Approfondimento – Traumi psichici in contesti di violenza sociale

Traumi psichici in contesti di violenza sociale. Il problema della formazione psicologica per l’operatore umanitario
Di Patrizia Brunori*  e Maria Chiara Risoldi*
L a   p s i c o a n a l i s i  e  l a  g u e r r a

Gli interessi della psicoanalisi per la guerra risalgono agli inizi del 900. La ricerca e la riflessione seguono fin da subito due aree: quella più vicina alle esplorazioni filosofiche ed antropologiche riguardanti i modelli interpretativi del fenomeno guerra  e quella  più vicina alla psichiatria, relativa alla comprensione dei traumi psichici nelle situazioni estreme e alla loro cura. Entrambe queste aree di studio e d’applicazione alternano periodi d’intensa proliferazione  a periodi più silenti.  Questo appare collegato alle situazioni storiche e politiche che attraversano il 1900, fino ai giorni nostri.

Il tema nell’area più vicina alla filosofia e all’antropologia è complesso e appassionante per gli studiosi della mente. Il problema che pone da subito è quanto la scienza psicologica come scienza dell’individuo possa contribuire alla spiegazione di fenomeni sociali e politici.

Freud, estendendo l’investigazione psicoanalitica ad ogni settore delle scienze umane, si pose all’origine di queste riflessioni  avviando fin dall’inizio un intenso dibattito all’interno del mondo psicoanalitico, sui temi dell’aggressività, della distruttività, dell’istinto di morte e  dell’origine del trauma. Gli scritti in cui  Freud  affronta il tema della guerra  sono essenzialmente  tre. Considerazioni attuali sulla guerra e la morte  e Caducità del 1915 e Perché la guerra? del 1932.

E’ noto che alla notizia dello scoppio della prima guerra mondiale la reazione di Freud fu improntata all’entusiasmo patriottico. Scrive Jones  << si sarebbe supposto che un pacifico sapiente di 58 anni dovesse salutarla semplicemente con orrore, come fecero molti, mentre la sua prima reazione fu quasi di giovanile entusiasmo, qualcosa di simile ad un risveglio degli ardori militari della fanciullezza>>. [i] Ma fu un entusiasmo di breve durata.

Il 28 dicembre del 1915 scrive una lettera all’amico psichiatra olandese Frederik Van Eeden:

<<Egregio collega, sotto l’influsso di questa guerra, mi permetto di rammentarLe due asserzioni che la psicoanalisi ha avanzato e che certamente hanno contribuito a renderla impopolare preso il pubblico. Dallo studio dei sogni e delle azioni mancate delle persone sane, oltreché dei sintomi nevrotici, la psicoanalisi ha tratto la conclusione che gli impulsi primitivi, selvaggi e malvagi dell’umanità non sono affatto scomparsi, ma continuano a vivere, seppure rimossi, nell’inconscio d’ogni singolo individuo (così c’esprimiamo nel nostro gergo), aspettando l’occasione di potersi riattivare. La psicoanalisi ci ha inoltre insegnato che il nostro intelletto è qualchecosa di fragile e dipendente, gingillo e strumento delle nostre pulsioni e dei nostri affetti, e che siamo costretti ad agire ora con intelligenza ora con stoltezza a seconda del volere dei nostri intimi atteggiamenti e delle nostre intime resistenze. Ebbene, guardi  cosa sta accadendo in questa guerra, guardi la crudeltà e le ingiustizie di cui si rendono responsabili le nazioni più civili, la malafede con cui si atteggiano di fronte alle proprie menzogne e iniquità a petto di quella dei nemici; e guardi infine come tutti hanno perso la capacità di giudicare con rettitudine: dovrà ammettere che entrambe le asserzioni della psicoanalisi erano esatte. E’ probabile che esse non fossero del tutto originali: molti pensatori e conoscitori del genere umano hanno detto cose analoghe. Tuttavia la nostra scienza ha portato entrambe queste tesi fino alle loro estreme conseguenze e le ha utilizzate per chiarire numerosi enigmi di natura psicologica. >> [ii]

Le iniziali riflessioni di questa lettera trovano la loro prima sistematizzazione in Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, in cui  Freud affronta il problema della perdita dell’illusione che l’attitudine alla civiltà sia qualchecosa di connaturato alla natura umana.

<<Effettivamente questi nostri concittadini del mondo non sono per nulla caduti tanto in basso quanto supponevamo, e ciò per il semplice fatto che non si trovavano prima alle altezze che avevamo immaginato>>[iii]

Freud, che ha già affrontato dentro di sé il passaggio  dall’adesione entusiastica alla guerra all’orrore per le sue manifestazioni, si pone in questo saggio anche il problema di fornire minime indicazioni che aiutino l’essere umano ad orientarsi e a lottare contro la miseria spirituale in cui la guerra precipita tutti.

<< Il singolo, se non è egli stesso un combattente e non è quindi diventato un semplice ingranaggio della gigantesca macchina bellica, ha smarrito ogni orientamento e si sente inibito nelle sue potenzialità. Penso perciò che accoglierà con favore ogni minima indicazione che lo aiuti a sentirsi a proprio agio, almeno nel suo intimo.>>[iv]

Non è ancora compiuta però la sua  teoria che interpreta  il fenomeno guerra. Ciò sarà possibile solo con lo scritto Perché la guerra [v],  in risposta ad una lettera di  Albert Einstein, [vi] poiché nel frattempo egli  ha introdotto il concetto, complesso, d’istinto di morte, che costituisce l’estrema minaccia alla convivenza pacifica.

<<Tuttavia vorrei indugiare ancora un attimo sulla nostra pulsione distruttiva, meno nota, di quanto richiederebbe la sua importanza. Con un po’ di speculazione ci siamo in effetti persuasi che essa opera in ogni essere vivente e che la sua aspirazione è di portarlo alla rovina, di ricondurre la vita allo stato della materia inanimata. Con tutta serietà le si addice il nome di pulsione di morte, mentre le pulsioni erotiche stanno a rappresentare gli sforzi verso la vita>>. [vii]

Tale concetto è definito da tutta la letteratura psicoanalitica molto  complesso, perché la sua introduzione  nella metapsicologia  freudiana ha comportato il crearsi di diverse correnti   -non tutti gli autori postfreudiani condivisero tale teorizzazione- e l’avvio di un intenso dibattito, tuttora articolato e forte, attorno alla questione dell’esistenza nella psiche umana di una pulsione di morte.

Dagli anni trenta in poi  gli psicoanalisti che affrontano il tema della guerra possono essere suddivisi sostanzialmente tra coloro che  si soffermano sull’innatismo  della distruttività    e coloro che  invece, non soddisfatti di una teoria che considera le pulsioni distruttive innate, indagano nei conflitti, durante la prima infanzia, tra genitori e bambini, accentuando piuttosto le determinanti socioculturali dell’aggressività. [viii]

Il dibattito,  assai intenso durante la seconda guerra mondiale e successivamente ad essa, quando l’umanità inizia , sconvolta, a confrontarsi con l’Olocausto, trova  sempre meno momenti di silenzio. La guerra fredda , la corsa agli armamenti nucleari,  i colpi di stato e  le dittature militari in paesi dell’America meridionale quali il Cile e l’Argentina, -dove la comunità scientifica psicoanalitica era tradizionalmente molto viva e creativa nella ricerca e nella pratica psicoterapeutica-  stimolano il mondo psicoanalitico  a   confrontarsi  sia al suo interno sia con altri saperi e dottrine, così come fecero  Freud e Einstein , alla ricerca di possibili spiegazioni della distruttività umana, con lo scopo ideale di poterla prevenire ed evitare. Franco Fornari nel suo libro “Psicoanalisi della guerra” segnala già nel 1966 l’esistenza di  alcune centinaia di lavori di psicoanalisti attinenti alla guerra. Abbiamo ritenuto opportuno perciò in questo scritto limitarci a segnalare come ad essa si avvicinò Freud.

