Roberto Verlato. Robot terapeutici:dalla funzione alla finzione. Prove tecnologiche di nuovi modi di (non) stare in relazione?

Roberto Verlato – Medico Psichiatra. Psicoanalista. Fa parte della S.P.I. e dell’I.P.A. ed è iscritto al Centro Psicoanalitico di  Bologna, del cui Esecutivo fa parte dal gennaio 2017 come Consigliere.Ha lavorato come psichiatra negli ultimi 35 anni presso i Servizi Psichiatrici di Ferrara, Bologna, Imola ed infine negli ultimi 20 anni al C.S.M. di S.Lazzaro di Savena, di cui è stato per alcuni anni Responsabile.Si è occupato di Etnopsichiatria ed ha fatto parte del Comitato organizzatore del Corso di approfondimento delle tematiche relative all’ intermediazione culturale presso l’A.S.L. di Bologna.Ha insegnato Teoria Psicoanalitica al Corso Clinico della Scuola di Psicoterapia dell’infanzia e dell’adolescenza secondo il Modello Tavistock del Centro Studi Martha Harris di Bologna.Ha fatto parte della Commissione Psichiatria e Psicoanalisi e del Comitato organizzatore degli Eventi per Esterni del C.P.B. Fa attualmente parte della Commissione Cinema dello stesso Centro e cura per il Sito web del C.P.B. la Rubrica Cinema. Da tempo si interessa dei complessi rapporti tra trasformazioni tecnologiche, psicologiche e relazionali, partecipando a presentazioni e discussioni  sia in contesti psicoanalitici che interdisciplinari. 

La “Rivoluzione digitale” sta riproponendo ai giorni nostri, sul piano etico, la contrapposizione, analizzata già 50 anni fa da Umberto Eco, tra Apocalittici ed Integrati.  Anche allora si trattava della comunicazione di massa, delle sue trasformazioni influenzate dalla tecnologia e dei diversi modi, taumaturgici o nefasti, di valutarne gli effetti.

In questo scenario di cambiamenti, comunque sia “catastrofici”, va facendosi strada una posizione più equilibrata, in grado di interpretarli a seconda dell’uso che di tali strumenti viene fatto; uso che non è né prevedibile, né scontato.

Ne ho avuto testimonianza recentemente durante la visione di un film di nicchia, presentato all’interno di un festival dedicato all’influenza sui “millennials”  degli strumenti della comunicazione digitale.

“Uploading holocaust” racconta il viaggio  in Polonia, nei campi di concentramento nazisti, che ogni anno migliaia di studenti israeliani fanno alla ricerca di un contatto con la storia drammatica dei propri familiari scomparsi. E’ realizzato attraverso il montaggio di un numero enorme di videoclips, realizzati con gli smartphone e postati su Youtube dagli studenti stessi al ritorno in patria. Un racconto corale, di gruppo, molto partecipato e denso di emozioni. In cui c’è spazio anche per la voce di coloro che le emozioni non riescono a provarle e per questo blocco si sentono in colpa. Le emozioni nel film vengono non solo raccontate ma anche potentemente suscitate, attraverso l’uso sapiente ma non professionale di uno strumento, lo smartphone appunto, semplice e ormai alla portata di tutti.

Mentre guardavo il film e mi emozionavo mi sono guardato intorno ed ho visto numerosi spettatori che il film lo vedevano in “multitasking”; stavano cioè saltando dallo schermo del cinema a quello del proprio smartphone, che usavano per guardare altro, comunicare con altri ed essere così contemporaneamente lì e altrove. In quel momento e in quel luogo il più comune e diffuso dei nuovi strumenti digitali era protagonista di usi molto diversi, collegati a modi  assai distanti di essere in contatto con le proprie emozioni ed in relazione con gli altri.

Negli scenari del futuro prossimo, già presente tra noi, si prevede che l’ Intelligenza Artificiale ed i Robot avranno un  ruolo determinante.

In campo terapeutico va facendosi strada l’uso dei robot sociali, umanoidi  per sostituire  il  personale umano, ritenuto sempre più insufficiente e costoso per far fronte alle aumentate richieste di assistenza, in particolare in ambito geriatrico visto l’allungarsi della durata della vita media.

Se inizialmente i robot avevano soprattutto la funzione di eseguire azioni necessarie all’assistenza fisica, materiale delle persone (aprire le porte,aiutare a camminare o salire le scale, afferrare gli oggetti su un tavolo….) da diverso tempo il focus della ricerca si è spostato nella direzione dello sviluppo di robot capaci di stabilire relazioni con i pazienti allo scopo di migliorare la qualità della loro vita sociale.

Uno dei primi tra questi “robot sociali” terapeutici, il primo a ricevere nel 2009 il riconoscimento del FDA ( il “Food and Drug Administration”, l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici)  come presidio terapeutico biomedicale non farmacologico è Paro, un robot con le sembianze di un cucciolo di foca.

