Commento a “La guerra, la morte e il figlicidio” di Emanuele Bonasia

Maria Teresa Palladino

PalladinoIl lavoro di Bonasia si presenta per certi aspetti attualissimo: innegabili sono le difese denegatorie nei confronti della morte, sostenute dai progressi della medicina che promettono un progressivo allungamento della vita  fino a sottintendere fantasie di vita eterna. Inoltre, il pensiero di Freud quando sostiene che il nostro inconscio si comporta rispetto alla morte come l’uomo primitivo, in quanto non ci crede e si pensa immortale, trasformando l’idea della morte da fatto necessario a fatto casuale, sembra confortato oggi da una realtà in cui la fatica di fare i conti non solo con la morte ma anche con l’invecchiamento è evidente. Lo sforzo di rimanere giovani e per le donne (oltre che per gli uomini) il desiderio di fare i figli fino a tarda età con le nuove tecniche di procreazione ne sono una testimonianza. E’ pur vero che lo stesso Freud ha, come sottolinea Bonasia, sul tema della morte, un andamento bifasico e in altri momenti sembra pensare che questo sia un pensiero dominante per l’uomo. Bonasia interpreta come una difesa da questa angoscia stessa l’elaborazione del concetto di istinto di morte, che sarà ripreso poi dalla Klein e da Bion, collegandolo al desiderio di riportare sotto il nostro controllo qualcosa che non lo è nella sua essenza, mettendo così in atto  un processo analogo, anche se sul versante malinconico e non schizo-paranoideo, a quello per cui gli uomini attribuiscono a forze maligne eventi della natura che a tratti li travolgono.

Voglio qui prescindere dalle considerazioni generali di Bonasia sull’aggressività dei genitori nei confronti dei figli. Abbiamo di questa aggressività  testimonianze quotidiane  che si esprimono in varie forme di attacco nei loro confronti ma di cui penso sarebbe necessario investigare le componenti specifiche che sono sicuramente le più varie. Mi limito a segnalare come quest’ultimo tema, che Bonasia racconta come poco esplorato dalla psicoanalisi, sia ora invece molto più studiato (Ferenczi, Winnicott, Faimberg, Mc Dougall, Welldon, ). Non penso che questo accada perché il fenomeno abbia assunto una rilevanza numericamente più significativa quanto piuttosto per un cambio di paradigma sul modo di pensare i figli (sempre meno numerosi) nella nostra società. I bambini di oggi, alle nostre latitudini, sono molto più preziosi e l’attacco nei loro confronti appare come qualcosa di terribilmente disumano. I bambini hanno da noi acquisito lo statuto di “Persona” che solo poco tempo fa non avevano. Molto diversamente le cose andavano in passato quando i figli erano molti e l’atteggiamento verso l’infanzia ben diverso e, altrettanto diversamente, vanno ancora nel cosiddetto “terzo mondo” dove l’infanzia è ancora, e per varie ragioni, sfruttata ed abusata.

Vorrei invece entrare nel merito del problema del figlicidio inteso come una difesa dall’angoscia di morte. La tesi mi appare ardita e non mi sentirei di accoglierla. E tuttavia mi pare che sulla complessità del rapporto con i figli sia in atto una riflessione profonda.

Giorni fa stavo facendo alcune considerazioni sul momento di crisi che stiamo attraversando e sulle responsabilità che abbiamo come adulti, in Italia, nei confronti di questa generazione di giovani oggettivamente molto svantaggiati rispetto alle possibilità che noi, baby boomers, figli della speranza del dopoguerra, abbiamo avuto alla fine della nostra giovinezza e all’ingresso nella nostra vita di adulti.

Pensavo con dispiacere che, essendo una generazione che tante speranze ha avuto nelle “progressive sorti”, che tanto ha lottato nei campi più disparati, stiamo in realtà consegnando ai nostri figli un mondo in cui la speranza è poca e il futuro appare tetro, molto più tetro che il passato.

E tuttavia è innegabile che questi giovani per quanto in difficoltà sono vivi, anzi questi ultimi 60 anni sono, in Europa, il più lungo periodo storico senza guerra che si ricordi.

Certo, in Italia i giovani fanno fatica a proiettarsi nel futuro sia sul piano lavorativo sia sul piano della costruzione della loro vita di adulti, come nel nostro lavoro analitico quotidiano vediamo, bloccati come sono da difficoltà esterne ed interne. Alcuni di loro, forse i più intraprendenti o i più sfiduciati, novelli Ulisse, partono per lidi stranieri lasciando a casa i Proci, non credendo nella possibilità di scalzarli dal potere.

Di fatto quello che sta succedendo in Italia oggi è che la normale successione delle generazioni è bloccata e sono i genitori, a volte controvoglia perché impossibilitati ad andare in pensione, a rimanere forza attiva: forzati a non diventare vecchi. Lo scorrere del tempo in un certo senso è fermato e i figli rimangono figli.

