Giuseppe Ballauri. Le relazioni umane e le nuove tecnologie nell’ immaginario cinematografico e nella psicoanalisi

Giuseppe Ballauri – psichiatra e psicoanalista membro ordinario della SPI è stato professore a contratto  presso la Clinica Psichiatrica dell’Università di Genova  ,dove si è occupato in particolare di psicoterapia dei pazienti psicotici.  Ha svolto e svolge attività formativa per psichiatri,psicologi psicoterapeuti e medici prevalentemente con l’ausilio della fiction cinematografica .E’ autore di molteplici articoli in particolare su cinema e psicoanalisi . Ha contribuito ,inoltre ,alla stesura del Trattato Italiano di Psichiatria,edito dalla casa editrice Masson per il capitolo : Introduzione  alla dimensione della psicologia del profondo;ha collaborato al volume  Schermi violenti (catarsi o contagio?)  (Borla 1998) curato da : A.Imbasciati, R. De Polo.Ha pubblicato il libro:  Psicoterapia e Immaginario Cinematografico.Un percorso di formazione (Borla)2011 e  il libro Il cammino psicoterapeutico come viaggio dell’eroe. Dal teatro della memoria alla fabbrica dei sogni. (Borla 2017).

L’idea di proporre questo lavoro mi è nata dopo che gli avvenimenti dell’11 settembre 2001 e quelli tragicamente successivi  hanno messo in evidenza, come la distruttività umana abbia assunto una dimensione mondiale e  così l’angoscia e le paure nei confronti dei disastri relativi a possibili guerre sostenute dalle nuove tecnologie.

I cellulari ,i computer e così via  sono  i nuovi strumenti ,che hanno favorito la possibilità di produrre e organizzare  in qualsiasi parte del mondo eventi di una violenza inaudita .Questa realtà della distruttività umana , apparsa così inaspettatamente nel fine secolo e proseguita  nel nuovo secolo,  poteva essere affrontata direttamente con un’ analisi sul tema del terrorismo o della guerra  ,ma in quanto psicoanalista mi è parso opportuno esaminarla  da un vertice che compete di più alla nostra disciplina : quello della patologia delle  relazioni affettive, che si manifesta nella loro dimensione perversa e nelle difese di tipo autistico ,favorite  dalle nuove tecnologie ,come potremmo vedere dalle tematiche dei film .

Psicoanalisi e cinema sono due dispositivi per pensare e la loro sinergia ci può aiutare   a cercare delle risposte, che possono proporre un significato plausibile e convincente  sulla  violenza umana  e  particolarmente   nell’ambito delle relazioni umane.

Alcune delle pellicole analizzate  in questo scritto  sono state commentate e dibattute presso il Centro Psicoanalitico di Genova , ma l’attuale lavoro   è una sintesi e uno sviluppo con considerazioni originali  rispetto  alla presentazione e ai dibattiti precedentemente   effettuati sui  film.

Il primo film Happiness (L’impossibilità delle relazioni)  mette a fuoco   il groviglio d’inconfessabili perversioni e pulsioni distruttive, dietro la facciata di normale rispettabilità borghese, di una famiglia americana.

Il secondo film Hello Denise (Nuove relazioni) riprende il tema precedente ma inserito in un contesto quasi fantascientifico,  è un film sulla generazione elettronica, dove i personaggi sono troppo presi con il lavoro e insicurezze e, preferiscono vivere le loro relazioni attraverso il telefono, dove cordless risponditori e segreterie telefoniche delimitano la loro vita.

Il terzo film è Viol@  (La sorpresa delle nuove relazioni) ,un film italiano che ripropone il tema del precedente ma in modo molto più sconcertante e drammatico.

Il quarto film è propriamente di fantascienza L’invasione degli  ultracorpi (Un altro mondo per le  relazioni) rappresenta  una difesa totale di fronte alle emozioni e agli affetti perché sentiti pericolosi ,attraverso il tentativo di costruire  un mondo robotizzato privo di ogni dimensione sentimentale.

Blade Runner (La relazione con gli androidi)  il quarto film è un capolavoro degli anni ottanta  in cui le emozioni e gli affetti si trasformano in simulacri contraffatti, inseriti in una sorta di stato autistico e divenuti ormai oggetti autistici.

Gli androidi creati dall’uomo sono i protagonisti del film e aprono nuove  possibilità agli umani di recuperare l’affettività e l’immaginazione, abbandonata e persa nel mondo fatiscente in cui vivono.

