Massimo Bonafin. Viaggi nell’aldilà: A/R nello spazio-tempo

Massimo Bonafin – addottoratosi in scienze letterarie sotto la guida di Cesare Segre a Pavia, è attualmente professore ordinario di Filologia romanza e Origini delle letterature europee all’università di Macerata, dove dirige il Centro di Antropologia del testo e coordina il dottorato di ricerca in Studi linguistici, filologici e letterari. Ha pubblicato edizioni di testi francesi medievali e si è interessato alla teoria del comico e della parodia, all’intertestualità come espressione di una dialettica di livelli culturali, alle relazioni fra folklore e letteratura dotta in chiave antropologica e comparatistica.
Sta curando l’edizione italiana delle ultime opere del comparatista e folklorista russo-ucraino Eleazar M. Meletinskij (“Poetica storica della novella”, “Archetipi letterari”, “Il romanzo medievale”),presso le edizioni EUM.
Saggi: “Contesti della parodia. Semiotica, antropologia, cultura medievale”,Utet, 2001;
“Le malizie della volpe. Parola letteraria e motivi etnici nel ‘Roman de renart'”, Carocci, 2006;
“Guerrieri al simposio. Il ‘Voyage de Charlemagne’ e la tradizione dei vanti”, Edizioni dell’Orso, 2010.

Oggi sappiamo che gli esseri umani si costruiscono gli dei a loro immagine e somiglianza, salvo poi, con una capriola intellettuale, ri-flettere su se stessi quelle figure, pretendendo che siano gli umani fatti a immagine e somiglianza degli dei.

Così anche per le rappresentazioni del tempo, dello spazio, del mondo ultraterreno, accade che le strutture con cui modelliamo il mondo che ci circonda e in cui abitiamo forniscano l’intelaiatura delle nostre immaginazioni sull’aldilà, su ciò che c’è prima della vita e dopo la morte. Lo spazio e il tempo – anzi lo spaziotempo, il ‘cronotopo’ – costituiscono non a caso la cornice più significativa per inquadrare e determinare i nostri movimenti, lo svolgimento di tutta la nostra esistenza. Le nostre idee di spazio e di tempo, per quanto inconsce e non riflesse possano essere, tendono dunque a essere utilizzate anche per immaginare e descrivere ‘spazi’ e ‘tempi’ di cui non abbiamo esperienza alcuna.

Basta pensare alla velocità, come esempio primario e funzione della relazione spaziotemporale:  la dialettica fra lentezza e rapidità muta col mutare delle epoche storiche, dello sviluppo tecnologico, delle trasformazioni antropologiche. Procedere speditamente, alla velocità del pensiero (come diceva un vecchio indovinello popolare) o della luce (come ci ha insegnato la fisica moderna), si contrappone all’andatura lenta come un tipo di civiltà, di mondo, si contrappone a un altro.

Prendiamo, per uscire dal vago, alcune storie medievali, ben note agli specialisti, che hanno in comune un particolare trattamento del tempo e dello spazio e della velocità relativa nei due sistemi di riferimento (terreno/ultraterreno).

In un racconto cortese anonimo del XII secolo un cavaliere di nome Guingamor si smarrisce nel profondo di una foresta, mentre dà la caccia a un cinghiale bianco; trova una fanciulla presso una sorgente che gli promette di procurargli il cinghiale, se egli la seguirà; Guingamor, che  se n’è innamorato, la segue nella sua dimora, con l’intento di restarvi due giorni e il terzo ripartire. Ma, quando chiede di poter ritornare dai suoi e di avere il cinghiale promesso, la fanciulla lo diffida: infatti sono passati già trecento anni e tutti i suoi parenti sono morti; incredulo, Guingamor chiede comunque di poter andare via e la fanciulla lo mette in guardia dal bere e dal mangiare alcunché dopo aver passato il confine d’acqua che delimita il suo paese. Il cavaliere parte, incontra un carbonaio, da cui apprende che sono in effetti trascorsi trecento anni, e, preso dalla fame, dimentico dell’avvertimento, mangia delle mele: di colpo invecchia e morirebbe, se non arrivassero all’improvviso due damigelle che, pur rimproverandolo della sua trasgressione, lo riportano indietro con loro, nel paese della fata.

