Renata Rizzitelli . Una religione del mio tempo

Renata Rizzitelli – Membro ordinario SPI e IPA con qualifica bambini/adolescenti

UNA RELIGIONE DEL MIO TEMPO 

“Lo so: perché in me è oramai chiuso il demone / della rabbia. Un piccolo, sordo, fosco / sentimento che m’intossica: / esaurimento, dicono, febbrile impazienza».

 Pier Paolo Pasolini

 «Poesie incivili», appendice al volume “La religione del mio tempo”.

Pasolini,  aveva in mente  di pubblicare un libro di racconti con lo stesso titolo ma non  ne fece nulla, la parola “rabbia” fu citata  poi  in un documentario del 1963. La  grande prerogativa di Pasolini è proprio la rabbia e ne ha trattato, per esempio, in “Qualcosa di scritto” (Ponte delle Grazie); è proprio  questa reazione emotiva, questo stato di violenta agitazione, che  identifica  questo artista, poeta e scrittore rispetto a tutti gli latri. Questo  non risulta essere un difetto ma un’indispensabile prerogativa.

 

Preambolo: qualche cenno sulla “rabbia sociale”

Cenni sulla genesi della rabbia sociale: La serpe in seno

Risulta ben noto a tutti quanto, nell’ultimo decennio, un malessere generalizzato abbia colpito un gran numero di persone: il senso di insoddisfazione  e la frustrazione siano diventati per molti una sorta di amaro “pane quotidiano”.

Questo malessere, che il più delle volte appare impalpabile,  ha radici  di vario tipo, che possono essere  riconducibili a condizioni di vita frustranti o a percorsi ed esperienze devianti.

Si tratta di persone  sopraffatte da una realtà che li fa sentire inermi, in un mondo nel quale, di fatto, non trovano spazio.

Tale particolare stato di  frustrazione che, ovviamente  genera malessere, coesiste con un altrettanto specifico disagio esistenziale, può essere causato da una   deprivazione  relazionale primaria ma anche dalle condizioni di vita dell’individuo; a volte il problema è trans-generazionale, cioè derivante dalla storia emotiva ed esistenziale della famiglia di origine. Questa problematica può quindi partire da lontano, può avere le radici non solo in un reiterato e costante stato di deprivazione relazionale fra il bambino e le figure di principale riferimento affettivo, ma in un tessuto sociale dove la frustrazione  e la deprivazione  fanno parte   del  gruppo  allargato, così che  tale stato di  abbrutimento  ha radici profonde e straordinariamente forti; il malessere può “serpeggiare” indisturbato per  moltissimo tempo, senza  manifestarsi al di fuori dell’individuo e della sua stretta cerchia  relazionale, rintanato ma  con sue risorse, nutrendosi di energie  che  potrebbero essere vitali.

Un altro filone molto importante, che dobbiamo attentamente valutare, riguarda l’esclusione da uno stato di benessere che può essere  percepito da lontano, molto presente da quando i mass-media hanno dato accesso a modelli di confronto  fisico ed esistenziale, solitamente idealizzati,  giacché i grandi progressi della comunicazione  hanno messo in contatto ed in luce gli squilibri  fra opulenza vissuta come irraggiungibile e la vita incerta e a volte misera degli individui.

Un’altra variabile concerne specificatamente gli adolescenti: la mancanza di valori di riferimento e/o di relazione “umana” che a volte, fin dalla più tenera età, hanno sperimentato per un’assenza di relazione diretta e sufficientemente nutriente con  l’altro, può farli sprofondare e perdersi nel mondo virtuale, accumulando ulteriori esperienze di assenza di “umanità” che li danneggia e allontana  ancor di più dal benessere e dall’equilibrio.

Il comune denominatore che riunisce queste diverse afferenze è il  generare nelle persone una sottile e continua rabbia, originata anche da un’ invidia che permea la vita in maniera magari lieve ma costante, rendendo la quotidianità difficile e faticosa. Queste persone hanno a che fare costantemente con  una zavorra  frenante  generata da  senso di sconfitta, inutilità, inadeguatezza. Se tali contenuti psichici assumono maggiori  proporzioni, ciò può portare a  dimensioni anche molto gravi  che possono indurre alla necessità di annientare l’altro; questo può avvenire con un processo di crescente  disumanizzazione di sé e dei propri simili, con la perdita della capacità di empatia e identificazione con l’altro che viene percepito come  qualcosa di alieno e non riconoscibile e rispettabile. L’altro non è che la  proiezione del vissuto primordiale esperito direttamente su di sé, quindi profondamente  svalutato e spesso disprezzabile. Nei casi più gravi, al misconoscimento dell’altro come essere umano, si associa  l’autorizzazione  ai comportamenti più violenti e distruttivi. L’indegnità dell’altro, incidentalmente,  preserva  dal senso di colpa che per questo tipo di persone è già difficile esperire. 