Tutto al più, invece che di figlicidio la nostra generazione, per lo meno in Italia, e seguendo il filo del discorso di Bonasia, potrebbe essere accusata di adulticidio, confermando così una dimensione del carattere nazionale dominata dal codice materno (Fornari). Sarebbero queste mamme incapaci di fare crescere i figli ad essere individuate come responsabili di avere cresciuto i tanto citati “bamboccioni” colpevoli di essere “choosy “ e che, incapaci di separarsi dalle famiglie di origine, sembrano fare più fatica fatica dei loro coetanei europei a farsi strada in questo mondo profondamente cambiato e a inventarsi modalità alternative di impostare la loro esistenza. E, accanto a queste madri sono già stati ampiamente chiamati a riflettere (Jeammet, Recalcati) i padri tanto citati in quanto latitanti figure che, da un lato si sono sottratte alla rivalità edipica consegnando i figli al disordine e alla confusione ma, dall’altro, si sono iper-tutelati costruendo un insieme di norme  e di garanzie che rendono loro oggettivamente difficile farsi scalzare dai loro figli anche quando lo desidererebbero.

Insomma, non li abbiamo mandati a morire i nostri figli ma certo li abbiamo fatti prigionieri.

Tuttavia è anche piuttosto chiaro che siamo noi stessi prigionieri di un mondo postmoderno che, seguendo Kaes, ha perso i suoi garanti metasociali e che proprio per questo motivo sta vivendo una fase della vita molto meno garantita sul piano psichico di quanto non sia stata una giovinezza per lo più governata per ognuno di noi da certezze poi via via sgretolatesi.

Questo nuovo contesto sembra ora dominato dalla cultura dell’urgenza e ”questa cultura si manifesta nei rapporti che abbiamo con i progetti.  Un progetto presuppone l’inscrizione di un’azione concertata, che include un rischio e un’incertezza, in un tempo futuro. Un progetto può essere immaginato solo se possiamo non rifiutare il presente e pensare attivamente un rapporto con il passato. Molti nostri progetti non sono progetti ma scenari di uscita dal marasma, nell’immaginario.” ( Kaes 2005)  E qui i nostri destini di padri e di figli mi paiono molto più accomunati di quanto non possa sembrare dal fatto che i primi sono più tutelati da leggi protettive sul piano della realtà mentre gli altri lo molto meno.

Dunque non si stratta di adulticidio né di figlicidio ma di …Storia, di passaggi storici che richiedono elaborazioni del passato e cambiamenti ancora difficili da intravvedere.

Infine mi pare necessario specificare che, se le considerazioni sul fatto che questa generazione non ha dovuto confrontarsi con una guerra sono vere per il nostro mondo occidentale, non corrispondono  certo alla realtà delle cose in generale.

Se è vero che, come dice Fornari e come riprende Bonasia, le armi nucleari rendono impraticabile la guerra come via di scarico della distruttività e della colpa pena la distruzione della umanità stessa, la soluzione al problema negli ultimi anni è stata, da un lato, il tentativo di fermare l’ escalation degli armamenti nucleari ma, dall’altro, non è stata certo la riduzione della scissione dell’Io buono/altro cattivo auspicata e una responsabilizzazione rispetto alla propria aggressività.

C’è stato piuttosto un cambiamento nell’ordito di questa scissione che ora attraversa non più solo due contendenti, come nella guerra fredda ma che si incanala in molteplici conflitti locali che sembrano avere sostituito il confronto dei due blocchi unici possessori dell’armamento atomico. Assistiamo così a molteplici guerre localizzate  in cui le nazioni occidentali sono via via coinvolte ma per lo più senza che vengano sacrificati i propri giovani, giacché le pubbliche opinioni nazionali non tollererebbero simili sacrifici umani: quelli che vengono sacrificati sono gli “altri” e in specifico ovviamente i figli degli “altri”.

Questi sono i conflitti che vengono definiti guerre, mentre tutte le altre situazioni, in cui a volte siamo vittime noi occidentali, passano sotto la definizione di terrorismo.

Per di più, anche le modalità con cui queste guerre vengono combattute sono spesso, per lo meno nelle intenzioni, decisamente più asettiche che in passato, con incursioni di droni che sembrano esonerare chiunque dall’essere il vero autore dell’attacco o con raid aerei  in cui gli obiettivi sono così lontani da attenuare la consapevolezza e quindi l’assunzione di responsabilità in  chi li compie.

L’assunto di Bonasia secondo il quale sarebbe nella guerra in atto un figlicidio per interposta persona sembra avere così cambiato di declinazione perché, almeno alle nostre latitudini e nelle ultime generazioni, non sono i nostri figli mandati a morire: sono i “figli degli altri”, di un mondo altro riconosciuto come estraneo e non integrabile.

E, per lo meno da una parte della comunità islamica di questo mondo, siamo ricambiati della stessa moneta:  siamo considerati altri e non integrabili perché troppo corrotti.

E temo che questo non riguardi una modalità di affrontare l’angoscia di morte ma sia piuttosto frutto di quella pulsione di morte, seppure spostata, che Freud ha teorizzato e che la Klein e Bion hanno poi sviluppato come concetto.

Ma noi tutti sappiamo che accanto alla pulsione di morte esiste una pulsione vitale e dunque ….la battaglia continua.

Gennaio 2014

Approfondimento – Bibliografia dei lavori pubblicati

Approfondimento – La guerra, la morte e il figlicidio