Sommariamente così descritto il dibattito psicoanalitico più legato all’area filosofica e antropologica, vediamo ora come parallelamente si svolse quello più legato alla psichiatria, alle questioni più direttamente connesse all’individuazione delle sofferenze individuali, collegate alla guerra e alla cura delle stesse.

Il concetto di disturbi mentali causati dall’esposizione a gravi eventi traumatici[ix] fu introdotto in psichiatria alla fine del 1800.  Fu con la prima guerra mondiale che le migliaia di soldati sotto shock divennero un problema medico importante che contribuì agli studi e alle ricerche sulla comprensione degli effetti degli stress traumatici a rischio di vita e  sull’adattamento psicologico. Molti studiosi evidenziano come la grande guerra fu soprattutto una guerra di trincea che esponeva  ufficiali e soldati a gravi pericoli ed incidenti, bloccati nelle trincee sotto il fuoco nemico. E’ introdotto il termine “shock da granata”,  che è concepito all’inizio in termini puramente fisici, come un danno organico al sistema nervoso, poi identificato anche come una reazione puramente psicologica, anche se spesso questi soldati in stato di stress erano accusati di vigliaccheria o insubordinazione, se si rifiutavano di combattere. Contemporaneamente è interessante notare che nel  1918 il libro di Simmel[x] sulle nevrosi di guerra e l’attività di psicoanalisti quali Ferenczi e Abraham, in questo campo, suscitano un notevole interesse nei paesi dell’Europa centrale, tanto che durante il quinto congresso internazionale  di psicoanalisi a Budapest, nel settembre 1918, si tiene un simposio sul tema. Nota Freud come

<<il promettente risultato di questo primo incontro fu l’impegno ad istituire dei centri psicoanalitici dove medici opportunamente addestrati avrebbero avuto i mezzi e l’opportunità di studiare la natura di questi enigmatici disturbi e la possibilità di influenzarli terapeuticamente mediante la psicoanalisi. Ancor prima che questi propositi potessero essere messi in atto la guerra finì e le organizzazioni statali crollarono e l’interesse per le nevrosi di guerra lasciò il posto ad altre preoccupazioni>>. [xi]

Negli stessi anni in Inghilterra è fondata da  Crichton Miller e da suoi colleghi la Tavistock Clinic proprio attorno alla cura dei traumi di guerra, sia dei soldati sia dei civili. [xii]

Con la seconda guerra mondiale  i propositi di Freud  ritrovano voci  e interessi. Riprende l’attenzione ai traumi di guerra e alla loro cura, sia in ambito psichiatrico che in ambito psicoanalitico.  In particolare in Inghilterra[xiii] ci sono molteplici esperienze e riflessioni : le competenze acquisite dalla Tavistock Clinic in questo tipo di lavoro fin dagli anni 20, che trovarono un ulteriore approfondimento ed interesse nel momento in cui il personale si occupava principalmente di psichiatria militare; le osservazioni di Anna Freud e Dorothy Burlingham[xiv] sul trauma dei bambini istituzionalizzati, sottratti alle famiglie, in un programma di protezione dai  rischi di bombardamento nella città di Londra; le osservazioni di Winnicott sulla funzione della protezione genitoriale nelle situazioni traumatiche [xv]; gli studi sulle nevrosi di guerra di Fairbairn [xvi], psicoanalista,  che nel 1939 è consulente psichiatra presso un ospedale militare nel servizio medico di emergenza per il dipartimento di igiene; le esperienze sui gruppi, sempre durante la seconda guerra mondiale, negli ospedali militari, di Bion, anche lui psicoanalista e  medico nell’esercito inglese. Solo per citarne alcuni.

Nel corso degli anni si assiste allo svilupparsi sempre più vasto, rapido e articolato delle concettualizzazioni sui  traumi e sulla loro cura.  Così come abbiamo visto che la prima e la seconda guerra mondiale avevano dato impulso a studi e ricerche, anche in seguito sono molti  i fenomeni sia di catastrofi naturali,  sia di traumi collettivi per disastri civili sia  di traumi collettivi per  violenza sociale ,  che  trovano immediata attenzione nella comunità scientifica. In particolare negli Stati Uniti a partire dai  problemi psichici dei reduci dalla guerra del Vietnam, nei paesi del America meridionale per la devastante violenza sociale delle dittature e in alcuni stati dell’Europa per una profonda attenzione  ai profughi che chiedevano asilo politico e  che  provenivano da paesi dove erano stati torturati. In seguito alla guerra dei Balcani e all’attacco terrorista alle Twin Towers tutta l’Europa vede un crescendo di attività, ricerche, studi sui traumi. La guerra nella Ex Iugoslavia vede per la prima volta uno sforzo massiccio delle agenzie internazionale, (Unhcr, Who, Echo/ Ectf) a essere presenti con progetti psicosociali, volti quindi ad occuparsi dei traumi psichici che la guerra comporta.[xvii]

L’a p p a r a t o   p s i c h i c o   e   i l   s u o    f u n z i o n a m e n t o

Profondi coinvolgimenti emotivi attraversano  in ogni istante  ogni relazione umana.

Quanto più la relazione si situa nell’ambito di ciò che è definito relazione di aiuto, ovvero quando uno  ritiene di avere qualchecosa da pensare, da dire, da fare per un altro, tanto più sono complessi i coinvolgimenti emotivi da prendere in considerazione.

Quanto più questo avviene in contesti di emergenza, violenza, pericolo e miseria tanto più si è esposti a profonde tempeste emotive. Così come una tempesta in mare richiede al marinaio strumenti, conoscenze ed accortezze per poterla attraversare, analogamente l’operatore è più adeguatamente attrezzato, se tra i suoi strumenti e conoscenze, può ricorrere anche ad una formazione di base delle vicissitudini emotive:  un giubbotto protettivo della psiche.

Un giubbotto che, dal nostro vertice di osservazione, quello psicodinamico,  per essere tessuto richiede l’approfondimento di alcuni concetti.

Sono tre i punti di vista fondamentali della teoria psicoanalitica. Quello topico, e cioè il considerare la nostra mente suddivisa in tre aree: quella inconscia, quella preconscia e quella conscia. Quello strutturale che descrive gli oggetti interni. Quello economico che descrive gli impegni energetici – energia psichica- necessari a mantenere un’armonia tra tutti gli accadimenti psichici e affettivi che avvengono tra gli oggetti interni e tra essi e il mondo esterno. Lo specifico di questo vertice di osservazione è lo sguardo rivolto contemporaneamente sia alla realtà esterna che a quella interna.

La riflessione specifica della psicoanalisi riguarda   come  si  costituisce il  soggetto e come il soggetto entra in relazione con il mondo .

