Sarantis Thanopulos : il cibo e i piaceri del corpo e dell’anima

SARANTIS THANOPULOS è psicoanalista, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana con funzioni di training

 

Sarantis Thanopulos

L’esperienza del gusto e il suo fondamento nell’allattamento

Il gusto non è considerato tradizionalmente una modalità sensoriale nobile come la vista o l’udito. Tuttavia, esso è il nostro ingresso sensuale nel mondo, il centro della prima esperienza erotica. Per il bambino è la sede del più intenso e profondo coinvolgimento con il corpo della madre, che fonda il senso stesso di esistere e di sentirsi vivi.

La parola greca per il saggio è σοφός che significava in origine assaggiatore. Il gusto non è un’esperienza passiva. È assaporare: testare, sperimentare, sostare, distinguere, confrontare, accelerare, rallentare.  Implica una trasformazione che è insieme cercata e subita, va dalla superficie in profondità e si espande in tutta la struttura psicocorporea del soggetto. Crea un’intima conoscenza dell’oggetto gustato, delle sue qualità, delle possibilità della sua appropriazione e godimento, ma anche delle proprie capacità di godere. Costruisce un sapere che è sentire, intuire, una “cultura” dell’esperienza che eccede la nostra capacità di significazione. Fonda la capacità di “far esperienza” come trasformazione della sensorialità in conoscenza profonda del mondo, e al tempo stesso, di sé. Questo fondamento della conoscenza in una “saggezza” primordiale nella quale il significante coincide con il significato, richiede che il piacere dei sensi sovradetermini il dispiacere altrimenti il tessuto esperienziale si disintegra.  Il “gustare”, il luogo da cui il piacere emerge come esperienza conoscitiva, da una parte è sempre aperto all’imprevisto e all’inconsueto e dall’altra si lega al sapere acquisito. Nell’essere significato da esso, lo destabilizza anche e lo rinnova.

Il “gustare”, l’assaggiare che rende “saggia” ogni esperienza, che unisce il sapere “esperto”, prudente, all’esposizione, allo sbilanciamento, è sempre aperto alla potenzialità, alla sperimentazione. Aldo Masullo definisce il gusto come “soglia tra la natura e la cultura” (comunicazione personale). Il passaggio/comunicazione tra vita nel suo fluire libero verso il piacere dei sensi e l’esperienza che si fa conoscenza, sapere di cui si fa uso per godere e di cui si gode direttamente. Il gusto garantisce la continuità di natura e di cultura e quindi l’incarnazione della nostra esperienza. La possibilità di assaporare ogni oggetto del nostro desiderio (il corpo dell’amante, un piatto di cibo un vino, un libro, un oggetto artistico, la musica ) mantenendo il suo legame con la sensualità del nostro corpo. Se il gusto non si istituisce, si interrompe il legame tra natura e cultura e la seconda si impone alla prima, disincarnando l’esperienza. Contemporaneamente la psiche si dissocia dal corpo ed è sedotta dalla mente. La vita si spiritualizza.

L’esperienza del “gusto”, fondata nell’allattamento, si costituirà successivamente come modello comune delle  possibilità di assaggiare la vita con tutti i sensi (si assapora  con gli occhi, l’udito, il tatto, l’odore). Per quanto le esperienze dei sensi sono analoghe per modalità di costituzione (ondulazione, accelerazione-rallentamento, persistenza) è nell’esperienza del gustare il seno della madre che l’assaggiare raggiunge la massima profondità e intensità di coinvolgimento. Per questo il gusto è il nucleo della significazione senza un significante definito della nostra esistenza.

La dinamica dell’allattamento può essere configurata su tre piani diversi ma collegati tra di loro:

  • Mangiare per far cessare lo stimolo della fame (ricavando piacere dal sollievo)
  • Gustare il latte (piacere sensuale)
  • Gustare il seno (piacere sensuale)

Il piacere che procura il seno sovradetermina l’intera esperienza: non solo comporta come esperienza gustativa una dimensione di piacere erotica -più profonda, intensa e significativa di ogni altra esperienza sensoriale del bambino- ma fa incontrare il coinvolgimento del soggetto con un altro coinvolgimento (quello della madre). Questo luogo più intenso di godimento che ci apre, senza possibilità di ritorno, al mondo e ci allontana definitivamente dalla tentazione del piacere come scarica della tensione. La piacevolezza del latte è sovradeterminata dalla qualità sensuale del seno materno, a cui resta per sempre associata, e per questo il nostro rapporto con il cibo ha sempre una componente erotica (come la sessualità ha sempre una sfumatura “alimentare”).

L’esperienza sensuale nasce dallo sfregamento tra capezzolo e mucosa della bocca (e secondariamente dalla gradevolezza del latte). Questo fa del tatto una componente fondamentale del gusto. Qui il piacere è fondante, non  un aspetto collaterale come nel nutrimento, ma legato alla creazione di una tensione gradevole che nasce dalla relazione tra due corpi che si accordano. La tensione sale e scende, ha ritmo, e persistenza. Tende a prolungarsi fino a toccare l’assuefazione, restando insatura quanto è giusto. Comporta coinvolgimento che trasforma la tensione in intensità. Produce una destabilizzazione dell’apparato psichico che lo porta a muoversi, trasformarsi. Questa destabilizzazione (squilibrio e riequilibrio che mantiene la struttura psicocorporea aperta alla trasformazione successiva) allontana il bambino dalla stabilità, dal ritorno su se stesso.

