Dossier

Approfondimento – La psicoanalisi delle nevrosi e delle psicosi

21/01/14

Il Congresso di Budapest

Rita CORSA, Giuseppe ZANDA

“Quando andrai in guerra contro i tuoi nemici e vedrai

cavalli e carri e forze superiori a te, non li temere, (…)

I capi aggiungeranno al popolo: C’è qualcuno che

abbia paura e cui venga meno il coraggio? Vada, torni a casa,

perché il coraggio dei suoi fratelli non venga a mancare

come il suo. (…)”( DEUTERONOMIO, 20, 1-9)

La Grande Guerra fu la prima guerra totale.

Un’«orribile devastazione che ha sommerso il mondo» (Tausk, 1916b, p. 113) e che ha spietatamente messo in contatto il singolo individuo e l’intero pianeta con una «guerra più sanguinosa e rovinosa [più] di ogni guerra del passato. Essa infrange tutte le barriere riconosciute in tempo di pace e costituenti quello che è stato chiamato il diritto delle genti (…). Abbatte quanto trova sulla sua strada con una rabbia cieca, come se dopo di essa non dovesse esservi avvenire e pace fra gli uomini. Spezza tutti i legami di solidarietà che possono ancora sussistere fra i popoli in lotta e minaccia di lasciar dietro di sé un rancore tale da rendere impossibile per molti anni una loro ricostituzione» (Freud, 1915, p. 126).

Per Zaretsky, ciò che sconvolse la mente collettiva non fu solo la scala senza precedenti della tragedia, ma, specialmente, «lo stallo difensivo che trovò il suo simbolo nella trincea. Ne risultò un nuovo paesaggio psichico oltre che geografico: cunicoli, esplosione di mine, paura di essere sepolti vivi, rumori e vibrazioni assordanti, l’insidia del gas, disorientamento, frammentazione, mancanza di riferimenti visivi, cancellazione della differenza tra notte e giorno, identificazione con il nemico, riduzione della coscienza» (2004, p. 137).

La psicopatologia bellica è stata, inevitabilmente, il capitolo clinico e teorico impostosi con prepotenza allo studio degli psichiatri e degli psicoanalisti del primo ventennio del secolo scorso.

Il termine shock da granata o da esplosione (shell shock) venne usato per la prima volta in un articolo sul Lancet nel 1915 dallo psicologo medico Charles S. Myers (1873-1946), che combatté nella British Expeditionary Force in Francia nella Prima Guerra Mondiale (1914-18), per indicare i disturbi psicologici, che causarono il rimpatrio di molti militari fin dal dicembre 1914. In precedenza, i disturbi psichici che si verificavano in battaglia erano stati chiamati in vari modi, tra cui “cuore del soldato” (o “Sindrome di Da Costa”, dal nome del medico che la descrisse nel corso della Guerra Civile Americana) e “shock nervoso generale” (Shorter, 2005).

Durante la Prima Guerra Mondiale i soldati si trovarono esposti a un’ampia gamma di danni da esplosione, specialmente prima dell’introduzione dell’elmetto di metallo all’inizio del 1916. I soldati al fronte, impegnati in una statica guerra di trincea, sperimentarono lo sbarramento dell’artiglieria, gli attacchi dei mortai e la minaccia delle mine devastanti. Il 60% delle morti nel corso della Prima Guerra Mondiale fu causato dalle granate shrapnel (Jones et al., 2007).

All’inizio la comunità scientifica considerò lo shock da granata dal punto di vista “organico”, cioè come espressione di una lesione neurologica, conseguente all’urto di potenti agenti esterni. Tali studi dettero l’opportunità di indagare su vasta scala la localizzazione delle funzioni psicomotorie nei casi di lesioni cerebrali causate dai frammenti metallici delle granate. Con il protrarsi del conflitto mondiale i quadri clinici riconducibili allo shock da granata si presentarono sempre più frequentemente tra i militari degli eserciti di tutte le nazioni, e, dopo le gravissime perdite di uomini nelle battaglie della Somme e di Verdun nell’autunno del 1916, le nazioni furono spinte a trovare interventi efficaci a far sì che il maggior numero di militari “traumatizzati”, non più considerati semplicemente codardi o deboli, tornassero a compiere il proprio dovere al fronte.

Ben presto, dunque, si dovette fare i conti con il numero crescente di soldati che, essendo stati vicini o avendo assistito a un’esplosione, senza aver subito alcuna ferita al capo, presentavano comunque una serie di sintomi di difficile interpretazione: amnesia, scarsa concentrazione, mal di testa, ronzio auricolare, vertigini e tremore, che non guarivano con le cure ospedaliere.  Fu evidente che non sempre poteva essere sostenuta sul piano eziopatogenetico la relazione tra lo shock da granata e il traumatismo cerebrale diretto e si cominciò ad avanzare l’ipotesi che i sintomi fossero di origine psicologica piuttosto che organica, fino a considerarli in definitiva una “nevrosi traumatica” (ibid.).

Il capitolo della psicopatologia bellica è diventato, allora, un’area d’intersezione tra la neurologia e la psicoanalisi così potente, da far dichiarare a Ferenczi  che «(…) le esperienze acquisite con i nevrotici di guerra (…) hanno condotto i neurologi oltre la scoperta della psiche, li hanno condotti quasi a scoprire la psicoanalisi » (Ferenczi, 1919, p. 18). Il medico inglese W.H.R. Rivers, da poco convertito alla psicoanalisi, commentava: «Si direbbe che il destino ci abbia offerto (…) una straordinaria occasione per mettere alla prova la verità della teoria freudiana dell’inconscio» (in Zaretsky, 2004, p. 142).

Il Congresso di Budapest

Il Congresso di Budapest, tenutosi poche settimane prima della fine delle ostilità, fu ampiamente consacrato ai traumi psichici dovuti alla guerra.

Nei giorni 28 e 29 settembre 1918, presso l’Aula dell’Accademia Ungherese, si svolse il V Congresso Internazionale di Psicoanalisi, organizzato grazie al finanziamento di Anton von Freund (1880-1920), facoltoso direttore del birrificio di famiglia a Budapest, amico di Ferenczi e di Freud, dal quale era stato da poco analizzato, e grazie alla volontà politica di Béla Kun, presidente della giovane repubblica sovietica di Ungheria. Al meeting, che ebbe tra gli organizzatori anche Abraham e Ferenczi, si contarono quarantadue partecipanti nonostante si fosse ancora in tempo di guerra (1).