La complessità che Freud ha introdotto nel mondo della psicologia fu la consapevolezza che ciò che gli individui descrivono a proposito delle proprie esperienze,  potrebbe non essere  confermato da un osservatore esterno. La teoria del transfert che ne è derivata  rese possibile presupporre  che gli oggetti di cui gli individui parlano,  non  corrispondano necessariamente, in maniera univoca,  alle persone reali del mondo esterno. Ciò che si vuole dire è che le esperienze  di ogni momento della vita sono influenzate in modo decisivo da un modello relazionale che si forma fin dalla vita intrauterina .  La plasticità o la fissità, la forza o la debolezza di questo modello relazionale iniziale varia da individuo ad individuo,  ma la sua presenza e la sua attività  sono  universali.

Ai fini  di una corretta concettualizzazione ci sembra utile  dire che il tema della formazione di  rappresentazioni interne pone problemi critici per  qualsiasi teoria dinamica della mente, infatti  tali immagini sono descritte  nella letteratura  psicoanalitica con  vari nomi:  oggetti interni, altri illusori, introietti, personificazioni e i costituenti del mondo rappresentazionale. In genere si è d’accordo su un punto, che le immagini interne costituiscono un residuo all’interno della apparato psichico, di relazioni con persone importanti nella vita di ciascun individuo. Tali relazioni lasciano il loro segno, sono internalizzate,  si trasferiscono (transfert) nel presente e quindi modellano i successivi atteggiamenti, relazioni, percezioni e così via.

Ecco come Freud descrive l’Apparato Psichico secondo il punto di vista strutturale:

<<Chiamiamo Es la più antica di queste provincie o istanze della psiche: suo contenuto è tutto ciò che è ereditato, presente fin dalla nascita, stabilito per costituzione, innanzitutto dunque delle pulsioni, che traggono origine dall’organizzazione corporea, e che trovano qui, in forme che non conosciamo, una prima espressione psichica. Sotto l’influsso del mondo esterno reale che ci circonda, una parte dell’Es, ha subito un’evoluzione particolare. Da quello che era in origine lo strato corticale munito degli organi per la recezione degli stimoli, nonché dei dispositivi che fungono da scudo protettivo contro gli stimoli, si è sviluppata una particolare organizzazione che media da allora in poi fra Es e mondo esterno. Questa regione della nostra vita psichica l’abbiamo chiamata Io. … Suo compito è l’autoconservazione che è assolto per quel che riguarda l’esterno imparando a conoscere gli stimoli, accumulando (nella memoria) esperienze su di essi, evitando (con la fuga) gli stimoli di intensità eccessiva e andando incontro (con l’adattamento) a quelli di intensità moderata, apprendendo infine a modificare (con l’attività) in modo adeguato e in vista di un proprio vantaggio, il mondo esterno; per quel che riguarda l’interno nei confronti dell’Es, il compito è assolto  acquistando il controllo sulle richieste pulsionali. … L’Io  aspira al piacere e si sforza di eludere il dispiacere. A un incremento atteso e previsto di dispiacere risponde con un segnale di angoscia; ciò che può dar luogo a questo aumento di dispiacere è detto pericolo, e non importa se esso incombe dall’esterno o dall’interno. … Come sedimento del lungo protrarsi dell’età infantile , durante la quale l’essere umano in formazione vive in uno stato di dipendenza dai suoi genitori, si struttura nel suo Io una speciale istanza in cui tale influsso viene perpetuato. Ad essa è stato dato il nome di Super-io. Nella misura in cui questo Super-io si differenzia dall’Io e gli si contrappone, esso rappresenta un terzo potere di cui L’Io deve tenere conto>>.[xviii]

Una metafora utile per illustrare ulteriormente questi concetti è quella del teatro. Ci possiamo immaginare il nostro mondo interno come una scena teatrale sulla quale recitano vari personaggi. E sulla quale ogni personaggio può recitare diverse sceneggiature. I personaggi si formano durante tutta la vita e naturalmente i personaggi principali si formano nei primi anni di vita. Ci siamo noi da piccoli e noi nelle varie fasi della nostra crescita (Es e Io), ci sono i genitori, con  la loro storia,  e tutte le persone significative (Super-io), ci sono gli ideali ammirati dalla propria famiglia e dalla propria generazione (Ideale dell’Io e Io Ideale), ci sono gli eventi importanti , le emozioni e gli affetti, c’è la tradizione della famiglia, la cultura del paese, lo spirito dell’epoca…insomma questo teatro interno è come la vita esterna: popolata , disordinata , ora in conflitto, ora in armonia, si litiga e si fa pace. Ci sono benefici e costi. E come nel mondo esterno, anche nel mondo interno questa attività  richiede energia ed è regolata dall’economia. Ma come in un vero teatro non c’è il rigore temporale del mondo esterno, non c’è il limite della vita reale esterna, non c’è il problema della contraddizione, gli opposti possono convivere e la freccia del tempo non è unidirezionale. Io, Es, Super-io, Ideale dell’Io e Io Ideale, sono gli attori in questo teatro.

All’interno di questo teatro si hanno le risonanze di  ogni esperienza e pertanto ogni coinvolgimento emotivo è da prendere in considerazione a vari e diversi livelli.  A livello intrapsichico, nel senso delle relazioni oggettuali tra l’Io e gli  altri oggetti interni; intersoggettivo nel senso della relazione tra due soggetti presenti entrambi nella realtà esterna; transsoggettivo  nel senso  della relazione del soggetto con il suo ambito sociale, culturale. Senza mai dimenticare la suddivisone in conscio, preconscio e inconscio.

I l   t r a u m a   p s i c h i c o

Il termine trauma proviene dal  greco trauma, ferita , che deriva dal verbo titrosco: perforare, ferire. Designa quindi una specie di ferita.

Freud  in Introduzione alla Psicoanalisi così definisce l’esperienza traumatica

<< con essa noi designiamo una esperienza  che  nei limiti di un breve lasso di tempo apporta alla vita psichica un incremento di stimoli così forte che la sua liquidazione  o elaborazione nel modo usuale non riesce, donde è giocoforza che ne discendano disturbi permanenti  nella economia energetica della psiche>>.[xix]

Successivamente in Al di là del principio del piacere  ha utilizzato il termine in senso metaforico per esprimere come anche la mente, che può essere pensata come racchiusa da una sorte di pelle o scudo protettivo, può essere trafitta, ferita e lacerata dagli eventi .  La psicoanalisi ha quindi ripreso il termine medico trasponendo sul piano psichico i suoi tre significati fondamentali: quello di shock violento, quello di lacerazione e quello di conseguenze sull’insieme dell’organismo.[xx]

Quando irrompe il trauma  nella scena dell’individuo, succede che si fa esperienza di forti emozioni: paura, collera, odio, dolore. Ci riferiamo qui ad emozioni legate alla consapevolezza di un evento,  che viene percepito  come concretamente e oggettivamente traumatico. Queste emozioni pongono  in una condizione di allerta, attivano  il sistema sensoriale e percettivo, che si rivolge  esclusivamente al pericolo e dispone al  pensiero e quindi all’azione efficace. Nello stesso tempo si attivano mutamenti neurofisiologici, tramite la secrezione di ormoni surrenali e aumento del tasso di zucchero del sangue, delle pulsazioni, della respirazione e della pressione sanguigna utili sia all’attacco sia alla fuga.

