Riflessioni intorno al pensiero di Sandra Filippini

Sandra Filippini

Psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana, ha lavorato a lungo come psichiatra nei Servizi Psichiatrici di Arezzo e Firenze. Ha insegnato Psicologia presso la Scuola di Specializzazione in Terapia Fisica e Riabilitazione della Facoltà di Medicina di Firenze. E’ stata Segretario Scientifico del Centro Psicoanalitico di Firenze, sezione Toscana della SPI, e per dieci anni è stata consulente di un Centro per l’assistenza a donne e minori vittime della violenza domestica. Questo impegno – che ha mantenuto fino alla sua prematura scomparsa – ha costituito sia l’approdo di un interesse per il femminile coltivato fin dagli anni ’80 sia la fonte di una coraggiosa riflessione sulla psicodinamica del maltrattamento. Un tema quest’ultimo che ha suscitato vivo interesse anche nel pubblico non specialistico, come testimoniato dalla sempre folta e vivace partecipazione alle diverse presentazioni del suo libro Relazioni perverse. La violenza psicologica nella coppia (Franco Angeli, Roma 2006).Ha scritto inoltre su argomenti di teoria psicoanalitica e sui temi dell’identità femminile.

 

Tre recensioni al libro:

Filippini S. (2005). Relazioni Perverse. La violenza psicologica nella coppia

Franco Angeli, Milano.

 

Prima recensione:

“Relazioni perverse. La violenza psicologica nella coppia”, è un bel libro: utilissimo a chi lavora nella cura della sofferenza psichica, è fruibile anche da lettori non specializzati nel settore. Funziona prima di tutto come un obiettivo che consente di vedere un problema, di riconoscerlo e di metterlo a fuoco: “ecco cosa sta succedendo!” può dire il clinico oppure: “capisco meglio adesso quello che allora mi succedeva!” hanno scritto a Sandra Filippini alcune lettrici raccontando le proprie vicende coniugali.

Il maltrattamento psicologico è infatti un maltrattamento di tipo particolare, più sottile e meno immediatamente riconoscibile del maltrattamento fisico, ma non per questo meno grave.

L’autrice è un’analista e affronta il tema dal punto di vista e con gli strumenti della psicoanalisi ma tiene anche conto dell’esperienza da lei stessa maturata lavorando per molti anni con donne vittime di violenza in un centro antiviolenza. Tiene conto cioè di un’esperienza di matrice sociale e femminista fondata sul presupposto che nella stragrande maggioranza                dei casi la donna è il soggetto debole. A questo proposito del resto le statistiche mondiali non lasciano adito a dubbi. Alla base del libro, come si dichiara nell’Introduzione, due punti di vista conflittuali: la neutralità analitica, che chiede un ascolto equidistante dei problemi della coppia, e la parzialità femminista che riconosce alla donna il ruolo di vittima. Tuttavia è bene precisare che la neutralità alla quale si è chiamati nella cura analitica non significa indifferenza nei confronti delle questioni sociali e dei problemi che assillano il mondo nel quale gli analisti vivono e lavorano. Se l’analista rimane tendenzialmente neutrale, la psicoanalisi non può restare indifferente e staccata dal resto della società.

Ancora, l’atteggiamento di chi ascolta non è più di sospetto, ma di rispetto, come già Luciana Nissim suggeriva. “Perché le vittime subiscono?” è una domanda ineludibile quando ci si occupi di abuso, di maltrattamento fisico o psicologico, di forme di violenza estreme. Ma i toni di questa domanda: “perché il bambino si è lasciato molestare?” “perché la ragazza violentare?”, “perché gli ebrei internare?”, “perché non ha gridato?”, “perché non si sono ribellati?” se muovono dal versante del sospetto, sia pure del sospetto di una motivazione non cosciente, inesorabilmente risuonano come un’accusa. Se muovono dal versante del rispetto “credo a quello che mi racconti e penso che quello che ti è successo ti è successo perché non poteva essere altrimenti” aprono il dialogo terapeutico e l’indagine scientifica. Il perché può trasformarsi in uno o tanti come.

“Come si diventa vittime di un altro” è il tema di fondo di Relazioni Perverse: muove dall’ esperienza dell’autrice nell’Associazione Artemisia- Centro contro la violenza Katia Franci- per affrontare una problematica, quella della costruzione della vittima, che può toccare non solo le donne ma tutti gli esseri umani.