L’arrabbiato sociale, dalla sociologia alla psicoanalisi  

La rabbia sociale è direttamente ed ovviamente collegata  ad una figura psicologica:  “l’arrabbiato sociale”.

Si tratta di persone che, come abbiamo visto, per svariati motivi sono diventate profondamente insoddisfatte  ed  insofferenti, proiettando fuori da sé le motivazioni di tale  malcontento: questo atteggiamento che, nel linguaggio comune potrebbe essere definito “accidioso”, viene riversato soprattutto su aspetti generalizzati della società, per esempio sulla politica. Le  aspettative di questi individui  nei confronti del quotidiano ma pure del loro progetto di vita, anche per questo atteggiamento negativo e distruttivo, sono andate deluse generando ulteriore frustrazione, il non poter fare riferimento ad un mondo interno solido e la mancanza di  capacità di elaborazione che passa attraverso il poter  pensare, così come lo si intende in psicoanalisi, può generare reazioni non equilibrate che, a loro volta,  possono sfociare  nella rabbia sociale agita.

“Nei Paesi occidentali, con il Well-being, la democrazia è la forma più concreta di convivenza civile. Questo è, se vogliamo, un assioma”.

Ma come possono le persone che non hanno avuto la possibilità di sperimentare direttamente e quindi introiettare un modello democratico di rispetto della propria persona durante la loro crescita ed evoluzione psicologica, o che hanno subito esperienze che hanno messo in discussione il loro assetto mentale, sentendosi esclusi dal  vero ed autentico benessere psichico e  fisico, accettare e dialogare una società che, direttamente e/o indirettamente, li ha maltrattati?

Come possono le persone che, per alterne vicende a causa di eventi traumatici che hanno messo in discussione gli oggetti di riferimento introiettati, hanno perso valori e  sicurezza, rapportarsi correttamente  con la realtà?

Si tratta di soggetti che – come abbiamo detto – per alterne vicende non hanno a disposizione  principi e valori  del rispetto di sé stessi e degli altri e che  hanno subito o inflitto un’opera di autentica demolizione nei confronti dell’altro e dei maggiori punti di riferimento istituzionali e sociali.

La mancanza di punti di forza solidi, costruiti attraverso relazioni profonde ed  appaganti, facilita l’imprigionamento in loop all’interno dei quali  la superficialità è dilagante ed assume  caratteristiche  sempre più aggressive. Per esempio, dietro il paravento dei social network, le personalità meno strutturate e solide rischiano di restare  imprigionate nel mondo virtuale: in questo modo possono dare libero sfogo alla rabbia accumulata ma repressa nella vita quotidiana, i social diventano l’unico sfogo possibile ed immediato per  esprimerla ed è come se venisse vomitata. La dipendenza  da questi mezzi è  facilitata dalla mancanza di dialogo profondo e nutriente fra persone ma soprattutto con sé stessi. Il ricorso a  mezzi meccanici,  dove il contatto è  effimero  ed ognuno si può  presentare come meglio gli aggrada senza possibilità o meglio rischio  di confronto con gli altri,  può esacerbare questi aspetti delle persone, mettendo in campo un   movimento  eccitatorio fortemente peggiorativo. In  questo contesto i social, a fronte di una realtà vissuta come frustrante ed ai confini con un senso di indegnità ed umiliazione, possono rappresentare e diventare, nel vissuto dell’individuo, l’unico modo per  avere l’impressione di contare qualcosa.