Nell’investigazione clinica   il trauma generalmente viene descritto attraverso tre prospettive.

La distanza: ovvero quanto la persona sia distante dall’evento traumatico.

Si parla di traumatizzazione primaria, quando il soggetto è vittima esso stesso dell’aggressione; di traumatizzazione secondaria, quando gli eventi traumatici, le aggressioni in senso lato del termine, riguardano persone a lui molto vicine, per esempio familiari; di traumatizzazione terziaria, quando si è in relazione con persone che sono vittime di traumatizzazione primaria o secondaria, per esempio si è testimoni di atrocità, o si appartiene a gruppi perseguitati, o si è operatori e professionisti in relazione con le vittime.

La frequenza: ovvero quanti traumi si subiscono e quante volte si è coinvolti in situazioni  traumatiche. Si parla di traumi multipli, ripetitivi e cumulativi.

Il contesto: ovvero l’ambiente sociale, culturale, relazionale, fisico in cui la persona si trova. E’ in questa area che generalmente vengono anche sottolineate le risorse personali, come elementi facilitanti o aggravanti, per affrontare il trauma.

E’ alla fine degli  anni 70 che viene identificata la sindrome di disturbo post-traumatico da stress , DPTS ,  e si elaborano diverse tecniche di cura, oggi molto utilizzate nei contesti di emergenza sia per le vittime che per équipe di operatori (counselling, debriefing e defusing)

L’ o p e r a t o r e   u m a n i t a r i o,  l’ a n g o s c i a   e    i   m e c c a n i s m i   d i   d i f e s a

Tornando a un approccio psicodinamico diciamo che quando l’Io fallisce nella sua possibilità di

contenere  ed elaborare le emozioni  compare l’angoscia. L’economia psichica dell’individuo è al collasso.

Con l’angoscia ci riferiamo  ad uno stato affettivo che allaga l’Io , ponendolo in una condizione  di perdita di controllo, in balia di impulsi intollerabili. L’angoscia evoca meccanismi  di difesa.  Il termine si riferisce a diverse modalità psichiche che si attivano in modo automatico, involontario, inizialmente inconsapevole (inconscio), con le quali il soggetto  tenta di eludere, evitare, impulsi inaccettabili  stimolati da eventi esterni in cui ci si trova coinvolti.

Le emozioni e l’angoscia  partecipano della medesima origine biologica. All’origine per un neonato tutto è angoscia. Sarà il lavoro paziente, amoroso, soccorrevole della ambiente genitoriale e parentale a  permettere la modulazione degli stati affettivi ed emozionali, nella molteplice interazione tra il corredo genetico e  quello ambientale. La presenza dei genitori protegge il bambino dalle forme estreme di inquietudine e  di paura dei pericoli esterni, anche nel caso in cui i genitori non possano offrire alcuna concreta protezione dal pericolo.

A questo proposito citiamo due esempi. Uno tratto dal lavoro clinico di Anna Freud e Dorothy Burlingham, che notarono  il comportamento dei bambini londinesi durante i bombardamenti subiti dalla città nella seconda guerra mondiale : se si trovavano a fianco dei genitori, capaci di protezione, non mostravano segnali di angoscia durante i bombardamenti. Viceversa i bambini  allontanati dai genitori e portati in campagna perché fossero più al sicuro, mostravano grandi segnali di angoscia per la separazione dai genitori.

L’altro esempio lo traiamo  dal film, di Roberto Benigni, La vita è bella, la cui idea centrale è  che anche quando il genitore non sia in grado di sottrarre il bambino  ad una esperienza traumatica, può cercare di proteggerlo psicologicamente.

Quello che vediamo all’opera nel film è uno dei meccanismi di difesa più primitivi. Il bambino proietta sul padre un suo bisogno di onnipotenza. Lui è piccolo e spaventato, ma il padre, immaginato come onnipotente, no: il padre sa quello che succede e le  sue parole sono una verità assoluta. Ciò che dice il padre è vero, non ciò che il bambino vede. Le parole del padre prendono il posto della realtà concreta.

La proiezione,  indica l’attribuzione di propri atteggiamenti, desideri, bisogni, ideali,  impulsi  ad altri. Questo può avvenire sia lungo la traiettoria delle buone proiezioni, che lungo la traiettoria delle cattive proiezioni,  sul versante dell’amore e sul versante dell’odio. Spesso si tratta di un meccanismo sottile, ma dirompente in termini sociali, che si manifesta nella frequente attitudine ad attribuire proprie doti, competenze , illusorie qualità o viceversa  errori, mancanze, debolezze, impotenze e ambivalenze  agli altri. Molti limiti, errori e problemi attribuiti all’istituzione o all’organizzazione da parte degli operatori può essere un esempio frequente di ciò. O anche l’opposto: una fede cieca e assoluta nella istituzione, a cui sono state attribuite tutte le proprie pulsioni riparative.  Tanto più una situazione è violenta,  crudele e collettivo, tanto più è attivo il meccanismo della proiezione. Vediamo come può agire  in una relazione di aiuto: sono i genitori in carne ed ossa a proteggere un bambino in carne ed ossa. Quando si è divenuti adulti le vicende protettive che avvengono  esternamente a noi  sono profondamente influenzate da quelle del passato, che vivono ancora  al nostro interno.

Se il soggetto ha internalizzato delle buone, protettive, forti e sicure figure genitoriali (Superio e Ideale dell’Io),  nel momento del trauma, quando l’angoscia, proveniente dall’Es dilaga nell’Io, saranno le figure interiorizzate a proteggere e soccorrere. E’ l’individuo stesso a parlare a se stesso, a farsi coraggio, a consolarsi . Ancora: se nel momento del trauma, avendo internalizzato buone figure genitoriali, ci troviamo di fronte  un soccorritore fragile, insicuro, non particolarmente protettivo, saremo noi, nel momento del massimo bisogno, a trasferire inconsciamente sul nostro soccorritore, qualità possedute dai nostri genitori, internalizzate e dunque proiettate sul soccorritore nel presente. Talvolta queste qualità possono non essere state realmente presente nei genitori del passato. La fragilità e la debolezza dell’ambiente familiare possono  essere troppo spaventosi per un bambino, cosicché il bambino idealizzerà il suo ambiente. Nell’infanzia  prevale il pensiero magico che attribuisce poteri soprannaturali -onnipotenza- alle figure genitoriali. Quello che viene internalizzato sarà dunque l’ambiente trasformato dalla proiezione operata dal bambino stesso. Al momento del bisogno , in una analoga situazione, si ripeterà il meccanismo e si proietteranno doti speciali anche a chi non le ha. Un esempio  è quello delle giovani  portate via con la forza dal paese di origine e costrette alla prostituzione. Accade spesso che a dare loro un primo aiuto per uscire dalla situazione bestiale in cui si trovano sia un cliente. E altrettanto spesso accade che  si innamorino del salvatore.  Solo successivamente, finalmente tratte in salvo ed elaborato il trauma, si accorgeranno di non amarlo . In situazioni molto drammatiche gli operatori umanitari possono apparire come salvatori, dotati di poteri speciali, alle vittime e può facilmente innescarsi un circuito di sentimenti, che possono però in seguito dare vita a dolorose e penose delusioni e sofferenze.