Il tema è sviluppato intorno a tre punti: la personalità del maltrattante, “il perpetratore”, come l’autrice lo definisce; la relazione; il processo di vittimizzazione.

Sulla scorta di una ricca casistica di donne vittime di violenza psicologica e attraverso l’analisi di alcuni pazienti uomini che avevano chiesto aiuto per problemi di altra natura e che nel corso del trattamento di sono rivelati dei perpetratori nei confronti delle loro compagne (due casi sono riassunti nel capitolo 3) Sandra Filippini disegna il profilo del perpetratore: ha un assetto narcisistico di personalità, che può declinarsi in senso overt o covert, in senso caldo o freddo, più nello stile del pitbull o più nello stile del cobra secondo le immagini usate da Jacobson e Gottman (When men batter women, Simon & Schuster,
New York 1998), non riconosce l’esistenza dell’altro ma dell’altro ha assoluto bisogno per sentirsi vivo ed esistente attraverso l’esercizio del controllo e del dominio. A questo si aggiunge un tratto perverso, di marca sadica (il gusto nel controllare una persona e nel provocarle sofferenza) e cinica: cinico è colui –si cita Oscar Wilde- che conosce il prezzo di tutte le cose e il valore di nessuna.

All’ombra di questa configurazione psicopatologica si sviluppa la relazione della coppia che solo dopo un certo periodo di tempo, spesso in coincidenza con la nascita di un figlio, inizia a pervertirsi trasformando uno dei due membri –in genere appunto la donna- in vittima dell’altro. Gaslighting dal film Gaslight (Angoscia nella versione in italiano) dove un marito cerca di far impazzire la moglie isolandola e portandola a non fidarsi più delle proprie percezioni, è diventato un termine in uso nella letteratura anglosassone per descrivere comportamenti che hanno lo scopo di indurre una persona a dubitare di se stessa e dei propri giudizi di realtà, a sentirsi confusa o a temere di stare impazzendo.

Nel corso del graduale ma inesorabile stringersi delle maglie di un cerchio che la rende vittima, la donna prima cerca di adeguarsi alle richieste del compagno, di cambiare, di compiacerlo: ma non va mai bene, lui non è mai contento e anzi si rafforzano e si aggravano, senza per altro mai diventare precise, le accuse rivolte a lei e il disprezzo con il quale ormai lui la tratta. Confusa, sola, dubbiosa la donna perde stima di sé e subisce il maltrattamento sentendosene colpevole. Più lo subisce più perde in autostima più pensa di meritarselo. Il giro diventa infernale.

A differenza del perpetratore, la vittima della violenza psicologica non ha –e qui sta uno dei punti nevralgici e originali del libro- una storia né un profilo psicopatologico che giustifichino il suo stato: non è, sostanzialmente, una masochista che abbia trovato pane per i suoi denti. Generalmente si tratta di una persona normale, spesso capace nella sua professione e nel compito –interamente “scaricato” su di lei- di crescere i figli. La vittima è resa vittima dalla situazione nella quale si trova e dalla quale non riesce ad uscire. Perché non riesce ad uscire? E la domanda alla quale si tenta una risposta nell’ultimo capitolo “Perché le donne subiscono?”: a questo rimando il lettore curioso.

Il libro è scritto in forma piana, scorrevole, quasi dimessa. Ma non lasciatevi ingannare: è un libro con una forte vena eversiva che solleva interrogativi cruciali per la psicoanalisi. Uno di quei libri che rischiano di essere messi all’indice sotto l’anatema “questa non è psicoanalisi”. E certamente non è solo un libro di psicoanalisi: è scritto tenendo conto, per esempio, della psicologia sociale, che per anni gli analisti hanno pensato di poter ignorare mentre affrontavano temi di carattere politico e sociale. Vale dunque la pena di leggerlo.

Segnalo anche, sul tema del maltrattamento morale nella coppia, il profilo di Charles Bovary, marito di Emma, tracciato da Roberto Speziale Bagliacca. Lo si può trovare in R. Speziale Bagliacca, Adultera e re, Astrolabio, Roma, 2006.

Relazioni perverse è un libro sul male, il male che attacca la creatività e la libertà delle quali la coppia e il legame amoroso sono espressione: il male che si annida là dove sarebbe impensabile trovarlo e dove dunque, probabilmente, si trova. “Famiglie, io vi odio”.

