Leggerezza – Di chi sono questi figli?

Wynn Bullock *foto Wynn Bullock

a cura di Manuela Fraire

Bastano alcuni articoli di giornale di queste ultime settimane per affacciarsi sul panorama che si presenta ai nostri occhi sulla genitorialità ridotta agli esami di laboratorio, dna in primis.

Di fronte al caso verificatosi all’ospedale  Pertini di Roma – lo scambio di ovociti impiantati per errore non nel corpo della donna che li aveva forniti per l’inseminazione in vitro- viene in mente il giudizio di Salomone. Una delle due ha portato a termine la gravidanza mentre l’altra ha spontaneamente abortito. Di chi sono figli quelli che sono nati? Della donna che ha dato gli ovociti o di quella che li ha portati dentro fino alla nascita? Cosa farebbe Salomone  in questo caso? Si può ipotizzare che proporrebbe alle due donne di occuparsi del bambino che deve nascere una settimana a testa con la speranza che la madre “biologica” rinunci a essere la sola vera madre del nascituro.

Salomone si trovò di fronte due donne che hanno fortemente desiderato di diventare madri e ognuna delle quali ha messo il proprio corpo nell’impresa e che in virtù dei corpi fanno appello all’istinto materno.

Il corpo della gestante e’ sottoposto alla doppia pressione dello psichico e del fisiologico sicché il corpo della donna si adatta alla presenza dell’altro malgrado la donna stessa , magari perché si vomita o si ha troppa fame o si dorme per mesi su un fianco per via di come si è posizionato il feto.

Davanti a Salomone in questo caso ci sono una madre che ha fornito una parte del proprio corpo- l’ovocita- ad una madre che ha tenuto e sviluppato dentro di sé quell’ovocita fino a farne un bambino. Ognuna delle due ha avuto bisogno dell’altra anche se in modo  diverso:chi e’ la “vera” madre?

In teoria lo sono ambedue ma è il corpo di una delle due che ha subito una trasformazione in quanto laboratorio dove ha preso forma un altro essere umano.

Per Salomone la “vera” madre e’ quella che rinuncia in nome della sopravvivenza del figlio, che rifiuta cioè  la spada con cui Salomone si appresta e dividere in due il figlio conteso . La madre salomonica e’ quella che privilegia la relazione di cui il bambino ha necessità per vivere anche se non sarà lei a goderne. La vita e’ il dono che una madre offre ad un figlio e vita non e’ solo quella del corpo fisiologicamente inteso bensì quella del corpo pensato dalla madre prima ancora che fosse separato dal suo con il parto.

Tuttavia nella vicenda “Pertini” – troppe ne vedremo nel futuro prossimo- l’aspetto che più interroga e inquieta riguarda i due padri poiché e’ solo il seme di uno dei due che avrà un futuro. Il paradosso con cui oggi la scienza ci confronta è che possono esserci due madri e un solo padre .

Non si è mai visto che un uomo rivendichi l’istinto paterno come fattore che gli da diritto sui figli. E’ la legge, un oltre istinto, che gli assegna diritti sui figli ma sempre meno esso si fonda sul potere/possesso esercitato sulla madre del proprio figlio e di conseguenza sul figlio.

Il figlio dell’uomo oggi si trova a cercare il proprio posto all’interno di un modificato rapporto tra i sessi. Un uomo ormai sa che una donna può im-mettere nel mondo un figlio che ha tutti i diritti di esistere per la legge e per il senso comune anche se il padre è anonimo.

Tutto il rumore che c’è attorno al dna parla  ,accanto alle prove giudiziarie, della certezza di paternità biologica richiesta da un sempre maggiore numero di uomini.  Ammesso e non concesso che uno spostamento in laboratorio del possesso/dominio esercitato dagli uomini sulla madre dei propri figli e conseguentemente ( quante guerre tra padri e figli!!!) sui figli, sia il retaggio di una tradizione patriarcale non è sufficiente a dare conto dell’accanimento con cui sempre più uomini vogliono dalla scienza una risposta su figli che pure hanno cresciuto e che magari gli somigliano.