Il sindaco e le autorità della capitale ungherese «superarono se stessi in dimostrazioni di ospitalità», riservando ai congressisti le sale del nuovo Hotel delle Terme, uno speciale battello destinato alle gite sul Danubio e offrendo loro ottimi pranzi e diversi ricevimenti (Jones, 1953, vol. 2, p. 245).  La città si accese di entusiasmo per la nuova disciplina, tanto che il mese successivo al Congresso, «180 [studenti] iscritti» vollero «chiedere al rettore dell’università» che Ferenczi (neoeletto presidente della Società Internazionale) fosse invitato a tenere delle lezioni sulla psicoanalisi (Ferenczi a Freud, 25 ottobre 1918; in Freud e Ferenczi, 1998, vol. 2, p. 328) (2).

Freud «non mancò di commuoversi» per l’accoglienza ricevuta dal suo movimento e per le prospettive che inaspettatamente si aprivano al suo lavoro (Jones, 1953, vol. 2, p. 245), grazie al decisivo apporto di Ferenczi, che ringraziò con questa lettera: «(…) non posso non (…) congratularmi con Lei per la bella riuscita del congresso al quale Lei ha dato un così grande contributo, oltre che per la Sua nuova carica» (Freud a Ferenczi, 30 settembre 1918; in Freud e Ferenczi, 1998, vol. 2, p. 320).

La relazione di Freud, Vie della terapia psicoanalitica (1918), risentiva dei problemi sollevati dall’ “analisi attiva”, proposta da Ferenczi, e dalla questione, molto avvertita nell’Ungheria di allora, dell’estensione della psicoanalisi a fasce sempre più ampie della popolazione. Freud auspicava che «(…)  un giorno o l’altro la coscienza della società si desti e rammenti agli uomini che il povero ha diritto all’assistenza psicologica né più e né meno come ha diritto già ora all’intervento chirurgico che gli salverà la vita; e che le nevrosi minacciano la salute pubblica non meno della tubercolosi (…) Saranno allora create delle case di cura o degli ambulatori dove lavoreranno un certo numero di medici con preparazione psicoanalitica (…) Questi trattamenti saranno gratuiti. (…)  è un traguardo a cui prima o dopo si dovrà arrivare» (1918, p. 27) (3).

Gli altri psicoanalisti polarizzarono i loro interventi sulla sentitissima materia inerente alla psicopatologia traumatica di guerra: fu un evento «caratterizzato da vari fatti» e, in particolare, «fu (…) il primo congresso al quale partecipassero rappresentanti ufficiali di tutti i governi, in questo caso dell’Austria, Germania e Ungheria. La ragione della loro presenza fu la crescente attenzione che si dava (…) al ruolo delle “nevrosi belliche”. Un libro di Simmel, uscito all’inizio dell’anno, insieme all’eccellente lavoro pratico svolto da Abraham, Eitingon e Ferenczi, avevano impressionato (…) gli ufficiali medici superiori dell’esercito, e si parlava di erigere in vari centri cliniche di psicoanalisi per il trattamento delle nevrosi di guerra»   (Jones, 1953, vol. 2, pp. 244-245) (4).

La prima clinica psicoanalitica doveva sorgere a Budapest, come Ferenczi riferiva in una lettera del 8 ottobre 1918, in cui il medico ungherese ragguagliava Freud sulle ricadute pratiche dei dibattiti svoltisi durante il congresso:

«Caro professore,

l’altro ieri ho ricevuto una chiamata telefonica dal capo del servizio sanitario del comando militare di Budapest, il medico dello stato maggiore che ha assistito al congresso (…). Mi ha comunicato di aver terminato la sua relazione per il ministero della guerra in cui si raccomanda di istituire un reparto ψα a Budapest, chiedendomi proposte per questo progetto. Io ho risposto: prima dobbiamo formare un reparto sperimentale per circa trenta malati. Dietro sua richiesta ho accettato in linea di massima di assumerne la direzione, ma ho subito puntualizzato che ho assolutamente bisogno di un assistente competente. Ho fatto i nomi di Eitingon  e di Hollòs. (…) A meno che non ci riesca di averli entrambi. Eitingon ha successi brillanti con l’ipnosi. Ora dovrebbe però aggiungervi la catarsi. – Per quanto mi riguarda, intendo dedicarmi all’analisi pura, non ipnotica. Sarebbe inoltre un interessante studio preliminare riguardo al progettato istituto ψα civile (…)» (in Freud e Ferenczi, 1998, vol. 2, p. 322) .

Jones avrebbe più tardi interpretato in tono amaro queste generose offerte ricevute dagli organismi sanitari militari ungheresi:  «Nessuno percepiva ancora l’imminente sconfitta, avvenimento che ovviamente  mutò completamente la situazione» (Jones, 1953, vol. 2, p. 245) (5).

E le sorti della psicoanalisi risentirono pesantemente degli esiti della conflagrazione mondiale.

In quei giorni cruciali per le sorti del mondo, Freud, con sguardo lungimirante, tentò di spegnere gli ardori patriottici che ardevano nel cuore di Ferenczi e di ricondurlo a investire tutte le sue energie nella comune causa psicoanalitica:

«Caro amico,

io so che Lei è un patriota ungherese e che si deve aspettare alcune dolorose esperienze in questo ambito. A quanto pare, gli ungheresi si cullano nell’illusione che soltanto loro potranno sfuggire all’umiliazione incombente, poiché nel resto del mondo godono di particolare simpatia e rispetto (…) Di qui la fretta alquanto indecorosa di sciogliere la comunanza con l’Austria, di revocare l’alleanza con la Germania, benché ben due volte le truppe tedesche abbiano salvato l’Ungheria durante questa guerra, e l’ansia di schierarsi con l’Intesa. La delusione verrà immancabilmente e porterà con sé tempi assai brutti. (…) Ritiri tempestivamente la Sua libido dalla patria e la riponga nella ΨΑ, altrimenti si sentirà molto a disagio» (Freud a Ferenczi, 27 ottobre 1918; in Freud e Ferenczi, 1998, vol. 2, p. 329).

E in un’altra missiva:

«Caro amico,

(…) Mi aspetto giorni spaventosi per la Germania. Ben peggiori di quelli che verranno qui [a Vienna] o da Lei. (…) non si lasci toccare troppo da vicino dal destino dell’Ungheria; forse porterà la guarigione a questa nazione ricca di forza e di talento. Per la rovina della vecchia Austria non posso che provare grande soddisfazione. Purtroppo non sono austro-tedesco o pangermanista» (Freud a Ferenczi, 9 novembre 1918; in ibid., p. 334).