Il male è un tema che la psicoanalisi ha affrontato a vari livelli a partire dal 1915, a partire forse dall’esperienza reale della prima guerra mondiale che ha esacerbato il pessimismo intellettuale di Freud. Mentre la eta psicologia psicoanalitica si interroga sull’origine della distruttività umana e sull’esistenza della pulsione di morte, la clinica si interroga sui fattori in gioco sostanzialmente dividendosi fra costituzione, educazione e situazione come i tre principali imputati dell’esercizio della violenza. Posto che tutti gli umani hanno un fondo di malvagità e di attrazione per la malvagità, come avviene che alcuni umani si mostrino più malvagi di altri e altri umani più inermi di fronte alla crudeltà? Questa è la domanda.

A questa domanda Sandra Filippini risponde, come ha notato Mario Rossi Monti, seguendo due criteri diversi, usando per così dire, due pesi e due misure: il criterio costituzionale, per definire il perpetratore e il criterio situazionale per definire la vittima. Con una battuta dell’autrice, perpetratori si nasce, vittime si diventa.

Ma se è spesso vero che vittime si diventa, è sempre vero che perpetratori si nasce? Purtroppo l’esperienza in contesti di guerra e di violenza generalizzata, così come studi ed esperimenti di psicologia sociale –celebre quello di S.Milgram-, hanno mostrato che un piccolo incoraggiamento esterno può essere sufficiente a trasformare una persona comune in un mostro morale.

E’ possibile, tornando alla coppia, pensare che ci siano eventi di vita o elementi situazionali (per esempio la neo paternità o condizioni di forte stress) che spingano il maltrattante a divenire tale oppure che favoriscano il risveglio e l’estrinsecazione di tratti psicopatologici di fondo o che lo sostengano legittimando il suo dominio sulla compagna?

Partita anche dal femminismo, questa ricerca anche al femminismo e alla riflessione storica, politica e sociale ci riconduce. Ci riconduce al peso delle ideologie, non solo psicoanalitiche, che sottilmente svalutano la figura femminile e la inchiodano al ruolo di chi è “naturalmente” versata a sopportare, di quella dalla quale è giusto aspettarsi che si occupi con dedizione del marito e dei figli, che faccia dei sacrifici, che sia pronta a farsi da parte per far posto all’uomo. Se delude queste aspettative, è legittimo punirla. C’è insomma, ci si può chiedere fra le tante cose alla fine della lettura, una responsabilità non solo individuale ma anche sociale nel processo che rende l’una vittima e l’altro maltrattante? E ancora, c’è qualcosa nella stessa istituzione della coppia e della famiglia che le rende luoghi atti a scatenare la violenza? Potenziali prigioni dove persone relativamente normali tirano fuori il peggio di sé?

Stefania Nicasi in “Contrappunto. Materiali di lavoro dell’Associazione Fiorentina di Psicoterapia Psicoanalitica”, 2007, 38, 87-90.

Pubblicata in SPIweb per gentile concessione della Rivista “Contrappunto”.

 

Seconda recensione:

C’è un’immagine, nel libro di Sandra Filippini, che ho trovato estremamente suggestiva, e che voglio utilizzare come immagine introduttiva al percorso che l’autrice ha delineato in questo suo lavoro. A pagina 95, parlando della terapia con Renata, Filippini scrive dell’accompagnare la paziente “attraverso l’uscita dalla nebbia della perversione relazionale”, La “nebbia” delle perversione relazionale, dunque. Questa nebbia rappresenta lo stato di disorientamento, perplessità, confusione, dubbi sulla propria percezione della realtà, incapacità di reagire, da cui vengono pervase e in cui si perdono le donne vittime di un particolare tipo di maltrattamento da parte del proprio partner. La nebbia, al contempo, è quella che circonda e nasconde all’esterno ciò che avviene all’interno di quella coppia, rendendo quasi invisibile socialmente il particolare tipo di violenza che viene esercitata e subita, e che contribuisce al senso di isolamento e vergogna con cui la vittima vive la propria esperienza. In ultimo, la nebbia che l’autrice mi sembra proporsi di diradare, è la confusione o l’ambiguità degli stessi strumenti concettuali con cui il clinico si avvicina a determinate configurazioni relazionali di coppia. Questa operazione di chiarificazione concettuale e terminologica appare quanto mai necessaria per illuminare più appropriatamente queste specifiche situazioni di difficoltà e sofferenza, e per definire più esattamente confini e dinamiche, allo scopo di poter offrire un valido aiuto terapeutico alle donne che vi si trovano intrappolate.

