continenti come l’Africa e il Sudamerica competono con quella piccola parte di umanità e vogliono consumare altrettanto. E milioni di emigranti si muovono nel pianeta per cercare di vivere meglio. Il petrolio scarseggia, l’uranio ha i decenni contati, sul grano si profilano conflitti armati, le famiglie occidentali che scendono sotto la soglia della povertà sono centinaia di migliaia.

Non disinvestire intellettualmente a fronte della crisi epocale, come da sempre, è l’unica risorsa per elaborare il lutto e trasformare un possibile disastro in un cambiamento catastrofico che generi una nuova nascita.

Nel 1979, cioè quasi trenta anni fa, uscì un libro di uno dei più grandi fisici contemporanei. Freeman Dyson pubblicò Turbare l’Universo. Un libro in cui l’autore scatena la sua fantasia, sorretta dalla sua scienza, in una serie di ipotesi, tanto brillanti quanto rigorose sulle energie solari, su un nuovo impiego delle piante e perfino sulla colonizzazione dello spazio, sostenendo che avevano meno conoscenze sul viaggio e sulla loro meta gli emigranti che sulla Mayflower partirono per colonizzare le Americhe, di quante ne abbiamo noi oggi per partire per una colonizzazione dello spazio.

Oggi i più avveduti imprenditori investono in energie eoliche mentre modifiche dei comportamenti quotidiani si inseriscono nel nostro stile di vita occidentale. Tra i giovani nordamericani e giapponesi va di moda andare a piedi. Sembrerebbe un fare di necessità virtù, o come direbbe Freud: cercare di vivere nel modo migliore possibile con il minore danno possibile.

Questa crisi epocale coinvolge nello stesso identico modo sia il paziente sia lo psicoterapeuta. E’ il mondo condiviso che scricchiola paurosamente. Dove cominciano e dove finiscono oggi le patologie individuali e dove cominciano e dove finiscono le patologie collettive?

Quanto siamo attrezzati culturalmente e scientificamente?

Le istituzioni psicoanalitiche, a partire da Freud, sono sempre state molto impegnate sul fronte della riflessione filosofica e politica, si sono sempre chieste quale potesse essere il contributo che le proprie tecniche e metodologie potevano fornire alla convivenza umana. Oggi neuroscienze e psicologia sperimentale aprono nuovi scenari, nei quali il metodo psicoanalitico si inserisce con pieno diritto, quanto meno perché il suo scopritore ha immaginato il funzionamento psichico e il suo correlato neurologico, con una “esattezza” , che è andata oltre ogni speranza.

Il rispecchiamento, la reverie, l’imitazione, il contaggio emotivo, le proiezioni, le introiezioni, le identificazioni proiettive, l’empatia….….gli studi e le ricerche delle neuroscienze e della psicologia sperimentale, se pure per un verso mettono in discussione la metapsicologia freudiana, per un altro aspetto, confortano e confermano il metodo della “talking cure”, sia nella relazione duale sia nella relazione gruppale.

Per fare un esempio pensiamo alla più famosa e conosciuta tra le scoperte neuroscientifiche dell’ultimo trentennio: i neuroni specchio, cellule cerebrali che sembrano essere specializzate nel comprendere la nostra condizione esistenziale e il nostro essere in relazione con gli altri. Dimostrano che esiste una base biologica, modellata attraverso l’evoluzione, che ci conduce a una profonda connessione reciproca con i nostri simili. La nostra neurobiologia ci vincola agli altri, nel bene e nel male. Marco Iacoboni, uno dei tanti neurobiologi statunitensi, impegnati sul fronte delle ricerche sui neuroni specchio, con l’ottimismo dell’ingenuità, scrive che i neuroni specchio dimostrano che l’evoluzione ci ha predisposto all’empatia, e dovrebbe essere questa l’idea guida sulla base della quale modellare la società in cui viviamo allo scopo di renderla migliore.

Da Freud in poi, grande ricercatore, ma anche sognatore e visionario, molti e molte hanno seguito le sue orme sognando un fare utile a contrastare la distruttività umana. Chi individuava nel dolore e nella sopraffazione subiti nell’infanzia le cause della perversione di una sana e istintiva aggressività, le cause della violenza, ha spesso cercato con slancio utopico un “che fare” che fosse utile a curare ferite così profonde e a interrompere complesse trasmissioni psichiche transgenerazionali della violenza.

A metà degli anni ottanta Stern segnalava il gap tra il bambino clinico della psicoanalisi e quello osservato dalla psicologia dello sviluppo. Oggi sono centinaia gli studiosi, i ricercatori, gli psicoanalisti nel mondo che ci segnalano un riavvicinamento tra la psicoanalisi “classica” e la ricerca diretta e sperimentale, in particolare nell’ambito della teoria dell’attaccamento. Al prezzo, naturalmente, della messa in discussione di molte “certezze” teoriche.
Ma con il guadagno di vedere sempre più avvicinarsi teorie psichiche e teorie organiciste , genetica e storia , biologia e cultura , per preservare o restituire l’unità dell’ ”animale culturale”.

L’ottimismo della ingenuità di questa neonata integrazione delle ricerche porta Iacoboni a scrivere che <<siamo giunti al punto in cui scoperte derivanti dalle neuroscienze possono cambiare in maniera significativa la società in cui viviamo e la nostra comprensione di noi stessi, riconoscendo le fondamenta biologiche che uniscono tutti gli esseri umani. La nostra conoscenza dei potenti meccanismi neurobiologici, che sono alla base della socialità umana costituisce una risorsa inestimabile, che può esserci d’aiuto nel decidere in che modo ridurre i comportamenti violenti, far crescere l’empatia e aprirci alle altre culture, senza per questo dimenticare la nostra.>>

Un ottimismo della ingenuità che può aiutarci a contrastare il pessimismo della esperienza di una realtà dove , per ora, la merce che circola maggiormente, ha il sapore dell’ evasione, dell’apparente indifferenza, della mancanza di attivazione emotiva, del disinteresse e del disinvestimento intellettuale; che può aiutarci a fare si che sia Eros a farci inventare modelli di vita e di sviluppo che restituiscano anche all’Occidente la speranza di un futuro compatibile con le rinunce necessarie a condividere con il resto del mondo quelle risorse che il resto del mondo comprensibilmente e urgentemente reclama anche per sé; che metta fine a quella natalità zero che fa collassare l’ orizzonte.

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