Per queste persone, mettersi in gioco direttamente,  e quindi “incazzarsi” nel senso pieno del termine, significa metterci la faccia, rischiare e prendere le sembianze di qualcuno che c’è veramente e risponde delle proprie opinioni ed azioni, il che necessita di fare ricorso a risorse  che non hanno. Pensare ed agire direttamente significa  diventare un personaggio forte  anche se difficile e controverso, meglio trincerarsi dietro ad un finto “sì buana” per rifugiarsi poi in un rimuginamento  sterile e fine a sé stesso e/o a gruppi ed organizzazioni che proteggano dal confronto diretto. Lo stato di insoddisfazione acuito dalla sensazione di non sentirsi mai  “a casa”,  può rimanere  permanente e senza grossi scossoni anche per tutta la vita, o può sfociare in vera e propria  aggressività e violenza quando i soggetti trovano un paravento con il quale possono avere l’illusione di mettersi in gioco, di aver trovato una sorta di “famiglia” nella quale rifugiarsi, riconoscersi: una possibilità è rappresentata dal gruppo, sulla potenza del quale non dobbiamo dire né aggiungere nulla,  un’altra dai social network che possono funzionare in maniera veramente  comunicativa e di scambio arricchente, quando il “Sé” è sufficientemente solido e se la capacità di relazione è equipollente .

Per queste persone non è difficile, sposare  una certa  severità di giudizio ed una pretesa verso gli altri di perfezione irraggiungibile; perché il loro  malcontento esistenziale appartiene a vicende negative riguardanti il mondo interno, esperite in maniera massiccia  e che hanno messo gli individui in situazioni nelle quali non sono stati rispettati  nel senso più profondo del termine, cioè non  è stato loro riconosciuto il diritto di essere accuditi e curati, soprattutto psichicamente, in modo sufficientemente buono, o non hanno potuto mantenere integri e  ben manutenuti gli oggetti  interni  introiettati.

Che le democrazie non siano perfette è un dato di fatto, ad oggi però sono il modello che più si avvicina al rispetto per tutti gli individui ma l’arrabbiato sociale tende a mettere in discussione tutto, senza poter accedere ad una dimensione nella quale la rabbia potrebbe essere impiegata per tirarsi fuori dai guai. Queste  persone  procedono per lo più adottando, solo superficialmente, l’atteggiamento di chinare fintamente  la testa  di fronte alle frustrazioni quotidiane ma in realtà indugiando in una rimuginazione continua e auto-intossicante di protesta, per lo più interna, rabbiosa e  inconcludente che spesso  è accompagnata da spunti ossessivi e particolaristici.

La serpe in seno

L’arrabbiato sociale ha la serpe in seno che lo avvelena   ma   è anche lui stesso, potenzialmente,  la serpe in seno della società a cui appartiene, che da un momento all’altro può realmente  avvelenare  il contesto più o meno allargato nel quale vive;  può esplicitare il suo veleno  trincerandosi dietro gruppi o dietro la tastiera del computer: in questo modo gli è possibile tirar fuori la sua rabbia,  ciò può condurre anche  ad esplosioni di  violenza che nessuno sospettava da parte di individui che, pur scontenti, sembravano essere capaci soltanto di dire “sì buana”.

“Incazzarsi” davvero e direttamente per queste persone non è possibile   perché significa metterci la faccia, rischiare, mettersi in gioco: in altre parole, poter fare riferimento ad una struttura  di base della personalità che “tiene”,  che può pensare i pensieri ed elaborarli, sopportare la forza della rabbia, dentro e fuori di sé.

Per le persone più fragili, come sempre accade, in questo momento storico e sociale che pone imponenti interrogativi sul piano della sicurezza esistenziale, per la fine del lavoro sicuro, fine dei punti di arrivo, vulnerabilità che rende tutti incerti ed insicuri anche per vissuti legati all’emigrazione strettamente connessa alla paura dell’invasione ed alla paura di perdita di diritti e benefici con un appiattimento del livello di benessere, è proprio questione di poco l’impedimento di godere anche  minimamente di ciò che oggi hanno.

Nell’attuale clima sociale, è facile perdere  la fiducia nella legge, in chi dovrebbe garantire ordine e sicurezza, nello stato in generale, questo può condurre  al farsi “giustizia da sé”  come “Il giustiziere della notte” che  applica una sua giustizia,  ritenendo  che  chi dovrebbe farlo non ne sia in grado. Una persona più strutturata  può essere amareggiata  ma non arriva certamente al farsi giustizia da sé: l’arrabbiato sociale, che è potenzialmente un violento non criminale, sì ed è molto facile  il passaggio dal  fantasticare azioni violente alla messa in atto.