E ancora:

«Caro amico,

(…) In verità anche la nostra analisi ha avuto sfortuna. Con le nevrosi di guerra aveva appena cominciato ad attirare l’interesse del mondo, che la guerra finisce (…). Ma la sfortuna è una delle costanti della vita. (…)» (Freud a Ferenczi, 17 novembre 1918; in ibid., pp. 335-336).

Ci troviamo in grande imbarazzo a cercar di commentare queste ultime asserzioni di Freud!

La psicoanalisi delle nevrosi e delle psicosi di guerra

Il tema dominante del Congresso di Budapest è quello delle patologie mentali da trauma bellico.

La prima relazione sull’argomento è proprio di Ferenczi, che introduce il suo pensiero affermando che:  «La guerra ha provocato malattie nervose in misura massiccia, malattie che dovevano essere comprese e curate, ma che il materialismo organicista si è rivelato assolutamente inadeguato a comprendere (…). La guerra, che in questo senso è stata un esperimento di massa, ci ha mostrato tutta una serie di gravi nevrosi in cui il fattore meccanicistico era fuori questione; e i neurologi» sono stati costretti a riconoscere che avevano tralasciato qualcosa. «Questo qualcosa era (…) la psiche» (Ferenczi, 1919, p. 12).

Lo psicoanalista ungherese presenta, poi, un’accurata bibliografia neurologica sulle nevrosi traumatiche belliche. Dalla disamina della letteratura emerge, allora come adesso, l’irrisolto conflitto tra la genesi organica e quella funzionale dei disturbi mentali. Il grande neuropsichiatra Oppenheim, «approfittando del fatto che la guerra provocava migliaia e migliaia di shock»,  ripropone la tesi che vuole le nevrosi traumatiche delle unità nosografiche separate: «una nevrosi traumatica presuppone sempre un’alterazione fisica dei centri nervosi» (ibid.). Insomma, lo shock produrrebbe dei difetti meccanici nell’innervazione periferica e di quella centrale. Diversi altri autori si trovano in accordo con le ipotesi organiche di Oppenheim, tra cui lo stesso Aschaffenburg, uno dei maggiori detrattori del pensiero freudiano e Sarbò, che ipotizza fantasiosamente delle demolizioni microstrutturali cerebrali dovute a delle minime emorragie da insulto emotivo!

Strümpell, uno psichiatra che ha svolto un’intensa attività peritale sui simulatori, sostiene, invece, che il fattore organico non è affatto implicato, bensì l’etiopatogenesi delle psicosi belliche sarebbe esclusivamente psicogena. Per lui le nevrosi traumatiche sono sempre su base psichica e rappresentano il desiderio del malato di farsi esonerare dal servizio militare con la più alta pensione possibile!

Terminata la carrellata bibliografica – che agli occhi del lettore moderno appare alquanto pittoresca – Ferenczi passa poi a difendere la natura psicogena delle patologie mentali belliche, mediando il pensiero di altri neuropsichiatri, quali Nonne, Gaupp, Vogt, Liepman e Bonhöffer, che parlano pure della predisposizione psichica alle nevrosi e alle psicosi di guerra.

Prima di «illustrare brevemente i fondamenti teorici della concezione psicoanalitica delle “nevrosi traumatiche” osservate durante la guerra» (ibid., p. 12), egli si sofferma a descrivere la sintomatologia più frequentemente osservata, precisando che la letteratura su questo argomento è sterminata. Si tratterebbe specialmente di «sintomi isterici (…) Attacchi che possono essere in forma leggera, ma anche violentissima, come il prolungarsi per ore della posizione ad arc de cercle, (…) tutta la gamma dei tic e del tremore a scosse, paralisi e contratture di forma monoplegia, emiplegica e paraplegica, sordità e sordomutismo, balbettio e balbuzie, afonia e tosse ritmica, cecità con e senza blefarospasmo, disturbi della sensibilità di tutti i generi, ma soprattutto stati crepuscolari (…)». Insomma, «un museo di sintomi isterici acuti (…) In questo caos di sintomatologie spicca per frequenza e vistosità il tremore (…) penose figure di uomini, malcerti sulle gambe tremanti, affetti da caratteristici disturbi dei movimenti: persone che danno l’impressione di invalidi  (…) E tuttavia l’esperienza ci insegna che anche quadri clinici traumatici come questi sono di natura puramente psicogena. Spesso basta una sola applicazione elettrica a scopo suggestivo o l’impiego di alcune misure ipnotiche per fare di costoro, sia pure in via provvisoria e a determinate condizioni, delle persone efficienti» (ibid., pp. 19-20).

A questa dettagliata descrizione clinica seguono le riflessioni più propriamente psicoanalitiche sul tema in esame. Ferenczi considera che solo una parte di tali peculiari nevrosi apparterrebbe al gruppo delle «isterie d’angoscia» o a quello delle «isterie da conversione» – cioè ad affezioni in cui sarebbe colpita la sessualità genitale, come nelle consuete isterie freudiane – ma il maggior numero di casi presenterebbe piuttosto una «ricaduta» alla fase precedente, quella narcisistica. Si dovrebbe dunque parlare di «nevrosi narcisistica», alla stessa stregua della demenza precoce e della paranoia (ibid., pp. 23-25). Secondo lo psicoanalista ungherese la maggior parte dei sintomi si possono ricondurre a «un’accresciuta sensibilità dell’Io (…). Questa ipersensibilità deriva dal fatto che, in seguito allo shock (…), l’interesse e la libido del paziente sono stati ritirati dagli oggetti e concentrati sull’Io» (ibid., p. 24). In tal modo si verificherebbe un ingorgo libidico nell’Io che può degenerare «in una specie di narcisismo infantile». Per Ferenczi nessuno è immune dalle conseguenze di un trauma così violento come quello bellico, ma sarà più predisposto ad ammalarsi il soggetto che già di per sé tende al narcisismo.

Il medico ungherese chiosa la sua ricca relazione tuonando: «Signore e signori, questi pochi accenni possono servire a dimostrarvi che la psicoanalisi apre delle prospettive anche là dove la neurologia ci pianta in asso. Non solo, ma dall’applicazione metodica del trattamento psicoanalitico a molti casi possiamo aspettarci la comprensione piena – e forse anche la guarigione completa – di questi stati morbosi» (ibid., p. 26).

Il successivo intervento di Abraham concorda pienamente con le linee tratteggiate da Ferenczi: «Il trauma agisce sulla sessualità di molte persone nel senso di dare l’avvìo a un cambiamento regressivo che tende verso il narcisismo» (Abraham, 1918, vol. 1, p. 97).  Tale genesi si riscontra sia nelle nevrosi conseguenti ai traumi violenti della battaglia, ma pure in tempo di pace, nelle comuni nevrosi traumatiche, accomunando così ambedue le entità nosografiche, che non avrebbero più motivo di essere distinte.