Questo libro nasce, per dichiarazione dell’autrice, dall’intrecciarsi di due sue pratiche di lavoro, come psicoanalista e come consulente di un’associazione fiorentina contro la violenza sulle donne, l’Associazione Artemisia.

L’operazione di coniugare due pensieri e due saperi forti come la psicoanalisi e il femminismo non è impresa facile, come stanno a testimoniare tanti tomi laboriosi e tante dispute puntigliose, e in questo senso il libro di Filippini appare particolarmente felice, perché l’operazione di tenere insieme i due pensieri in una tensione vitale è a monte della scrittura. Il punto di vista espresso è maturato nell’esperienza e nella riflessione quotidiana, ed è frutto di una elaborazione – che presumo faticosa – che tuttavia ci viene restituita senza pesantezze in uno stile di scrittura limpido e scorrevole, privo di manierismi gergali o specialistici, e con una narrazione in cui da esemplificazioni cliniche si spazia a figure e situazioni offerte dal cinema, dalla letteratura, dall’immaginario culturale in senso lato, alternandosi, queste parti più narrative, a richiami, puntualizzazioni e considerazioni teoriche.

L’ottica psicoanalitica utilizzata come strumento di indagine e comprensione dei fenomeni in esame, è essa stessa prodotto di una tensione integrativa tra due prospettive che non si vogliono scisse e contrapposte, ma coesistenti e dialoganti: l’intrapsichico, l’analisi delle dinamiche psichiche all’interno del singolo soggetto, si intreccia costantemente con l’intersoggettivo, con la descrizione di come nello scambio relazionale con l’altro da sé, prendono corpo e vengono modulati fantasmi, angosce e bisogni del proprio mondo emozionale interno. Filippini propone di indagare il maltrattamento nella relazione di coppia circoscrivendo le sue riflessioni alla coppia eterosessuale in cui l’uomo è il perpetratore e la donna è la vittima, e limitandosi alle situazioni in cui la violenza esercitata è esclusivamente di tipo psicologico, senza sconfinamenti nella violenza fisica che chiamerebbe in causa – a suo avviso – differenti meccanismi psicopatologici.

Allo scopo di tracciare un profilo di personalità del soggetto maltrattante, e per individuare le dinamiche psichiche che producono comportamenti tesi sistematicamente ad umiliare, mortificare, svilire e disprezzare la compagna, l’autrice parte dal concetto di narcisismo e di perversione relazionale. Il termine perversione non è qui inteso nel senso di perversione erotica, ma più nel senso di perversione morale, di messa in atto di comportamenti che esulano dall’area della sessualità e mirano a distorcere, deviare, manipolare l’altro in una relazione. Brevemente, proverò a delineare il percorso concettuale che Filippini suggerisce. Se il narcisismo “sano” coincide sostanzialmente con il normale meccanismo di regolazione dell’autostima, quello patologico si esprime con tratti distruttivi di personalità e di stile relazionale. La personalità narcisistica, tuttavia, non è solo quella descritta dal DSM, a cui spesso si fa anche riferimento nel linguaggio comune. Il narcisista grandioso, esibizionista, arrogante, presuntuoso, è quello più immediatamente riconoscibile rispetto all’altro tipo di narcisista patologico, quello i cui tratti distintivi sono la timidezza, l’inibizione, l’ipersensibilità alla critica e al rifiuto, il sentimento di inadeguatezza, e che nasconde dentro di sé invidia, svalutazione per gli altri e fantasie di grandezza. Direi che se il primo tipo può inizialmente affascinare perché sembra poter trascinare la partner in una dimensione di eccezionalità, unicità e potere, come offrendole di condividerla con lui, sollevandola al di sopra della banale limitatezza degli altri esseri umani, il secondo tipo fa maggiormente leva su una “sindrome da crocerossina”, tipo “io ti salverò”, suscitando nella partner l’impressione di aver trovato un uomo il cui valore e le cui potenzialità frustrate o non riconosciute dagli altri attendono, per potersi affermare, solo una donna in grado di aiutarlo e sostenerlo. In breve, è come se il messaggio implicito alla partner, messaggio pericolosamente esaltante e gratificante, fosse: tu sola vali, tu sola capisci, tu sei diversa dagli altri. Akhtan ha definito il narcisista del primo tipo “overt” e il secondo “covert”, ma entrambi i tipi sono accomunati da difficoltà relazionali, dall’incapacità ad amare ed empatizzare, di riconoscere i propri bisogni e difficoltà emozionali. Si rapportano agli altri in maniera puramente strumentale, incuranti dei sentimenti e delle esigenze del partner della relazione. È qui che Filippini trova il collegamento con il concetto di perversione, percorrendo quelle teorizzazioni psicoanalitiche che vedono in essa l’espressione sessualizzata ed erotizzata vuoi di disturbi dell’aggressività, vuoi di bisogni di sovvertire i limiti della realtà, o viene vista come strategia difensiva contro angosce disgregative.

