Dossier

Il sistema dei debiti e dei crediti nei rapporti sociali

25/04/13

 Andrea Seganti

 

Mentre molte cose abbiamo imparato negli anni sull’esistenza di sacche di sofferenza inconscia che rimangono nascoste nelle nostre identità e sul disturbo che esse possono causare ai nostri rapporti interpersonali, rimane alquanto aperto il quesito circa quale sia il senso adattativo dei meccanismi mentali che sostengono la loro formazione nella nostra vita quotidiana. Forse non siamo abituati a dare sufficiente importanza al fatto che nella nostra vita quotidiana ci troviamo costantemente nella necessità di collaborare per dei progetti comuni e a creare a questo scopo dei legami che devono essere sufficientemente stabili. Per ottenere questo risultato, dobbiamo quindi prevenire le divergenze di intenzioni allineandole a quelle degli altri. In conseguenza di questo allineamento, i contrasti di intenzione rimangono a un livello tale da non creare eccessivo intralcio rispetto al continuo susseguirsi di necessità di convergenza di carattere pratico nei confronti dell’ambiente che ci circonda.
Il fatto di convergere con altre persone su obiettivi comuni – gestire spazi comuni, sincronizzarsi, darsi dei turni, collaborare – fa quindi parte del nostro pane quotidiano e non ci sorprende il fatto che questa convergenza si realizzi e si rinnovi ogni giorno nella nostra vita quotidiana. Nemmeno ci sorprende il fatto che queste convergenze continuino a conservarsi alquanto stabili nel tempo. Ciononostante sviluppiamo abitudini e consuetudini che ci legano agli altri e che diventano in larga parte inconsce tanto che ce ne accorgiamo soltanto quando, piuttosto raramente, si avverta l’urgenza di cambiarne qualcuna. Possiamo quindi affermare che noi si faccia una quantità enorme di lavoro inconscio volto a stabilizzare i nostri rapporti con gli altri, un lavoro che tendiamo a dare per scontato tanto funziona bene in sottofondo senza necessità di portarlo alla nostra coscienza.
Questa straordinaria attività di adattamento alla reciproca convivenza riesce ad appianare larga parte dei contrasti di intenzioni che si presentano nella vita quotidiana. Passiamo quindi la maggior parte del nostro tempo in uno stato di sintonizzazione delle nostre intenzioni con quelle dell’ambiente umano in cui viviamo e riusciamo tranquillamente a convivere con persone che hanno scopi e piani di azioni diversi dai nostri con i quali riusciamo a integrarci.
Certo, ogni tanto sorgono contrasti nei nostri rapporti con gli altri che ci sembrano spontanei senza renderci conto che tali contrasti potrebbero essere dettati dalla necessità di correggere gli aspetti eccessivi della nostra abitudine ad andare d’accordo con gli altri. Nei fatti, quindi, la maggioranza del tempo la occupiamo per trovare accordi e sintonie con gli altri – sintonie predisposte da madre natura in quantità sovrabbondante – e i contrasti che affiorano potrebbero essere soltanto quelli che derivano dalla percezione inconscia del dispendio di energie cui andiamo incontro nel tentativo di comporre le reciproche divergenze di interesse e di iniziativa. Facciamo quindi una grande quantità di  lavoro psicologico non riconosciuto che è sostenuto dalle nostre notevoli capacità di cooperare con gli altri rappresentanti della specie. Un lavoro che comporta un notevole impegno in quanto viene guidato da complesse valutazioni inconsce che hanno lo scopo fisiologico di produrre un certo grado di sincronizzazione tra le nostre intenzioni e quelle delle persone con cui ci sentiamo legati.

Possiamo riassumere la questione affermando che ciascuno di noi produce indefessamente una certa quantità di (micro) consenso verso i nostri interlocutori sociali e riceve da loro in cambio una certa quantità di consenso. Questo consenso entra a far parte di una sorta di dotazione personale, una dotazione di credito di cui ciascuno di noi dispone dalla nascita e che viene quotidianamente rinnovata. Tale credito fornisce la base della sensazione di esser vivi e proprietari di una nostra identità di base nella misura in cui altre persone convergono con noi. Il successo che otteniamo nel creare convergenze ci rifornisce quotidianamente e in modo del tutto naturale di uno stato di equilibrio e di salute tale da far passare in secondo piano gli sforzi di adattamento che abbiamo dovuto fare.