Abraham precisa, tuttavia, che non tutti i combattenti manifestano un quadro clinico post-traumatico: «Non possiamo perciò fare a meno di supporre che vi sia una disposizione individuale, ma siamo inoltre in grado di specificarla con molta più precisione della neurologia accademica dominante» (ibid.). E qui l’analista tedesco appare fedelmente freudiano nelle osservazioni sull’ingorgo di libido narcisistica secondario alla labile pulsionalità eterosessuale dei pazienti studiati al fronte, nei quali prevarrebbe un’intensa spinta omosessuale inconscia. Tenderebbero, quindi, ad ammalarsi «uomini con labili pulsioni eterosessuali», tendenti alla passività: «La passività si manifesta allora non semplicemente nella sfera delle pulsioni dell’Io, ma altrettanto in quella delle pulsioni sessuali. Irrompe il narcisismo. (…) E’ da considerare narcisistica anche l’insistenza dei sintomi (tremori e scosse, accessi ecc.)» (ibid., p. 99).

Abraham riporta, poi, alcune vignette cliniche, fortemente evocative: «Fino a che grado possa arrivare la regressione ci è dimostrato da quei casi (…), nei quali i malati esibiscono un comportamento di bambini piccolissimi. Un mio paziente, già nevrotico prima, fu messo in un tale stato dallo spavento provato per uno scoppio di mine. Per lungo tempo si comportò come un bambinetto impaurito. Per settimane non poté che articolare a tutte le domande sul suo male le due parole “mine, bum”. Era dunque regredito al mondo espressivo di un bimbo di due anni» (ibid., p. 100).

Per il medico tedesco, quando compaiono segni psichici di marca psicotica, quasi sempre sono dei deliri a contenuto sessuale manifesto. Nelle situazioni da lui osservate si trattava sempre o di un delirio di gelosia o di persecuzione omosessuale da parte dei commilitoni. Riferisce il caso di un giovane soldato che aveva subìto una lesione d’arma da fuoco al pene e che, nonostante fosse stato operato da un ottimo chirurgo, aveva perduto la sensibilità genitale: due anni dopo «l’uomo, in precedenza psichicamente normale, presentava un disturbo mentale paranoide. (…) Anche in questo caso la psicosi sembrava essere in stretto rapporto con la cessazione della virilità genitale», che avrebbe rapidamente fatto precipitare il soggetto in una condizione di regressione narcisistica (ibid., p. 102).

Nella sua esposizione, Abraham non manca di sottolineare ripetutamente la necessità di introdurre la psicoanalisi in ambito neuropsichiatrico, magari attuando dei trattamenti di «psicoanalisi semplificata». Nel 1916 egli stesso aveva fondato un reparto per nevrosi e malattie mentali, dove non applicava terapie coercitive e neppure l’ipnosi o altri mezzi suggestivi, lasciando invece «che i malati abreagissero in stato di veglia, e cercando di far loro   comprendere   con    una sorta  di psicoanalisi  semplificata l’origine e la natura del loro male. Ottenni nei pazienti un sentimento di essere capiti, un’ampia detensione e miglioramenti» (ibid., pp. 103-104) (6).

Abraham conclude il suo contributo con accento ottimistico: «Alla psicoanalisi, che ci permette di penetrare in profondità nella struttura delle nevrosi di guerra molto più di ogni altro metodo di osservazione toccherà probabilmente anche il primato terapeutico nell’ambito di tali nevrosi» (ibid.).

Abbiamo già visto come il programma di istituzione di settori ospedalieri per il trattamento psicoanalitico, tanto auspicato dai relatori e avvallato dal Ministero della Guerra, fallirà miseramente a causa della situazione politica venutasi a creare subito dopo il Congresso di Budapest.

Il giovane Ernst Simmel di Berlino parla, infine, delle possibili terapie ad orientamento psicoanalitico delle patologie psichiatriche belliche.

Ernst Simmel, psichiatra e psicoanalista fedelissimo al Maestro, nel 1918 pubblicò il famoso libro Le nevrosi di guerra e trauma psichico, citato da tutti i colleghi medici ed analisti che studiarono la materia: egli propone una nuova cura caratterizzata dalla combinazione del metodo «analitico-catartico-ipnotico con il colloquio analitico (…)», attraverso la quale si opererebbe «l’interpretazione del sogno eseguita durante lo stato di veglia e nello stato ipnotico  profondo» (Bryan, 1922, p. 76) (7). Scopo di tale tecnica sarebbe la risoluzione più rapida dei sintomi psichiatrici: due o tre sedute risulterebbero sufficienti ad ottenere dei notevoli benefici. Simmel, sin dall’inizio delle ostilità assegnato all’ospedale da campo di Posen, in qualità di  ufficiale medico, ha usato questa metodica per curare molti soldati, quasi sempre con ottimo esito (8). Ma già nel 1920 egli deve ricredersi riguardo all’efficacia a lungo termine della sua tecnica mista, in quanto inadeguata a mantenere nel  tempo un soddisfacente  equilibrio mentale e  ad  evitare le gravi ricadute  (ibid.) (9). Va sottolineato, tuttavia, che il metodo di Simmel ebbe un enorme successo, in quanto fu uno dei primi tentativi di affrontare concretamente la sofferenza psichica bellica con strumenti alternativi alla custodia, all’assistenza e alla somministrazione di terapie aggressive, quali la faradizzazione elettrica, l’isolamento, le diete forzate e l’inganno, a loro volta, fortemente traumatiche.

Non dimentichiamo, invero, che nei tragici anni della Grande Guerra si sono consumate tra le pagine più oscure della cronaca psichiatrica che, purtroppo, abbiamo visto ripetersi infinite volte nella storia di questa disciplina medica. Agli inizi del Novecento era pratica usuale sottoporre le isteriche “a test con aghi per la disestesia”. Gli aghi venivano introdotti superficialmente alle estremità degli arti inferiori e, dopo, veniva fatta  passare della corrente elettrica di bassa intensità.

In Francia, ad esempio, per i casi “intrattabili” il neurologo Clovis Vincent (1879-1947) ideò una forma “persuasiva” di psicoterapia, chiamata torpillage (affondamento, dal francese torpille = siluro), nella quale venivano utilizzate correnti elettriche faradiche e galvaniche.

Tale pratica fu ulteriormente perfezionata e, durante la guerra, divenne la famigerata “terapia elettrica”, un vero e proprio strumento di tortura applicato ai soldati, reduci dal fronte, accusati di “simulazione”.