Nella perversione sessuale, lo scopo fondamentale del perverso è – inconsciamente – il dominio ed il controllo sull’altro, di cui c’è un bisogno di negare la separatezza e l’esistenza autonoma. Scrive Filippini: “Il narcisista ha relazioni con oggetti-sé, in quanto non istaura una vera relazione con l’altro, ma lo usa come specchio in cui verificare la propria identità e come sostegno all’autostima. Vi è insomma un’indifferenza verso l’altro e un mancato riconoscimento dei suoi bisogni e sentimenti. L’altro è lì per essere usato dal narcisista per le sue necessità. D’altro lato, l’essenza del modo perverso di relazione – o perversione relazionale – consiste proprio nel trasformare la relazione d’oggetto in relazione di potere, nell’usare l’altro a proprio piacere” (p.30). (Due brani dagli esempi clinici)

 

Mauro

Mauro è un giovane analizzando, sposato da alcuni anni. Ha chiesto un’analisi per ma sintomatologia depressiva di modesta entità, collegata a certe difficoltà incontrate nell’ambiente di lavoro. […]

Considera i problemi di lavoro, insorti di recente, come un fastidioso accidente, reso ancora più fastidioso dal fatto di non esse­re riuscito a sorvolare, ma di esserci stato un po’ male, fino a sentirsi, in alcune occasioni, indebolito, fragile, come uno che non sa se può più contare su di sé. Nel lavoro analitico, comunque, ha, apparentemente, un atteggiamento di collaborazione, sebbene spesso mi dia l’impressione di essersi preparato prima, come non osando affidarsi all’improvvisazione, alla regola delle libere associazioni ma preferendo aver il controllo sulle proprie espressioni. […]. È molto attento a quello che dico, e di solito commenta, nella seduta successiva: “Quello che mi ha detto ieri mi ha interessato: difatti avevo già pensa­to che…”, “Quello che mi ha detto nell’ultima seduta mi non mi è sembrato molto pertinente, e comunque non sono d’accordo….”.

Non parla spesso del rapporto con la moglie, come se si trattasse di un’area libera da conflitti. Ho l’impressione che egli consideri quello coniugale un rapporto riuscito e soddisfacente. La moglie lavora in un ambito affine al suo o, per meglio dire, per una società che intrattiene rapporti con la sua. […] Hanno ruoli di pari grado e importanza che svolgono, di solito in luoghi diversi. A volte la moglie lo aiuta per qualche problema specifico nel quale ha una maggiore competenza, e lo fa con altruismo e senza farlo pesare.

Dopo il primo anno di analisi la modesta depressione si può considerare superata: Mauro tuttavia rimane in analisi, come a volere “perfezionare il risultato”. Vengono i in scena nuovi aspetti della sua personalità, come, per esempio, il bisogno di fare bella figura in società, un bisogno forte, coatto, che può dare origine, se non soddisfatto, ad una sorta di ruminazione ossessiva. Egli non sembra rendersi conto del ruolo che, a questo proposito, ha assegnato alla moglie. Me ne rendo conto io, all’improvviso e con stupore, quando ascolto il racconto di una riunione della sera precedente.

Lui e la moglie erano entrambi presenti ad meeting in cui erano coinvolte varie persone delle loro rispettive aziende. Diversamente dal solito, quella sera Mauro era a disagio, non si sentiva perfettamente sicuro della sua preparazione, che di solito era invece impeccabile e tale da assicurargli il successo, come lui diceva, “a mani basse”. Era un sottile senso di disagio, tanto più avvertito quanto più gli sembrava che sua moglie si sentisse sicura e non si occupasse di lui […].

Mauro però era rimasto scontento di sé e soprattutto scontento del comportamento I della moglie. Cominciò a pensare che “doveva fargliela pagare” e nelle settimane I che seguirono mise in atto questo piano. Non le rivolgeva la parola, se non per criticarla o per ironizzare sui suoi comportamenti, oppure la evitava e alle sue richie­ste di spiegazioni rispondeva che non c’era proprio nulla da spiegare… se lei non era in grado di capire da sola.

