Warum Krieg

(1990)

II carteggio Freud-Einstein nel contesto del pensiero sociale psicoanalitico

Parthenope Bion Talamo

(riproduciamo di seguito la parte finale del lavoro di P.Bion che viene riprodotto integralmente in Approfondimenti )

parthenope bion……Il problema diventa penosamente attuale per tutti coloro che desiderano occuparsi precisamente dello stesso campo di indagine che angustiava Freud nel 1915, e cioè, la guerra in genere, ma più specificamente, per noi la prevenzione della guerra nucleare. Il vantaggio (esclusivamente dal punto di vista scientifico, beninteso) che Freud aveva nel ’15 era quello di essere nel mezzo di una guerra e di poter interrogare la realtà circostante, usando anche la percezione delle proprie reazioni come dato, mentre non era affatto nella stessa situazione nel ’32. Anche noi, ora, per fortuna non ci troviamo nel bel mezzo di una guerra, ma desideriamo in qualche modo lavorare perchè una guerra non avvenga. Ci troviamo, cioè, in una situazione che è più simile a quella freudiana del ’32 che non a quella del ’15.

Mi sono chiesta se lo sviluppo della psicoanalisi dopo Freud ci abbia fornito di altri strumenti euristici che possano rendere più semplice il problema: credo che la risposta sia che gli strumenti ci sono, ma il problema della loro applicazione in un campo che non è la psicoanalisi clinica rimane intatto. Per esempio ciò che differenzia la teoria bioniana dei gruppi, a mio avviso, da teorie più descrittive, come lo è anche quella freudiana, non è solo il suo fondarsi sul concetto di identificazione proiettiva ma anche sul concetto di transfert, e sull’uso interattivo col gruppo del transfert, adoperando le proprie reazioni alle identificazioni del gruppo come strumento per comprendere questo anziché unicamente, come tutti facciamo quotidianamente, per leggere i segnali che ci indicano quali siano le aspettative del gruppo ed anche come adeguarcisi. Non molto diversamente da come accade in una psicoanalisi individuale, si potrebbe dire che per capire un gruppo si usano le nostre reazioni somatiche o emotive non per colludere col gruppo spontaneamente, o col paziente, ma per capire che cosa avviene.

Recentemente mi è capitato di fare l’esperienza di cercare di “applicare” le teorie bioniane sui gruppi, non più’ ad un gruppo di persone vive e presenti, ma al problema teorico del passaggio dallo stato d’animo bellicoso di un gruppo (l’equivalente del gruppo dell’aggressività all’azione belligerante. Nel corso di questo studio, mi sono trovata a fare una specie di excursus tra gli inni protestanti, a me ben noti dall’epoca scolastica, allo scopo di esemplificare un sistema di controllo spontaneo della bellicosità che la società cerca di mettere in atto, attraverso il sussumere di questa sotto l’egida e il controllo della chiesa. Direi che lo svolgimento di questa parte del lavoro mi ha permesso di capire che, perchè sia “viva” qualsiasi indagine “sociologica” che fa uso di teorie psicoanalitiche, una condizione minima ma necessaria deve essere che ci sia anche uno spazio della mente dell’analista nel quale egli è identificato col gruppo di cui parla, per cui può far uso delle proprie reazioni trasferenziali rispetto al gruppo. Forse la conclusione, lapalissiana quanto si voglia, è che in primo luogo, l’analista non può analizzare niente che non sia presente in qualche misura per lui, e che in secondo luogo, non può mai prescindere dalla contemporanea autoanalisi delle proprie reazioni.

Eppure, anche se questa sembra essere, ed è una conclusione evidente, che non si potrebbe non trarre, data la natura interrelazionale tra conoscitore e ignoto della psicoanalisi stessa, non sembra essere di per sé risolutiva delle difficoltà che tutti abbiamo quando si tratta di usare le nostre conoscenze teoriche e tecniche per capire la società. Non ritengo che sia fondamentalmente scorretto o metodologicamente inconsistente “applicare la psicoanalisi alla società ” nonostante la posizione metodologica di opposizione a questo uso della psicoanalisi che deriva dal fatto che il mondo non è (fortunatamente) una stanza di analisi, pur riconoscendo la serietà di questo atteggiamento.

Ritengo, semmai, che questi motivi di opposizione che derivano dalla pratica psicoanalitica possano trovare un superamento sia nel lavoro diretto con gruppi di persone interessate nel lavoro sulle dinamiche del gruppo, anziché sulle proprie difficoltà, sia nello studio delle reazioni trasferenziali proprie, ed anche quelle dei pazienti in analisi, rispetto alla società.

Mi pare che, visto che le difficoltà metodologiche sono superabili, la riluttanza che proviamo ad agire in quanto psicoanalisti, psicoterapeuti, psicologi, rispetto alle problematiche sociali, usando i nostri specifici strumenti tecnici, derivi piuttosto dal nostro mondo interno. In realtà penso che abbiamo tutti delle adesioni inconsce alla società in cui viviamo, come anche delle repulsioni nei suoi confronti, e la società è investita con una moltitudine di ruoli straordinariamente ricchi e vari.

Lo studio di queste adesioni può essere molto proficuo per la comprensione dei “moti dell’anima” della società presa come un insieme. Ma almeno una parte delle difficoltà che avvertiamo quando ci accingiamo a pensare psicoanaliticamente alla società che ci circonda, proviene dalle stesse nostre resistenze rispetto al recare disturbo al nostro universo. Emotivamente parlando, riusciamo a sopportare, più o meno bene, il disturbare noi stessi ed i nostri pazienti mentre lavoriamo, ma questo avviene in un ambito veramente ristretto, e pensiamo di poter contenere le ondate di disturbo entro le mura della nostra stanza di analisi. Ma forse non riusciamo a sopportare l’idea di disturbare un’entità più grande alla cui continuata esistenza, al cui “status quo”, riteniamo giusta o sbagliata che sia questa idea, di dover la nostra continuata esistenza. Per poter lavorare come psicoanalisti all’interno della società e per la società, dobbiamo cominciare a fare i conti anche con le nostre proiezioni inconsce sulla società. Bion afferma che il gruppo odia il venir sottoposto a scrutinio e studio, e forse tutti quanti avvertiamo proprio questo “odio”, anche dentro di noi, in quanto membri del gruppo, e cerchiamo di evitare di farne le spese.

Il Warum Krieg? di Einstein e di Freud pone una domanda alla quale non sappiamo dare risposta, ne sappiamo se sarà mai possibile darle una risposta esauriente, tanti sono i fattori in gioco. Penso però che lo studio degli aspetti inconsci dell’aggressività del singolo e della bellicosità dei gruppi sociali, partendo dalle molteplici manifestazioni visibili di questi sentimenti (il razzismo, il tifo sportivo, il ruolo dell’esercito in tempo di pace sono solo alcune di queste) possono essere delle aree di studio legittime ed appropriate per i professionisti nel campo della psicologia. Le applicazioni sociali della psicoanalisi costituiscono un campo ancora poco esplorato, e ritengo che sia possibile la sua esplorazione senza con ciò venire meno all’assetto mentale specifico dello psicoterapeuta e alla tradizione psicoanalitica che contiene da sempre, come caratteristica implicita una sorta di sfida allo status quo.