L’ultimo film, è Strange days (Le relazioni virtuali e quelle reali ) si svolge alla fine del 1999 a Los Angeles e racconta il dramma di un uomo che combatte  tra la dipendenza dalle relazioni virtuali e il tentativo di tornare a quelle reali.

HAPPINESS, USA 1998 REGIA DI T. SOLONDZ

Trama

L’ordinaria follia di un gruppo di borghesi del New Jersey: Joy, aspirante cantante e vittima di maschi mascalzoni; Helen, scrittrice famosa ma insoddisfatta; Bill, psicologo e pedofilo non pentito; Allen, molestatore telefonico e Kristina cicciona omicida.

A trent’anni Joy vive ancora nella casa dei genitori. La ragazza vive nella speranza di trovare l’uomo della sua vita. Le due sorelle di Joy, Helen e Trish, la compatiscono ma anche loro sono alle prese con problemi sentimentali. Helen comincia a flirtare con un anonimo molestatore telefonico. Il marito di Trish è invece attratto dai minorenni.

Il film  porta un  titolo che è un ossimoro una contraddizione nel termine ,una bugia ,perché  raramente si è vista così poca felicità in una commedia dove vengono  messi a nudo i vizi segreti e le pubbliche virtù della middle- class americana.

E’ un ‘operazione di dissacrazione ironica che Tarantino ha fatto nei confronti  della malavita  ma anche nei confronti dei messaggi cinematografici , della tradizione horror ,fantascientifica ,con stile ed estremizzazione ironica .Ma un conto è rivestire del  distacco dell’ironia un’esperienza lontana dal vivere normale come quella dei ganster di Tarantino;un altro  è applicare un gusto(quello di Solondz) eversivo alle relazioni quotidiane della middle class introducendoci nel mondo dell’enorme Kristina o di Allen,e soprattutto di Billy lo psicoterapeuta pedofilo che viene trattato sì con ironia ma anche con compassione .Il New Jersej sarà un postaccio , l’umanità di fine millennio sarà in cattive condizioni ,la felicità sarà lontana da venire ,forse non è proprio così ,ma sembra sicuramente esserlo per il regista.

Il film è suggestivo ,ironico, e perfino commovente nel trattare argomenti  così scabrosi ,ma  viene detto con una vena di moralismo da alcuni critici  che non è digeribile da tutti ,anche perché l’argomento trattato esprime in fondo una serie di relazioni umane patologiche.

Se si vuole affrontare la “patologia” senza restringerla nell’ambito della morale allora la palla interpretativa  passa a noi terapeuti : psicoanalisti o psicoterapeuti  nel cercare di   mettere a fuoco   il groviglio d’inconfessabili perversioni e pulsioni distruttive, dietro la facciata di normale rispettabilità borghese, di una famiglia americana e di tentare di spiegare ,di dare un significato alle relazioni affettive  improntate ad una sorta di cannibalismo dei sentimenti, (si mangia sempre) in cui non sembra esserci possibilità per l’amore, la vitalità creativa. Dove  aleggia una dimensione, un’aura mortifera (spesso quasi per caso intravediamo autoambulanze che arrivano per portare via persone in fin di vita) tesa ad indirizzarsi verso relazioni, prive di sentimenti e avvolte in una drammatica chiusura narcisistica.

HELLO DENISE, USA 1995 REGIA DI H. SALWEN 

Trama

Una mattina come tante. Linda scende svogliatamente dal letto, accende il computer, si infila in tasca un telefono portatile. Come Linda, altri sei personaggi newyorkesi sono “prigionieri volontari” della telecomunicazione e delle tastiere dei loro computer. Non si presentano ad appuntamenti né a party né a funerali. Vivono via cavo le emozioni di un parto e della paternità, le schermaglie del corteggiamento, i rimpianti delle storie finite, le delusioni e i lutti. L’apparecchio telefonico è il protagonista assoluto del delizioso, amaro, arguto esordio alla regia di Hal Salwen.

Il film potremmo dire inizia dove finisce Happiness ,nel senso che viene ad instaurarsi una specie di mutazione nelle relazioni che non riesce però a risolvere la modalità di quelle della  pellicola precedente ,dove  ormai erano giunte ad una sorta di perversità:il piacere di far soffrire e di soffrire vittimisticamente .Tanto da indurre il patriarca di Happiness ,affetto da ipertensione e sconsigliato di usare il sale come condimento,nella scena finale del film lo rovescia con accanimento sul cibo che sta mangiando ,forse tristemente convinto che la vita non valga più la pena di essere vissuta.