[…] Venni a sapere, in questa situazione, che non era là prima volta che accadevano episodi di questo tipo: erano invero abbastanza frequenti e il funzionamento normale, quello della comunicazione diretta e collaborativa, sembrava piuttosto costituire l’eccezione. Questi episodi si concludevano di solito, come avvenne in questa occasione, con una sorta di perdono che dentro di sé il paziente decideva di accordare alla moglie, dopo averla vista soffrire per un tempo che considerava sufficiente. Quanto a lei, mi sembrava che lì per lì si sentisse rinfrancata dal mutare delle condizioni, per quanto non potesse mai capire che cosa fosse realmente accaduto. Avevo la sensazione, anche se Mauro non me ne parlava in modo esplicito, che la moglie uscisse da questi episo­di ogni volta un po’ più sconcertata e confusa, mentre lui non sembrava, allora, comprendere i motivi, dello stato d’animo di lei.

[…]

Tuttavia lei lo sosteneva e lo appoggiava, aiutandolo anche nella carriera pro­fessionale. Mauro però (lo compresi un po’ alla volta riflettendo sullo sviluppo della relazione transferale), non poteva accogliere alcun dono, perché questo avrebbe significato riconoscere una propria mancanza. Non poteva essere grato, né tantomeno, dimostrare la propria gratitudine. Poteva soltanto appropriarsi di na­scosto delle qualità della compagna, o, per dir meglio, derubarla, pretendendo che lei non si accorgesse – né se ne accorgessero altri – di ciò che gli dava. Se gli pa­reva che lei non fosse abbastanza oblativa, o se non riusciva nell’intento di deru­barla dei suoi preziosi contenuti, di cui tuttavia non poteva riconoscere il valore, allora si infuriava e cominciava a maltrattarla. Non le rivolgeva parola se non per offenderla, deriderla o svalutarla. […]

 

Bernardo

Bernardo è un uomo sulla quarantina quando inizia l’analisi. Soffre a causa di
una sintomatologia fobica, insorta da diversi mesi, che lo disturba soprattutto per­ché interferisce con la sua attività di imprenditore. Si tratta infatti di una angoscia claustro-agorafobica che gli impedisce di usare ascensori, autobus, aerei e treni e, in generale di viaggiare, di allontanarsi da casa. Bernardo ha una compagna con cui convive da molti anni, e con cui dice di avere un rapporto soddisfacente. […].

Nel primo colloquio Bernardo aveva prodotto in me una curiosa impressione di cui per molto tempo non ero riuscita a comprendere il motivo. Era un’impressione di duplicità: da un lato infatti avevo avuto la percezione di avere di fronte luna persona molto sofferente per l’angoscia fobica, spaventata e bisognosa, da ­l’altro egli mi aveva fatto provare, senza che ne capissi la ragione, una sensazione 1 del tutto diversa: di trovarmi di fronte ad un uomo forte e seduttivo, forse addirit­tura un po’ aggressivo e sfrontato. Questa sensazione, per come erano andate le cose in quel colloquio, era difficile da spiegare: egli non aveva detto niente che potesse essere qualificato come sfrontato, arrogante o aggressivo, si trattava sol-tanto di piccoli segnali non verbali: di un modo di guardare, di catturare il mio sguardo, di sorridere come d’intesa, di cercare un assenso nei miei occhi, di tentare di imporre un scontata superiorità. […].

Iniziammo l’analisi e nel giro di non molto tempo il disturbo fobico scompar­ve. Bernardo si sentiva appoggiato e sostenuto, l’angoscia di andare in frantumi, di crollare, lui che aveva ricostruito con le sue sole forze le fortune famigliari, pareva trovare nella situazione analitica un argine e un contenimento. […]

Procedendo però nel lavoro analitico mi rendevo sempre più conto che dietro alla patologia fobica si veniva profilando una struttura di personalità narcisistica. Dietro la facciata corretta ed educata avvertivo il fatto che Bernardo sentiva di es­sere “speciale” e pretendeva, con una sorta di cortese ma tuttavia inflessibile determinazione di avere diritto a uno speciale trattamento. […]

Desiderava che io mi limitassi ad ammirare le sue capacità a svolgere una funzione di rispecchiamento rispetto ai suoi numerosi i progressi. Quanto a lui, aveva nei miei confronti una sorta di transfert idealizzante: ero la miglior analista, per il miglior paziente.