L’evoluzione dell’esperienza gustativa passa attraverso lo svezzamento. Solitamente esso è considerato come abituarsi a “fare a meno di”, esperienza di distacco che “educa” ai limiti dell’esistenza. Questa prospettiva trova la sua espressione più sofisticata nella tradizione lacaniana che vede nello svezzamento il fondamento dell’umanizzazione dell’esperienza: l’allontanamento dell’essere umano dall’ingordigia del godimento illimitato, considerato maligno, del corpo materno. Un trattamento “dietetico” del piacere erotico, che ha un fondamento morale piuttosto che etico.

In realtà il godimento del lattante non ha nulla di illimitato, di ingordo, di maligno. Ha un suo tempo, andamento ondulatorio, persistenza e porta a un appagamento  finale che non crea assuefazione: resta sufficientemente insatura e si trasforma in una duratura gradevole percezione dell’esistenza aperta a una nuova intensa esperienza di piacere. Come ogni vera esperienza “gustativa” non annienta il suo oggetto, ma lo preserva. (1) Se l’allattamento procede bene come esperienza sensuale, il che significa che la madre non lo spinge verso il bisogno, annientando il corpo del desiderio,  lo svezzamento non funziona in termini di educazione alla rinuncia, ma, al contrario, contro l’impigrirsi, l’indolenza, la ripetizione del medesimo, l’assuefazione.

Lo svezzamento coincide con la separazione tra madre e bambino solo in parte. La separazione (la percezione della madre come cosa diversa da sé: “non me”) inizia prima dello svezzamento e lo svezzamento finisce prima che la separazione si concluda (nella misura in cui si evita anche come dice Winnicott) con una differenziazione dell’altro come oggetto oggettivamente percepito da una parte, e come dotato di una propria determinazione, soggettività dall’altra.

L’esperienza sensuale gustativa iniziata nella quasi assoluta disponibilità dell’oggetto continua con una minore disponibilità che fa emergere la diversità della madre e avvia il distacco da lei nel mentre l’allattamento è in corso. Il distacco inizia con il venir meno dell’identificazione emotiva e mentale della madre con il bambino, che rende il loro accordo meno scontato e più aperto alla contrattazione. Questa seconda fase è quella più intensa sul piano del legame erotico con la madre. Il distacco diventa più esplicito e anche irreversibile con lo svezzamento. L’esperienza sensuale comincia a decentrarsi, perdere il contatto con il luogo più intenso  e vivo del legame con il corpo materno, e diffondersi, mentre si attenua, verso le altri parti di questo corpo e verso altri oggetti e esperienze.

Con il compimento dello svezzamento questo processo di diffusione dell’esperienza sensuale si intensifica. Ciò che si perde in intensità lo si recupera  in ampliamento dell’esplorazione. Il gusto cede potere alle altre modalità sensoriali e la vista e l’udito (che hanno portata più lunga) iniziano ad assumere un’egemonia nell’ambito di un uno spazio nuovo in cui la sensualità assume ampiezza “culturale”: dove il sapere sul piacere coesiste con il piacere del sapere in se stesso. Solo quando la sensualità  diventa culturale, l’altro può arrivare ad essere oggettivamente percepito.

La separazione è strettamente legata alla differenza. Ci si separa perché si è differenti e perché la differenza è essenziale per il coinvolgimento. Tuttavia, all’inizio, la differenza tra il bambino e la madre è silenziosa. Il bambino vive la differenza con la madre, ma senza esserne consapevole e non si sente separato da essa. Percepisce la madre come estensione di sé, come un “altrove” della sua esperienza soggettiva. Gradualmente, durante l’adattamento, la differenza è riconosciuta e la separazione ammessa parzialmente. Lo svezzamento promuove la separazione, più precisamente la separatezza, che raggiunge una sua prima compiuta definizione con la parola. La separazione introduce una distanza. Ciò rende più coinvolgente e significativa la differenza, a condizione che la distanza non superi un certo limite, che la madre mantenga la sua disponibilità, seppure in un modo ridotto, diverso. La distanza è moderata, in modo da non diventare perdita inesorabile, dall’elaborazione del lutto: l’oggetto non è vivo e desiderabile senza la libertà che gli consente di essere insieme disponibile e distante. L’esperienza dello svezzamento gioca un ruolo decisivo nell’accordare disponibilità dell’oggetto, coinvolgimento e differenza.