Paro, come dimostrato nei molti filmati presenti su Internet, è stato e viene utilizzato in diversi istituti geriatrici, anche in Italia, per migliorare le capacità di interazione sociale e le capacità cognitive di anziani dementi, il cui interesse ed attenzione sembrano rivitalizzati dal contatto con questo essere meccanico, capace di modulare le sue risposte vocali e motorie in base al tipo di stimoli tattili e sonori che riceve ed in grado  di mantenere un contatto visivo con l’interlocutore.

Tutto ciò crea l’illusione di una relazione viva e ricca con un essere vivente, priva peraltro dei rischi che il contatto con un vero cucciolo potrebbe comportare, soprattutto per persone anziane e fragili, dato che tutti i comportamenti di Paro sono già programmati e sotto controllo. Anche per questo, oltre che per le ovvie ragioni economiche, Paro robot può risultare preferibile ad un operatore o ad un animale in carne ed ossa, come nella Pet therapy.

Altri filmati presenti sul web (ad es. “Living with Paro”) documentano un uso sempre più estensivo di Paro, soprattutto nella società giapponese, come compagnia per persone non dementi ma semplicemente sole. La “malattia” da curare in questo caso è proprio la solitudine.

Così nel filmato due anziani pensionati pregustano il momento in cui, morto il loro cane vecchio e malato, per cui spendono fino a 2500 dollari al mese in trattamenti medici, potranno iniziare una nuova vita con Paro recandosi liberamente  con lui al ristorante, dove il cane non è ammesso, o viaggiando senza più problemi né limitazioni.

Quello che più colpisce è la capacità di queste persone di operare un’evidente dissociazione dentro di sé tra la consapevolezza della natura meccanica di Paro e la sensazione di avere una vera relazione con un essere vivente, dotato di una sua identità.   Dice la moglie della coppia di anziani che ha acquistato Paro :

“Paro è uno della famiglia piuttosto che un robot. Se pensassimo a Paro come ad un robot non ci prenderemmo cura di lui  e penseremmo che è solamente un robot anche quando lo coccoliamo.”  E poco dopo aggiunge : “Io penso che Paro crescerà come un bravo ragazzo perché noi non lo trattiamo male e non lo picchiamo.”

Un’altra donna anziana, da tempo rimasta sola, confessa:

“Molte cose sono finite ed io volevo (fare) qualcosa. Così ho deciso di comperare Paro. Paro mi risponde e mi guarda  quando lo chiamo .Così sento di avere qualcosa in comune con Paro.  Lui mi guarda e fa dei versi per la gioia quando pronuncio il  suo nome.  Allora io mi sento calma e sto bene….Quando dormo chiedo a Paro “per favore salvami!” e metto Paro sul tavolo per poterci guardare l’un l’altro.  Dico: ”Buongiorno piccolo Paro” quando mi alzo.”

E poi, con uno scarto che rompe, ma non strappa via il velo dell’illusione, aggiunge: “Non posso dire Buongiorno ad un frigorifero….”

L’intervista si conclude con una frase dal significato ambiguo e proprio per questo, forse, illuminante:

“Fondamentalmente gli esseri umani sono deboli.  E’ per questo che io parlo con Paro. Ma questo mi basta.”

Sembra parlare di sé, l’anziana signora e della sua debolezza che la porta ad accettare ed a farsi bastare anche una pseudo-relazione con uno pseudo essere vivente, un robot.

Ma essa contiene in sé un’altra possibile lettura: le relazioni con esseri umani sono deboli, perché sottoposte a tutte le incertezze ed i rischi delle relazioni umane: innanzitutto la loro fine, legata alla morte, al tradimento, all’abbandono.

Molto meglio allora una relazione “forte”, certamente duratura, addirittura perpetua e sotto stretto controllo come quella offerta dai robot. Anche se il prezzo da pagare è la dissociazione, che permette di vivere l’illusione di una  relazione vera.

Un’illusione così distante e lontana da quella di winnicottiana memoria, legata alla nascita degli oggetti e spazi transizionali,  base di un ricco e vitale  scambio tra mondo interno e mondo esterno, che non solo consente di sopportare la solitudine ma anche di creare le basi, attraverso il gioco,  per una ricca ed intensa vita di relazione.

Mi pare fondamentale riuscire a distinguere tra la “finzione”, su cui si basa il rapporto con Paro, e “l’illusione” che è alla base della relazione con l’oggetto transizionale e della possibilità di giocare.

La “finzione” di cui stiamo parlando si fonda sul meccanismo dissociativo già illustrato, per cui due verità opposte (natura meccanica e natura “vivente”, animale di Paro) tra loro incompatibili convivono immodificate senza contraddirsi.

