Anna Maria Nicolò: quando il cibo è nemico da sconfiggere

Anna Maria Nicolò, Presidente della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) – è Neuropsichiatra Infantile, Psicoanalista con funzioni di Training della Società Psicoanalitica Italiana (SPI), esperta in Psicoanalisi dei bambini e degli adolescenti riconosciuta dall’International Psychoanalytical Association (IPA); Attualmente membro del Committee, del “Forum for the Psychoanalysis of Adolescents” dell’European Psychoanalytical Federation (EPF) ed è stata Euro Representative nel Board dell’International Psychoanalytical Association (per gli anni 2005-2011).

 

 

Anna Maria Nicolò

Anoressia. Quando il cibo è nemico da sconfiggere.

Considerata da Devereux (1970) una sorta di disturbo etnico proprio per il suo incremento quasi epidemico che caratterizza le società occidentali evolute, l’anoressia in realtà presenta configurazioni variegate e multiformi che spesso confondono. È importante distinguere le varie anoressie per poterle trattare nel modo migliore e soprattutto diagnosticare le situazioni più gravi che talora sono a rischio di vita. Alle diverse patologie sembra corrispondere inoltre una grande diversità quanto a prognosi e tecnica di intervento.

In alcuni casi, i più benigni, l’anoressia può essere una fase transitoria nella modalità di alimentarsi, influenzata dalla pressione del gruppo dei pari in personalità ancora fragili e insicure, mentre in altri è solo un sintomo, sia pure molto evidente e pericoloso, che copre in realtà altre strutture di personalità dietro di esso ben nascoste. Può essere cioè usata come difesa da un pericoloso breakdown. Infatti con tutto il suo corredo, con l’ossessivizzazione delle condotte e delle fantasie intorno al tema della restrizione alimentare, ma soprattutto grazie all’aggrapparsi al corpo, può bloccare l’adolescente dallo scivolare verso la catastrofe psicotica e consentirgli di prendere tempo rispetto all’urgenza e all’intensità dei conflitti.

Nella maggior parte dei casi invece è un disturbo a sé stante, che alcuni ritengono sia una forma di funzionamento mentale perverso in adolescenza.

Molti autori ne hanno descritto le caratteristiche mettendo in luce diversi aspetti che possiamo puntualmente ritrovare in esso: l’amenorrea, il continuo esercizio fisico, il rifiuto alimentare, l’autoaffamamento come risultato di una difesa contro gli impulsi cannibalici come è stato ripreso da Freud (1892-1895; 1905; 1921), il funzionamento tossicomanico, Addictions without drugs, illustrato fin da Abraham (1916-1917) e Fenichel (1945). Quest’ultimo aspetto ha trovato un arricchimento nel lavoro di Jeammet (1992) che mostra come nell’anoressica la dipendenza reale dal comportamento anoressico ha sostituito la dipendenza dall’oggetto e come il corpo e il cibo siano controinvestiti per sostituire una o più persone della realtà esterna, operando una repressione dei legami e degli affetti.

L’anoressia vera e propria appare in genere alla confluenza di più dinamiche, da una parte la somatizzazione del vissuto psichico, dall’altra la perversione.

Nelle vere sindromi anoressiche caratterizzate dalla progressiva riduzione del cibo, la dinamica è centrata sul corpo. Il corpo viene privato di tutte le caratteristiche legate alla sensualità, reso aguzzo e ischeletrito, viene costantemente controllato, esibito talora non solo a causa della emaciazione, ma anche a causa della bizzarria dell’abbigliamento.

Questo corpo, da nutrire o da affamare, da intrudere bulimicamente o da negare sul piano della sessualità, diventa alla fine un oggetto terzo immobilizzante nella dinamica tra l’adolescente e se stessa, l’adolescente e gli altri, l’adolescente e i suoi genitori e infine tra l’adolescente e il gruppo dei pari.

