Giornaliste in preda alla crisi dell’editoria

Silvia Garambois

T. ModottiCarta, web, radio, tv…. Il mestiere di informare allo specchio. Quanto è mutata la professione del giornalista tra nuove tecnologie e nuovi media? Oppure non sono affatto i media diversi e le tecniche nuove a fare la differenza quando il problema è informare? La novità più clamorosa, semmai, è rappresentata dalle donne, che in poco più di una generazione hanno cambiato la fisionomia delle redazioni, entrando in massa in un settore molto-molto maschile. Ma sono riuscite anche a cambiare i giornali? L’ultima indagine è dell’Osservatorio di Pavia. Ma i numeri, anche quando è un istituto indipendente a metterli in fila, raccontano sempre la stessa storia: che nelle redazioni dei giornali le donne sono tante ma contano poco. E, a leggere i giornali, si vede.

La realtà delle donne, il lavoro delle donne, i problemi delle donne sono sempre tra le righe. Le eccellenze femminili scompaiono. E quando non se ne può fare a meno, i commenti sulle donne (come di fronte alla clamorosa decisione del Presidente Napolitano di nominare tutti uomini come “saggi”) sono delegati alle donne… Le eccezioni sono solo conferma. Una “eccezione” in questo caso è stata rappresentata solo pochi mesi fa da Roberto Saviano, che sulle colonne di “la Repubblica” ha avuto l’ardire di scrivere di “femminicidio”: fino ad allora sembrava un termine vietato, cacofonico, da circoli femministi. Da allora non solo il fenomeno, ma anche il termine che lo indica – “femminicidio”, appunto – ha avuto libera circolazione sui media. Fino a che lo usavano solo le donne, purtroppo, sui giornali e in tv veniva addirittura censurato (perché “inesistente”, cacofonico, brutto). Comunque sia andata, è una storia a lieto fine, perché finché le cose non hanno un nome, è più difficile persino riconoscerle.

Ma quante sono le donne che contano e dettano la linea nei giornali? Secondo l’Osservatorio di Pavia, che ha condotto una indagine presentata a fine 2012, il 14% delle redattrici occupa posti di comando, direttrice, vicedirettrice, caporedattrice. Gli uomini che fanno carriera, invece, sono il 27%. Questi dati-campione, da soli, dicono poco. Quelli rilevati attraverso le denunce previdenziali (all’Inpgi) sono forse ancora più eloquenti, anche se riferiti a un paio di anni fa, quando c’erano 124 direttori uomini nei quotidiani e 10 donne; 148 direttori uomini nei periodici e 67 donne. Dieci donne direttrici… Quando sono stati pubblicati questi dati tra le “magnifiche dieci” c’erano anche la direttrice dell’Unità e quella del Secolo d’Italia, che nel frattempo hanno lasciato il passo a colleghi uomini; e c’erano, ovviamente, le direttrici di testate femminili (alcune, almeno: perché molte sono dirette da uomini). E c’erano le direttrici della Rai: tre, su dodici direzioni… (e sono ancora, o di nuovo, tre: Bianca Berlinguer al Tg3, Monica Maggioni a Rainews, Barbara Scaramucci alle Teche, cioé gli archivi). La novità è una donna alla direzione delle all-news di Sky, Sarah Varetto.

In totale, su 18mila rapporti di lavoro – questo è il numero dei giornalisti assunti, a tempo indeterminato o con contratti a termine – 7 mila donne e 11mila uomini. Ma per entrare nei giornali hanno fatto gli stessi percorsi di carriera? No!

E’ di nuovo l’Osservatorio di Pavia a raccontare – attraverso il campione esaminato – che la maggior parte delle donne ha iniziato a lavorare nei giornali con contratti di collaborazione (occasionale, coordinata e continuativa o altro), nel 48% contro il 27% dei casi maschili. La maggior parte degli uomini ha cominciato con il praticantato o lo stage: nel 46% dei casi contro il 16% dei casi femminili. Il tempo determinato ha riguardato il 18% delle donne e solo l’8% degli uomini, mentre lavoro nero, sotto-pagato o addirittura non pagato, gavetta lunga e onerosa sono gli ostacoli dichiarati all’ingresso della carriera in misura pressoché analoga per le donne (30%) e per gli uomini (31%).

Se poi, comunque, si passa a guardare gli stipendi, c’è un dato che accomuna donne e uomini: quelli dei più giovani non solo sono più bassi rispetto ai colleghi più anziani (che hanno fatto carriera e hanno maggiore anzianità), ma progrediscono molto lentamente allargando per sempre la forbice tra generazioni. La pensione dei giovani giornalisti non sarà mai come quella dei colleghi che già oggi sono usciti dalla professione. Insomma: se mai quella dei giornalisti è stata una casta, invitata nelle case dei potenti, o se è stata la romantica professione di Humphrey Bogart  dell’ “Ultima minaccia” (… “è la stampa, bellezza, e tu non ci puoi fare niente”….), ormai è roba da libri di storia. Nel bene e nel male. (E sempre con le necessarie eccezioni!)

Arrivati a questo punto, al racconto manca il capitolo più importante: le invisibili (e gli invisibili), quante (e quanti) scrivono, raccontano, intervistano, seguono conferenze stampa, vedono film e spettacoli teatrali, seguono piste e fanno inchieste, ma possono contare solo un pagamento a borderò, cioè ad articolo. Al massimo sono co. co. co. Se infatti, sono 18 mila le giornaliste e i giornalisti “assunti”, sono invece ben 36 mila le giornaliste e i giornalisti che hanno solo rapporti di collaborazione (iscritti alla gestione separata dell’Inpgi).

Il primo problema, che riguarda donne e uomini, è che senza la garanzia del posto fisso la possibilità di essere ricattati – nel giornalismo come in qualunque altro mestiere – è nei fatti: difficile dire dei no. Ma diventa un tema delicatissimo quando si parla di informazione e di libertà di stampa, quando si parla di ingerenze dei poteri forti (o del marketing del giornale), di inchieste e di minacce di querele (che sono uno degli strumenti con cui imbavagliare i giornalisti). C’è però un tema di tutela del lavoro delle donne che fa storia a se, perché anche tra i precari sono le più precarie, con gli stipendi più bassi, con le difficoltà maggiori. Valgono, per le giornaliste, gli stessi problemi di tutte le giovani che, in mancanza di un lavoro fisso, non riescono a costruirsi un futuro, costrette a rimandare la maternità, in equilibrio sempre più instabile tra lavoro e famiglia. Una professione in crisi, nella crisi – gravissima – dell’editoria. Eppure c’è ancora un dato  interessante da analizzare: la maggior parte delle giornaliste (54%) così come dei giornalisti (50%) dichiara di aver voluto perseguire un sogno, una vocazione. E fino a che a muovere l’informazione ci sarà (anche) la passione, la libertà di essere informati correttamente, compiutamente, onestamente, in questo Paese avrà ancora delle chance…