Il moderno precariato

 Bruno Ugolini

E’ difficile ormai parlare di lavoro precario come di un pezzo a parte del mondo del lavoro. Ormai il processo di  precarizzazione coinvolge anche i cosiddetti “garantiti” quelli che fino a ieri erano detentori di un “posto”, un’occupazione, una mansione che si considerava “fissa”, stabile, in settori privati e pubblici. Oltre un milione di persone sono state licenziate nel 2012. Precisamente 1.027.462, con un aumento del 13,9 per cento rispetto al 2011.  Sono donne e uomini in larga misura cinquantenni, con immense difficoltà nel ritrovare nuove forme di occupazione e di reddito, ancora lontani dall’età pensionabile, facili preda di fenomeni di disperazione. A costoro bisogna aggiungere le nuove generazioni costrette a forme contrattuali ballerine. Sono ormai le forme che guidano le possibili assunzioni di mano d’opera. Trattasi di rapporti di lavoro precari, a termine, con diverse denominazioni: stage, a progetto, in associazione, eccetera. Secondo l’Istat nel 2011 i lavoratori con contratti a termine erano 2 milioni 719 mila, pari all’11,8 per cento degli occupati complessivi. E comunque il tasso di disoccupazione giovanile risulta pari a un 30% che sale al 50% nel Mezzogiorno). Il più alto dell’Eurozona.

I contratti flessibili non  sono, in larga misura, forme transitorie che possono essere giustificate, come spesso si è teorizzato, come un “ponte” verso un’occupazione definitiva. A dieci anni dal primo lavoro atipico, quasi un terzo degli occupati è ancora precario e uno su dieci è rimasto senza lavoro. Tutto era cominciato negli anni 90 quando la cosiddetta New economy sembrava aprire un futuro radioso per tanti giovani che sognavano di imitare Bill Gates o Steve Jobs. Nella realtà la corsa al lavoro atipico, senza contratti stabili, si è rivelata spesso e volentieri solo un mezzo adottato dalle imprese per risparmiare sul costo della mano d’opera. Infatti questi moderni rapporti di lavoro non comprendevano tutele elementari come quella di poterti ammalare senza rimanere privo di un sostegno al reddito oppure di godere di ferie. Non era nemmeno vero che questi lavoratori “atipici” potessero godere di spazi di autonomia, di libertà. Erano infatti adibiti a mansioni eguali a quelle di altri colleghi a posto fisso,  con orari di lavoro prefissato, collegati a una rete di comando. Avevano fatto credere loro di essere “imprenditori di se stessi” ma questa teoria risultava sovente un bluff. I legislatori, ultima la ministra Fornero, hanno cercato di intervenire in tale materia ponendo delle regole che avrebbero dovuto impedire abusi, come l’uso improprio di mano d’opera, ma con risultati che hanno peggiorato le cose, scontentando nello stesso tempo imprenditori e sindacati. E oggi il mondo del lavoro giovanile è contrassegnato dalla crescente presenza dei cosiddetti “Neet”, l’acronimo che riassume la definizione inglese: Not in Education, Employment or Training. Ovverosia coloro che “non” lavorano,  “non” studiano, non partecipano ad attività di “formazione”. Una sorta di  “generazione non”, come l’ha definita Ilvo Diamanti. Ha scritto il sociologo che siamo così di fronte a una generazione: “Priva, per questo, d’identità. Perché se non sei studente e neppure lavoratore, semplicemente, non esisti. Resti sospeso nell’ombra. Senza presente né futuro”. I Neet (tra 15 e 29 anni) che si trovano in questa posizione sono oltre 2 milioni e 200 mila.

