Ludovica Malknecht. Il paradosso del soggetto passivo nell’era dell’interattività digitale

Ludovica Malknecht – Dottore di Ricerca in Filosofia e Teoria delle Scienze Umane (Università di Roma Tre), è docente a contratto di Storia della Filosofia Contemporanea all’Università Europea di Roma dove ha insegnato anche Filosofia e Teoria della Comunicazione. Si occupa prevalentemente di etica e sociologia della comunicazione con particolare attenzione allo statuto della soggettività nell’esperienza artistica e nei media. Su queste tematiche ha svolto diverse attività didattiche, ha tenuto seminari e conferenze e partecipato a convegni internazionali. E’ autrice di saggi e articoli, pubblicati in Italia e all’estero. Fra le sue pubblicazioni, le monografie “Un’etica di suoni. Musica, morale e metafisica in Thomas Mann” (Mimesis, 2010) e “Il rischio dell’identità. Etica e comunicazione nella web society” (Mimesis, 2015).

La diffusione globale di Internet, a partire dagli anni Novanta è stata interpretata, a diversi livelli di analisi, come l’avvento di un nuovo paradigma della soggettività, contrassegnato dal superamento delle categorie interpretative fondamentali che avevano definito il rapporto tra i media e la società di massa. Tali categorie, basate sulla fruizione “passiva”, propria dei mezzi di comunicazione unidirezionali come radio e televisione, erano state elaborate, soprattutto per opera della sociologia francofortese, in termini di alienazione, standardizzazione dei comportamenti, manipolazione delle coscienze, inibizione dell’esperienza, crisi dello statuto individuale e soggettivo.

Con la trasformazione dei media tradizionali e l’avvento dell’interattività digitale, a molti interpreti della nuova realtà è sembrato che gli aspetti ‘regressivi’ dei mezzi di comunicazione di massa potessero essere superati grazie a una maggiore circolazione e un più facile accesso alla conoscenza, destinati a incrementare le occasioni di partecipazione e di incidenza sulla vita pubblica da parte di un maggior numero di individui. La componente attiva nella fruizione della Rete (l’ampliamento di possibilità di scelta nella ricezione e nell’immissione di contenuti personalizzati) è stata identificata con un potenziamento conoscitivo e pratico dei soggetti, definiti da inedite forme di mobilità e di apertura relazionale (cfr. Lévy, 1994; Rheingold 2002).

Alle nuove tecnologie informatiche e interattive si attribuiva, in tal modo, la capacità di un’immediata traduzione del potenziale tecnologico in quello sociale e individuale. Tuttavia, una soggettività informata, consapevole, libera e responsabile, aperta alla relazione e all’esperienza intersoggettiva, sembra presentarsi, allo stato attuale, come un obiettivo più che come un’acquisizione della network society.

Le interdipendenze globali e le dimensioni assunte della complessità sociale hanno imposto la comunicazione tecnologicamente mediata come elemento caratterizzante della nostra epoca, ma la comunicazione, in questo contesto, non si configura più come luogo di mediazione. La fruizione mediale non riesce a sostenere e, in alcuni casi, inibisce l’elaborazione dell’esperienza, l’organizzazione della conoscenza e l’orientamento consapevole dell’agire quanto più legami sociali deboli non riescono a fornire strumenti e criteri di mediazione in grado di determinare consapevolmente orientamenti e comportamenti, che vengono riprodotti, indotti o amplificati dai media, a prescindere dal ‘lavoro interpretativo’ del soggetto e dalla riflessione. In altri termini, mentre aumentano le esigenze comunicative proprie delle società complesse, la comunicazione si sottrae all’elaborazione dell’esperienza intersoggettiva, alla mediazione sociale e alla disponibilità del soggetto, assolvendo una funzione sostitutiva dell’intermediazione sociale (Morcellini, 2013) e delegando la  mediazione dell’esperienza alle risorse individuali.

Ne risulta un rilevate portato di insicurezze, che riflette e, allo stesso tempo, è alimentato dalla centralità isolata dell’individuo in rete. La crisi delle mediazioni instaura il paradosso di un individuo che assume se stesso come criterio e fonte di senso per rimediare alla propria condizione “decentrata” e alla percezione di assenza di senso in rapporto alle macrodinamiche globali, rispetto alle quali non ha capacità di incidenza. In un simile contesto, il progetto riflessivo del sé assume tratti emergenziali che distraggono il potenziale comunicativo nell’impegno alla costruzione, più che alla costituzione, dell’identità, sottraendo il soggetto all’estroflessione degli atti propriamente comunicativi, conoscitivi, o dell’azione come tale: i media forniscono il “materiale simbolico” necessario alla costruzione dell’identità (Thompson, 1995), spesso senza che questo sia filtrato da un’esperienza relazionale consolidata e sostenuta da adeguate dinamiche di riconoscimento. Anche informazioni, conoscenze, relazioni e forme partecipative possono essere attinte dai media senza il supporto di legami sociali stabili, falsamente compensati dall’interattività tecnologica. Dai media l’individuo mutua, inoltre, i modelli interpretativi della realtà sia individuale sia sociale, le risposte agli eventi, il margine e le modalità di azione, manifestando forme di fragilità a diversi livelli: identitario, emotivo, relazionale, cognitivo e pratico.

Anche in un contesto sociale che ha visto la frammentazione e il progressivo esautoramento delle centrali di potere autonome in favore delle interdipendenze del sistema globale, la prassi comunicativa mediata dalle tecnologie può dunque presentare ‘patologie’ individuali e sociali analoghe a quelle rilevate in contesti mediali storicamente pregressi, evidenziando la passività del soggetto o l’atrofia delle sue facoltà.