Negli Svaghi di corte che Walter Map scrisse nella seconda metà del XII secolo raccogliendo aneddoti di origine diversa a fine di educazione e ricreazione dei cortigiani, l’undicesimo capitolo della Distinctio prima contiene un racconto divenuto celebre come archetipo della leggenda della caccia selvaggia. Si tratta della storia del re dei Bretoni Herla, che ricevette la visita di un individuo dall’aspetto sinistro, un po’ Pan e un po’ pigmeo, il quale gli annunciò che sarebbe stato presente alle sue nozze con la figlia del re dei Franchi: in cambio Herla sarebbe stato invitato alle nozze del pigmeo. Così il giorno del banchetto nuziale il pigmeo arrivò col suo ricco seguito e con tutto ciò che potesse servire a soddisfare tutti i commensali. Un anno dopo, si ripresentò per esigere da Herla il rispetto del patto, invitandolo alle sue nozze: attraverso una caverna oscura, insieme giunsero nel palazzo del pigmeo, splendente di mille luci. Al termine della cerimonia Herla si congedò e fu riaccompagnato nell’oscurità della caverna, avendo ricevuto in dono un cagnolino, con la raccomandazione che nessuno smontasse da cavallo prima che la bestiola fosse saltata a terra. Tornato alla luce del sole e nel suo regno, Herla scoprì, interrogando un pastore, che i Sassoni ormai da duecento anni governavano quella terra e a stento ci si ricordava di lui, a cui sembrava di essere stato lontano soltanto per tre giorni. Poiché alcuni del suo seguito, appena scesi da cavallo,  si polverizzarono immediatamente, il re da allora continua la sua cavalcata senza fine, con quelli che sono rimasti con lui.

Alla prima metà del XIII secolo risale una leggenda di fondazione di un monastero cluniacense nelle Alpi italiane, conservata in un manoscritto latino. Il figlio di un duca era in procinto di sposarsi, ma fra i molti invitati mancava il suo angelo custode, a cui egli teneva molto; alla sera egli si recò a pregare in una chiesa e sulla via del ritorno incontrò un vecchio vestito di bianco, a cavallo di un mulo pure bianco, che disse di essere il suo ‘amico’ e che il giovane quindi invitò alle nozze, affidandogli anche l’organizzazione del banchetto. Al termine, l’ospite si accomiatò dicendo al giovane che di lì a tre giorni avrebbe a sua volta dato una grande festa, a cui egli si sarebbe dovuto recare, guidato dal mulo bianco. Così avvenne e il figlio del duca attraversando un passaggio angusto e oscuro a dorso del mulo arrivò in una campagna aperta e fiorita; incontrò quindi degli uomini beati che lo accompagnarono alla dimora del suo vecchio amico, dove fu accolto con tale gioia che vi trascorse trecento anni, che a lui però sembrarono poco più di tre ore. Il giovane, ricordandosi dei suoi parenti, ottenne di poter tornare da loro, nonostante l’avviso contrario del vecchio amico; ma nulla era più come prima: dov’era stato il castello c’era ora un monastero e l’abate che lo ricevette gli mostrò le tombe dei suoi parenti. Fu dato un banchetto in suo onore, ma appena mise in bocca il cibo, invecchiò all’istante e morì poco dopo; fu sepolto insieme alla sua sposa di un tempo.

Dell’ampia diffusione di questo intreccio testimoniano un testo del folklore bretone del XIX secolo e uno dei più antichi racconti giapponesi.