Hello Denise mi  è parso rappresentare  un valido trait d’union tra Happiness e i film successivi  perché abbastanza reale e non troppo fantastico, per pensare che le proposte fantascientifiche , distopiche e futuristiche dei prossimi  film contengono profondi elementi di verità già nella nostra vita e realtà odierna.

Hello Denise è un film sulla generazione elettronica, dove i personaggi sono troppo presi con il lavoro e insicurezze e, preferiscono vivere le loro relazioni attraverso il telefono, dove cordless, risponditori e segreterie telefoniche delimitano la loro vita.Il tema narrativo principale è la storia di Denise e la sua ricerca di Martin che le ha donato lo sperma per la gravidanza in atto, da esso si diramano storie parallele in cui si lavora, si fa all’amore, s’intrecciano flirt e si muore attraverso il telefono o internet.

In una specie di teleconferenza delirante che raggiunge il suo epilogo grottesco, forse drammatico quando seguono in diretta la nascita del figlio di Denise.

“L’idea del film mi nacque- dice il regista Haal Salwen- quando scrivevo sceneggiature per altri vivevo come i personaggi di Hello Denise. Scrivevo al computer rispondevo al telefono senza muovermi dalla mia stanza E’ così che mi è venuta l’idea di raccontare questa storia

Mi ricordo poi che ebbi una relazione telefonica con un mio amico per tre anni senza vederlo. Credevo di sapere tutto su di lui giacché la comunicazione per telefono rende liberi nella comunicazione, ma quando l’ ho incontrato davvero ad una festa mi sono accorto che era cambiato. Sapevo tutto sulla sua vita ma fisicamente mi rendevo conto che era un’altra persona.”

VIOLA@, ITALIA 1998 REGIA di Donatella Maiorca

Trama

Marta, dietro il nickname “Viol@”, decide di provare l’ebbrezza del sesso virtuale. Il suo interlocutore, un misterioso personaggio di nome Mittler, sembra in grado di compiacerla a tal punto da riuscire a manovrarla in tutto e per tutto anche nella vita reale, lontana dal computer.

Marta si avvia dunque in un circolo vizioso. Il gioco condotto da Mittler causa non pochi problemi alla vita di una ormai plagiata Marta, che in balia del misterioso interlocutore perde il suo lavoro, le relazioni sociali ed infine il suo cane Oliver, morto a causa della sua irresponsabilità.

Quest’ultima fatalità porta la donna ad un forte desiderio di liberarsi dalla trappola e scoprire chi si nasconde dietro la scatola infernale del suo computer. Si introdurrà con uno stratagemma in casa di Mittler e scoprirà che si trattava solo di un adolescente.

Il finale di Viol@ riassume in modo perfetto, con un Coup de Theatre  magistrale,il motivo del film : Marta Bruni (Stefania Rocca molto brava ) è una ragazza di 27 anni. Vive a Roma conducendo una vita normale, quasi all’insegna della banalità. Una vita che scorre timida, senza lasciare segni, capace di passare totalmente inosservata, come un eco lontano nel rumore di una grande metropoli. Anche il nome e’ un nome normale, insipido. Marta vive con Oliver, il suo cane, e ha da poco interrotto una storia d’amore importante. Lavora facendo sondaggi, e spesso utilizza il computer. Una notte si imbatte in una di quelle chat line erotiche che hanno reso così popolare internet e, incuriosita, si sofferma a leggere i colloqui degli altri. Dopo qualche esitazione, Marta prova a partecipare al gioco con lo pseudonimo di Viol@. Da quel momento la sua vita viene scandita dagli appuntamenti telematici con il misterioso Mittler .

Dal nostro vertice analitico potremmo pensare che l’ossessione di Viol@ nel condurre la chat con Mittler possa ricondursi ad  una reazione depressiva per la fine della storia d’amore che non viene metabolizzata sul piano del pensiero e che la spinge invece ,a sessualizzare contenuti emotivi ed affettivi non affrontabili e che finiscono per trasformarsi in una relazione,che pone  ,problemi di morale ma soprattutto drammatica  e  irrealizzabile ,in quanto la realtà virtuale del computer si trasforma in un solipsismo narcisistico e masturbatorio senza nemmeno il sostegno della  metafora.