Cosa allora il caso del Pertini mette in luce? L’enorme disparità che c’è tra uomo e donna riguardo alla certezza di essere in grado di generare. Se l’apporto dell’uomo attraverso il seme rende l’uomo  indispensabile quanto la donna, in quanto alla generatività  resta la capitale  differenza che caratterizza il corpo dell’uomo e quello della donna nello sviluppo del feto e poi del nascituro. L’uomo non deve ”adattarsi” al nascituro attraverso l’esperienza del proprio corpo, l’uomo ha la possibilità di fare con il neonato un’esperienza paragonabile a quella che fa la donna solo dopo la nascita.

Non sono tuttavia i “mammi” quelli che sono ossessionati  dalla prova/certezza del dna. E’ un tipo di esperienza -non imitativa- che convoca  il corpo dell’uomo a partecipare alla vicenda della cura e dello svezzamento del figlio di cui viene negata la inevitabile componente erotizzata che scaturisce dall’azione delle cure corporee di cui un bambino piccolo ha bisogno. L’analoga componente delle madri e’ nota dai tempi di Freud e viene crescentemente riconosciuta e legittimata.

Non conosco uomo che abbia a disposizione una rappresentazione della componente erotica che si infiltra nel rapporto con i propri figli piccoli  che non sia accompagnata da una sorta di “orrore”loro e delle madri dei loro figli.

Il padre in carne e ossa viene dunque sacrificato al “Nome del Padre” la cui funzione e’ operare il taglio che separa la madre dal figlio rendendo così possibile una seconda nascita simbolica questa volta.

Ma allora quale spazio hanno nello sviluppo “sensoriale” del proprio figlio se e’ proprio in quanto uomini in carne ed ossa che debbono tenersi a margine della vicenda procreativa? L’unica certezza che non ha bisogno di esami di laboratorio resta il corpo della gestante che tuttavia non garantisce più- neanche quello- la maternità biologica come il caso Pertini insegna.

Certo è che  non bastano le nuove famiglie  per garantire un posto a questo “amato/odiato” resto del padre della preistoria mentre dalle macerie del patriarcato sorge una donna ancorata come mai alla propria certezza procreativa che rischia di diventare un fattore  metastorico che collega donne di culture e razze diverse il cui statuto non è quello di madre ma di procreatrice.

Chi invece perde ogni certezza e si arrocca sul potere dell’odio o della depressione è proprio l’uomo. Dal più al meno potente , l’offesa che i tempi riserva al padre senza potere arma spesso la mano degli uomini più fragili facendone   degli assassini  quando non dei suicidi.

Spetta forse alle donne il compito di trarli dal luogo in cui la storia dei tempi e del capitalismo/mercantilismo li ha costretti mettendo, con il loro consenso, il loro seme in una banca dove sono solo un numero da rintracciare solo se qualcosa “va storto” nel nascituro?

Ma non è un’uscita che si deve cercare, ma una via d’accesso alla vicenda umana che più che mai non è garantita dalla “naturalità”.

Poiché fino a quando sarà necessario un corpo di donna per “fabbricare” il piccolo umano all’uomo resterà solo- e non è poco né di poco conto- la possibilità di “creare” ex post la creatura che è nata. Crearla non solo simbolicamente ma attraverso l’esperienza del proprio corpo che ha conosciuto la situazione nella quale si trova il neonato ma mentre una donna riesperisce il ciclo della nascita attraverso il proprio corpo l’uomo ne partecipa necessariamente come  spettatore.

Quando una donna  invoca l’istinto materno fa riferimento ad un patrimonio ereditato attraverso l’esperienza che ha fatto del corpo della propria madre e poi del proprio. Un fatto “di carne e sangue” insomma che col tempo è diventato “istinto”.

Niente di simile per l’uomo/padre che eredita un eventuale “istinto paterno “dalla narrazione che altri ne faranno, la madre innanzitutto.

Ma infine i nati di donna sono davvero figli dell’istinto materno sono cioè davvero principalmente  figli della “natura” e la bussola che permette di riconoscerli e’ davvero l’istinto materno? Esiste infine un analogo “istinto paterno” e in caso affermativo su quale esperienza del corpo dell’uomo è fondata?