Cristina Sarno: il cibo nel buddhismo

Cristina Sarno, Membro Associato SPI,  Socio IPA, Responsabile della Biblioteca del CPdR

 

Cristina Sarno: il cibo nel buddhismo 

In questo breve lavoro affronto il tema “Il cibo nella religione buddhista” come una psicoanalista sensibilizzata anche dalle arti e letture di testi orientali oltre che da una breve esperienza di pratica meditativa. Molto è stato studiato e scritto, nei tempi, su un confronto tra Psicoanalisi e Buddhismo. Per avvicinare il pensiero orientale, tra i tanti testi, credo sia stimolante la lettura di: “Cinque concetti proposti alla psicoanalisi” di Francois Jullien, “Pensieri senza un pensatore. La psicoterapia e la meditazione buddhista” di Mark Epstein, “Una tranquilla passione” di Corrado Pensa, “Psicoanalisi e Buddhismo” di Anthony Molino, “La mente orientale” di Cristopher Bollas. Cosi come in psicoanalisi l’esperienza della pratica è fondamentale per averne conoscenza, così per un buddhista la “saggezza e la pratica meditativa” sono indispensabili l’una all’altra.

Per chi di noi non abbia letto almeno “Siddharta” di Hermann Hesse (1922), penso sia utile introdurre, in forma ridottissima, qualche nozione di una religione che ha venticinque secoli di storia. Si narra che dopo aver meditato a lungo sotto un albero di ficus, oggi ricordato come albero sacro della Bodhi, Siddartha Gautama ottenne l’illuminazione, il risveglio, accompagnato dalla comprensione della “realtà ultima delle cose”, in uno stato di profonda saggezza, e prese cosi il nome di Buddha, che significa “il risvegliato”. Durante sette settimane di meditazione comprese la legge del Karma (la legge della causa effetto delle nostre azioni che governa il Samsara, ossia il ciclo delle reincarnazioni), la “fondamentale interdipendenza di tutte le cose”, e le “quattro nobili verità”: “tutto è sofferenza, l’origine della sofferenza è l’attaccamento, il rimedio alla sofferenza è la soppressione degli attaccamenti, la via per l’eliminazione dell’attaccamento è nel seguire gli Otto nobili sentieri che portano alla felicità eterna ossia al Nirvana (l’uscita dal ciclo delle rinascite)” attraverso un lavoro su sé stessi. Secondo il Buddha il cammino che porta alla salvezza l’uomo lo deve trovare da solo, ricordando che “la dottrina è simile a una zattera, serve per attraversare e non per essere trasportata sulle spalle”. Dopo la morte del Buddha Shakyamuni, nel 480 a.C., il suo insegnamento si diffuse in varie parti dell’Asia centrale e orientale, assimilando e adeguandosi agli usi e costumi locali compresi quindi quelli legati all’alimentazione.

Seguire nel tempo e nello spazio lo sviluppo e l’evolversi di questa disciplina spirituale, o “religione senza credenze”, e poi delle varie correnti che sono sorte nel mondo, è complesso e richiederebbe un altro spazio. Ma non possiamo non sentire come i principi del Buddhismo risuonino nella nostra cultura e religione e quanto si odano echi di contaminazioni. Si pensi che fu l’Imperatore Giustiniano, nel V secolo, al II° Concilio Vaticano di Nicea, a condannare la fede nella reincarnazione. Ricordiamo i discorsi di Platone sull’anima, a Sant’Agostino e alla sua indicazione: “Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine abitat veritas”, alla profonda consonanza che Schopenhauer dichiarò di sentire verso i testi indiani, soprattutto le Upanisad. Cerchiamo per ora di cogliere l’aspetto che qui ci convoca e che riguarda il rapporto del buddhismo col cibo. Il Buddha dopo aver rivelato le quattro verità sulla sofferenza, illustrò i principi e le pratiche per sconfiggerla. Dei tre principi generali che permettono di avviarsi su questo percorso prendiamo in esame il primo: la Rinuncia. Questa implica che l’uomo, capendo che la fonte primaria della sofferenza è l’attaccamento (il desiderio), sappia mantenere il giusto distacco dalle cose e un’attitudine di equanimità verso tutti e tutte le cose. In quest’ottica il rapporto col cibo si configura come una problematica esistenziale e non morale: come per il desiderio, va gestito senza eccessi e l’idea fondamentale è quella di nutrirsi solo di ciò che è necessario eliminando il superfluo. Al tempo del Buddha ai monaci venne dato il precetto di ricevere il cibo in elemosina, mangiando solo ciò che veniva loro offerto nella ciotola. Questo spiega l’immagine del Buddha Sakyamuni (o Siddharta Gautama) rappresentato con una ciotola nella mano sinistra: il simbolo di un cibo parco, povero, limitato al necessario. I monaci mangiavano perciò una volta al giorno, prima di mezzogiorno. Inoltre, il divieto di uccidere altre creature per nutrirsi e il presupposto che il cibo sia un dono (e non qualcosa di cui ci si appropri), ha fatto sì che i buddhisti siano essenzialmente vegetariani. Le bevande alcoliche vengono evitate in quanto, eccitando le passioni, accrescerebbero il desiderio dal quale ci si vuole liberare. In questo spirito di rinuncia si spiega come nel buddhismo non si siano sviluppatati delle ritualità legate al cibo, a parte l’usanza, in alcuni paesi, di porre delle offerte di cibo sull’altare, memorie di pratiche antecedenti.