“The war on terror”

Abbiamo tutti paura di usare la parola “guerra” ma, il clima nel quale ci troviamo immersi, ci mette in diretto contatto con  un terzo tipo di guerra, contro un nemico non staturale. Si tratta di una “war on terror” nella quale vi è un cambio di paradigmi e che mette a dura prova la nostra resistenza e capacità di reggere a questi attacchi al senso di sicurezza e di libertà. ( Nella “Trilogia del cavaliere oscuro”  -2008, 2012-, Batman  mostra già la capacità di leggere questo cambio di paradigma che sembra essere sfuggito alla filosofia).

Questo tipo di guerra   costituisce un vero e  proprio attacco violentissimo  all’assetto democratico ed al pluralismo,  crea  confusione  e destabilizzazione a livello sociale e nelle singole persone, tutto questo costituisce un  elemento  potenzialmente  patogeno  per tutte le personalità fragili.

Rabbia sociale, pluralismo e democrazia: il well being

Analogamente, gli arrabbiati sociali identificano una situazione deficitaria o destabilizzante per il loro già precario equilibrio e possono arrivare aggregandosi ad altri, a pretendere di applicare soluzioni, a prescindere dal discorso democratico, cioè dal reale riscontro che hanno nella popolazione trascurando la posizione della maggioranza che non riescono a riconoscere e soprattutto a rispettare. Sostituiscono il voto democratico con la presenza in piazza, scambiando una forte opinione minoritaria per la maggioranza  che dovrebbe governare; la “manifestazione” diventa così il punto di riferimento principale ed esclusivo. In tal modo il soggetto non solo si può identificare in una dinamica simile a quella del paguro Bernardo ma può sperimentare una situazione psichica nella quale trovare un senso alla vita stessa, questo può farlo diventare iper-motivato e molto attivo.

L’arrabbiato sociale si identifica proprio dal fatto che  non è in grado di riconoscere e tanto meno rispettare  la maggioranza democratica e, in taluni casi, può essere facilmente cooptato da menti ed organizzazioni criminali perché queste persone possono diventare facili prede  di gruppi  strutturati,  sovversivi e terroristici.

Il vero spirito democratico deve avere in sé il pluralismo che consente di poter pensare che vi sia verità e giustizia anche nelle altrui idee, l’arrabbiato sociale ha una percezione della realtà politica e sociale  distorta perché non  può riconoscere che vi possa essere qualcosa di giusto  nell’altro: questo modo di interpretare la realtà si riversa molto facilmente in ambito politico, facendo degli altri avversari con i quali ritiene sia inutile comunicare e discutere. Non esiste dialogo e non esistono toni intermedi perché non può riconoscere che  i dati  sono diversi da quelli da lui percepiti: i numeri della piazza sono nettamente inferiori a quelli statistici del voto  ma, distorcendo la realtà, ci si sente meno  disadattati, ci si illude  di riflettere l’opinione di tutti e purtroppo, man mano,  non potendo accedere ad una dimensione di autentica comunicazione e confronto con l’esterno e con l’altro, la tendenza è quella di irrigidirsi, rafforzando  sempre più le proprie convinzioni.

In questo modo, il vero e profondo senso democratico viene annullato perché la maggioranza non viene rispettata e perché la democrazia si mette in atto con il riconoscimento di ciò che emerge dalle urne e non dalle piazze o da piccoli gruppi che in realtà possono assumere preoccupanti aspetti sovversivi e rivoluzionari.

Queste persone sono  destinate ad essere perennemente insoddisfatte della propria vita, sono sempre a disagio in una realtà che a loro risulta  difficile da comprendere e soprattutto da accettare.

Il Well-being, cioè il vero spirito democratico, si raggiunge quando si può pensare che vi sia qualcosa di giusto nell’altro; la rabbia non consente di essere abbastanza lucidi da poter contrastare l’altro con toni accettabili e, soprattutto,  non consente oggettività.

L’errore di valutazione della prospettiva umana e sociale porta al fallimento esistenziale di questi individui che facilmente si aggregano,  la distruttività insita nel  loro modo di  percepire la realtà fa da collante fra di loro e quando  all’insofferenza si associa una certa dose di violenza criminale la rabbia sociale può sfociare nel terrorismo.

E’ noto come, di fronte a determinati  fenomeni sociali e momenti storici, si abbia la netta percezione che basti un cerino per far scoppiare il più terribile degli incendi: per non deludere per l’ennesima volta aspettative e desideri rivendicativi si diventa disponibili alla violenza con la convinzione che soltanto le proprie ragioni siano  accettabili e che, al di là di queste, non esista altro e che l’unico mezzo per farle riconoscere sia la violenza.