Nella Bretagna della fine dell’Ottocento si narrava ancora la storia di due amici che avevano promesso di invitarsi alle nozze l’uno dell’altro; ma uno dei due morì e l’altro, per mantenere l’impegno, quando giunse il tempo del suo matrimonio, si recò sulla sua tomba ad invitarlo; il defunto apparve e accettò l’invito, conducendo anche la sposa all’altare (solo i due sposi lo vedevano); al momento di congedarsi avvertì l’amico che, a sua volta, sarebbe stato invitato alle sue nozze nell’aldilà. Così avvenne qualche tempo dopo, e il vivo fu portato a gran velocità da una giumenta bianca nel paese dei morti, dove assistette alle nozze del suo amico che durarono tre giorni. Con lo stesso animale guida, dopo la cerimonia, fece ritorno nella sua terra, ma la trovò profondamente cambiata, tutti quelli che conosceva erano defunti da moltissimo tempo: infatti erano passati tre secoli.

Nella storia del pescatore Urascima, attestata nel Giappone dell’VIII secolo, l’eroe viene condotto nel palazzo del dio del mare da una tartaruga che egli aveva salvato; laggiù, partecipa a un banchetto e sposa la figlia del dio del mare, rimanendo con lei molti giorni; quando chiede di fare ritorno a casa, riceve una scatola magica, con la raccomandazione di non aprirla; sulla terra, nessuno lo riconosce più e nemmeno la sua casa esiste più: pensando di essere vittima di un sogno, apre la scatola, da cui si sprigiona un fumo bianco che lo trasforma in un vecchio decrepito.

Se confrontiamo questi intrecci, notiamo che la contrapposizione fra i due mondi, quello terreno e quello ultraterreno, è rappresentata attraverso due cronotopi distinti, ma in certo qual modo speculari, fra i quali corre una via di comunicazione che solo un vettore incantato, un animale guida magico, può attraversare.

Non sfuggirà poi, fra parentesi, il collegamento con la leggenda celeberrima di don Giovanni: il vivo invita il morto a un banchetto, ma il patto impone che accetti a sua volta un successivo invito, che risulterà per lui letale, sottraendolo definitivamente al mondo terreno. L’incompatibilità dei due mondi è espressa anche dal divieto alimentare, o da divieti assimilabili ad esso: ‘non si pasce di cibo mortale chi si pasce di cibo celeste’ (Da Ponte), perciò quando il ‘vivo’ ritorna dall’aldilà, se appena assaggia del cibo terreno, improvvisamente invecchia e muore. Ma è il tempo l’elemento più perturbante di queste storie, un tempo che corre a due velocità, e pur sempre un tempo spazializzato, ancorato a un sistema di riferimento, a delle coordinate ambientali (la caverna, il fiume, il mare, la foresta, il buio, la luce, l’animale ‘teleguidato’ che conosce la strada per varcare la quarta dimensione).

Non si tratta però di una generica ‘durata miracolosa del tempo’, segno di un’influenza della tradizione biblica, ovvero di una vaga ‘distorsione del tempo’, ma essenzialmente di una diversa velocità del tempo nei due ‘mondi’, vale a dire nei due sistemi di riferimento: il testo folklorico bretone del XIX secolo intuisce benissimo l’importanza della velocità, sottolineando che la giumenta bianca che trasporta l’amico avanti e indietro dal paese dei morti è ansimante e madida di sudore per aver corso come una freccia.

È possibile fare un accostamento analogico, valido da un punto di vista cognitivo e antropologico, tra ciò che avviene in questi racconti di viaggi nell’aldilà e la teoria della relatività di Albert Einstein? Secondo la relatività, prendendo la velocità della luce come costante e come velocità massima, possono essere dedotti effetti reali di misura di intervalli di tempo e di lunghezze di segmenti intrinsecamente dipendenti dal moto relativo tra il sistema dello sperimentatore e quello degli apparati da osservare. Posto che la velocità di trasmissione massima sia finita e uguale alla velocità della luce, risulta impossibile sincronizzare degli orologi senza tener conto della loro posizione e del loro moto relativo. Eventi contemporanei rispetto a un sistema di riferimento non lo sono necessariamente rispetto a un altro, che sia in moto rispetto al primo: insomma, non dobbiamo considerare il tempo necessario per un certo fatto, relativamente a un corpo che si allontana rapidamente da noi, pari per durata allo stesso fatto visto dal posto in cui siamo, preso come corpo di riferimento. Non potendo più definire una simultaneità universale, il ruolo del tempo viene de-localizzato rispetto alla centralità che assume nella vita pratica e nella coscienza umana. Secondo la relatività l’orologio di chi viaggia velocemente rispetto a noi viene “visto da noi” battere più lentamente e il regolo che egli mantiene allineato alla direzione del suo moto “viene misurato” come più breve.