L’illusione, come ci insegna Winnicott, si fonda invece sull’accettazione di un paradosso che non viene messo in discussione :“…si può dire che vi sia un’intesa tra noi ed il bambino sul fatto che noi non porremo mai la domanda:  ”Hai concepito tu questo o si è presentato a te dal di fuori?”. Il fatto importante è che non ci si aspetta nessuna decisione su questo punto. La domanda non va formulata.”

L’illusione può quindi aprire davanti a noi spazi in cui esplorare nuovi e inaspettati nessi e significati, insieme “creati” e “trovati”.

La finzione è inevitabilmente chiusa in se stessa, avendo già in sé la consapevolezza dell’ ”amara verità” (“Non posso dire Buongiorno ad un frigorifero”), solo parzialmente e temporaneamente allontanata dalla coscienza.

L’illusione, pur nascendo dal bisogno di controllare l’oggetto e la sua assenza,  si “sporge”  tuttavia  molto di più verso l’incertezza, il dubbio e concede molto di più all’oggetto la libertà di “sorprendere” il soggetto. Da qui l’apertura alla ricerca, all’esplorazione del “non-già-conosciuto”, come accade nel gioco.

La finzione esprime molto di più il bisogno di controllo e dominio dell’oggetto. Ha, per così dire, il “guinzaglio corto”.

Il bisogno di controllo sembra in effetti  la cifra distintiva dell’uso prevalente (ma non necessariamente esclusivo) delle nuove tecnologie della comunicazione, come sembra indicare l’uso sempre più frequente e diffuso della messaggistica vocale e scritta sulla comunicazione diretta, a voce. Sono sempre di più coloro che pensano   che sia molto meglio e molto più sicuro mandare un sms o un messaggio vocale registrato piuttosto che esporsi ai rischi di una telefonata in diretta, che può rivelare di noi molto più di quanto  vorremmo o siamo disposti a mostrare. Anche in questo caso meglio un’immagine finta ma ben costruita di noi stessi che accettare il rischio che qualcuno scopra e ci comunichi, rispecchiandolo, un aspetto di noi che non conosciamo o che vogliamo nascondere.

La dimensione finzionale sta acquistando uno spazio e un’importanza sempre maggiore nella nostra vita emotiva e relazionale, a partire dall’uso, più o meno consapevole, che ne viene fatto sui social network fino ai modi in cui sviluppiamo le capacità empatiche dei nostri bambini.

Sherry Turkle, docente di Sociologia della Scienza al Mit di Boston, riporta nel suo ultimo libro (“Reclaiming conversation”) come molte ricerche recenti tra gli studenti dei college americani abbiano registrato un calo impressionante di oltre il 40% negli ultimi 10 anni dei punteggi che misurano le capacità empatiche dei giovani intervistati. Anche in questo caso la tecnologia sembra avere già  una risposta al problema; basta digitare su Google  “App for empathy” per essere rinviati ad una quantità di applicazioni informatiche gratuite o a basso costo dedicate a bambini tra i 2 ed i 5 anni, che avrebbero lo scopo di migliorare  lo sviluppo delle capacità empatiche. Per capire come funzionino basta guardarne la pubblicità su Internet.

Il più delle volte I bambini imparano a dare un nome alle emozioni (rabbia, gelosia, frustrazione, orgoglio…) attraverso le espressioni mimiche di un personaggio animato di un cartoon  e sono poi invitati a riprodurre a loro volta queste espressioni mimiche delle emozioni. Per verificare e migliorare le loro abilità espressive tra gli esercizi è incluso quello di scattarsi delle foto con l’ipad durante l’esercizio e confrontarle poi con il modo in cui il personaggio del cartoon ha comunicato quell’emozione.

Non si tratta quindi di sperimentare un’emozione ed imparare a dare ad essa un nome quanto di imparare a simularla.

Se da un lato quindi siamo sempre più invogliati a stabilire un rapporto intimo con macchine, i robot, che non hanno sentimenti e non possono averli ma sono in realtà solo abili rappresentazioni del “come se”, dall’altro siamo a nostra volta addestrati, sul modello dei robot, a rappresentare emozioni e sentimenti per sentirci più adeguati e “normali”.

La Turkle parla a questo proposito della finzione come di una nuova estetica.

Per concludere credo che lo sviluppo dei robot terapeutici , che rappresenta una delle forme avanzate  delle nuove tecnologie digitali nel campo della comunicazione, susciti un grande interesse e  fascino ma anche inquietudine, non tanto per lo sviluppo  di  nuovi dispositivi tecnologici  sempre più raffinati e simili all’uomo quanto per quello che ci rivela del modo in cui si stanno trasformando le relazioni tra esseri umani.

Se la relazione con una macchina intelligente, con un robot è preferibile a quella con un essere vivente è il significato stesso di relazione che viene messo radicalmente in discussione.