L’esimio cattedratico Julius von Wagner-Jauregg  fu indagato, insieme ad un vasto gruppo di altri neuropsichiatri,  per  la ferocia dei trattamenti elettrici inflitti ai soldati,  reduci dal fronte, accusati di  simulazione. Nei primi mesi del 1920, la Commissione militare della Repubblica austriaca chiese un parere peritale a Freud (10). Lo psicoanalista austriaco, che era stato compagno d’università ed amico di Wagner-Jauregg, cercò di scagionare il collega, pur condannando la brutalità e l’inefficacia della pratica elettrica. Nell’atto peritale Sigmund Freud fu molto morbido nei confronti del professore viennese: «Se [la pratica elettrica] è stata usata negli ospedali di Vienna, sono personalmente convinto che, quanto al professor Wagner-Jauregg, i suoi interventi non giunsero mai alla crudeltà. Non sono in grado di garantire per altri medici che non conosco. (…) alcuni medici dell’esercito seguirono la tendenza, tipica dei tedeschi, di realizzare i loro propositi senza guardare in faccia nulla e nessuno (…) La potenza della corrente, come pure la brutalità del resto del trattamento, furono incrementati fino a un punto intollerabile. (…) Non è mai stato smentito il fatto che negli ospedali tedeschi vi furono a quell’epoca dei casi di morte durante il trattamento, e di suicidio in conseguenza di esso. Non sono assolutamente in grado di dire se anche le cliniche di Vienna abbiano attraversato questa fase terapeutica» (Freud, 1920, pp. 173-174). Questa è un’altra pagina della biografia del fondatore della psicoanalisi che si fatica a commentare.

A Budapest pure Viktor Tausk fa sentire la sua voce, occupandosi dell’originale questione della psicoanalisi delle funzioni di giudizio, dove attinge alla sua pratica di ufficiale medico e illustra diversi casi esaminati sul campo di battaglia (11). La sua esperienza è vastissima. Durante il servizio militare, lo psichiatra slavo, infatti, si è comportato da vero eroe, come riconosciuto dallo stesso Freud nel necrologio (1919b): si è prodigato come dottore e, in qualità di perito psichiatra, ha cercato di proteggere i disertori dell’Esercito Imperiale Austriaco, giovani contadini, inermi e disorientati, arruolati ciecamente  dalla macchina bellica  (Roazen, 1969, p. 74).

Nella relazione per Budapest Tausk, con ogni probabilità, approfondisce le idee già espresse nel geniale articolo del 1916, Per una psicologia del disertore.  Tale innovativo lavoro è la prima prova di applicazione della psicoanalisi alla giurisprudenza e nasce dall’esperienza bellica dell’autore che, per un anno e mezzo, ha prestato consulenza peritale psichiatrica nei processi celebrati dal tribunale militare nei confronti dei disertori, visitando più di mille malati. Dopo aver proposto una raffinata classificazione in chiave psicoanalitica delle diverse personalità e dei vari disturbi psichici propri dei soldati fuggiaschi, egli auspica con coraggio un progressivo influsso della «psicologia analitica sulla formazione di un nuovo codice penale [che] avrebbe conseguenze di grandissima portata» (1916b, p. 132).

Il prodigioso impulso alla diffusione della psicoanalisi offerto dallo studio delle patologie post-traumatiche belliche è doviziosamente testimoniato pure dal carteggio tra Freud e Jones. Jones informa con entusiasmo il Maestro: «La Aufschwung [fioritura]» della psicoanalisi «in Inghilterra è straordinaria; la ψα è in prima linea negli interessi medici (…). Gli ospedali specializzati in “Shellshock” (…) hanno società ψα, vengono tenute conferenze nelle facoltà di medicina» (Jones a Freud, 27 gennaio 1919; in Paskauskas, 1993, vol. 1, p. 230).

Il primo numero dell’Internationaler Psychoanalytischer Verlag viene completamente destinato alla psicoanalisi delle nevrosi di guerra (Zur Psychoanalyse der Kriegsneurosen, 1919), con un capitolo introduttivo di Freud. Nel 1921 uscirà  la traduzione inglese, curata da Jones  (Psycho-Analysis and the War Neuroses, 1921).

Il volume riunisce i contributi di Ferenczi, di Abraham e di Simmel, già presentati al Congresso di Budapest, arricchiti da una relazione dello stesso Jones, esposta l’anno precedente nell’opposto campo bellico (Royal Society of Medicine, 9 aprile 1918). Lo psicoanalista inglese si occupa dell’argomento da vari anni (1915a, 1915b/1923), ma in questo lavoro appare molto scolastico ed estremamente preoccupato di rispettare e propagandare gli assunti freudiani in tema di  psicopatogenesi traumatica dell’ansia e delle nevrosi. Nei suoi articoli sui disturbi post-traumatici da guerra, Jones riprende i concetti esposti dal Maestro nella Lezione 23 di Introduzione alla psicoanalisi (1915-17) – scritta in pieno periodo bellico – dove Freud riconosce l’importanza di «serie complementari» nella formazione dei sintomi nevrotici, rilevando il peso, accanto al trauma, di altri fattori, quali la costituzione sessuale ereditaria, la disposizione dovuta alla fissazione della libido, le fantasie primarie, l’esperienza conflittuale adulta (pp. 514-531).  Come gran parte degli specialisti dell’epoca (MacCurdy, 1917), anche Jones si chiede se i quadri clinici da war shock possiedano un’autonomia nosografica o se vadano omologati alle patologie post-traumatiche che si manifestano durante la pace. Con ammirevole vis divulgativa, costringe le forme di nevrosi e di psicosi da shell-shock nella classica cornice freudiana e termina dichiarando che, il trattamento psicoanalitico, pur essendo una metodica che richiede tempi lunghi, è specialmente indicato nella cura di quei quadri morbosi «cronici», esorditi in guerra, ma che proseguono oltre la fine delle ostilità (1919/1921, p. 56).