L’arrabbiato sociale non è malvagio ma é facilmente  cooptabile   da  persone  la cui mente è  gravemente colonizzata dal male, si tratta di individui che non hanno la possibilità di accedere al pensiero, giacché il male è proprio determinato dall’impossibilità di pensare. Ciò è connesso con la disumanizzazione degli altri e con il  poterli distruggere  per far valere le proprie idee;  è così che  si  arriva al terrorismo che corrisponde  ad una sorta di  autorizzazione, solitamente condivisa dal gruppo, a  far valere  idee impregnate di  fanatismo  a qualunque costo.

Perché la psicoanalisi  si occupa di tutto questo?

La domanda sul perché si formino  personalità con questo particolare timbro comportamentale e perché possano manifestarsi nella nostra società, per lo più considerata “civile”, aspetti così violenti, a volte di gravità incommensurabile, riguarda la psicoanalisi perché ciò non  coinvolge soltanto la cosiddetta “società” ma anche le singole persone.

Questi soggetti, nella pratica clinica, mettono lo psicoanalista in  contatto con  un’affettività strana che non è né di stampo nevrotico né di origine psicotica che, già nel 1942, Helene Deutsch aveva descritto come personalità “come se”. Questo concetto assunse, nel pensiero psicoanalitico, un ruolo di rilievo e contribuì alla concettualizzazione della patologia Borderline.

Ma non è soltanto nella patologia Borderline che possono originarsi stati mentali  che  conducano alla rabbia sociale: anche  nel disturbo di personalità e nel disturbo narcisistico di personalità vi sono in nuce i presupposti per dare origine a qualcosa che “esula”  dal pensiero così come lo si intende in psicoanalisi e che mette in collegamento con qualcosa che manca al contatto emotivo vero e proprio, che è privo di  genuinità  ma che può apparire come “normale” ad un occhio non abbastanza attento. Si tratta di un impalpabile senso di “qualcosa che non funziona completamente” sul piano contro-transferale, con aspetti vicini alla depersonalizzazione.

Sono persone difficili da prendere in carico perché abitate da un malessere continuo, un  tormento al quale sono avvezzi  e, soventemente,  la sfiducia  della quale sono permeati, impedisce loro di  farsi curare: si tratta di organizzazioni psichiche refrattarie  al cambiamento e al dare  forma a qualcosa che sia veramente coinvolgente e profondo. Peggiorativa in tal senso è una struttura che presenta ed  ha subito gravi danni alla fiducia di base per cui è molto arduo per loro affidarsi all’altro. L’indugiare nel rimuginamento distruttivo completa l’opera. Quando è possibile impostare un piano di cura, si tratta di percorsi molto lunghi  nei quali  non è  facilmente realizzabile un autentico restauro  degli oggetti interni ma, ad un certo punto della cura, è invece possibile il mantenimento  di un certo grado di sollievo  e quindi l’accesso ad una vita interna sopportabile, ciò avviene attraverso aa relazione costante con una mente che accoglie ed è in grado di riparare e contenere la distruttività. Sono pazienti molto difficili  e faticosi per il continuo dover riportare al punto focale che consiste nel non consentire che tutto sia permeato da un’aura  distruttiva.

Il vuoto o meglio, il senso di vuoto,  intrinseco di questi tipi di personalità  che sono abitate da  frustrazione e quindi rabbia,  può  essere occupato da forze maligne e gravemente distruttive  che si esplicano  al di fuori di sé tramite l’adesione al poter proiettare massicciamente il disagio su elementi generalizzati che consentono l’evitamento di un contatto vero e proprio con i problemi e quindi con il pensiero. Il danno maggiore consiste  nel palese e costante senso  di frustrazione con l’abbruttimento della persona che presenta  deviazioni  dal pensiero vero e proprio; questo può condurre a  stati mentali che possono generare  solo  una sorta di proto-pensiero carico di distruttività.

Questi tipi di persona possono facilmente aggregarsi cercando nel gruppo una soluzione al loro disagio ed all’ansia di riempire il vuoto interiore.