Naturalmente al nostro interno  si attivano  molti   altri meccanismi di difesa. Come si è visto per la proiezione,  restano attivi fin quando alla salute psichica ciò sia necessario e fin quando non sia possibile attivare quel dialogo interiore, cosciente, tra Io, Es, Superio e Ideale dell’Io ,  quel che comunemente si descrive ed è noto come il parlare a se stessi,  tra sé e sé, che consente di fronteggiare, contenere  ed elaborare le emozioni connesse al trauma e affrontare la realtà esterna. Può ovviamente accadere l’opposto.  Che questo dialogo tra sé e sé , e tra sé e la realtà esterna non possa avviarsi. Accade allora che il meccanismo di difesa rimanga attivo, per proteggere l’equilibrio psichico, cronicizzandosi,  non consentendo l’evoluzione del processo e l’elaborazione del trauma. Diventa in un certo senso antieconomico: per mantenere l’equilibrio psichico si blocca l’elaborazione del trauma a spese dell’evoluzione e della crescita del soggetto. L’energia psichica si mette tutta al servizio del meccanismo di difesa. E’ in questi casi che si parla di una patologia dei meccanismi di difesa, delle quali  molto conosciuta è la sindrome da  burn-out (bruciato, esaurito, scoppiato).

Un altro fondamentale e primitivo meccanismo di difesa è la rimozione, che  esclude dalla coscienza un impulso interno insopportabile e il pensiero, la fantasia, l’emozione, il ricordo ad esso associato. Molte somatizzazioni che possono affliggere  operatori esposti a situazioni  stressanti, quali mal di testa, mal di schiena, contratture muscolari,  disturbi gastrici e cardiovascolari sono la conseguenza di rimozioni .  Il corpo esprime ciò che la  coscienza ha escluso, cioè l’angoscia non simbolizzata e quindi non elaborata derivante dal contatto con situazioni emotive troppo forti. Una bambina bosniaca , profuga in Germania durante la guerra all’età di sette anni, al rientro in Bosnia alla fine della guerra, non  sapeva più parlare il bosniaco.

Quando la rimozione comincia a cedere o non è sufficiente, vengono attivati altri meccanismi di difesa. Elenchiamo i più significativi per  le situazioni di trauma.

La conversione implica che l’impulso rimosso viene simultaneamente tenuto fuori dalla coscienza ed espresso in modo dissimulato con un disturbo del sistema sensoriale o volontario. Durante le ore successive al crollo delle Twin Towers  alcuni poliziotti furono ricoverati al pronto soccorso con sintomi di paralisi alla mano destra. Di fronte al pericolo il poliziotto automaticamente usa l’arma. In quel caso essendo essi del tutto impotenti di fronte a quanto stava accadendo, hanno convertito  l’inaccettabile ,  soprattutto per un poliziotto, stato di impotenza  in una  paralisi della mano. Al posto del riconoscimento di quanto fosse inutile sparare si ha il dato di fatto  che è la mano che non riesce a sparare. Un esempio più drammatico raccontato da uno psicoanalista[xxi]è il caso di una bambina che avendo assistito all’aggressione mortale dei propri genitori da parte della squadre di torturatori della dittatura argentina, aveva sviluppato una cecità totale, non organica: la mamma mentre veniva torturata, le urlava di non guardare.

L’inibizione descrive la perdita della motivazione necessaria per una certa attività,  che per altri versi potrebbe essere sia utile che piacevole. L’attività viene evitata in quanto troppo vicina a impulsi angoscianti. Rientrano in questa dinamica  le inibizioni all’apprendimento che spessissimo si trovano nei bambini che hanno subito traumi. Nel lungo lavoro di counselling che abbiamo fatto in Bosnia molti erano i casi di bambini che, all’indomani della pace e del ritorno ad una certa normalità, manifestavano problemi di apprendimento o di fobie scolari. Probabilmente collegati  ad angosce catastrofiche, << non posso tornare alla normalità perché non posso rendermi conto di quello che è successo>> o ad angosce persecutorie, <<  cosa succede se mi diverto e sto bene?>> o ancora ad angosce di separazione <<cosa succede mentre io sono a scuola e sto bene?>>. Queste angosce possono  spesso essere provate anche dagli operatori e l’inibizione può manifestarsi con  apparentemente inspiegabili  demotivazioni al lavoro. Il senso di colpa di essere vivi e di non essere direttamente coinvolti nel trauma può scatenare una forte angoscia persecutoria .

Lo spostamento  è quel processo attraverso cui l’angoscia suscitata da una specifica situazione viene spostata e  collegata ad un’altra situazione che non è più chiaramente connessa con la precedente. Un esempio lo traiamo ancora dalla nostra esperienza in Bosnia. Una bambina cui scappava la pipì aveva chiesto alla mamma di potersi fermare a farla. Stavano fuggendo con una colonna di profughi. La mamma si era allontanata dalla colonna per far fare la pipì alla bimba ed era stata colpita a morte da una granata. La bambina di cinque anni  si era sentita colpevole della morte della mamma,  e da allora non si poteva più allontanare in alcun modo dalla sorellina maggiore. E aveva sviluppato una forte fobia scolare.

La razionalizzazione, il più familiare tra i meccanismi di difesa. E’ il tentativo di dare spiegazioni razionali di situazioni irrazionali  e cariche di angoscia .In un campo profughi era d’uso che  gli operatori volontari appena arrivati  scambiassero i propri vestiti con quelli laceri e rovinati dei profughi, con la motivazione razionale che i profughi ne avevano bisogno  e che loro, al loro rientro, a casa avevano altri vestiti. Non coglievano con ciò né l’origine né le conseguenze di un tal gesto. L’origine sta nella non tolleranza dell’angoscia causata  dal senso di impotenza. Tale intolleranza da vita al  senso di colpa, (che è l’altra faccia della fantasia illusoria di onnipotenza) per fronteggiare il quale cedevano i propri vestiti e le conseguenze erano una dannosa confusione di ruoli e perdita di distanza nella relazione di aiuto. Possiamo pensare che anche la complessa rete di protocolli e burocrazia, che spesso affossa il lavoro nei progetti umanitari, sia effetto di spostamento e razionalizzazione.

L’isolamento affettivo è tra i più importanti meccanismi di difesa che possiamo vedere in atto nelle situazioni traumatiche di guerra o di grandi catastrofi. Si tratta di un meccanismo per cui un evento o un idea viene riconosciuta dalla coscienza, ma slegata dalle emozioni corrispondenti. Si  pensi, come esempio, a quelle persone gravemente traumatizzate, che  mentre parlano di ciò che è accaduto, non sono in contatto con le emozioni adeguate. Appaiono freddi, insensibili, razionali.

La regressione indica un ritorno a modelli di funzionamento psicologico che sono caratteristici degli anni infantili. Nei bambini è molto frequente che in seguito ad una situazione traumatica  si perda il controllo degli sfinteri. Negli adulti molti comportamenti legati al controllo dell’oralità: mangiare molto o al contrario sentirsi inappetenti, fumare molto o abusare di alcolici.

Il diniego si riferisce all’esclusione della consapevolezza di un certo aspetto disturbante della realtà oppure alla incapacità di riconoscerne il suo vero significato. Esemplare è  la drammatica impossibilità di riconoscere la morte di una persona scomparsa, il cui cadavere non è mai stato ritrovato. Spesso negli operatori umanitari in luoghi di guerra si  verifica un  diniego di grandi pericoli ,  gli eventi della guerra diventano un abitudine , si dismettono tutte le precauzioni necessarie e si compiono atti di grande incoscienza, magari mettendo a repentaglio la collettività di cui si fa parte.

