La guerra e la sua evoluzione psico-tecnologica

Alessandro Politi

politiAlmeno tre millenni di storia documentabile in vario modo permettono di tracciare in grande sintesi una sinossi della guerra e dei suoi cambiamenti nel duplice livello psicologico-culturale e tecnologico. Livelli che sono distinti, ma non separati perché la techne ha un logos che è chiaramente frutto di una sedimentazione culturale. Si fa la guerra come si crea la ricchezza, strutturando quindi la società, e si fa la guerra secondo la cultura estetica e materiale di un particolare popolo.

La guerra è un’attività che si può definire come lotta armata su vasta scala, guidata da un fine politico e geopolitico e che quindi va oltre l’attività di bande slegate, dedite al brigantaggio, alla rapina o al taglieggiamento. Un’attività al alto contenuto di stress psicologico, con una forte risonanza culturale e con un investimento tecnico elevato, trattandosi di un’attività di vita e di morte e dunque suprema nella definizione degl’interessi collettivi.

Se volessimo suddividere in grandi periodi la guerra dovremmo pensare almeno a tre grandi ere: l’era agricola, quella industriale e quella finanziaria.

Nell’era agricola che dura sino agli inizi del secolo XIX, il legame che unisce la mietitura del grano o lo scannamento delle bestie con il falciamento delle schiere avversarie è molto forte nel combattimento. È un’attività ad alta intensità di manodopera, che necessariamente privilegia il corpo a corpo come momento risolutivo dello scontro tattico con rarissime eccezioni dove l’arco (sia mongolo che lungo all’inglese) riesce a dominare il campo di battaglia.

La questione essenziale per il comandante ed i suoi uomini è di disperdere le schiere avversarie o di prendere d’assalto la piazzaforte, dopo varie operazioni che indeboliscono la compattezza delle formazioni o delle mura nemiche. Lo stesso vale in mare, dove l’abbordaggio è l’azione culminante della presa di una nave, vista come una fortezza galleggiante, salvo in caso d’incendio o disalberamento.

A questo ambiente corrispondeva un’etica ed una psicologia che possiamo dire eroica: la guerra è onorevole, spesso desiderabile, attività eminentemente virile, da raccontare e tramandare una volta tornati a casa, che gode del sostegno di tutta la popolazione. Il che non esclude affatto né la diserzione, la vigliaccheria, la ribellione o la normale paura, ma in un contesto complessivo dove c’era un bene (vincere) ed un male (perdere o perdere con disonore). Punto focale è da un lato il comandante e dall’altro il totem divino o investito di virtù sovrannaturali: arca dell’alleanza, labaro, totem, bandiera. L’uno e l’altro a non perdere assolutamente. Il pensiero militare pensa in modo diretto, salvo rare e feconde eccezioni in Cina ed a Bisanzio.

La tecnologia, per quanto prevedesse produzioni in serie, è fondamentalmente artigiana ed i materiali di guerra sono largamente riciclabili: metallo, cuoio, legno, tessuto. La famosa contrapposizione tra spada e scudo/corazza è il perno intorno al quale ruota l’innovazione, con qualche sofisticazione maggiore per le macchine d’assedio, le fortezze, la marineria.

L’era industriale che va essenzialmente dal 1848 sino al 1945 vede con gradualità sino al 1914 dei mutamenti contraddittori e difficili da gestire. L’efficacia del fuoco, e quindi dell’elemento che distanzia i combattenti cresce di ventennio in ventennio, senza però soppiantare definitivamente l’azione risolutiva del corpo a corpo, ma rendendolo poco a poco sempre meno sostenibile. L’epica napoleonica, su cui s’incentra il pensiero di Jomini e von Clausewitz costituisce spesso per l’Occidente trionfante d’allora un abbaglio gigantesco che rende impreparati uomini e generali alle grandi rivoluzioni d’oltreatlantico ed oltrepacifico per terra e per mare. Durante la guerra di Secessione i tratti della guerra di trincea cominciarono ad emergere (1861-1865), mentre a Tsushima (1905) la flotta giapponese cancellò definitivamente l’abbordaggio dall’orizzonte della guerra navale.

Eppure, molte delle caratteristiche tecniche, tecnologiche e psicologiche mantennero il loro persistente influsso fino al 1914 quando sul fronte occidentale si verificò una frattura epocale: il mietitore di teste diventa un anonimo materiale umano in una gigantesca catena di smontaggio e logoramento. La fabbrica con la sua totale alienazione guadagna il campo di battaglia trasformando “il lampo dei manipoli e l’onda dei cavalli” in un abbrutente assedio permanente, totalmente meccanizzato. La cavalleria deve letteralmente rifugiarsi nell’aria per sopravvivere e con lei usi e cortesie secolari, mantenuti in parte nello stile dei comandanti di marina (ma non nei marinai, anch’essi operatori di macchine complesse sul mare e sotto il mare).

Arrivano i primi materiali meno riciclabili come il calcestruzzo, ma sono l’acciaio e l’esplosivo ad alto potenziale che dominano la scena. Tutto questo produce un crollo verticale dei vecchi valori. La guerra, prima festa crudele anche se dolorosa (specie per chi non la combatteva) diventa un male assoluto ed indicibile. Per la prima volta il reduce sente un distacco infinito dalla comunità da cui era partito gioiosamente alla guerra, non sa cosa e non vuole raccontare. Il pacifismo di massa nasce qui, insieme alla nuova esaltazione per la guerra rivoluzionaria (1917-1922), dunque la figura del partigiano.