In Hello Denis l’ossessiva presenza di un media era veicolo di conoscenza e frequentazione dell’altro da sé anche se in un contesto di teleconferenza delirante,come abbiamo visto,mentre in Viol@ il ricorso al sito Hard è immediato e compulsivo verso una liberazione della propria libido per tamponare,come dicevo,evitare,reprimere il lutto della perdita  o l’inconsistenza  di un lavoro monotono  e meccanico. Trasformare il desiderio sessuale in una necessità coatta di cui non si può fare a meno come un bisogno tossicomanico ( a questo proposito è bella la scena in cui  Viol@ durante l’intervista è spinta a servirsi del computer dell’ospite, per rispondere a  Mittler .)

Per concludere voglio riportare alcuni commenti  della protagonista del film (Stefania Rocca ), durante un’intervista ,che analizza il film da una prospettiva meno pessimistica della mia. Alla domanda dell’intervistatore :” in Viol@ si parla di erotismo in rete, ma cosa è per lei veramente sensuale ed erotico?”la Rocca risponde:“ L’erotismo secondo me è un equilibrio tra mente e corpo  ed è per questo che “by internet” è più facile come per Viol@ perché si è più liberi e la sua fantasia si può esprimere a livelli elevati .Anche nella vita si può  ma a volte è più difficile soprattutto se vuoi farlo in due. Devi trovare qualcuno che te lo permette .Comunque vita reale e virtuale non dovrebbero escludersi. Per Viol@  è un momento difficile  e lei per scoprirsi sceglie internet…In Viol@ ci sono molte riflessioni sul computer e quando io giravo  mi rendevo sempre più conto che in fondo lei non riesce a confessarsi  coscientemente i suoi sogni e li scopre proprio in questa relazione ,  perché sostanzialmente parla con se stessa a volte a voce alta.”

Ad un’altra domanda dell’intervistatore :forse un po’ involontariamente comica“ Alla lontana ,nelle sue interpretazioni mi sembra di aver letto una vena  molto spirituale…”la Rocca risponde: “Viol@  ha in fondo una vena di spiritualità perché è  una donna che cerca di scoprirsi e crescere anche da un punto di vista erotico proprio per diventare una donna e meno femmina.”

E infine alla domanda  quali sono i suoi film preferiti di SF risponde:

“I miei  film preferiti di fantascienza sono: Blade Runner ,Strange Days”

E forse non è strano che Stefania Rocca donna intelligente oltre che bella e brava attrice,espressione di una generazione nata con il Pc (fu anche intervistata da Costanzo proprio sulla comunicazione via internet)abbia scelto proprio  due film che verranno successivamente commentati   e abbia  dichiarato  con limpida e innocente semplicità  che una buona parte delle  relazioni  oggi   avvengono su internet  e che ciò e del tutto naturale ,comprensibile e vivibile.

 

L’INVASIONE DEGLI ULTRACOPRI, USA 1956 REGIA DI D. SIEGEL 

Trama

Il dottor Miles Bennell scopre che la sua città, un fiorente centro californiano, è stata invasa da baccelli di provenienza extraterrestre che si insinuano nel corpo umano rendendo gli uomini durante il sonno  una sorta di automi,di  robot anaffettivi e senza emozioni

Da un romanzo mediocre, un film che è un gioiello. Senza effetti speciali, Don Siegel riesce a creare un clima, un’atmosfera molto opprimente e un’autentica suspense, basandosi soprattutto sul contrasto fra il medico, che via via è sempre più paranoico , e l’indifferenza che domina nella sua città

L’Invasione degli ultra corpi di Don Siegel  considerato da tutti i critici il più bel  film di fantascienza degli anni 50’è stato però spesso e volentieri accusato di essere il più intransigente per quanto concerne il suo messaggio maccartista e anticomunista.

Il regista  ha sempre escluso la presenza di tematiche puramente  anticomuniste nel racconto considerando in realtà il film una riflessione  più ampia sugli errori del conformismo.

Il film è quindi una metafora della paura di diventare come gli altri dell’angoscia del futuro  e di una società che annichilisce l’individuo e rende tutti eguali.