 

L’Introduzione di Freud a questo libro è, tutto sommato, di debole effetto: «non contiene la forza e la chiarezza che solitamente qualificano i suoi scritti» (Bryan, 1922, p. 73). Egli sembra teso a dimostrare l’applicabilità della teoria libidica alle “nevrosi di traslazione”, a scapito dell’approfondimento delle “nevrosi traumatiche”. In questo scritto Freud prende pure le distanze dall’approccio di quei suoi allievi, che tentano di affrontare la questione interpretando le nevrosi di guerra come fossero un tipo particolare, autonomo e specifico, di nevrosi di traslazione. Le nevrosi traumatiche dipenderebbero assai modestamente dal conflitto dell’Io e l’unica via d’accesso alla loro comprensione si aprirebbe attraverso l’esplorazione delle dinamiche narcisistiche. Freud ritorna, dunque, al concetto di libido narcisistica, estesamente svolto in Introduzione al narcisismo (1914), che renderebbe ragione della scadente analizzabilità delle nevrosi narcisistiche, quali la dementia praecox, la paranoia, la melanconia e le stesse nevrosi traumatiche e quelle di guerra, che «costituiscono in verità un materiale pochissimo idoneo a illustrare la validità della teoria libidica» (Freud, 1919a, p. 74). Ma nelle ultime righe di questo breve lavoro, egli abbozza un’ipotesi unificante delle nevrosi, che pare essere una temporanea e diplomatica soluzione del problema, allora teoreticamente irrisolvibile, della comprensione psicoanalitica dei disordini dell’Io. Nota il Maestro: «Nelle nevrosi traumatiche e di guerra l’Io dell’uomo si difende da un pericolo che lo minaccia dall’esterno (…); nelle nevrosi di traslazione del tempo di pace l’Io considera la propria libido come un nemico le cui pretese gli appaiono minacciose. (…) dopo tutto la rimozione che sta alla base di ogni nevrosi può a buon diritto essere definita come la reazione a un trauma, come una nevrosi traumatica elementare» (ibid., pp. 74-75).  Qui Freud sembra sviluppare delle idee già espresse in nuce in un’epistola a Ferenczi, a circa un mese dal termine del Congresso di Budapest. Freud si esprimeva riguardo alle «nevrosi di guerra traumatiche. (…) Si tratta di un conflitto fra due ideali dell’Io, quello abituale e quello imposto dalla guerra. Quest’ultimo riposa completamente su relazioni oggettuali recenti (superiori, compagni d’arme) ed è perciò da equiparare a un investimento oggettuale, una scelta oggettuale che, per così dire, non è conforme all’Io. Perciò il conflitto può svolgersi come in una psiconevrosi. Significativo sul piano teorico sarebbe proprio il fatto che, a causa di un investimento oggettuale libidico, si sviluppi un nuovo Io, che deve essere sconfitto dall’Io antecedente. Una lotta all’interno dell’Io, anziché fra Io e libido, che è, però, sostanzialmente la stessa cosa. Costituirebbe un parallelo alla melanconia, poiché anche qui viene costruito un nuovo Io, ma nessun ideale dell’Io a causa di un investimento oggettuale che viene abbandonato» (Freud a Ferenczi, 27 ottobre 1918; in Freud e Ferenczi, 1998, vol. 2, p. 329) (12).

Questi eccezionali scritti dei pionieri della psicoanalisi, che hanno perlustrato i territori psichici annientati dalla guerra, paradossalmente non si sono imbattuti nelle più profonde pulsioni di morte. Nessuno ne parla, anche se l’idea di istinto distruttivo circolava già da qualche anno nella comunità psicoanalitica (Corsa, 2010). La tremenda rovina che ha annientato il mondo e che ha spietatamente messo in contatto il singolo individuo e l’intero pianeta con l’irreparabilità della fine, ha evidenziato un fenomeno estremo, assolutamente inavvicinabile dal pensiero. La guerra, suprema autorità di morte, ha prodotto il collasso fatale della mente. Qui ci sovviene Bonasia, quando sostiene che, di fronte alla «gran perdita finale», il pensiero smarrisce la sua funzione protettiva nei confronti dell’angoscia di morte, che diventa un’«angoscia reale» (Bonasia, 2000, p. 117), che può essere arginata solo da raffinate operazioni difensive, tra cui le varie dottrine psicoanalitiche, che servono a denegare la morte (Bonasia, 2000 e 2001).

Dallo Shock da granata al Disturbo Post-traumatico da Stress

Alcuni anni dopo il Congresso di Budapest (nel periodo fine 1921 – inizio 1922) il giovane psichiatra americano Abram Kardiner (1891-1981) andò a Vienna per fare la propria analisi con Freud. Successivamente Kardiner divenne membro della Società Psicoanalitica di New York e nel 1930 fu tra i fondatori dell’Istituto Psicoanalitico di New York, il primo centro per la formazione psicoanalitica negli Stati Uniti.

Appena rientrato a New York, Kardiner aprì uno studio di psicoanalista e riprese a lavorare nella clinica psichiatrica, nella quale aveva lavorato prima di andare a Vienna. Dopo qualche mese lasciò la clinica per un altro posto: «Mi era stato offerto ed avevo accettato con gioia un lavoro presso il Veterans Bureau (Ente di assistenza agli ex combattenti), dove ebbi la possibilità di lavorare con ex soldati sofferenti a causa di “shock da granata” così come allora venivano chiamate le nevrosi traumatiche di guerra. In esse si osserva il blocco delle funzioni dell’Io quali la parola, l’udito e talvolta tutti gli organi di senso. Si possono riscontrare anche tutte le fasi della regressione, talvolta fino all’infanzia. Inoltre ci possono essere periodiche perdite di coscienza durante le quali vengono rivissute e spesso ripetute le scene traumatiche. Accadono anche fenomeni di paraplegia, di emiplegia e di disturbi al sistema endocrino ed al sistema nervoso simpatico» (Kardiner, 1977, p. 100).

Il brano precedente è tratto dal prezioso libriccino autobiografico, nel quale Kardiner ricorda i sei mesi di analisi con Freud (13). Più avanti leggiamo: «I miei tentativi di creare una teoria delle nevrosi di guerra si rivelarono impossibili. Operando con i concetti della teoria della libido, basati sulle forze istintuali, sugli stati di sviluppo filogeneticamente programmati e su un complesso di Edipo predeterminato, restava poco margine per spiegare la risposta ad una esperienza traumatica, sia in situazioni belliche, sia in qualsiasi altra circostanza che comporti un immediato pericolo di vita. Tuttavia tentai e realizzai perfino qualche osservazione. Suddivisi le cariche energetiche in fisse e mobili, scrissi un lungo saggio sull’argomento che fu pubblicato sulla Psychoanalytic Quarterly, e quindi abbandonai il progetto. (…) Le nevrosi di guerra dimostravano che le strategie difensive e quelle adattive erano di carattere profondamente diverso a partire dal fatto che talvolta una strategia difensiva può distruggere l’adattamento di tutto l’Io. La chiave interpretativa della sindrome era che nella risposta ad un rischio traumatico proveniente dall’ambiente, la contrazione difensiva dell’Io distrugge la capacità di adattamento di tutto l’organismo. In altre parole il trauma provoca la completa disintegrazione dell’Io il che, a sua volta, porta al collasso dei suoi meccanismi attivi. É qui che si può verificare il fallimento dei meccanismi difensivi di adattamento quali la negazione, lo spostamento e gli altri descritti da Freud nella sua Interpretazione dei sogni. Il bisogno di negare, di dimenticare, di non vedere è un tentativo di interrompere ogni collegamento e di difendersi da uno stimolo pericoloso e doloroso. Ma la strategia adattativa fallisce e diventa controproducente perché priva l’individuo di alcuni o di tutti i suoi concreti strumenti di lotta. La cecità isterica taglia fuori la scena pericolosa, ma purtroppo taglia fuori anche tutto il resto» (ibid. pp. 102-104).

Durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) il  termine “shock da granata”, per evitare una nuova epidemia, fu bandito. Tuttavia, malgrado questa precauzione, i soldati esposti ai danni da esplosione continuarono a presentare una serie comune di sintomi di disagio mentale (Jones et al., 2007). Per i quadri psicopatologici correlati ai traumi da guerra vennero allora proposti altri termini. I disturbi della coscienza, non giustificabili da una patologia organica cerebrale, vennero considerati come sintomi di uno “Stato commotivo post-traumatico” (Schaller, 1939) e, a partire dal 1941, per indicare gli stati caratterizzati da cefalea, vertigini, astenia, ronzio auricolare, difetti della memoria, scarsa concentrazione e nervosismo, venne utilizzato il termine di “Sindrome post-commotiva” (Wittenbrook, 1941). Alla fine, però, questi tentativi di riclassificazione non furono di grande aiuto per distinguere le cause fisiche dalle cause psicologiche delle “malattie”, che insorgevano nei soldati esposti alle esplosioni in guerra.

Intanto, gli Stati Uniti avevano preso il posto dei paesi europei (Germania, Francia, Inghilterra) nella leadership della psichiatria mondiale e il sistema classificatorio dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association (APA), riportato nelle varie edizioni del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM), era diventato la bussola, con la quale orientarsi nel difficile e, in larga misura inspiegabile, mondo delle malattie della psiche.

Durante e dopo la Guerra del Vietnam (1965-1973) molti soldati presentarono gravi disturbi psicologici a seguito dell’esposizione a traumi bellici. In considerazione del fatto che nell’allora vigente DSM-II (1968) non era contenuta una diagnosi corrispondente allo stress da battaglia, per gli psichiatri americani diventò urgente e necessario trovare un termine, che indicasse gli effetti di quel tipo di stress sulla psiche. Il termine “Sindrome post-Vietnam”, proposto in mancanza di un termine migliore, fu sostituito da quello più comprensivo di “Disturbo da stress da catastrofe”.

La task force dell’APA per il DSM-III (1980), incaricata di studiare i Disturbi reattivi, riconoscendo che il disturbo da stress da catastrofe poteva originare anche da traumi non bellici, propose il termine di “Disturbo da stress post-traumatico” (PTSD), i cui sintomi potevano svilupparsi immediatamente dopo l’esposizione al trauma (PTSD “acuto”) o più tardi (PTSD “a esordio tardivo”).

Spiega Friedman: «Da una prospettiva storica, il significativo cambiamento introdotto dal concetto di PTSD fu il riconoscimento che l’agente eziologico si trovava fuori dell’individuo (era, cioè, un evento traumatico) piuttosto che essere insito nella debolezza dell’individuo (non era, cioè, una nevrosi traumatica). La chiave per comprendere la base scientifica e l’espressione clinica del PTSD è il concetto di trauma» (2013).

Furono, quindi, i disturbi psichici osservati nei combattenti e nei reduci del Vietnam a determinare la creazione del PTSD nel DSM-III, cui corrisposero i seguenti criteri diagnostici:

A) Essere stati esposti ad un evento traumatico con definite caratteristiche,

B) Rivivere in modo persistente l’evento traumatico in modi diversi (ricordi, sogni, azioni e sensazioni, intenso disagio psicologico a fattori scatenanti collegabili all’evento traumatico),

C) Reagire a livello fisiologico ai fattori scatenanti di cui sopra,

D) Evitare in modo persistente gli stimoli associati all’evento traumatico e presentare un’attenuazione (non presente in precedenza) della reattività generale,

E) Presentare un aumento (non presente in precedenza) dell’arousal (eccitazione, reattività, allarme),

F) Durata del disturbo superiore a un mese,

G) Sperimentare una significativa riduzione del funzionamento a livello sociale, occupazionale o in altre aree della vita.

Nelle tre seguenti edizioni del DSM (DSM-III-Rivised, 1987; DSM-IV, 1994; DSM-IV-Rivised, 2000) i criteri per la diagnosi di PTSD rimasero sostanzialmente invariati.

Il PTSD originariamente venne concettualizzato avendo in mente eventi come la guerra, la tortura, lo stupro, l’Olocausto nazista, i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, i disastri naturali (terremoti, uragani ed eruzioni vulcaniche) e disastri provocati dall’uomo (esplosioni di fabbriche, schianti di aeroplani, incidenti stradali). Per essere considerati “traumatici” gli eventi dovevano essere chiaramente differenti da altri fatti stressanti molto dolorosi, che costituivano “normali” vicissitudini della vita, come i divorzi, i fallimenti, le malattie gravi, i tracolli finanziari, eccetera. Secondo il DSM, questi fatti stressanti “ordinari”, in base all’assunto che la maggior parte delle persone era in grado di affrontare gli stress ordinari, ma veniva sopraffatta dagli eventi stressanti traumatici, si sarebbero dovuti definire “Disturbi dell’adattamento” piuttosto che PTSD (Friedman, 2013).

Nel DSM-5, pubblicato nel maggio di quest’anno, è stata apportata una significativa revisione dei criteri diagnostici del PTSD, che ha importanti implicazioni concettuali e cliniche. Il primo punto consiste nell’aggiunta ai precedenti criteri diagnostici la presenza di rilevanti stati anedonici e disforici, che si manifestano con stati cognitivi e affettivi negativi e con sintomi comportamentali dirompenti (ad esempio, rabbia, impulsività, avventatezza e auto-lesionismo). Il secondo punto, collegato al primo, consiste nel non considerare più il PTSD come un disturbo d’ansia basato sulla paura. Nel DSM-5 il PTSD, infatti, viene classificato in una nuova categoria diagnostica, denominata “Disturbi correlati a traumi e agenti stressanti”, nei quali l’esordio è preceduto dall’esposizione a un evento ambientale traumatico o, comunque, avverso (ibid.).