Attorno a costoro e alla piaga del lavoro precario si sono svolte sulle pagine dei giornali nonché tra studiosi e politici molte polemiche accompagnate da rampogne di chi accusava tali nuove generazioni di rifiutare in sostanza molti lavori manuali considerati umilianti. Ed è vero che é possibile notare in molti di questi giovani la voglia di conquistare un’occupazione corrispondente ai propri saperi e alle proprie ambizioni, dove poter trovare una gratificazione, un modo per esercitare autonomia e creatività. E’ altrettanto vero che è possibile indagare su esperienze di giovani che ritornano ad antichi mestieri (come la falegnameria o la coltivazione agricola) con risultati soddisfacenti. Testimonianze che dovrebbero far riflettere sulla necessità, per attivare l’interesse delle nuove generazioni verso occupazioni con caratteristiche manuali, di introdurre riforme moderne. Riforme capaci di ridare dignità e gratificazione (economica ma non solo) al ruolo delle persone impegnate nelle industrie manifatturiere ma anche nell’esteso campo dei servizi. Col riconoscimento del ruolo di queste persone, anche attraverso forme di partecipazione attiva alla gestione, superando caratteristiche oppressive e umilianti. Un modo per favorire anche quei livelli di produttività la cui assenza si è soliti lamentare.

E’ interessante poi notare, sempre a proposito del fenomeno del precariato, come sia scaturita una disputa circa la diffusa opinione secondo la quale i figli di oggi sarebbero in condizioni assai peggiori rispetto ai figli di ieri. Un apprezzato commentatore come Aldo Cazzullo ha scritto in un libro (“L’Italia si è ridesta”, Mondadori) che non è affatto vero che oggi i figli stiano peggio dei padri ed abbiano di fronte un futuro peggiore. Cazzullo cita le tante cose che hanno i giovani contemporanei: il computer, il telefonino, i voli low cost, i social network, eccetera.  Giuliano Amato ha  osservato, a questo proposito, che, certo, “non siamo di fronte a un presente tutto nero, con qualche visionario che cerca di farci credere in un futuro tutto rosa, per tenerci buoni”.  Questa duplice lettura delle cose è comparsa anche nella vasta letteratura che contrassegna il fenomeno del lavoro precario. Qui si può andare da “L’uomo flessibile, le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale”, di Richard Sennett ai libri di Aldo Nove, per arrivare a “Precari e contenti” di Angela Padrone.  Innumerevoli le testimonianze provenienti poi da registi come Kenn Loach (It’s a free world) o Paolo Virzi  (“Tutta la vita davanti”). Mentre innumerevoli sono i siti web che denunciano condizioni insostenibili e soluzioni possibili. Citiamo tra questi “Iva sei partita”, la  “Repubblica degli stagisti”, “Giovani non più disposti a tutto” (http://www.nonpiu.it).

 

Quale è l’azione del sindacato in questa giungla crescente di rapporti di lavoro precari? Esiste in ogni confederazione una categoria interessata a queste problematiche.  Così il Nidil-Cgil, l’Alai-Cisl,  il Cpo-Uil. E’ da segnalare il fatto che la sigla del Nidil rinvii a  “Nuove Identità lavorative”,  una formulazione che accenna a nuove figure di lavoratori non passeggere, destinate a durare nel tempo, a contrassegnare l’epoca del cosiddetto post fordismo, ovverosia del posto fisso per l’intera vita.

Nella stessa Cgil del resto si è aperto di recente un confronto, aperto da un’autocritica di Susanna Camusso, che lamentava i limiti dell’azione sindacale su questo terreno.

C’è in sostanza nel sindacato chi considera in modo indistinto il mondo del precariato e si affida solo a una legge capace di “stabilizzare” tutti i precari senza distinzioni. Mentre altri considerano necessari percorsi di contrattazione all’interno dei diversi luoghi di lavoro, capaci di tenere conto delle specifiche richieste degli interessati e delle diverse forme di lavoro. Un modo per rispettare insomma esigenze e realtà plurime senza fare di ogni erba un fascio. Tenendo conto, insomma, come si è fatto in alcuni accordi già stipulati, che esistono mansioni lavorative collegate a specifiche contingenti condizioni produttive e che hanno bisogno di collaborazioni straordinarie. Solo che tali collaborazioni vengono fornite senza il rispetto di tutele elementari e a prezzi spesso irrisori. Insomma il superamento della precarietà del lavoro è collegato a una possibile crescita, a un possibile sviluppo, basato su un lavoro di “qualità”, premessa necessaria a lavori di “qualità”. E quindi davvero competitivi nella sfida dei  mercati internazionali.