L’esclusione da uno stato di benessere, che può essere percepito da lontano, genera un’invidia che  porta alla necessità di annientare l’altro e spesso ciò avviene con la  sua disumanizzazione, che altro non è che la proiezione del vissuto – spesso, ma non sempre – primordiale e profondo esperito direttamente su di sé: il misconoscimento dell’altro come essere umano,  ridotto ad oggetto e che raccoglie dentro di sé tutte le proiezioni del “male” e che va quindi  eliminato.  Quel determinato “altro” non è simile a me, va annientato, cancellato per non dover/poter entrare in contatto con  elementi psichici che, in mancanza  della possibilità di essere curati, diventano   destrutturanti e  insopportabilmente dolorosi. ***

La potenza del gruppo, in queste situazioni, mostra la sua  straordinaria forza perché, a fronte di alcuni individui che fanno del male per cercare una soluzione dei loro problemi, altri hanno bisogno di aggregarsi per trovare una via di uscita. In altre parole, partono danneggiati e si danneggiano ulteriormente strada facendo. L’attrattiva è costituita proprio dal  pervertimento del pensiero: cerco una soluzione, proiettando fuori da me il mio non essere stato  accudito e trattato come essere umano, il mio essermi sentito un oggetto e non un  bambino. Gli altri sono oggetti, disumanizzati e quindi  facilmente  annientabili.

Conclusioni

Da qualche tempo, il tema della rabbia è tornato prepotentemente d’attualità, nelle manifestazioni di piazza, nella riflessione dei filosofi e  per la “war on terror” che  di fatto ci coinvolge quotidianamente e che  ha messo in discussione profondamente ed inesorabilmente  la “narrazione salvifica del contratto sociale”. Lo stress è diventato per molte persone,  già di per sé “delicate” e fragili, disgregante e destabilizzante rispetto alla sicurezza insita nel pluralismo e nella democrazia, mentre un comune denominatore  aggregante può essere lo stato d’animo e non l’ideologia o la credenza politica e/o religiosa.

L’indignazione, l’invidia, la presunzione e, ovviamente,  anche la rabbia, possono essere fattori aggreganti  del gruppo che possono, a loro volta,  condurre all’esplosione attraverso atti di ribellione palese e di violenza lontanissimi da un’inquietudine che può determinare una qualità del pensiero che preveda invece l’accesso alla  “preoccupazione” che può talvolta tramutarsi in collaborazione e dare accesso alla riparazione.

(La rabbia – sostengono gli psicoanalisti, che lavorano per lo più sul livello individuale – è un fattore narcisistico.)

Il contributo che  in questo ambito può dare lo psicoanalista è complesso, dal momento che ritiene il narcisismo non affatto colpevole in toto dello scatenamento rabbioso. L’aggressività umana può diventare pericolosa quando si connette a due «costellazioni psicologiche assolutizzanti: il Sé grandioso e l’oggetto arcaico onnipotente». La più orribile distruttività umana non s’incontra sotto forma di comportamenti selvaggi, regressivi o primitivi, ma come «attività ordinate e organizzate nelle quali la distruttività umana degli esecutori è amalgamata con la convinzione assoluta circa la grandezza e con la devozione a figure arcaiche onnipotenti». Qui è forse utile citare il caso di Himmler e dei quadri delle SS, una tesi che richiama inevitabilmente quella della Arendt sulla «banalità del male»: i carnefici sono i pacifici vicini della porta accanto, non selvaggi che urlano, sbraitano e compiono atti teppistici. Probabile. Ma resta il problema della rabbia, della sua natura e funzione (Heinz Kohut – “La ricerca del sé”, Bollati Boringhieri).

Kohut non nega che la rabbia narcisistica appartenga all’ampia zona dell’aggressività, della collera e distruttività umana ma, dice, è un fenomeno circoscritto.

Inevitabilmente, tutto ciò  conduce  a quello con cui tutti noi dobbiamo fare i conti: la shoah che  rappresenta un punto di storica rottura dell’immagine collettiva dell’uomo perché, ciò che è  avvenuto  nei campi di concentramento, ha acquisito un potenziale simbolico di portata mondiale che ha demolito l’uomo per come filosoficamente e psicologicamente era  vissuto fino a quel momento. Questo fa di Auschwitz una pietra miliare nella nostra storia  psicologica e nell’inconscio collettivo ed assume quindi una  posizione antropologica fondamentale.

Cosa è successo?

Un capovolgimento tale  per cui, quel determinato “altro” non è simile a me,  va annientato, cancellato per non  dover /poter entrare in contatto con  elementi psichici destrutturanti e insopportabilmente dolorosi.