Negli ultimi decenni i disturbi psichici chiaramente legati a eventi traumatici esterni hanno assunto una rilevanza sempre maggiore anche a causa del verificarsi, con puntuale terribile periodicità, di catastrofi naturali, del ripresentarsi di sanguinosi conflitti bellici in molte parti del mondo e dell’evidente intensificarsi di violenze familiari e sociali. Per questo motivo il PTSD è stato oggetto di un grandissimo numero di studi e indagini sperimentali riguardanti le sue basi neurobiologiche, gli strumenti diagnostici, i disturbi psichiatrici concomitanti e i trattamenti sia psicologici che farmacologici. Il PTSD è diventato una categoria diagnostica “complessa”, strettamente correlata alle veloci trasformazioni sociali e politiche del nostro tempo.

Anche se la diagnosi di PTSD è stata considerata “erede” delle diverse diagnosi psichiatriche che, a partire da quasi cento anni fa, sono state proposte per indicare il multiforme gruppo di disturbi correlati ai traumi bellici, da molti decenni la guerra è “solo” una delle possibili situazioni, nelle quali eventi traumatici possono essere causa di un PTSD.

Potremmo, allora, ipotizzare che Sigmund Freud ancora una volta abbia precorso i tempi, quando considera come riduttivo ed errato, sia sul piano clinico/nosografico sia su quello metodologico/teorico, limitare al teatro della guerra certe modalità patologiche di reazione psichica che, invece, frequentemente e per ragioni diverse, si possono presentare anche in tempo di pace.

Alla fine del vecchio millennio Hosbawn scriveva che «Senza la guerra non si capisce il Secolo breve» (2004). Forse, senza la guerra non si capisce neppure la psicoanalisi. Con le sue luci e le sue ombre secolari.

 

NOTE

 

* L’argomento in discussione è stato più ampiamente trattato nel libro di Rita Corsa,  Edoardo Weiss a Trieste con Freud. Alle origini della psicoanalisi italiana  (Alpes, 2013), da cui sono tratti alcuni passaggi riportati nel presente contributo.

1. Ricorda Jones: «Gli unici due [congressisti] provenienti da paesi neutrali furono il dr. van Emden e il dr. van Ophuijsen, dall’Olanda, mentre non vi fu nessuno svizzero. Tre vennero dalla Germania e tutti gli altri dall’Ungheria e dall’Austria» (1953, vol. 2, p. 245).

2. Dopo diverse traversie istituzionali, nell’aprile del 1919, tale iniziativa fruttò una cattedra universitaria a Ferenczi, che venne nominato professore di psicoanalisi dal Ministro dell’Istruzione Zsigmond Kunfi.

3. Quanta modernità in questi progetti di psicoanalisi applicata ai bisogni reali della società civile!

Sottolinea Zaretsky, che il Congresso di Budapest «adottò due risoluzioni: la prospettiva di una terapia [psicoanalisi] “di massa” e l’obbligatorietà di un’analisi personale propedeutica [per chi intendesse praticare la psicoanalisi]» (Zaretsky, 2004, p. 148).

4. Jones annota inoltre nella biografia di Freud, che il Congresso di Budapest «a causa della guerra non poté essere veramente internazionale, però in seguito accettammo ugualmente questa qualifica, unitamente alle decisioni che vi erano state prese.  La moglie di Freud e suo figlio Ernst vi presero parte in qualità di ospiti, e quella fu l’unica volta che un membro della famiglia di Freud (tranne naturalmente Anna, che era del mestiere) presenziasse ad un congresso di psicoanalisi. (…) Per qualche strana ragione egli lesse il suo elaborato, allontanandosi con ciò dalla sua fondamentale regola di tenere conferenze o discorsi senza il minimo appunto. Questo gli procurò disapprovazione da parte dei familiari presenti, che sostennero di essere stati delusi per quella che era la rottura di una tradizione familiare» (Jones, 1953, vol. 2, pp. 244-245).

5. Alla sconfitta conseguì il crollo degli imperi centrali con un drammatico impoverimento globale. E’ certamente vero che a Budapest, con la rivoluzione e grazie alla donazione di Anton von Freund, un paziente divenuto un generoso mecenate del movimento psicoanalitico, la psicoanalisi continuò a proliferare, ma solo per un brevissimo periodo: la caduta del regime bolscevico in Ungheria, nell’estate del 1919, e la galoppante svalutazione della moneta infransero tutti i sogni fatti nei mesi precedenti.

6. Il reparto fu in seguito trasformato in una semplice corsia di osservazione per malati mentali.

7. Estratto dalla recensione scritta da Bryan al volume Zur Psychoanalyse der Kriegsneurosen (1919), che raccoglieva i contributi, ulteriormente sviluppati, del Congresso di Budapest.

Della relazione di Ernst Simmel al Congresso non restano tracce esaustive, a parte il richiamo fatto da Bryan nella recensione sopracitata, apparsa sull’ International Journal of Psychoanalysis del 1922.

8. Freud stesso celebrò ufficialmente l’efficacia del metodo terapeutico di Simmel, in alternativa alla crudele e fallimentare cura elettrica (Freud, 1920, p. 174).

9. Freud criticò l’esposizione di Simmel, ricca di richiami al libro sulle  Kriegsneurosen (1918), perché «La [sua] terapia andrebbe definita catartica piuttosto che psicoanalitica», e perché l’autore non avrebbe tenuto in debito conto le acquisizioni sul narcisismo» (Lettera di Freud a Simmel del 20 febbraio 1918; in Deri & Brunswick, 1964, pp. 96-97).

10. La perizia stesa da Freud fu conservata nell’Archivio di Stato di Vienna e colà fu rinvenuta dal professor Josef  Glicklhorn.

11. Tale lavoro non è mai stato stampato, come già specificava con rammarico Freud nel necrologio di  Tausk  (1919b, p. 135).

12. Fornari, nel suo celeberrimo saggio La psicoanalisi della guerra, dichiara che «la tesi freudiana dalla quale partire per comprendere i fondamentali meccanismi inconsci che conducono l’uomo alla guerra è contenuta nell’Aldilà del principio del Piacere e in particolare nel processo di deflessione all’esterno dell’istinto di morte» (1964/2005, p. 213).

13. Tra i tanti scritti di Kardiner, ci preme qui rammentare il libro L’individuo e la sua società, (1939), frutto dei suoi studi di antropologia, e il capitolo “Nevrosi traumatiche di guerra” del Manuale di psichiatria di Silvano Arieti (1969).

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