Il rivolgimento contro il Sé  è il processo attraverso il quale si rivolgono verso se stessi  l’odio e la rabbia, che interiormente vengono vissuti come distruttivi,  non affrontabili, e pertanto non possono essere espressi né con pensieri né con parole. Tutti i comportamenti autolesivi, dai più semplici come mangiarsi le unghie, ai più pericolosi come la tendenza agli incidenti , più frequente di quello che non si creda tra operatori in missione, ai più estremi come il suicidio, appartengono a questa dimensione.

La dissociazione è un processo attraverso il quale la persona non sperimenta come proprie le esperienze affettive e cognitive di azioni  compiute o  subite. Come esempio estremo si può ricordare l’atroce esperienza della tortura, che può indurre la vittima in uno stato di  dissociazione permanente o temporanea, per cui la tortura subita non riguarda lei.

L a   p a u r a   d i    m o r i r e

Tutti i meccanismi di difesa sopra descritti tengono il soggetto sostanzialmente al riparo dal mettersi in contatto con la più drammatica delle esperienze emotive per un essere umano: la paura di morire.

E sul tema del dramma che sconvolge l’individuo a contatto con tale riconoscimento   il breve scritto Caducità  di Freud   è straordinariamente evocativo.

<<Non molto tempo fa , in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso nonostante la sua giovane età, feci una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile hanno creato o potranno creare. Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato. Da un simile precipitare nella transitorietà di tutto ciò, che è bello e perfetto sappiamo che possono derivare due diversi moti dell’animo. L’uno porta al doloroso tedio universale del giovane poeta, l’altro alla rivolta contro il presunto dato di fatto. …  non riuscivo a vedere come la bellezza e la perfezione dell’opera d’arte o della creazione intellettuale dovessero essere svilite dalla loro limitazione temporale. … Mi pareva che queste considerazioni fossero incontestabili, ma mi accorsi che non avevo fatto alcuna impressione né sul poeta né sull’amico. Questo insuccesso mi portò a ritenere che un forte fattore affettivo intervenisse a turbare il loro giudizio; e più tardi credetti di aver individuato questo fattore. Doveva essere stata la ribellione psichica contro il lutto a svilire ai loro occhi il godimento del bello. L’idea che tutta questa bellezza fosse effimera faceva presentire a queste due anime sensibili il lutto per la sua fine; e, poiché l’animo umano rifugge istintivamente da tutto ciò che è doloroso, essi avvertivano nel loro godimento del bello l’interferenza perturbatrice del pensiero della caducità>> [xxii]

Freud scrive questo breve testo nel 1915, dopo oltre un anno di guerra.  La guerra, più di qualunque altra catastrofe, mette a contatto con la precarietà del vivere, con la concretezza della morte, con la paura di morire.  Rifuggendo da questa dolorosissima emozione si può precipitare nella patologia , cioè nel cronicizzarsi dei meccanismi di difesa sopra descritti. I due diversi moti dell’animo che Freud descrive sono il rifugio della mente dell’individuo che non riesce a instaurare alcun dialogo consolatorio, né tra sé e sé, né tra sé e gli altri. Sono due facce della stessa medaglia.

Da una parte la depressione: la rinuncia, il tedio, l’inazione, la passività caratterizzano lo stato melanconico. Dall’altra  la maniacalità: il diniego, la rivolta, l’azione, il rifiuto, l’euforia e l’iperattività caratterizzano lo stato maniacale .

Ci sembra utile, a questo punto, richiamare un concetto sviluppato da Melanie Klein[xxiii], che sostituì alla scansione verticale dello sviluppo psichico in fasi, ( fase orale, fase anale, fase genitale)[xxiv], com’era quella teorizzata da Freud, una scansione orizzontale in posizioni. Teorizzò una prima posizione schizoparanoidea ed una successiva depressiva. Entrambe  descritte  come permanente modalità di funzionamento dell’apparato psichico nell’età adulta. Per trattare le questioni connesse alla violenza sociale e catastrofica il modello di funzionamento della mente della Klein ci appare più utile a descrivere la complessità del fenomeno. Pertanto i due stati d’animo descritti da Freud, secondo il punto di vista della Klein, possono essere descritti come  appartenenti  alla posizione schizoparanoidea, fondata sulla fantasia di onnipotenza. Questo concetto nasce per descrivere il funzionamento dell’apparato psichico nelle prime fasi della vita dell’essere umano. Per mettersi nelle condizioni di capire il mondo  ed affrontarne la complessità il bambino piccolo percepisce sé e le figure parentali come onnipotenti e divide il percepito dicotomicamente in buono e cattivo, bene e male, amico e nemico, attribuendo a sè e al suo ambiente le qualità positive e al resto del mondo quelle negative. La psicoanalisi dunque descrive la nascita del funzionamento mentale a partire dal diniego dell’impotenza  e da una scissione. Questa modalità, adattiva all’inizio della vita, rimane potenzialmente sempre attiva, pronta a manifestarsi come modalità di difesa funzionale, pur se arcaica, alla salute psichica.

La paura di morire è ciò che sta nascosto dietro molte angosce. Abbiamo già descritto che cosa succede quando un evento esterno, sufficientemente estremo va a urtare contro la mente : il suo effetto è di annientare tutte le difese dall’angoscia, l’angoscia dilaga e allaga l’Io del soggetto. A quel punto essa sembra provenire dall’interno, anche se l’evento è concretamente accaduto all’esterno.

Sono molti gli eventi  che si possono definire universali e potenzialmente traumatici per tutti:  la nascita; la angoscia di annichilimento, di schiacciamento, di negazione, di repressione della  autenticità e dell’unicità dell’individuo; la perdita dell’oggetto amato; la perdita dell’amore dell’oggetto e infine, in modo schiacciante, l’angoscia di morire. Questi eventi hanno una unica fondamentale caratteristica in comune: mettono in contatto  l’individuo con il  riconoscimento psichico della morte. Nelle situazioni di tragedia  e di violenza sociale la popolazione per sopravvivere regredisce alla posizione schizoparanoidea .

<< La guerra, uno dei cavalieri dell’Apocalisse, che ha sempre accompagnato l’umanità e che sembra destinata, almeno per un po’, ad accompagnarla ancora, suscita negli individui e nei gruppi intense paure reali per i loro beni, per la loro libertà e per la loro stessa sopravvivenza. Tali paure sollevano anche severe angosce catastrofiche e spingono gli individui e i gruppi alla ricerca di un assetto mentale che sia il più adatto a fronteggiare sia le paure e i pericoli esterni che le angosce interne. Sembrerebbe che l’evoluzione  abbia selezionato nell’uomo lo schema di un tale assetto, un assetto di guerra, costituito dalla posizione schizoparanoide.>>[xxv]

E’ usuale sentirsi chiedere, nel corso del trattamento clinico di persone drammaticamente traumatizzate, che senso abbia la vita, che senso abbia nascere, crescere , faticare.

Giacomo Leopardi, nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, descrive in pochi versi questa dolorosa consapevolezza dell’essere umano:

<< Nasce l’uomo a fatica,

Ed è rischio di morte il nascimento.