Ora, i due mondi narrati nelle nostre storie equivalgono a due sistemi di coordinate: nei testi medievali che abbiamo esaminato il mondo terreno e quello ultraterreno si comportano come due sistemi di riferimento, ciascuno dotato di un suo tempo proprio. Già questo ci avvia a capire perché ‘tre giorni’ nell’aldilà corrispondano a ‘tre secoli’ nell’aldiquà: le grandezze cui i testi fanno riferimento non vanno naturalmente prese in senso preciso e matematico; ciò che conta è che il tempo nell’altro mondo scorre molto più lentamente rispetto al sistema di coordinate terrene: mentre ‘qui’ volano gli anni e i secoli, dove si trova l’eroe il tempo è quasi fermo.

Riprendendo l’esempio degli orologi, Einstein ci dice che, mentre un orologio sta fermo in un punto, se un altro orologio identico compie un tragitto di andata e ritorno da quel punto, abbastanza lungo e a velocità costante, al suo ritorno risulterà ritardato rispetto al primo orologio; inoltre, secondo la relatività generale, un orologio va tanto più veloce quanto più alto è il potenziale di gravitazione nel luogo in cui si trova. Anche questo trova un’analogia nei nostri racconti medievali di viaggi nell’aldilà; infatti il tempo terrestre, con il suo campo gravitazionale, vi scorre più rapidamente che il tempo nell’altro mondo.

La teoria relativistica non ci dice solo che l’intervallo di tempo tra due eventi non è invariante, bensì subisce una dilatazione se misurato da un orologio in moto rispetto agli eventi, ma anche che alle alte velocità (prossime alla velocità della luce) i tempi si dilatano all’infinito. Ciò equivale ad affermare che alla velocità della luce il tempo non passa. Come è stato in parte illustrato con un noto esperimento mentale, il fenomeno della dilatazione del tempo implica che un astronauta che viaggiasse alla velocità della luce per andare, ad esempio, alla stella più vicina, distante circa 4 anni luce, al suo ritorno sulla Terra, non troverebbe la gente invecchiata di 8 anni, ma di secoli. Molto probabilmente si perderebbe il ricordo della sua partenza. Per lui sono passati fisicamente 8 anni, col tempo relativisticamente dilatato; per chi è rimasto sulla Terra, sono passati dei secoli.

Penso che si possa riconoscere a questo punto quanto i nostri testi siano tutt’altro che fantastici e senza rapporto con la moderna rappresentazione scientifica del mondo; il vettore incantato che trasporta l’eroe in paradiso non fa che applicare, senza saperlo, i principi relativistici: dove lo spazio si contrae, il tempo si dilata (Einstein); l’aldilà è alla portata di una corsa a cavallo nella foresta, a una distanza molto più ridotta di quello che si immagina, purché si corra alla velocità della luce, una velocità-limite, praticamente impossibile da raggiungere, o superare, ma solo per un corpo terrestre.

In questi racconti medievali l’aldilà viene immaginato, senza partire da esigenze logiche e scientifiche ma all’interno di un pattern antropologico, come un luogo ove il tempo tende a fermarsi. È l’esigenza di svincolarsi da un ambiente di vita ove, al contrario, il tempo viene sentito come il tiranno unico e regolatore dell’evoluzione che porta a immaginare l’aldilà (ovvero a “viaggiare nell’aldilà”) riducendo il ruolo del tempo, quasi ipotizzando uno stato di moto relativo tra i due mondi e un tempo meno grave, se misurato dal luogo ove risiediamo.