In seguito intuii anche, attraverso accenni per la verità non troppo chiari, che Bernardo spendeva energie tempo e denaro per il suo dongiovannismo. […]

Le cose andarono avanti così per parecchio di tempo, finché irruppe sulla scena Anna, una giovane donna di cui Bernardo cominciò a sentirsi – con suo stupore – sempre più preso (mentre precedentemente verso tutte le donne che aveva avuto aveva tenuto molto ben distinto il piacere sessuale dal coinvolgimento personale che era sempre riuscito ad evitare). Provava per Anna una forte attrazione sessua­le, ma era nello stesso tempo molto spaventato di poter perdere il controllo della relazione e della sua stessa mente. […].

Gradualmente cominciai a rendermi conto del fatto che Bernardo maltrattava la giovane amante. Per esempio in un’occasione mi disse che l’aveva chiamata “puttana” senza motivo e che lei si era messa a piangere chiedendogli perché la trattasse così. Mi associai, con una breve battuta (“già, perché?”) alla richiesta di Anna ed egli, senza esitazione, mi rispose che le donne, si sa, sono traditrici, inaf­fidabili, “tutte puttane”. Aggiunse poi che, se lui la maltrattava, era perché Anna se lo meritava, anche se non era affatto chiaro che cosa di tanto grave avesse com­messo. Dopo episodi di questo genere Bernardo si preoccupava, temeva di perdere il rapporto, ma mi sembrava che non si preoccupasse tanto di avere ferito Anna, quanto di avere commesso, lui, un errore per il quale avrebbe potuto subire conseguenze spiacevoli e non volute. Insomma, poneva comunque il baricentro del suo ! interesse in se stesso e sembrava non riuscire davvero a mettersi nei panni della donna e a provare dispiacere per averla ferita. […]

Approfondendo il discorso sui modi e le ragioni del maltrattamento, emerse il fatto che Bernardo temeva di non potersi fidare e affidare ad una persona, una donna – inaffidabile per definizione – che lo avrebbe sfruttato, abbandonato e deriso. […].

Era convinto che la sua fi­ducia, se accordata, sarebbe stata tradita. Bastava quindi che Anna dicesse qualco­sa – per quanto neutro o comunque inoffensivo – che facesse sorgere in lui un qualche sospetto, perché prendesse forma nella sua mente, subito, un’interpreta-zione che confermava l’idea inconscia che Bernardo aveva di se stesso: di non po­tere essere amato davvero, di venire ingannato, “fregato” proprio dalle persone più vicine. In momenti del genere si scatenava la violenza, l’insulto o la minaccia. In seguito il paziente non si pentiva del suo gesto, ma si vergognava di avere perso il controllo delle proprie azioni. Temeva inoltre di venir abbandonato. Non sembrava, invece, riuscire a comprendere davvero la sua vittima, e le sue reazioni di paura ed i suoi timidi tentativi – che rientravano presto –di rendere le distanze da lui.

 

Se le perversioni relazionali sorgono sul terreno della struttura narcisistica di personalità, dice l’autrice, “la fenomenica del maltrattamento psicologico include il controllo e l’intrusione nelle frequentazioni e amicizie, o nelle attività, della donna […]. Consiste nel provocarne l’isolamento, come pure l’uso di minacce e intimidazioni; in un comportamento possessivo e , nello stesso tempo, denigratorio e svalutante; nella colpevolizzazione e nel ricatto” (p. 3).

Questi uomini e queste relazioni nascondono dietro facciate di apparente normalità una sistematica distruzione psicologica della “vittima”, portandola a dubitare della realtà, minando cinicamente le sue certezze e utilizzando anche forme peculiari di comunicazione verbale, venate di sarcasmo, oscure allusioni non esplicitate, commenti beffardi. Gas lighting è l’espressione inglese per definire il tentativo di manipolare, confondere e influenzare le percezioni ed il pensiero di qualcuno, ed è mutuata dal film Angoscia, con Ingrid Berman, ove un marito cerca di far impazzire la moglie per farla ricoverare ed essere libero di cercare, nella casa dove lei è cresciuta, i gioielli di una zia che lui ha assassinato: l’accendersi e spengersi delle luci di casa è una delle manovre più inquietanti e minacciose per la donna.