L’uomo che spaurito si trova dinanzi ai mostruosi mutamenti della società ,ancora più mostruosi perché impercettibili ,cerca di lottare ma  si arrende ad un mondo ,che ha scelto di evitare la distruttività come l’amore e quindi di annichilire la vitalità creativa verso relazioni prive di sentimenti e avvolte in una drammatica chiusura narcisistica ,dove le emozioni e gli affetti si trasformano in simulacri contraffatti inseriti in una sorta di stato autistico .

Gli alieni siamo noi stessi e non c’è bisogno del paradosso di un ‘invasione dagli spazi esterni di mostri ,per sentire i brividi di fronte alla disumana omologazione che emargina  sentimenti ed emozioni,ma che può diventare un motivo di attrazione molto forte di fronte ai disagi nell’affrontare le pulsioni umane e la loro declinazione nelle relazioni con gli altri,come viene ben evidenziato nel dialogo tra  il sosia del suo collega psichiatra e il protagonista.

Lo psichiatra Dan (indicando una coppia di baccelli destinati a sostituirli) …si rivolge a Miles il protagonista : “ non sentirete alcun male, mentre sarete immersi nel sonno, essi assorbiranno la vostra mente, per farvi rinascere in un mondo tranquillo, senza problemi… Miles: – Ma un mondo dove tutti sono uguali… Povera umanità. Becky( la compagna di Miles) e io non siamo gli ultimi rimasti… gli altri vi distruggeranno. Dan: – Domani non lo vorrai più. Domani sarai uguale a noi. Miles: – Io amo Becky. L’amerò domani come l’amo oggi? Dan: – Non è necessario l’amore… Miles: – Niente amore… nessun sentimento… Solo l’istinto di conservazione. Non potete amare né essere amati, vero? Dan: – Lo dici come se fosse una mostruosità, ma non lo è affatto. Sei stato innamorato altre volte, ma non è durato. Non dura mai. Amore, desiderio, ambizione, fede… senza tutto questo la vita è molto più semplice. Miles:- Non mi interessa una vita così. Dan: – Dimentichi una cosa, Miles. Miles: – Cosa? Dan: – Non hai scelta…

Questo film mi da lo spunto per spendere alcune brevi considerazioni cliniche sulla mia esperienza con pazienti angosciati e intensamente difesi  dalle relazioni affettive,sessuali e sociali.

Queste si manifestavano  ,ad esempio in un paziente, sotto la forma di uno smontaggio delle mie interpretazioni per cui tutto ciò che dicevo veniva riproposto dal lui con un lessico più forbito ed elegante  del mio fino, ad arrivare alla mia evidente sensazione che ciò che gli avevo detto gli passava da orecchio all’altro, non entrava nel suo mondo interno, come se rimbalzasse  su di una superficie  bidimensionale, un muro come quello dello squash  ( Meltzer) . Il paziente metteva in atto delle difese del tipo identificazione adesiva,nel senso che aderiva al modello del bravo e paziente , come immaginava l’avrei desiderato ,accogliendo le  mie interpretazioni ma facendole rimbalzare all’esterno senza viverle o introiettarle impedendo così alle emozioni e agli affetti di trasformarsi in pensiero. Dall’età di 12 anni aveva sviluppato una passione verso i serpenti , i serpenti da lui catturati e mostrati  incantavano i suoi parenti ed  amici ,che tuttavia  ogni volta che lui li esibiva lo osservavano ma da lontano tenendo una distanza di sicurezza .

Mi  sono chiesto più volte se il serpente rappresentasse un oggetto autistico difensivo, che gli permetteva di ammagliare(controllare) e nello stesso tempo tenere lontano gli altri ,oppure una forma  auto-sensuale e difensiva ,una paratia verso  il mondo esterno.( Tustin)

Quel serpente sembrava proprio  un prolungamento del suo corpo una specie di protesi.

Il  paziente era venuto da me per l’angoscia di vomitare, capimmo nel corso del trattamento che il suo vero problema era la fantasia di avere un bolo alimentare che non andava né giù né  su ,non poteva vomitare ,rigettare il cibo perché avrebbe nella relazione transferale rischiato di perdere l’analista, tenuto sotto controllo e nel contempo non poteva ingerire il cibo perché avrebbe potuto metabolizzarlo e quindi passare da un mondo interno bidimensionale ad uno tridimensionale .