Giustamente Kestemberg e Decobert (1972) e, in Italia, Bianca Gatti (1976, 1977) insistono sul disconoscimento perverso del corpo nelle anoressiche e sul fatto che il corpo diviene l’equivalente di un oggetto feticistico. La ricerca delle mortificazioni corporee che all’inizio è un mezzo per emaciarsi, alla fine diventa quasi un fine in sé e questa ricerca quando viene condotta fino allo spasimo, conducendo a quello che la Kestemberg chiama “orgasmo da digiuno”.

Il disconoscimento del corpo, delle sue dimensioni, della sua forma, del corpo come potenziale oggetto di piacere si traduce talora in quelle dispercezioni deliranti che tanto ci stupiscono nelle anoressiche gravi che possono essere ad un passo dalla morte e nello stesso tempo negare la loro magrezza.

Alcune di queste pazienti vivono persecutoriamente qualsiasi introiezione, e non solo il reale e concreto prendere il cibo. Quest’ultimo aspetto è evidente in quelle anoressiche che hanno in modo predominante vissuti paranoidei intorno a qualunque cosa possa entrare all’interno del corpo o della mente ed esprimono queste angosce con paure di avvelenamento o contaminazione.  È una sorta di “paranoia intrapersonale”. In questi casi sembrano mettersi in chiara evidenza i precoci disturbi nell’introiezione che le caratterizzano. Si tratta, come in modo pertinente la definiscono Priori e Quagliata (2005), di un funzionamento mentale “anti-introiettivo” che crea e perpetua un vuoto interno impedendo non solo l’attività creativa, ma anche l’organizzarsi stabile di un nucleo del sé forte.

La Kestemberg osserva che il fantasma del corpo idealizzato, connesso con la fantasia di una madre onnipotente, esprime alla fine il bisogno di fusione con questa madre ideale di cui non si sopporta la perdita. E in questa fusione focale con la madre che l’anoressia attua, si esprime il funzionamento  perverso della vera anoressica. Una paziente di 15 anni, che ho recentemente visto in consultazione, mostra i primi segni evidenti di una vera anoressia proprio quando la ristrutturazione della sua abitazione le permette di avere una sua stanza autonoma e separata. Dopo lo scatenarsi di una rigida anoressia che la porta a un dimagrimento continuativo, impone alla madre di prenderla nel suo letto.

Tramite questo uso feticistico del proprio corpo, l’anoressica nega di essere donna come la madre (potremmo dire che nega anche la differenza dei sessi), ma al contempo si impedisce la differenziazione da essa, restando sempre bambina o meglio in una situazione di stallo.

Sfida e trionfo, sono alcune delle caratteristiche che vengono sperimentate nella relazione da chiunque si accinga a curare un’anoressica ed esse sono espressione di un’onnipotenza che deve trionfare sopra e contro le leggi biologiche, oltre il limite posto dal biologico, e spesso conduce a quelle forme di corteggiamento della morte che sono tipiche delle anoressie gravi. Tutto deve essere sotto il controllo dell’anoressica, non solo il suo corpo, anche la vita familiare, l’alimentazione dei parenti, lo stesso analista.

 

La post anoressia

Come per le perversioni, anche le anoressiche di rado portano a termine un trattamento psicoanalitico propriamente detto. A volte guariscono con difetto, cioè con una sintomatologia residua; a volte interrompono il trattamento una volta superata l’emergenza sintomatica; a volte il sintomo sparisce spontaneamente. A volte invece l’anoressica riesce a toccare la ragione dolorosa dei suoi conflitti, ma in genere questo avviene solo dopo molto lavoro e spesso dopo che il nodo collusivo che la lega alla realtà esterna è stato sciolto. Ho incontrato nel corso del mio lavoro alcune donne adulte la cui personalità sembrava ricondursi su molti aspetti a un tipo di funzionamento mentale anoressico. Nel corso del trattamento venivo a sapere che in effetti avevano avuto nella loro adolescenza un’anoressia non curata, o curata anche per molti anni e solo apparentemente risoltasi.