Se tuttavia osserviamo le microsequenze che portano il bambino a allinearsi con le intenzioni della madre e le controsequenze che portano la madre a piegarsi alle esigenze del bambino nello svolgimento della loro convergenza quotidiana, possiamo avere l’evidenza che il loro adattamento reciproco non avviene senza sforzo. Ogni richiesta di credito che la madre fa in termini di decisioni sui tempi e sui modi per sviluppare la loro relazione deve fare i conti con altrettante richieste di credito da parte del bambino. Si sviluppa pertanto da subito la necessità di comporre dei micro conflitti che riguardano la decisione circa la distribuzione di turni di iniziativa in modo tale che le esigenze dell’uno non contrastino eccessivamente con quelle dell’altro. Micro conflitti che vengono gestiti con un susseguirsi di segnali di apertura e chiusura attraverso sguardo e postura. Ogni evento della giornata produce pertanto una sequenza di micro contrattazioni – ciascuno cede qualcosa mentre pretende qualcos’altro – che porta alla chiusura di un piccolo contratto. Madre e bambino stipulano pertanto una serie di micro contratti che sono alla base della loro sensazione di esistere come nuclei unitari e coerenti in rapporto con altri nuclei altrettanto coerenti. Per quanto tutto questo possa avvenire in modo alquanto fluido e apparentemente aconflittuale va ricordato tuttavia che madre e bambino devono essere disposti a fare delle piccole rinunce nei termini di posticipare o anticipare la loro libera iniziativa. Questa reciproca modulazione avviene attraverso sequenze di micro inibizioni e di micro facilitazioni che non appaiono tuttavia all’osservazione macroscopica in quanto ciascun movimento di ritiro appare compensato da movimenti di apertura in un assieme che appare macroscopicamente fluido.  Allo stesso modo possiamo ipotizzare che dal punto di vista soggettivo l’inibizione della propria iniziativa venga compensata dall’aspettativa di un successivo momento in cui si potrà ricevere un credito maggiore. Secondo queste osservazioni l’esperienza positiva che proviene dalla conclusione delle microsequenze contrattuali – il loro lieto fine – è quella che continua ad accompagnarci nella vita di tutti i giorni e che ci permette di rinnovare quotidianamente la sensazione di una convergenza di base tra le nostre intenzioni e quelle degli altri.

Ciascuno di noi si porta quindi dietro una propria esperienza inconscia circa il fatto che per avere un credito dagli altri dovrà essere pagato un certo prezzo, un nostro debito e che potremmo offrirci di pagarlo in cambio del credito che ci verrà dato. Di conseguenza, il debito che ciascuno di noi contrae non viene il più delle volte sentito come tale in quanto esso si estingue il più delle volte alla fine del contratto, nel momento in cui la nostra precedente posizione debitoria viene ricoperta dalla piacevole sensazione del credito incassato.

Pertanto ci portiamo dietro la sensazione positiva di ricevere consenso mentre diamo consenso agli altri nella misura in cui riusciamo a mandare in sottofondo la sensazione del prezzo che abbiamo pagato per ottenerlo. La conseguenza del modo di vedere che vado proponendo è che la fiducia che ci scambiamo quotidianamente gli uni con gli altri possa essere descritta come la volontà di versare i nostri sforzi in una cassa comune dalla quale tuttavia ci aspettiamo che verremo ripagati. Tanto più quindi abbiamo pagato dei prezzi per rimanere in relazione con persone che ci hanno parzialmente deluso o che ci hanno chiesto comunque un concambio molto alto, tanto più siamo disposti a dare fiducia, talvolta anche a scatola vuota, nella speranza che ci venga finalmente restituito quello che ci era stato promesso e solo parzialmente mantenuto. Ecco che, quindi, tanto più la nostra fiducia rischia di andare sottozero per una serie di delusioni per cui alle promesse non sono seguiti i fatti, tanto meglio si può spiegare la nostra voglia di innamorarci follemente così come quella di appartenere anima e corpo a un gruppo o a un partito. Anche in assenza di forti delusioni possiamo talvolta portarci dietro la sensazione che il lieto fine non sia mai stato veramente tale e sviluppiamo il desiderio di metterci in rapporto con qualcuno che, per quanto ci chieda qualcosa, ci faccia comunque delle promesse di concambio che siano sufficienti a darci la sensazione che alla fine saremo finalmente ripagati del prezzo che abbiamo pagato in termini di attese, rinunce e sforzi di adattamento. Diremo quindi che, tanto più il piatto piange in termini di valutazione globali tra dato e avuto, tanto più ci troveremo a oscillare tra valutazione pessimistiche circa ii fatto che valga la pena contribuire alla comune cassa della fiducia e valutazioni iper ottimistiche circa i ritorni di spesa che potremo avere da una nuova apertura di credito. In un modo o nell’altro, cercheremo di preservare la speranza che i nostri sforzi di adattamento andranno a buon fine, anche se in questo modo rischiamo alternativamente di allargare e di coartare gli spazi per l’espressione del dissenso nei nostri rapporti personali. Possiamo quindi da un lato sviluppare una diffidenza parossistica che ci rende riluttanti alle richieste di consenso che richiedono in cambio alcuni sacrifici, mentre dall’altro lato rimaniamo sensibili alle promesse di coloro che ci promettono di ottenere un risarcimento immediato senza apparente richiesta di concambio.