E’ chiaro che, anche se il cibo rappresenta un mezzo necessario per mantenere in salute il corpo, non dobbiamo cadere in una forma di “attaccamento” e bramosia. Dogen Kigen Zenji, un noto monaco giapponese scrisse nel 1237 il primo testo sulla figura del tenzo, il responsabile della preparazione dei pasti per la comunità, “Istruzioni a un cuoco zen”, dove esplicita nei vari passi come il prendersi cura della preparazione dei pasti con attenzione e una sincera intima disposizione non giudicante sia una forma di pratica meditativa. L’importante è il modo di cucinare e di mangiare, indipendentemente da ciò che si cucina. Dogen ci invita ad avere l’atteggiamento mentale di un genitore amorevole, che si preoccupa più del figlio che di sé stesso, nel toccare l’acqua, il riso, o qualsiasi altra cosa.  Come Dogen afferma: “Il pazzo vede sé stesso come un’altra persona, ma il saggio vede gli altri come sé stesso”, quindi prendersi cura degli altri giova a sé stessi.

Di questa tematica è esperta Francesca Diodati, la quale è responsabile di un gruppo buddhista della Soka Gakkai Italiana (organizzazione laica fondata in Giappone, i cui membri praticano l’insegnamento del monaco Nicheren Daishonin, nato nel Giappone del 1200). La scrittrice (di un libro in attesa di pubblicazione sui disturbi alimentari intitolato “Il segno di Russell”) afferma: “Il cibo è una manifestazione fenomenica essenziale, per questo Nichiren Daishonin affronta diverse volte il tema del cibo nei Gosho, che sono delle lettere inviate ai suoi discepoli, veri e propri trattati da cui si può comprendere la profondità della visione buddhista della vita. Daishinin scrive che il cibo serve a sostenere la vita, migliorare la salute e rafforzare le energie mentali e fisiche. Nel Gosho, intitolato “l’offerta del riso”, ci spiega il valore più profondo del cibo e scrive: “L’uomo ha due tipi di tesori: i vestiti e il cibo.[…] Il primo di tutti i tesori è la vita stessa,[…] e senza cibo la vita si interrompe. […] Il Sutra del Loto insegna che la mente stessa è la grande terra e che la grande terra stessa è le erbe e gli alberi. […] Da ciò si comprende che il riso brillato non è riso brillato, ma la vita stessa”.  Da qui è facile intuire quante possano essere le implicazioni spirituali che derivano dal valore del cibo così percepito. Infatti, il cibo, in particolare frutta o riso, è ciò che costituisce, insieme all’acqua, la principale offerta al Gohonzon, l’oggetto di culto dei praticanti della Soka Gakkai. Il Buddhismo ci insegna a dare valore alla nostra vita attraverso il rispetto che manifestiamo verso tutto ciò che ci circonda e ci appartiene. In quanto parte di un unico sistema, per il principio di non dualità di vita e ambiente di cui sopra, ogni nostro pensiero, parola e azione rivolti all’esterno sono in realtà rivolti a noi stessi, nel bene e nel male, perché quel “fuori” è solo illusoriamente un “fuori”, in realtà non è altro che parte di noi. E allora il cibo diventa me, il mio corpo e il modo in cui mi nutro è il primo modo in cui io tratto la mia vita ed è di conseguenza il modo in cui la vita mi risponderà. Per la filosofia buddhista la legge di causa effetto è molto severa, non esiste un meccanismo di premi o punizioni, ma una stretta dinamica causale. Se i miei pensieri, le mie parole e le mie azioni manifestano mancanza di cura, di rispetto, di valore per la mia vita o quella di ciò e di chi mi circonda, questo è il ritorno che io riceverò dall’ambiente in varie forme. E non importa affatto se si tratti di un gesto piccolo o grande, perché ciò che più conta nella realtà dei fenomeni è ciò che anima il nostro cuore. È così che un’azione apparentemente banale di cura di sé o di offerta verso qualcun altro, come può essere del semplice cibo, assume valore in relazione all’atteggiamento interiore che la anima”. Continua Francesca Diodati: “Nella mia personale esperienza di praticante buddhista questo approccio, insieme alla psicoterapia, è stato risolutivo per la cura di importanti disturbi alimentari di cui ho sofferto per molti anni. Attraverso la meditazione sulle parole di Nichiren Daishonin in merito al cibo e alla sacralità della vita, partendo dal semplice gesto di nutrirmi, ho imparato a trasformare il disamore che permeava la mia vita in amore, la mancanza di cura in rispetto profondo, il disvalore in valore. Azioni quotidiane, semplici, eppure una profonda sfida per me che dovevo imparare ad amare me stessa e la mia vita. Azioni attraverso cui ho modificato il senso stesso del mio stare al mondo e che sono diventate oggi il rinnovo costante alla gioia del mio esistere. Un rituale di amore quotidiano”.

Dopo le parole della Diodati vorrei concludere con la storia zen  di uno studente che chiede al maestro: “Come posso raggiungere l’illuminazione?” Il maestro risponde: “Hai finito di mangiare il riso?” “Sì”, replica lo studente. “Allora” risponde il maestro, “Lava la ciotola”.