Informazione 2.0 istruzioni per l’uso.

Monica Sargentini

La rivoluzione internettiana si è abbattuta sui media come un ciclone spazzando via i vecchi modi di lavorare e mettendo in crisi un mercato, quello dell’editoria, che ora non vede la luce fuori dal tunnel. Come saranno i giornali e le televisioni del futuro? La carta scomparirà? E la televisione generalista diventerà un ricordo lontano? Il dibattito è aperto e nessuno ha ricette sicure. “Secondo me – dica Massimo Gramellini, vicedirettore della Stampa – in questo momento è in corso una grossa crisi di credibilità di alcune professioni cioè la politica e il giornalismo. Sta passando l’idea che chiunque possa fare il politico e il giornalista. La nostra è una professione con delle regole, il giornalista è una persona che si prepara, che studia, che controlla le fonti di quello che racconta, quello che scrive è un resoconto attendibile di quanto è accaduto. Nel momento in cui si mette in dubbio questo rischia di saltare tutto. Così alla fine non c’è più nulla di vero, anche la democrazia del web rischia di essere inaffidabile perché tutte le notizie sono uguali e qualsiasi bufala può essere messa in circolo senza che sia controllata. Una volta che una notizia viene cliccata da migliaia di persone diventa vera”. Anche Luciano Fontana, condirettore del Corriere della Sera, sottolinea lo stesso pericolo: “La velocità con cui le notizie si diffondono nel web e nei social network – dice – comporta sicuramente un rischio di approssimazione e di mancata verifica. Ma è illusorio pensare, fuori che in casi di inchieste eccezionali, che i tempi dell’informazione possano restare quelli del vecchio giornale di carta che al mattino dettava l’agenda delle notizie. La capacità di un’informazione di qualità sarà proprio quella di avere regole rapide ed esclusive di verifica di una notizie unite ad una capacità di selezione derivante dall’esperienza professionale”.

Per Monica Maggioni, direttrice di RaiNews24, è necessario coniugare il vecchio con il nuovo: “Dopo una fase di anarchia nell’editoria elettronica c’è bisogno di tornare alle caratteristiche della carta stampata, costruire dei meccanismi di opinione, puntare su nuove esperienze nella selezione delle notizie e su un sistema di comprensione dei fatti”. Per sopravvivere il giornalista deve reinventarsi e riuscire ad usare diversi mezzi. Ne è convinto Dario Laruffa, inviato e conduttore del Tg2: “Sono ragionevolmente certo – spiega – che noi giornalisti potremo ancora essere utili ma ovviamente dovremo tenere il passo con i tempi: saper scrivere un articolo sia per il web che per la carta stampata e non essere alieni dal girare una scena o montare un’immagine se si lavora nella tv. Naturalmente il primo compito del giornalista è quello di trovare le notizie (e capirle), prima che confezionarle”. Agli inviati potrà essere chiesto di partire armati di computer, smartphone e videocamera. “I giornalisti del futuro – dice Fontana –  dovranno essere attrezzati a utilizzare tutte le possibilità offerte dalle diverse piattaforme di distribuzione dell’informazione (dal web ai tablet dai numerosi social network a quanto la tecnologia ci metterà a disposizione). Solo uno sforzo continuo di aggiornamento delle propri capacità professionali ci permetterà di mantenere un ruolo decisivo nella società dell’informazione”.

Ma come si finanzierà l’informazione? Oggi la carta stampa registra un calo forte e costante della pubblicità, si punta sul digitale ma senza grossi guadagni perché sul web i siti dei giornali sono gratis. Su questo tema Gramellini è pessimista “La domanda è la gente è disposta a pagare per l’informazione? Direi di no. Si possono fare dei tentativi come negli Stati Uniti ma il futuro dell’informazione online sarà di essere finanziato dalla pubblicità e questo è condizionante. E’ difficile che tu possa prendere la pubblicità da un’azienda e poi parlarne male. Quindi se voglio notizie su quell’azienda me le andrò a trovare da un’altra parte. Per fortuna sul web la pluralità esiste”. Per Maggioni, invece, si arriverà a pagare per un’informazione di qualità: “Quando ci si renderà conto che la pubblicità non è in grado di tenere in vita tutti questi nuovi giornali, si tornerà a dei sani meccanismi di accesso pagante. Anche i motori di ricerca si stanno ponendo il problema. I siti di consultazione generica sono aperti a tutti però se entri in un prodotto più qualificato, a quel punto ti si chiede il pagamento. Lo stesso discorso vale per i grandi quotidiani internazionali”.