Su un ulteriore piano di analisi, i risultati delle scienze cognitive hanno da tempo rilevato un vero e proprio ‘depotenziamento’ della soggettività sovraesposta alle nuove tecnologie della comunicazione – depotenziamento che investe la capacità di compiere scelte, di elaborare l’esperienza e di interpretare la realtà complessa e stratificata in cui i soggetti sono situati –, riscontrando come lo stress cognitivo indotto dalla sovraesposizione ai media possa inibire la capacità selettiva, deduttiva, la memoria e l’apprendimento (Ophir, Nass, Wagner, 2009; per un approccio più divulgativo, Schirrmacher, 2009). L’impatto cognitivo della sovraesposizione ai media, che esige la selezione dell’informazione e la capacità di orientamento in uno stato di information overloading, lascia intravedere un sistema socio-mediale il cui impatto sulle modalità conoscitive ed esperienziali rende il soggetto più esposto alla manipolazione e incline a comportamenti dettati da automatismi innescati dall’adattamento alle funzionalità tecnologiche.

La criticità del passaggio dalla percezione all’elaborazione dell’informazione (nel senso più ampio del termine) condanna i contenuti all’irrilevanza in quanto i contenuti informativi non riescono a essere ‘tradotti’ in conoscenza. Da un lato, le mediazioni tecniche convergenti nelle tecnologie della comunicazione riducono, insieme a tempi e distanze dell’agire materiale, tempi e distanze della comunicazione ma anche delle risposte emotive, percettive e riflessive commisurate a tale contrazione. Dall’altro, gli effetti cognitivi della sovraesposizione mediatica mostrano come l’immediatezza ricettiva e la simultaneità delle informazioni – in una dinamica progressiva di mediatizzazione del quotidiano – influiscano sull’attività connettiva del pensiero, demandata al collegamento dei dati e al calcolo algoritmico da parte di software e motori di ricerca. In questo modo, le funzionalità tecno-mediali costituiscono uno sgravio del lavoro mentale e l’informazione può facilmente diventare un surrogato della conoscenza, in quanto non risulta dall’elaborazione soggettiva ma, pronta per l’assimilazione, confina il pensiero alla ricezione, dando luogo a un’inedita forma di unidirezionalità proprio all’interno dell’interattività digitale.

Emergono così le peculiarità antropologiche di una fase della modernità in cui la stimolazione mentale, cognitiva ed emotiva indotta dall’esposizione ai media incide progressivamente sugli assetti sociali e sullo statuto stesso della soggettività. La rapidità della ricezione e della trasmissione di contenuti mediali necessariamente semplificati è connessa al bisogno di rapidità di scelte e decisioni proporzionate alla complessità sociale e alla portata globale e globalizzante della comunicazione tecnologicamente mediata, che si presenta come un habitat da cui il soggetto non riesce a distanziarsi, con ricadute sulla capacità di comprendere e interpretare una realtà sempre meno disponibile od orientabile secondo criteri dettati da consapevolezza e responsabilità.

La problematicità etica di questo fenomeno è resa più evidente dal suo trend estensivo, che alimenta la sensazione di impotenza contro la possibilità di gestione. A fronte di queste considerazioni, occorre assumere l’esigenza di strategie di distanziamento – in controtendenza rispetto alla strutturazione ‘compressiva’ dell’esperienza mediata dalle tecnologie della comunicazione – in grado di supportare le funzioni di una soggettività abilitata alla prassi dalla capacità di unificazione, dall’instaurazione di nessi e relazioni in un processo di continua organizzazione e revisione critica dell’informazione recepita. Nella comunicazione mediata dalle tecnologie digitali, strutturata su un paradigma informazionale, confluiscono infatti i diversi livelli di azione e interazione individuale e collettiva. Si tratta allora di spostare l’asse dal paradigma informazionale della comunicazione a un paradigma comunicativo che includa l’informazione  – quindi in grado di collocarsi coerentemente in una realtà che ne è permeata – ma che, allo stesso tempo valorizzi modelli alternativi e integrativi rivolti a riaffermare la comunicazione stessa come funzione della soggettività e come pratica relazionale (Malknecht, 2015).

Al fine di rintracciare forme di mediazione culturale, formativa e istituzionale, nonché dispositivi teorici e pratici idonei all’espletamento delle funzioni propriamente soggettive, si rende necessario elaborare strategie adeguate, che permettano di rendere le tecnologie e l’informazione  effettivamente funzionali al soggetto.

Se, da un lato, emerge la necessità di intervenire sull’attivazione di facoltà che non risultano potenziate dalla mera sussistenza di tecnologie atte al loro esercizio, dall’altro, emerge anche l’esigenza di una riabilitazione del soggetto che, dal piano cognitivo, si estenda a quello conoscitivo e culturale, ponendo in rilievo il ruolo di esperienze strutturalmente alternative. Si pensi al ruolo dell’arte nel progetto di riforma dell’insegnamento di Edgar Morin (1999) o alla riabilitazione della cultura umanistica auspicata da Martha Nussbaum(2010). Nel contesto delineato, risulta infatti determinante la riflessione sulle occasioni formative più appropriate alla comprensione critica della realtà attuale, all’elaborazione di strategie conoscitive e culturali in grado di restituire al soggetto la capacità di comprensione e orientamento all’interno della complessità pluridimensionale in cui è situato.