Prova pena e tormento

Per prima cosa; e in sul principio stesso

La madre e il genitore

Il prende a consolar dell’esser nato:>>[xxvi]

Nel corso dei primi anni di vita la funzione dell’ambiente , a partire dalle figure parentali è quella di accompagnare l’essere umano verso quella che la psicoanalisi definisce la posizione depressiva. Di consolarlo, letteralmente. Di dialogare con lui e accompagnarlo verso   la sopportazione della frustrazione, di trasmettere e condividere il contenimento del dolore e l’elaborazione del lutto. Solo così  l’essere umano può accogliere il pensiero del limite, della compresenza del bene e del male, della potenza e dell’impotenza, dell’amore e dell’odio, sia in lui stesso che nel suo ambiente. Può interiorizzare quell’attitudine di funzionamento psichico, che consente di comprendere la complessità dell’esperienza affettive modulate nelle varie tonalità emotive. Questo fanno le figure genitoriali con i bambini, questo fanno gli adulti in generale . Questo è anche un aspetto del lavoro degli operatori umanitari.

Lavorare in contesti traumatici ed entrare in contatto con persone che hanno subito gravi traumi,  vuol dire entrare in contatto con individui e gruppi  che funzionano prevalentemente con una modalità schizoparanoidea. In questi contesti e  da questa modalità  si può venire travolti a funzionare nello stesso modo, attraverso un meccanismo che la psicoanalisi ha definito identificazione proiettiva.  Tale concetto è stato introdotto, ancora da Melania Klein,  sia per descrivere un  funzionamento necessario allo sviluppo della mente  sia  per descrivere  un meccanismo di difesa . Il  lattante fa sentire alla mamma i propri stati d’animo angosciosi o eccitati, per lui intollerabili e che necessitano di essere pensati, elaborati dalla mente materna, che può così restituirli bonificati. Analogamente tanto più una situazione è concretamente drammatica, angosciosa, intollerabile tanto più la mente usa questo meccanismo di difesa. La metafora del teatro aiuta a comprendere il concetto. Dal teatro interno dell’individuo traumatizzato escono precipitosamente quei  personaggi  intollerabili dal soggetto, che senza chiedere permesso, entrano e alloggiano dentro il teatro interno dell’altro.

E’ per questo che frequentemente agli operatori accade di reagire, agire, sentirsi in un modo per loro perturbante. Sentirsi depressi senza sapere perché. O al contrario insolitamente eccitati ed euforici. Angosciati oltre misura. Intolleranti, senza possibilità di autocontrollo, a stare in situazioni di attesa  o di passività. In colpa di non fare mai abbastanza o di non riuscire a sopportare di potere solo ascoltare.

Osservare, ascoltare , rispettare,  a prescindere dal compito specifico dell’operatore e dell’azione all’interno della quale è coinvolto,  sono le modalità di  un azione pensata, indispensabile , tanto quanto difficile.

Ecco cosa ci disse una delle colleghe psicologhe bosniache appena la conoscemmo:<< Che mai si sarebbero aspettate di trovarsi in guerra. Non avevano nulla, neanche cibo ed elettricità: erano sotto assedio dei serbi. Non avevano una bibliografia a cui fare riferimento, non potevano credere d’avere qualchecosa da dare , non avendo nulla. Non potendo dare cose che non avevano, hanno dato ascolto e una parola calda.>>[xxvii]

Durante i sei anni di lavoro  con le colleghi e colleghe bosniache abbiamo  sperimentato quanto sia importante  avere  rispetto per i bisogni e le richieste provenienti dalle persone che vivono e lavorano nell’aree colpite ;  sapere  accogliere e valorizzare le risorse e le competenze delle professionalità locali; costruire   legami di fiducia; mantenere e approfondire un dialogo continuo sulle proprie  motivazioni all’aiuto umanitario in modo che esso possa trasformarsi in un incontro umanitario.

Non sempre infatti la percezione del bisogno da parte di operatori, stranieri al paese in cui si opera, corrisponde alle reali possibilità di accogliere la risposta pensata ed organizzata fuori dal contesto. Nella drammatica realtà dello stupro delle donne in Bosnia, stupro etnico usato come arma di guerra nel conflitto balcanico, ogni progetto psico-sociale, pensato nella direzione di centri di accoglienza per le donne stuprate, è fallito  quando  era costruito  senza  confrontarsi all’interno di reti relazionali e istituzionali, con i professionisti del luogo. E’ solo da questo confronto che possono emergere gli elementi utili alle necessarie modifiche.   Purtroppo però l’esperienza della storia di questi progetti in Bosnia si riproponeva con gli stessi errori, anni dopo, in Kossovo. << Nessuno ha pensato di chiederci quale fosse stata la nostra esperienza>>, commenta una psichiatra di Tuzla,<< Noi avremmo potuto aiutare ad evitare gli errori fatti in Bosnia>>

C o n c l u s i o n i

Torniamo alla immagine del giubbotto protettivo della psiche. Indossando  un giubbotto antiproiettile non si diventa magicamente esperti militari, né soldati, né si possono  affrontare con sicurezza bombardamenti o mine. In fondo il giubbotto serve soprattutto a rendere immediatamente consapevole chi lo indossa, che sta operando in una situazione molto pericolosa. Così l’immagine del giubbotto protettivo della psiche  vuole evocare analoga funzione. Con una formazione psicologica di base e di breve durata non si diventa psicologi né ci si mette al riparo dalle complesse conseguenze del contatto e del contagio con il perturbante. Non si elimina l’attivarsi inconsapevole dei complessi meccanismi di difesa che abbiamo sopra descritto. L’inconscio è inconscio per definizione. Solo il dialogo continuo, al proprio interno, con i colleghi, con i supervisori, può consentire di trasformare  i comportamenti conseguenti ai meccanismi di difesa in pensieri e rappresentazioni mentali  e in seguito in azioni pensate e sottratte al dominio incontrastato dell’inconscio.

Vogliamo contrastare con questa affermazione il rischio del diffondersi  di fantasie illusorie, che i  master di psicologia dell’emergenza, sempre più numerosi, possono, inconsapevolmente alimentare: che si possa, cioè, divenire << psicologicamente>> esperti dell’emergenza. Non vogliamo negare che fare numerose esperienze in  questo ambito  accresca molto la capacità emotiva del singolo individuo,  ma sottolineare che, per quanta esperienza sul campo si sia fatta, andare incontro alle conseguenze della violenza sociale e delle catastrofi , significa andare incontro ad un perturbante ignoto, ad un impensabile della mente. Ogni volta sarà comunque e sempre anche una prima volta.

Una formazione di base e di breve durata permette di diventare   un po’ più consapevoli della  complessità del lavoro umanitario. Tale consapevolezza serve ad attivare il senso dei propri limiti psichici e dunque a meglio conoscere e utilizzare le proprie risorse. E soprattutto a rendere manifesta la  necessità di lavorare in gruppo, di essere sostenuti da  formazioni e supervisioni permanenti. Infatti nelle realtà di violenza sociale e catastrofi ciò che più profondamente si frammenta ed è minacciato è il sentimento individuale e collettivo di coesione , di fiducia, di senso di continuità delle proprie relazioni interne e di quelle esterne gruppali. Questo specularmente contagia l’operatore, che come abbiamo visto, può sentirsi intensamente attivato  ad entrare in una dimensione illusoria di onnipotenza, per esempio con atteggiamenti di estremo coinvolgimento, dedizione e operatività, senza risparmio di energie fisiche e psichiche. Sappiamo come proprio questa esperienza possa però portare ad un esaurimento, con la conseguente impossibilità di lavorare creativamente. In questo senso è importante costruire il gruppo di lavoro[xxviii] , che ha  una funzione profondamente protettiva. Il gruppo di lavoro  infatti  attiva, indirettamente, anche fattori terapeutici, quali   sentimenti di appartenenza, di fiducia, di continuità, di vitalità, di speranza.