La seconda guerra mondiale libera il combattente dall’incubo della trincea, ma lo fa piombare nell’angoscia dei grandi assedi urbani e preme potentemente l’acceleratore sull’industrializzazione spinta. Questa volta il logoramento è riassunto nella battaglia sottomarina dei convogli dell’Atlantico e nei bombardamenti a tappeto sulle città dell’Asse: sono le quote di distruzione che operai altamente specializzati devono stakanovisticamente raggiungere. Per terra il combattimento diventa sempre più a distanza e sempre più rarefatto (battaglia di Kursk, 1943). In mare le distanze diventano ancora più elevate perché ormai è rarissimo arrivare a portata di cannone, mentre gli aerei sono i veri dominatori degli spazi marini. Silenziosamente l’elettronica muove i suoi primi passi senza i transistor, ma attraverso valvole ed onde radio: nascono la decifrazione computerizzata, la radioguida di nuove armi teleguidate, i missili balistici e da crociera, i radar e la guerra elettronica, l’elicottero. Tutti fioriranno 30 anni dopo nella guerra del Vietnam.

La cinematografia, specie quella postbellica dei vincitori, si fa carico di reintrodurre i valori militari brutalmente smussati dalla Grande Guerra, ma è un fascino che attacca relativamente sui reduci, che sanno benissimo distinguere tra cruda realtà e finzione cinematografica, sulle popolazioni civili, che ricordano lo strazio delle sirene e delle bombe, e dei partigiani, i quali, pur elevati di rango persino sopra ai soldati nel pantheon eroico, hanno sperimentato tutte le insidie della guerra politica, del tradimento e della tortura.

La bomba atomica è la seconda cesura epocale. Benché il male assoluto della distruzione industriale dei lager venga ossessivamente rievocato, tutti sanno che al prossimo scambio nucleare non si può nemmeno sopravvivere come larve. Ciò delocalizza la guerra dall’emisfero nord alle frange del primo e del secondo mondo o addirittura nel terzo. Ci sono ancora guerre “vere” tra stati, ma la grande maggioranza sono guerre civili con partecipazioni esterne. La Guerra Fredda è una terza guerra mondiale che ha molti insegnamenti duraturi anche se classi dirigenti ed opinioni pubbliche li hanno velocemente dimenticati in nome di nuove mode bellico-politiche.

Per motivi di spazio dobbiamo però passare alla proiezione della guerra attuale e prossima futura. In primo luogo domina la simultaneità di spaziotempi contraddittori e differenti perché nello stesso giorno c’è una guerra civile in Afghanistan e Siria, una guerra di mafia mondiale in Messico, una battaglia finanziaria privata in Europa ed una serie di conflitti cosiddetti a bassa intensità in giro nel mondo, una serie di duelli elettronici e robotizzati sul filo del millesimo di secondo nella finanza ombra.

In secondo luogo c’è un’ulteriore rimozione della guerra tramite la sua robotizzazione e privatizzazione. Il mercenario/contractor non è un soldato, non impegna nessuno, nemmeno la sua ditta contraente, non ha responsabilità giuridiche, non è portatore d’onore (anche se nella squadra di combattimento quest’etica è irrinunciabile per la sopravvivenza collettiva). La diffusione dei velivoli senza piloti da combattimento (vulgariter droni) porta a nuovi livelli la spersonalizzazione della guerra. Prima il pilota da bombardamento della seconda guerra mondiale, l’artigliere pesante e l’operatore di missili godevano di questo privilegio, insieme agli alti comandi, non più in prima linea a guidare ed incoraggiare i soldati. Oggi con l’UCAV (Unmanned Combat Aerial Vehicle) si stanno formando generazioni di operatori che combinano la precisione micidiale del cecchino con la dislocazione intermediante di uno schermo. É come fare telemedicina all’inverso in un ambiente ancor più asettico di una sala operatoria: il prossimo passo saranno i robot da tortura, il cui avvento è preparato dalle tecniche impersonali della deprivazione sensoriale o del sonno e della manipolazione dei rumori.

In terzo luogo, la guerra si sposta nella sua dimensione di guerriglia persistente dalle jungle e dalle montagne verso le dimensioni caotiche urbane e di baraccopoli. Le avanguardie sono più le mafie dei terroristi anche perché le prime hanno forti tendenze al radicamento ed alla creazione di contropoteri, anche economici, nella zone controllate. La città non è più assediata o bombardata, ma incancrenita dall’interno.

Infine c’è la tendenza alla rimozione del controllo umano dal ciclo decisionale. Quando le prestazioni richieste sono 24/7 e con tempi d’azione e reazione superiori alla normale fisiologia, non c’è spazio per una presenza umana e le sue sbavature. La guerra mondiale finanziaria in corso è già in mano ad algoritmi e supercalcolatori. L’illusione è che la figura umana superveda l’azione tattica, ma quando la concatenazione tattica corre sul millesimo di secondo, al comando umano resta la decisione operativa dell’abbandono dalla battaglia tattica o la pianificazione strategica di rimediare alle proprie falle informatiche e matematiche oppure di migliorare il vantaggio. Lo scenario del dottor Stranamore in cui c’è mezz’ora di tempo durante la quale scongiurare l’apocalisse nucleare appare decisamente consolante.

A proposito, nell’era postindustriale manufatti e scarti bellici sono sempre meno riciclabili e non solo creano una spazzatura di guerra (o di dismissione) difficile da smaltire, ma rappresentano un investimento irreversibile di conoscenza, materie prima ed energia, a danno della continuazione della specie homo sapiens sul pianeta.