 

BLADE RUNNER, USA 1982, REGIA DI R. SCOTT

Trama

Il lungometraggio è ambientato nel 2019 in una Los Angeles distopica, dove replicanti dalle stesse sembianze dell’uomo vengono abitualmente fabbricati e utilizzati come forza lavoro nelle colonie extra-terrestri. I replicanti che si danno alla fuga o tornano illegalmente sulla Terra vengono cacciati e “ritirati dal servizio”, cioè eliminati fisicamente, da agenti speciali chiamati blade runner. La trama ruota attorno ad un gruppo di androidi recentemente evasi e nascostisi a Los Angeles e al poliziotto Rick Deckard, ormai fuori servizio, che accetta un’ultima missione per dare loro la caccia.

Il film narra la vicenda di Deckard, un uomo disilluso senza scopo e progetti per il suo futuro, che vive in un mondo, avvolto da un’intensa pioggia acida, dove la solitudine regna e il linguaggio degli abitanti, resi quasi del tutto sterili nella loro potenzialità emotiva ed immaginativa è disarticolato e si rispecchia negli edifici fatiscenti e abbandonati e in una tecnologia, parcellizzata e scissa,tesa a creare anche  sostituti artificiali degli animali scomparsi.

In questo mondo, però, Deckard incontra gli “angeli – androidi” , scesi dal cielo e nello scontro violento e nell’incontro d’amore con una di loro  riuscirà a trasformarsi ed ad “immaginare” un altro mondo a misura e dimensione umana.

Rella nel suo saggio:”Metamorfosi” propone una lettura del film avvincente e lucida che mi sembra utile condividere :

“ La ricerca del nuovo fin dentro la notte o nel sogno o nell’ebbrezza nasconde una vera e propria ossessione, che sembra accompagnare e contrassegnare il rapporto dell’uomo con il tempo lungo tutto l’asse del moderno, fino ai nostri giorni, fino, per esempio, alle “immagini perplesse”e spettrali di “Blade Runner” di Ridley Scott.

La forza “agguagliatrice” della razionalità e dell’organizzazione metropolitana è giunta al limite estremo: è ormai planetaria.Le città, le vecchie organizzazioni urbane, sono soltanto,ora, sue articolazioni interne,Tokyo,Los Angeles,New York,Berlino sono i suoi quartieri. La lingua è diventata un dialetto babelico, ormai prossimo all’afasia, che raggruma in sé, semplificandole, le antiche lingue delle antiche città.Non esiste nemmeno più differenza fra terra e cielo, anch’esso divenuto una distesa fangosa e lutulenta, in cui non brillano stelle, ma osceni messaggi pubblicitari, che illuminano strade spettrali e oscure, in cui si muovono folle di solitari.

La città, in cui tutto è uguale, è in realtà un luogo di scarti, di macerie, di residui, che si accumulano agli angoli delle vie, o dentro le case, in interni che assomigliano alle Wunderkammer e ai polverosi ripostigli in cui sono accumulate le cose della curiosità dei principi: animali mostruosi e tarlati, oggetti e figure, di cui ormai nessuno più capisce il senso.

Qui sembra che nulla possa mutare: chi, in questo luogo di spettri e di larve, potrebbe essere il soggetto del mutamento? L’immane disordine è diventato ormai un ordine spietato, che è protetto contro ogni emergenza, come quella per esempio dei “replicanti”. Automi senza passato, dotati di una vita brevissima e di una forza e di una bellezza sovrumane, essi sono in realtà angeli. Essi sono gli angeli del moderno, portatori di un messaggio. pronunciato il quale, spariranno nel nulla, come gli altri angeli del moderno, di cui è piena

l’opera di Klee o quella di Benjamin.”

STRANGE DAYS, USA 1995, REGIA DI K. BIGELOW

Trama

Los Angeles, 31 dicembre 1999. Le tensioni razziali e sociali stanno raggiungendo il limite. La nuova droga è lo squid, un vettore di memoria artificiale: una specie di lettore cd permette di rivivere esperienze proprie o altrui nel modo più realistico. Lenny Nero è uno dei più quotati spacciatori di squid. Venuto in possesso di un dischetto con le prove dell’assassinio di un leader di colore da parte di poliziotti bianchi, Lenny deve decidere se rendere pubblico ciò che sa.