Supervisione e formazione in gruppo e di gruppo, sono assetti  che hanno la loro origine e la loro elaborazione, nel mondo psicologico e psicoanalitico,  fin dagli anni quaranta. Abbiamo già ricordato la Tavistock Clinic di Londra, in cui trovarono spazio le prime riflessioni  teoriche sulle  esperienze con i gruppi e in cui c’è sempre stata molta attenzione  << per quei gruppi che si confrontavano con rigore e con passione con il pensiero e la prassi psicoanalitica, cercando di farla fruttificare anche in situazioni limite, non protette dalle sicure transenne di setting acquisiti e di contesti consolidati>>[xxix] . Possiamo dire che l’obbiettivo di un lavoro di gruppo e  di una supervisione, in un ottica psicodinamica, in contesti di emergenza psichica e di emergenza sociale è quello di offrire uno spazio protetto che permetta l’esperienza della condivisione dei pensieri e delle emozioni , di rendere più sensibili ed acute le percezioni, di potenziare l’esercizio dell’immaginario, così che né possa scaturire una più ricca comprensione di sé, dell’altro e delle relazioni.

In questi ultimi anni sono proliferati gli interventi umanitari nelle zone colpite dalla violenza sociale e dalle calamità naturali, (peace bulding, peace keeping, progetti psicosociali) sono altrettanto proliferati i corsi di formazione, anche in sede universitarie, ma ancora troppo permane una immagine dell’operatore umanitario  eroica, onnipotente, che può usare indiscriminatamente le proprie risorse psichiche, senza danno.

Con questo lavoro abbiamo voluto sottolineare l’importanza di una formazione che avvii processi di consapevolezza che permettano di porre al centro della relazione umanitaria il rispetto della persona, sia di colui che porta aiuto, nelle più variegate forme, sia di coloro che di questo aiuto possono partecipare.

È con questo rispetto che si può contenere e coniugare la dimensione dell’aiuto umanitario con quella dell’incontro umanitario.

Tratto dal libro GOZZI G. E MARTELLI  F.  (A CURA DI) , GUERRE E MINORANZE, IL MULINO, BOLOGNA, 2004

 

* Patrizia Brunori, psicologa, psicoterapeuta, membro didatta dell’Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo.

 

* Maria Chiara Risoldi, psicologa, psicoterapeuta, membro  della Società Psicoanalitica Italiana,  dell’Associazione Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica Infantile, dell’International Psychoanalitical Association.

 

[i]E. Jones , Vita e opere di Freud, 3, Milano,1962, 2, pp.217

[ii] S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte,1915, Freud Opere, 11, Torino, 1976, 8,p.122

[iii]  ibidem, p.132

[iv] ibidem pag.123

[v]  In questo testo Freud riprende problemi che aveva affrontato in Al di là del principio di piacere (1920), Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921) cit. 1977,9  e Il disagio della civiltà (1930),cit.1978,10

 

[vi]  Nel 1931 l’Isituto internazionale per la cooperazione intellettuale fu invitato dal Comitato permanente delle lettere e delle arti della Società delle Nazioni a promuovere e organizzare un dibattito epistolare su temi di universale interesse: la prima persona avvicinata fu Einstein, il quale fece il nome di Freud

 

[vii] S.Freud ,  Perché la guerra?, 1932, cit. 1979, 11, p. 299

[viii] Per un approfondimento di questi temi  si rimanda a F.Fornari, Psicoanalisi della guerra,  Milano,1966 e C.Battaglia, Psicologia e guerra nel Novecento,  Firenze,1994

[ix] Per un approfondimento si rimanda a W.Yule, Disturbo post-traumatico da stress,Milano,2000

[x]E. Simmel, Kriegsneurosen und psychisches Trauma, Monaco di Baviera,1918

[xi] S.Freud , Introduzione al libro” Psicoanalisi delle nevrosi di guerra”, Freud Opere, 11,Torino,1977,9,p.71

[xii] Per la storia della Tavistock Clinic vedi C.Garland (ed),Comprendere il trauma,Milano,2001

[xiii] E’ importante ricordare che con l’avvento del nazismo Freud e tutta la sua famiglia sono costretti a fuggire da Vienna e si rifugiano a Londra nel giugno del 1938

[xiv] A.Freud-D.Burlingham, Bambini senza famiglia. Tesi pro e contro gli asili residenziali, Anna Freud Opere,3, Torino, 1978,1

[xv] D.Winnicott, Il bambino deprivato,Milano,1986

[xvi] W.R.D. Fairbairn, Studi psicoanalitici sulla personalità, Torino, 1977

[xvii] Si stima che nel 1994 fossero presenti in Croazia ed in Bosnia-Herzegovina 185 progetti psicosociali gestiti da 117 organizzazioni non governative. Per una descrizione degli stessi confronta I. Agger, Psychosocial Projects under War condition , distribuited by ECTF, Zagreb, 1995.

[xviii] S.Freud, Compendio di Psicoanalisi,1938 , Freud  Opere, 11, Torino, 1979, 11,pp.573-574

[xix] S.Freud, Introduzione alla psicoanalisi,1915-1917 in Freud Opere,11, Torino, 1976,8, p.437

[xx] J. Laplanche- J.B. Pontalis, Enciclopedia della psicoanalisi, Bari,1981

[xxi] P.Gros, La paura nel trattamento psicoanalitico. Un caso di cecità infantile, in <<Psicoterapia e Scienze Umane>>,1991,3,pp.49-85

[xxii]S. Freud, Caducità, 1915, Freud Opere,11, Torino,1976,8, p. 173

[xxiii] M.Klein, Scritti 1921-1958, Torino, 1978

[xxiv] S.Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale,1905,Freud Opere,11,Torino, 1974,4

[xxv]P. Fonda,  La paura dell’immagine di sé dopo la guerra, in << Psiche>>, VIII, 2000, 1, p.129

[xxvi]G. Leopardi,   Poesie e prose, 2, Milano,1987,1, p.85

[xxvii]P. Brunori-G. Candolo-M. Donà dalle Rose-M.C. Risoldi, Traumi di guerra, un’esperienza psicoanalitica in Bosnia-Erzegovina,  Lecce,2003, pp. 51-52

 

[xxviii] Wilfred Bion usa questo termine per indicare un funzionamento del gruppo, che non è spontaneo, ma risultato di una costruzione, un gruppo  che tollera il dolore, la fatica emotiva, il senso del tempo, in grado di modulare emozioni per renderle pensabili e non è travolto da quelli che lui chiama assunti di base, cioè correnti emotive primitive ed inconsce  sempre presenti in un gruppo. Cfr. W.R. Bion, Esperienze nei gruppi ,Roma, 1972.

[xxix] R.Parlani, Un omaggio a Martha Harris, in <<Quaderni di psicoterapia infantile>>, 1989,18,p.8