Lavoro, crisi, disagio psicosociale

Giuseppe De Rita

La crisi economica sta portando nel nostro Paese un confronto quotidiano con le diverse povertà sociali materiali e immateriali che pensavamo di aver accantonato insieme al secolo scorso.I giornali ci investono continuamente con storie di degrado e di nuovi poveri. Siamo abituati a guardare in tv  con un po’ di compassione (ormai più spesso con indifferenza) lo sguardo ansioso di quanti hanno perso o temono di perdere il posto di lavoro. Ormai da troppo tempo prendiamo atto di operai in cassa integrazione, madri di famiglia che perdono il part time, ma anche manager, imprenditori, ricercatori che escono dal mondo del lavoro. I media accendono per un attimo i riflettori su quest’umanità ghermita dalla crisi, che qualche volta protesta e denuncia, ma spesso non traduce in processo sociale il proprio disagio.

Se la protesta clamorosa sul tetto del capannone o in cima alla gru magnetizza per un attimo la nostra attenzione è invece la testimonianza pacata del malessere che forse dal punto di vista psicosociale racconta anche meglio quello che veramente sta succedendo. Dovrebbero farci pensare maggiormente proprio questa pacatezza del disagio e quella forma di “scontento senza più rabbia”. C’è da citare Steinback: ”finché negli occhi c’è il furore vuol dire che c’è una speranza  di salvarsi”. Quando non c’è più vuol dire  che non c’è più energia, che ci si è lasciati andare al gorgo delle cose che non vanno.

La questione è seria, serissima. E non riguarda solo  quelli che la crisi la soffrono direttamente, ma riguarda un po’ tutti: vediamo perché. Voglio evitare di portare la preoccupazione all’estremo delle emozioni, cioè sul fatto che abbiamo seguito per qualche tempo la triste contabilità dei suicidi per fallimento: è un fenomeno impressivo, ma è solo la testimonianza più tragica e gridata di un malessere sociale che la crisi economica e la disoccupazione stanno risuscitando. Secondo le stime del Dipartimento di salute mentale del Policlinico di Milano oggi un italiano su cinque rischia di “ammalarsi di default”: che vuol dire di depressione e di ansia, ma anche di  un corollario di altri disturbi, da quelli vascolari a quelli dermatologici, connessi appunto al disagio psicologico ma anche al correlato abbassarsi delle difese immunitarie. Disturbi che, occorre sottolineare, non hanno la caratteristica della reversibilità rispetto alla loro etiologia: in altre parole se ci si ammala perché si è perso il posto, non si riacquista automaticamente la salute recuperando (ammesso che sia ipotizzabile) un altro posto.

Del resto la curva parallela (disagio mentale/crisi economica) non sta concretizzandosi solo in Italia: è recentissimo lo studio comparso su “The Lancet” che denuncia a chiare lettere come la crisi finanziaria che sta colpendo l’Europa abbia un costo pesante anche sulla salute e sulla vita dei cittadini. Spiega la prestigiosa rivista che le peggiorate condizioni economiche e l’estendersi della disoccupazione stanno portando molte persone alla depressione e fasce più ampie di popolazione non sono più in grado di affrontare le spese per le visite mediche e per l’acquisto dei farmaci. Non è difficile del resto condividere anche a livello di buon senso queste evidenze di ricerca. Evidenze che del resto trovano riscontro anche in Italia, visto che secondo l’Istituto Superiore di Sanità, l’incidenza di patologie depressive si triplica in soggetti che avvertono elevate difficoltà economiche e si raddoppia tra chi ha un lavoro irregolare rispetto a chi ha un lavoro regolare.

A questo punto  sembra di essere di fronte a un serpente che si morde la coda: la crisi produce malattie, ma non ci si può curare bene perché non ci sono i soldi. Ciò produce ulteriori malattie. Un girotondo dannatamente inquietante. E chi, come il ricercatore sociale, è abituato a misurarsi con la concretezza dei fatti sociali, non può uscirsene con una ricetta filosofica o un motto Zen; deve imporsi una riflessione profonda su un piano socio-culturale; visto che la crisi non è solo il prodotto del giuoco intrecciato dei fattori e problemi economici; essa ha una chiara radice antropologica.