Fontana intravede un futuro nel mercato dei tablet e degli smartphone: “La prima fase dell’informazione online è stata caratterizzata una un’ideologia free che certamente ha messo a dura prova la professione e i bilanci delle case editrici. E’ un convincimento radicato che sarà difficile superare. Certamente le nuove evoluzioni della tecnologia hanno dato l’opportunità (tablet e smartphone) di aprire nuovi mercati dell’informazione a pagamento così come le sperimentazioni di contenuti di qualità a pagamento sui siti web dei grandi giornali d’informazione. Si sta aprendo un processo lungo che, insieme a un cambiamento delle scelte della pubblicità, permetterà nel medio periodo di avere ancora un’informazione di qualità per cui gli utenti riterranno giusto pagare. Le difficoltà più grandi le avremo in questo periodo di transizione”.

Le soluzioni, ancora una volta, vengono dagli Usa. “Una è di destra – spiega Gramellini e l’altra di sinistra -. Quella di destra: affidare la proprietà dei grandi giornali ai social network o compagnie come amazon e google. Quella di sinistra: trasformare i giornali in fondazioni, pubbliche o private come quelle che finanziano l’ala di un ospedale o di un museo. Una soluzione che avrebbe un senso visto che i giornali hanno un ruolo sociale”. Di certo in questo momento la professione è in profonda crisi e i free lance sono alla fame. Lo sottolinea Dario Laruffa: “In effetti ormai da tempo quello del giornalista è un mestiere proletarizzato dal punto di vista del salario. Il giornalista medio ha vissuto bene, grazie al suo stipendio, sino agli anni sessanta, forse settanta, del secolo scorso. Poi un lento graduale declino. Ormai ci sono collaboratori di testate nazionali che vengono pagati cinque euro a servizio come accade nelle società della globalizzazione che per alcuni versi somigliano pericolosamente a quelle dell’ormai vecchio terzo mondo. C’è anche da dire che una moltitudine di poveri si affianca a un’élite di super pagate star della firma o dell’immagine”.

E la televisione? Non rischia di scomparire come la carta stampata ma sta subendo un profondo cambiamento. “La televisione – dice Maggioni – continua ad avere un senso ma con la moltiplicazione dei canali sta subendo un processo molto simile a quello dei giornali. Oggi l’utente si costruisce il palinsesto autonomamente e può optare per la fruizione in differita. E’ uno scenario all’interno del quale le fonti sono molteplici ed è la tua scelta personale a fare la differenza. Ma le televisioni generaliste vivranno ancora a lungo. Avranno grande successo tutte le trasmissioni in cui c’è il massimo o il minimo di possibilità di espressione, saranno eliminate le cose intermedie, ci sarà o la grande opinione o l’assoluta trasparenza di meccanismo dell’opinione. O all news o talk show. La tv all news ha però come obiettivo finale quello di essere web based, cioè punta ad aumentare esponenzialmente il livello di interattività delle opinioni. Bisogna puntare a un sistema di all news che, oltre a dare le notizie in tempo reale, formi una community di persone che interagiscono tra di loro e con i giornalisti producendo informazione”. Come tutte le rivoluzioni la fase peggiore è quella della transizione ma almeno un effetto positivo immediato c’è: “Il paradosso – dice Gramellini – è che mai come adesso la gente ha voglia di leggere, anzi l’informazione scritta grazie al web è tornata in auge. L’altro giorno nella mia pagina di Facebook 200mila persone avevano letto un mio articolo, nel giornale di carta era difficile avere tanti lettori”