D’altronde sappiamo oggi come la fenomenologia dell’anoressia sia cambiata. A parte casi molto severi, o adolescenti con un’anoressia più tipica, ho avuto in trattamento ragazze bulimiche che avevano rapporti sessuali regolari, o donne sposate e per una di esse ad esempio la gravidanza aveva consentito una momentanea sospensione spontanea della sintomatologia anoressica. Conosciamo brillanti professioniste che sono state e sono ancora anoressiche. La sessualità di queste persone è spesso attuata come un agito scisso. Questo zoccolo duro è molto difficile da intaccare e modificare.

Anche se lo stile alimentare è mutato o si è fatto molto meno severo, talora grazie ad una psicoterapia di successo, alcuni tratti come la difficoltà all’introiezione, le modalità manipolative nel rapporto, l’uso dissociato del corpo, altre caratteristiche permangono e talora creano problemi nella vita e nella genitorialità di queste pazienti, ripetendo i pattern traumatici. Nella mia esperienza queste donne manifestano spesso disturbi nella maternità, come difficoltà o problemi nella gravidanza o aborti. A loro volta hanno problematiche rispetto alle loro figlie femmine ripetendo transgenerazionalmente il pattern relazionale che le legava alla madre.

Infine bisogna ricordare che l’organizzazione mondiale della sanità indica nel trattamento della famiglia uno delle indicazioni terapeutiche precise dell’anoressia. Nel  lavoro con  queste famiglie e questi genitori ho osservato una sorta di accordo inconscio che la coppia costruisce contro specifiche emozioni correlate con la sessualità e l’aggressività. La coppia genitoriale ha organizzato una sorta di legame fobico di natura antilibidica, teso a scindere e negare il piacere, specialmente quello sessuale e la seduzione che lo può procedere. Ambedue genitori, respinti e spaventati dal piacere e dalla situazione e da quello che essi comportano sul piano dell’economia psichica, finiscono per idealizzare l’infanzia dei figli e li riconoscono e accettano solo in quanto bambini. L’adolescenza diventa perciò il periodo della vita di maggior pericolo per la dinamica familiare dato che funziona come il detonatore di numerose problematiche che sono ineludibili quando i figli diventano adolescenti.

Bibliografia

Abraham G. (1916-1917). Examen de l’étape prégénital la plus précoce du développement de la libido. In: Oeuvres complètes, t. II. Paris: Payot.

Devereux G. (1970). Essais d’ethnopsychiatrie générale. Paris: Gallimard. (trad. it. 1978. Saggi di etnopsichiatria generale. Roma: Armando).

Fenichel O. (1945). Drug addiction. In: The Psychoanalytic Theory of the Neurosis, pp. 377-9. New York: Norton.

Freud S. (1892-1895). Studi sull’isteria. In: OSF, vol. I, pp. 213-262.

Freud S. (1905). Tre saggi sulla teoria sessuale. In: OSF, vol. 4.

Freud S. (1921). Psicologia delle masse e analisi dell’Io. In: OSF, vol. 9.

Gatti B. (1976). Il corpo come luogo di verifica del principio di realtà e dell’identità femminile in un caso di anoressia mentale. Rivista di Psicoanalisi, 1, pp. 51-88.

Gatti B. (1977). L’anoressia mentale. Rivista di Psicoanalisi, 2, pp. 184-200.

Jeammet P. (1992). Psicopatologia dell’adolescenza. Roma: Borla, 1992.

Kestemberg E., Kestemberg J., Decobert S. (1972). La faim et le corps. Paris: PUF (trad. it. 1974. La fame e il corpo. Roma: Astrolabio).

Nicolò A.M. (2008). Une ou plusieurs anorexies, Adolescence, 26, 4, pp. 925-940.

Nicolò A.M., Russo L. (a cura di) (2010). Una o più anoressie. Roma: Borla.

Priori M., Quagliata E. (2005). Tranfert e disturbi alimentari in età evolutiva. Relazione presentata al Centro di Psicoanalisi Romano.