L’elaborazione del lutto nella prima fase della vita, ha le sue radici  nell’esperienza gustativa, che deve rendere consueto, prevedibile e, al tempo stesso,  inconsueto, imprevedibile  il suo oggetto. Essa si compie in tre fasi successive:  come riconoscimento da parte del lattante della differenza tra la sua bocca (corpo) e il seno (corpo) della madre che lo allatta; come suo  svezzamento, distacco dal seno materno;  come sua rinuncia alla promiscuità carnale con la madre che oltrepassa l’esperienza dell’allattamento

Tra il legame sensuale con vita centrato nel legame  della bocca con il seno e la diffusione della sensualità verso tutto il corpo della madre e l’ambiente, che avvia il processo di sublimazione, attraverso l’elaborazione del lutto, e instaura  l’egemonia della vista e dell’udito (istituendo la parola come significante privilegiato dell’esperienza), agisce come collante il tatto e il maneggiamento (che implica l’interessamento muscolare). La configurazione dell’esperienza gustativa (in cui l’abbinamento tra sensorialità e muscolatura coinvolge l’intera struttura psicocorporea) si mantiene viva nel toccare, stringere, maneggiare, che del resto sono già incluse in essa: il movimento verso l’oggetto staccato da sé, l’afferrare, l’appropriazione, il possesso colmano lo spazio della separazione. Ampliano lo spazio dell’incontro e dell’intesa dei corpi, introducendo un gioco di lontananza e prossimità, di affinità e diversità in cui il gesto di possesso e il gesto di comunicazione hanno la loro comune radice.

Questo spazio di transizione istituisce, per analogia, l’esperienza gustativa come modello di ogni esperienza di piacere profondo anche nelle sue forme più sublimate. Struttura portante dell’elaborazione del lutto, il gusto nella sua forma estensiva,  protesa alla sublimazione, si costituisce  come cerniera tra natura e cultura. Se la sua funzione fallisce, il gesto di comunicazione si dissocia dal gesto di possesso (che possiede ed è posseduto) e si disincarna.

Lo spazio di transizione, in cui regna da una parte il tatto/maneggiamento dell’oggetto desiderato e dall’altra il gesto intenzionale di possesso/comunicazione, dove gioca un ruolo centrale la vista e l’udito, è  fondato sull’esistenza dell’oggetto transizionale: esso è un possesso reale che garantisce, per un’analogia che unisce il concreto al simbolico, il possesso potenziale della madre. Siamo alle radici del simbolismo (Winnicott): il passare dal puramente soggettivo all’oggettivo.

Sia l’oggetto  sensoriale reale, percepito nella sua differenza, che quello simbolico, hanno la loro comune  radice nell’oggetto transizionale. Esso è contemporaneamente soggettivo e oggettivo. Il suo maneggiamento unisce soggettivo e oggettivo e consente il passaggio dall’uno all’altro nelle due direzioni. Se il maneggiamento fallisce, se la carnalità del legame con esso non è legittimata dall’ambiente, come spazio sperimentale creativo, la trama simbolica si disincarna, si spiritualizza.

L’oggetto transizionale rende possibile e, al tempo stesso, evitabile la separazione. Ci si trova in uno spazio in cui si è separati e, insieme, non separati dagli altri in modo che rende abitabile lo spazio della differenza. Questo spazio è già presente nell’esperienza gustativa degli inizi della vita e resta come sua condizione costitutiva in tutte le sua forme carnali e sublimate, inclusa quella culinaria a cui, per un errore di prospettiva, è stata storicamente confinata.  Il piacere  sensuale, “gustativo” è soggettivo, è l’espressione più idiomatica di un modo di essere. Tuttavia, non  potrebbe essere costituito senza la variazione di cui è foriera la differenza dell’oggetto che lo crea: un fatto separato dal soggetto, oggettivo. Al tempo stesso, senza la trasformazione della soggettività, la differenza, l’oggetto del piacere, non esisterebbe: sarebbe sostituto  da una estraneità indifferente.

La sublimazione, già presente, come piacere di conoscenza/rappresentazione ideico-affettiva  elementare, anche dentro la carnalità psicocorporea piena del piacere primario, evolvendo (nella direzione di un’emancipazione della sensualità dalla sensorialità, contiguità corporeo con l’oggetto desiderato) nel campo di ampliamento delle differenze e di espansione del desiderio, fa sì che in ogni esperienza sono compartecipi carnalità e sublimazione. La sessualità convive con forme necessarie di sua sublimazione, il piacere enogastronomico è una sublimazione del rapporto sessuale, anche la più astratta delle realizzazioni intellettuali contiene un nucleo sensuale.

Il ritorno alla centralità del contatto carnale intenso nell’esperienza sensuale accade nell’adolescenza dove la tensione erotica tra bocca e seno si ricostituisce come tensione di “gusto” tra vagina e pene. E il processo della sublimazione si riespande di nuovo a partire da questa stabile centratura. Tutte le difficoltà dell’esperienza gustativa del bambino, riemergono regressivamente con forza nell’adolescenza, come difficoltà di abitare il proprio corpo erotico nel rapporto con l’altro.

Nota

(1) L’avidità non è parte del desiderio: esprime la sua perversione in un bisogno di liberarsi della tensione causata dalla sua frustrazione e, sul versante opposto, di eliminare il  vissuto di morte che la liberazione dalla tensione  determina.  La perversione del desiderio spinge verso la ricerca coatta, insaziabile di una combinazione di effetti calmanti e antidepressivi/eccitanti.