La crisi italiana è il frutto di una profonda crisi della costellazione valoriale, che ha influenzato nel profondo le scelte individuali e collettive e il conseguente modello di sviluppo.

Chi ha seguito l’evoluzione della nostra società sa di cosa si parla, cioè della costellazione che ha visto operare simultaneamente le tensioni alla iniziativa imprenditoriale individuale (sommersa e no); alla mobilità sociale (sia verticale che territoriale); alla coesione sociale sia di vertice (con l’interclassismo e la concertazione) sia di base, specie con la crescente rilevanza del localismo; alla copertura economica e di protezione sociale garantita delle famiglie (comportamenti di reddito come di consumo e/o risparmio); alla espansione a macchia d’olio dell’intervento pubblico sui bisogni sociali (le provvidenze di welfare state); ed anche, bisogna ammetterlo, alla crescita non sempre giustificata della spesa pubblica, specie di quella corrente.

E’ l’insieme di questi fattori, e dei valori che li sottendono uno per uno, che ha fatto lo sviluppo italiano di questi ultimi decenni, uno sviluppo che è stato chiamato in vari modi (capitalismo personale, molecolare, post-fordista, ecc.) ma che non ha avuto modo di consolidarsi negli anni. Per cui la violenta crisi economica che ci ha colpito dal 2007 in poi ci ha trovato almeno “spiazzati”: pensavamo di aver basi solide e radicate, ed invece ci siamo trovati a dover risolvere problemi di esposizione finanziaria internazionale, per noi tutti essenzialmente estranei. Ma maledettamente disturbanti, visto che non solo hanno innescato la crisi, ma la coltivano quotidianamente e sottolineano l’esigenza di rivedere alle radici la costellazione di valori sopra richiamata. In fondo l’azione “riformatrice” del Governo Monti a tale revisione ha obbedito (sul piano fiscale come su quello del lavoro) e probabilmente vedremo nei prossimi anni uno scontro, sotterraneo ma duro, fra l’obbedienza alla dinamica e alla razionalità dei “mercati” da un lato e l’arroccamento collettivo al modello di sviluppo faticosamente messo in atto negli ultimi decenni.

Ma in questa sede credo che si debba andare ad una verifica anche del nostro interno, quello più intimamente psicologico, del nostro modello di sviluppo e della costellazione valoriale che l’ha alimentato. Un motore interno che più volte ho visto nell’esplosione della dimensione individuale dei processi socioeconomici, cioè della soggettività. Si pensi a quanta carica di soggettività ci sia stata e ci sia nel fare impresa, nel fare lavoro indipendente, nello sperimentare sempre maggiori consumi, nel tentare le varie strade della mobilità sociale, nel fare casa e famiglia, nel lavorare all’estero, nel difendere i diritti alla libertà individuale. Tutto in Italia è stato un costante primato dell’io, del soggettivismo più spinto, come se tutto il sistema fosse condizionato dalla suggestione ad un primato del soggettivo (l’egologia di cui ha parlato qualcuno) che ha permeato di se tutte le sfere sociali, anche umane, e quindi anche individuali e psicologiche.

La crisi attuale, per come si sta configurando, tocca anche e forse specialmente questo primato del soggettivismo. In fondo è una crisi che tocca non solo le costellazioni valoriali della vita sociale, ma anche quelle della psicologia personale: è una crisi che chiama in discussione il ruolo della responsabilità; del rapporto con l’altro più che con se stessi; dell’autorità; del desiderio, del rischio, del differire da se stessi per il massimo continuo riposizionamento. Basta fermarsi un attimo su qualcuno di questi temi per accorgersi che sono i temi centrali della riflessione filosofica e psicologica insieme; e per avvertire come nella dinamica sociale innescata dalla crisi ci sia posto prioritario per approcci non più solo economici e sociologici, ma chiaramente psicoanalitici. Possiamo tutti dirci curiosi di come e quando tali approcci prenderanno voce e peso nei prossimi anni.