Amori Criminali e\o Storie Criminogene

Manuela Fraire

 

amori criminaliChe brutta parola femminicidio! Primo perché non è affatto il simmetrico di omicidio che mantiene la sua pretesa di universalità: l’equivalente di femminicidio dovrebbe essere maschicidio. Poi perché uniforma sotto un unico significante fenomeni molto differenti tra loro anche se si riferiscono alla violenza che colpisce le donne. Per spiegarmi meglio propongo di prendere in esame il programma televisivo che va in onda il sabato sera su Rai3 alle 11.30 ( ora perfetta per essere visto dalle donne che finalmente guardano la televisione dopo che i vari sport e serial televisivi hanno accontentato mariti e figli ) dal significativo titolo “ Amore criminale”. Di che si tratta? Di storie di donne oggetto di violenze- nella maggior parte dei casi NON sessuali- da parte dei loro amanti e/o mariti. Caratteristica delle storie è in quasi tutti i casi la morte della donna e la galera – mai l’ergastolo comunque- per gli uomini \ assassini.

Ciò che colpisce in queste storie dall’esito esiziale è l’assenza quasi totale dei cosiddetti motivi d’onore che hanno caratterizzato il secolo scorso. Gli uomini hanno ucciso le loro compagne di vita perché traditi con un rivale vero o presunto. Insomma dall’altra parte della vendetta maschile c’è stato quasi sempre come principale interlocutore un uomo di cui essere gelosi. In sostanza delitto d’onore stava per delitto avvenuto per motivi legati alla gelosia e per questo considerati spesso dalla legge “onorevoli” in quanto a difesa della dignità e dell’attaccamento di un uomo per la “propria” donna. Terribili delitti attraversati da una sessualità le cui regole erano ( e spesso ancora sono) unilaterali, fondate cioè sulla sessualità maschile ( consiglio in merito la lettura per chi non lo conoscesse del libro di Carla Lonzi dal titolo evocativo “Donna clitoridea e donna vaginale”). In definitiva lo sfondo, almeno in apparenza, era quello di due sessualità di cui una – quella femminile – sottomessa a quella dell’altro – quella dell’uomo.

Non è questa la sede per dilungarmi sulle molte considerazioni che ancora si possono e si debbono fare sull’esistenza di due sessualità. L’argomento mi porterebbe fuori del tema che propongo e che si appoggia sulla cultura dei tempi in cui viviamo nei quali la sessualità compare alla ribalta mediatica sotto forma di stupri e abusi. Sono sempre uomini che abusano delle donne e dei bambini e sono loro sotto il tiro incrociato di articoli di giornale, trasmissioni televisive, film. Ci sono buoni motivi, gli uomini li forniscono indirettamente, per essere presi di mira con crescente angoscia delle donne. Tuttavia anche se la quantità non fa la qualità non si può neanche ignorare che i casi di violenza sessuale sulle donne riempiono l’immaginario collettivo al punto da generare una vera e propria psicosi anche in donne provviste di strumenti che permettono loro di discernere tra aggressività e distruttività. Le donne oggi hanno più libertà di movimento che in passato ma hanno più paura. Si dirà , anzi a mezza bocca si dice, o apertamente, come è accaduto al parroco di una cittadina del nord, che la violenza è il prezzo che paga la nuova emancipazione femminile.

