L’industriale

Giuliano Montaldo, Italia, 2011, 94 min.

 

Note a margine di un film “troppo” realistico

Commento di Manuela Fraire

L’industriale di Montaldo è un film intelligente la cui bellezza è non da ultimo dovuta alla fotografia di una Torino degna dell’archivio Alinari.

La “perfezione” dell’immagine esprime altresì l’inattualità della storia che il film racconta con vera maestria. Inattualità dovuta all’essere la storia troppo prossima alla realtà e per questo senza un futuro.

Il film si conclude apparentemente senza un finale certo, ma in verità le opzioni sono tutte un fallimento affettivo ed esistenziale del protagonista. Una storia in definitiva di un “suicidio”.

E’ la storia di un giovane industriale che ha fatto un investimento in un progetto di rinnovamento e avanzamento dell’impresa ereditata dal padre, superiore alla propria disponibilità finanziaria.

Niente di strano nel mondo dell’imprenditoria se non fosse che la vicenda si svolge ai giorni nostri, quelli per intenderci della Crisi.

Va con se che la disponibilità delle banche a finanziare un progetto che ancora non rende e chissà se renderà è ridotta a zero. L’industriale deve arrangiarsi in qualche modo cercando di evitare il ricorso al patrimonio della moglie che pure lo ama perché non può fare i conti con il fantasma del suocero peraltro ormai morto.

Il fantasma di un suocero ricco e vittorioso insieme con quello di un padre tenace e altrettanto vittorioso ossessionano il protagonista che individua nel direttore di banca il nemico che vuole affossarlo e nella scala di valori a cui pure appartiene un ostacolo insormontabile che lo conduce alla rovina. Se non altro a quella morale e di conseguenza al crollo psicologico.

Un modo vecchio di intendere la funzione padronale (“Siete dalla mia parte o no?  Se no andatevene a casa.”) è la frase che rivolge ai propri operai che non percepiscono più un salario e si avviano alla perdita del lavoro, frase degna non di un industriale dei nostri giorni che appartiene ad una storia assai diversa da quella del proprio padre e invece  più simile ad un personaggio quale è quello  del Tognazzi della Califfa, protagonista di un  film che appartiene  ad un epoca in cui la “crisi” del padrone riguarda le solide convinzioni su cui si fonda la sua pervicacia  che sono tuttavia un tramite forte di relazione con i propri  operai.

Il capo operaio, cresciuto all’ombra del vecchio proprietario spinto dalle circostanze intravede con maggiore  chiarezza del padrone la cosa giusta da fare che si traduce in un invito: “Sei tu che devi andartene a casa”.

Una battuta fulminante che mi ha fatto guardare il film con occhi nuovi. La vicenda ha assunto un tono più grottesco che drammatico. Gli ingredienti che sono quelli ormai della cronaca che quotidianamente ci forniscono i giornali, extracomunitario compreso, sono terribilmente realistici e per questo forse ormai poco reali.

Ecco è un acuto film dentro la Crisi e per questo cattura lo spettatore. Tuttavia credo che dovremmo riflettere sui movimenti identificatori che un bel fil provoca e sulle loro conseguenze.

Le identificazioni sono i pilastri su cui è fondato il nostro io e testimoniano indubbiamente della necessità che vi sia un Altro con cui essere in relazione perché il nostro io si costituisca.

Detto concisamente per nascere alla vita psichica abbiamo bisogno innanzitutto di essere identificati DA un altro che ci riconosce come corpo esistente separato  dal corpo nel quale abbiamo dimorato, quello della madre. E’ lei dunque il primo altro da cui dobbiamo essere identificati prima ancora di identificarci CON lei. E’ proprio sull’essere identificati DA che dovremmo riflettere sui risvolti identitari che la crisi ha assunto per una intera classe sociale e talvolta per tutta la cultura occidentale.

La grande crisi economica che colpisce l’occidente da tempo è diventata una crisi di identità più che dell’occidente della classe sociale che ha governato dopo la rivoluzione francese. Questa classe è la borghesia intesa nelle sue articolazioni complesse tanto da aver guadagnato nel tempo al proprio orizzonte simbolico anche larghe fette del proletariato.

E’ la classe da cui viene l’intellighenzia del secolo scorso con poche eccezioni. E’ anche la classe che ha dato i natali alla psicoanalisi che ne ha tuttavia sottolineato i sintomi, primo tra tutti l’isteria. Dunque non l’individuo nella sua interezza entrava a far parte della rivoluzione borghese.

Un fatto questo di enorme portata che assegnerei alle “virtù” della classe borghese. Non la divisione dell’individuo ma l’averla riconosciuta, questa è stata la rivoluzione. Ma è stata anche la minaccia da cui la borgesia si è più strenuamente difesa. Come? Cercando di “curare” nel senso di abolire il sintomo della divisione del soggetto. Così una parte della psicoanalisi si è avviata verso la “normalizzazione” del comportamento affettivo e con lei una larga parte della cultura a partire da quella della sinistra di cui (ancora) faccio parte.

Dove voglio arrivare? Alla interpretazione che si da della Crisi e alla suggestione che creano le interpretazioni anche più sottili e articolate. Tutte ci collocano all’ultimo giorno di un mondo che sta crollando. Siamo alla fine di un’epoca o addrittura di un’era!

E se fossimo invece al primo giorno di una nuova era di cui certo non conosciamo  i sintomi ( i nostri giovani innanzitutto e i nuovi padri) come un messaggio da decifrare invece che come i segni di una malattia da curare?

Perchè il protagonista del film si sente un fallito? Perché continua a essere identificato con il padre\capitanodindustria e a essere identificato da tutti i sostituti che incontra: direttore di banca, ricco suocero, i giapponesi vincenti, i tedeschi ricchi…ecc. ecc

E’ quello l’uomo cui il capo operaio dice che deve andare a casa, in altri termini deve  sfilarsi da una partita che non è più né la sua né quella della sua generazione.

Utilizzando una categoria significativa per lo psicoanalista, dovrebbe esserci nel protagonista la capacità di cambiare posizione rispetto alla propria storia di figlio dell’industriale,  DISIDENTIFICANDOSI dalla classe in cui è nato e cresciuto senza diventarne semplicemente un nemico.

Kaes direbbe che tra il protagonista e la generazione dei padri esiste un patto denegativo che si articola attorno ad un segreto.

Il segreto resta tale e non permette di sciogliere i legami patologici che si sono articolati attorno ad esso se non attraverso un processo di disidentificazione.

Per il nostro protagonista significherebbe immaginare di uscire dal solco tracciato dalla generazione dei padri. Aprirsi un varco tra le varie uscite che crede di intravedere. Ma tracciare una nuova via, rischiare di non essere riconosciuto e approvato dal gruppo di appartenenza rischiare la crisi identitaria sono passaggi obbligati del processo di soggettivazione.

Cosa dunque mi ha suggerito un film che sembra in alcuni momenti così vero da sembrare un documentario?

A partire dal senso di deja-vu che ne costituisce anche il fascino, ho capito nel corso della visione che non riuscivo a simpatizzare con una storia che conoscevo sin troppo bene, sia personalmente che come analista.

Basta, mi sono detta, di celebrare la crisi come fosse una malattia da curare. E se fosse invece l’opportunità per stabilire modi inediti di sopravvivenza?

Come?

Questo si sa solo avventurandosi su un territorio di cui ancora non abbiamo la mappa.

 

Aprile 2013