Strange Days uscito nel  1995 prende il titolo da una canzone dei Doors che viene cantata dai Prong, è un film che scorre sulla scia di una Los Angeles apocalittica come Blade Runner, (gli avvenimenti rappresentati si svolgono negli ultimi giorni  prima dello scoccare della fine del millennio ) e come il film di Scott è un noir postmoderno del genere cyberpunk .Mentre Blade Runner si può  considerare appartenente alla fantascienza ,Strange days  è molto più vicino alla realtà dei giorni nostri,e la fantascienza è rappresentata soltanto dallo Squid (Superconducting Quantum Interference Device),una sorta di congegno applicato sulla corteccia cerebrale, che permette di vivere attraverso tutti i sensi le sensazioni ed emozioni degli altri ,registrate in una specie di compact disc,similmente al film Brainstorm del 1983.

E’ una pellicola  che racchiude in sé un  po’  tutte le tematiche rappresentate nei precedenti film: dallo sfaldarsi  delle relazioni affettive che si manifestano nei loro aspetti di perversità, di perversione ,e di estrema violenza e nella   fuga tossicomanica  in un mondo virtuale  per sfuggire alle angosce depressive di una condizione umana senza valori, speranze e aspettative, simboleggiata  dal pericolo di una catastrofe economica dovuta al millenium bug.

La registra del film Kathryn Bigelow descrive,quindi, una realtà molto prossima a quella che viviamo attualmente , caratterizzata da sequenze di gente affollata nei locali,resa frenetica ed eccitata  da una musica hard, alla massima potenza,peraltro molto bella come le canzoni cantate dall’attrice Juiliette Lewis senza l’ausilio del play back ,che sembra rappresentare una sorta di cintura  sanitaria antidepressiva i cui bastioni  sono la pura evacuazione emotiva per difendersi dall’angoscia, rappresenta dalle sequenze , che ci mostrano,invece, le strade di Los Angeles.Metafora forse come in Blade Runner di una globalizzazione che ha anticipato quella, oggi, di quasi tutte le città del mondo, dove improvvisamente dal nulla può nascere la più estrema violenza senza motivo, senza senso e giustificazione apparente (e a questo proposito chi può dimenticare il bellissimo film di Carpenter Distretto 13 del 1977.

La Bigelow (una delle pochissime regista donne del cinema americano) ha costruito un film di intensa valenza drammatica, che dopo quasi venti anni dalla sua uscita non è per nulla obsoleto e rimane del tutto attuale nelle tematiche affrontate.

E’ stata aiutata in questa realizzazione dal ex marito James Cameron ,che ha curato il soggetto e la sceneggiatura : veloce,tesa, vivace, aggressiva e molto fisica anche se a tratti un po’  confusa ,in cui si alternano in un equilibrio compiuto le sequenze dei conflitti soggettivi(le pene d’amore ,la  tossicomania) del protagonista Nero e di quelle  sociali,le riots  dei gruppi etnici di una Los Angeles  sempre pronta a scoppiare  in una  guerra tra bande assemblate per motivi razziali .

La regista disegna,poi, con tratti intensi e precisi, la personalità dei tre protagonisti principali:

Nero nella suo innamoramento “patologico” per Faith ,che non può pensare e tollerare la separazione da lei e non può dimenticarla se non fuggendo in una realtà  virtuale in cui il presente è travolto dal passato e non può essere vissuto con la possibilità di una nuova  fede (Faith) in una nuova relazione che potrebbe nascere per l’amore così intenso  che Mace prova nei suoi confronti.

Faith che invece vive nel presente attraverso una relazione con il mondo molto carnale,la vediamo quasi sempre svestita con una fisicità dirompente e contagiosa, ma che pur con i suoi dubbi non sembra riuscire a dare un senso alla sua vita  al di là del suo corpo.

E infine Mace la figura per me più intrigante  e affascinante del film , che forse poteva essere solo così tratteggiata da una regista donna.

Mace è una madre combattiva e pronta a lottare senza tregua e senza paura per il figlio e per l’innamorato, e che rappresenta la vera fede e speranza di un futuro dove  l’amore possa ricomporre la disarmonia della violenza nichilista.

Il finale in cui lei e Nero si abbracciano e baciano proprio nel momento in cui scocca il Nuovo Anno non è consolatorio ma utopico,ma senza utopie e sogni come possiamo riuscire a spera in un Nuovo Anno in un Nuovo Mondo che immagina e che  pensa , dove le relazioni umane possano realizzarsi di più con l’amore che con la violenza.