Balle. Gli stupri e gli abusi sono antichi come il mondo e non hanno a che fare con l’emancipazione femminile bensì con un modo di intendere il rapporto tra i sessi che ha piuttosto a che fare con la coppia masochismo \ sadismo che non può riguardare solo e neanche principalmente l’uomo: la psicoanalisi lo sa bene! Riguarda invece la cultura del “genere” che disegna uomini e donne secondo regole su cui si ritagliano comportamenti sociali e interazioni tra individui dei due sessi. L’immaginario relativo ai due sessi si basa essenzialmente sulla cultura del genere, Laplanche ha scritto pagine fondamentali sul tema, che andrebbe trattato approfonditamente proprio dagli e dalle psicoanaliste che sono confrontati a questo immaginario nella stanza d’analisi. Non solo poiché anche la comunità analitica è percorsa da questo stesso immaginario per cui uomini e donne non hanno all’interno della istituzione analitica lo stesso “peso”. Dico “peso” e non “potere”. La cultura del “neutro” che azzera le differenze tra i sessi ignora che il pensiero e’   ancorato ( “undwelling” dice Winnicott) ai corpi e quindi anche alle differenze anatomiche. Eppure la “neutralità” dei processi di pensiero ha ancora un credito e uno spazio importante nella teoria della psicoanalisi. Perché?

Se è vero, come credo, che ognuno di noi e’ il risultato dell’incontro di un corpo sensoriale, quello dell’infans, con l’ambiente umano e non umano nel quale si nasce, non si può negare che la cultura, intesa in senso antropologico, nella quale veniamo allevati costituisce la base, largamente inconscia, della rappresentazione che ci andiamo facendo dei sessi e delle generazioni. E queste rappresentazioni che vengono da lontano nella storia delle generazioni, incontrano l’attualità del presente, nuove formazioni culturali, un nuovo immaginario in formazione. Ora coloro che nascono oggi o che sono abbastanza giovani da essere ancora plastici rispetto alle novità del presente cosa debbono pensare del rapporto tra i sessi? Nella stanza d‘analisi -si dice- si alternano paura e insicurezza- principalmente maschili- e rabbia e delusione- principalmente femminili. Ma le generalizzazioni sono sempre poco convincenti mentre un punto resta cruciale nell’immaginario sia maschile che femminile: tra i sessi vi è una guerra a cui si cerca da ambo le parti di sopravvivere. Ma purtroppo la risposta imbocca spesso la via della rinuncia e comunque il timore dei legami visti come terreno di coltura di insopportabili dipendenze . Torniamo ad “Amore criminale” e scopriremo che le storie offerte al pubblico televisivo riguardano un fenomeno nuovo. Gli uomini – quegli uomini – uccidono le donne non per gelosia ma per “invidia”. In inglese “jealousy” e “envy” sono usati talvolta in modo intercambiabile e come sempre il linguaggio è portatore di qualcosa che ancora la nostra mente non ha potuto pensare.

Intendo dire che l’invidia di molti degli uomini protagonisti di crimini “amorosi” si scatena di fronte a un desiderio femminile che ha come oggetto la propria realizzazione personale – lavoro, cura della propria immagine, criteri educativi dei figli – al pari dell’amore per un uomo. Il desiderio femminile è il vero terremoto che oggi attraversa e scuote la relazione tra uomini e donne tanto che in alcuni casi si arriva al bisogno di distruggere l’oggetto della propria invidia per liberarsi di un’ossessione. Come fare fronte a questa “passione negativa” che percorre l’immaginario maschile senza rinunciare al legame? E’ la pseudosoluzione adottata in molti dei casi – in parte paradigmatici dell’epoca di una crescente emancipazione femminile – che una trasmissione televisiva come quella citata racconta. Ma non è la sola. Le donne vittime non si allontanano dal proprio partner perché innamorate di un altro uomo, bensì perché desiderano una vita in cui la propria espressività sia riconosciuta come un diritto e non come un furto perpetrato ai danni della coppia e della famiglia.

Con l’avvertenza però che il modo di raccontare e i casi scelti possono incappare nell’errore fatale di fare della descrizione dei fatti una prescrizione di condotte in parte derivate dalle nuove identificazioni rese disponibili dai mezzi di informazione. Gli uomini non sono “naturalmente” stupratori e le donne non sono “naturalmente” sottomesse. Lo sappiamo ma queste vecchie categorie si presentano oggi sotto forme mascherate magari in nome di giuste cause.

Febbraio 2013