Dobbiamo quindi ragionare sul fatto che siamo dotati di un potenziale di adattamento ad ambienti imperfetti con i quali sappiamo rimanere in rapporto in modo tale da fornire la nostra collaborazione per il mantenimento di rapporti che possono anche essere molto asimmetrici dal punto di vista dei diritti e dei doveri. Questo rende possibile per la nostra specie il compimento di progetti ardui che possono comportare momenti di totale obbedienza alla necessità di sopportare gli inevitabili svantaggi che provengono da relazioni asimmetriche. Ma, a differenza delle formiche, noi umani conserviamo la memoria dei prezzi pagati per aderire alle iniziative altrui e siamo pertanto animati da una inestinguibile sete di giustizia. infatti, quando troviamo l’occasione di poter essere risarciti del contenzioso che ci portiamo dietro per i prezzi da noi pagati, cerchiamo di sfruttare l’occasione, pur rimanendo sempre molto attenti – nei limiti del possibile – a far si che la riscossione dei nostri crediti non avvenga in modo tale da distruggere i nostri rapporti con coloro che ci devono qualcosa.

Se a questo punto guardiamo alla attuale situazione politica armati dalla conoscenza della nostra tendenza a versare crediti dentro una cassa comune in attesa di un concambio, possiamo confermare la diffusa idea che oggi stiano venendo al pettine una serie di delusioni e di rivendicazioni che erano rimaste incubate da parecchi anni. Delusioni e rivendicazioni che eravamo riusciti a tenere a bada attraverso promesse che sono state seguite dai fatti solo molto parzialmente. La rabbia e la delusione che sono esplose negli ultimi tempi erano rimaste coperte sotto le ceneri per i continui rilanci delle promesse che venivano fatte nonostante l’evidenza che non si sarebbe potuto mantenerle.  Bisogna quindi considerare che, per quanto sia possibile individuare dei responsabili maggiori dell’attuale stato di cose, nessuno di noi potrà pretendere di essere del tutto esente da responsabilità. Tra queste responsabilità ci sono anche quelle che riguardano il mondo delle scienze psicologiche nel quale le nostre capacità di contribuire al funzionamento dei rapporti interpersonali in chiave cooperativa non sono ancora state inquadrate in modo sufficientemente lucido. Uno dei motivi per cui questo non è avvenuto o avviene adesso con parecchio ritardo è che siamo rimasti parzialmente imbrigliati da teorie che hanno descritto il nostro sviluppo psicologico in senso ottimale e idealistico come se esso si potesse svolgersi senza dei prezzi da pagare, senza produrre contenziosi. Oggi cominciamo a capire che, il fatto che i rapporti tra madre e bambino funzionino non può essere spiegato con la supposta bontà delle madri così come il fatto che funzioni una coppia non è dovuto al fatto di aver incontrato la persona ideale. Il successo nei nostri rapporti interpersonali dipende infatti dal lavoro che noi facciamo per farli funzionare. Tra questo lavoro ci sta anche quello di combattere le illusioni, tra le quali quella della nostra totale libertà e indipendenza dagli altri e di reintrodurre la consapevolezza che siamo tutti particolarmente vulnerabili al fatto che le persone con le quali ci sentiamo collegati mantengano o meno le loro promesse e facciano o non facciano seguire alle promesse i fatti.

 

Riferimento bibliografico:

Seganti, A. (2009).Teoria delle mine vaganti. Come maneggiare il lato oscuro della forza. Roma, Armando.