L’individuare, da parte di Filippini, nell’”indifferenza per l’altro” il tratto comune alla perversione sessuale e al narcisismo, è lo snodo teorico in cui l’approccio intrapsichico (lo sguardo alle dinamiche interne della personalità narcisistica) si fonde con l’approccio intersoggettivo (lo sguardo alla fenomenica della relazione che intrattiene con l’altro) definendo la perversione relazionale.

L’originalità della lettura di Filippini sta nel proporre questa cornice esplicativa per il maltrattamento di coppia, al posto della più consueta cornice di dinamiche sado-masochiste, in cui forse troppo affrettatamente si liquida la vittima, attribuendole un tornaconto psichico, un desiderio, un bisogno o un piacere che la relazione così strutturata tenderebbe a soddisfare. Il masochismo sessuale, lo ricordo, è la connessione tra dolore e piacere che assai frequentemente si instaura come difesa o strategia psichica in risposta a esperienze di trauma.

Il termine masochismo, soprattutto nel senso di masochismo morale – con cui si intendono ideali estremi di sacrificio e abnegazione, sottomissione patologica – coglie certamente qualcosa, dice l’autrice, che tuttavia non è il “piacere di soffrire”. Aderire a priori a questa visione contribuisce ulteriormente a colpevolizzare la vittima e ad alimentare la sua vergogna per non essere stata in grado di ribellarsi. Filippini afferma che se esiste una tipologia di personalità specifica per il perpetratore della violenza, lo stesso non si riscontra per la vittima. Certamente, donne che nella loro storia hanno già esperienze di maltrattamento o hanno sviluppato una forte dipendenza, corrono maggiori rischi. Ma questo non è sempre il caso. Filippini volge comunque la sua attenzione non tanto a perché si è vittime, ma a come la vittima diventa tale nella relazione, e analizza i diversi momenti di questo percorso. Ciò che le preme mettere in luce sono le strategie che la donna adotta per resistere e darsi ragione di un cambiamento del rapporto che le appare inspiegabile: si aggrappa al lato buono dell’altro, cerca di essere più accudente e protettiva verso il compagno per salvare la relazione, la famiglia; cerca in sé le cause degli attacchi e denigrazioni di lui e comincia a modificare atteggiamenti, comportamenti, modi di pensare, fino a rimanere “paralizzata dallo sguardo del serpente”, avvolta nella rete in cui lui l’ha trascinata manipolando i suoi pensieri e la sua visione della realtà.

Qui mi piacerebbe aprire una parentesi e introdurre una breve digressione che ci allontana un po’ dallo specifico che Filippini ha focalizzato nel suo lavoro, e che riguarda le modalità diverse con cui uomini e donne si pongono nelle relazioni d’amore. Nonostante la maggiore flessibilità dei ruoli sociali, è vero che sussistono forti pressioni socioculturali che attribuiscono soprattutto alla donna la responsabilità di mantenere l’unità della famiglia e della coppia; nelle configurazioni relazionali delineate da Filippini, lo stesso partner non ha nessuna intenzione di separarsi dalla compagna che maltratta, di cui ha bisogno per mantenere il proprio equilibrio narcisistico. E queste donne, in generale, fanno di tutto inizialmente per cercare di capire, parlare, interrogare se stesse, mettersi in discussione,nel tentativo di salvare il legame affettivo che è stato un legame d’amore.

La realizzazione affettiva continua ad essere per le donne il principale investimento esistenziale, e conflitti e sensi di colpa le accompagnano spesso nei percorsi di realizzazione professionale che richiedono delicati equilibrismi e riconfigurazioni di assetti familiari e di coppia. Al di là e accanto alle pressioni socioculturali, e all’influenza di altri fattori, alcune ipotesi psicoanalitiche aggiungono ulteriore materiale di riflessione.

L’idea Freudiana classica dello sviluppo iniziale dei due sessi era modellata sul “monismo sessuale fallico”, con la bambina che si vivrebbe come un maschietto fino alla scoperta della differenza anatomica, che segnerebbe per sempre la sua psicologia, incardinandone lo sviluppo come donna sulla mancanza/invidia del pene.

Messo da parte questo modello, molte teorizzazioni successive hanno invece richiamato l’attenzione sulle conseguenze che segnano le differenze nel percorso evolutivo dei due sessi a partire dal primitivo rapporto con la madre, comune ad entrambi i sessi in cui si intrecciano dipendenza e identificazione. Semplificando diremmo che per il maschio è necessario – per costruire la propria identità maschile – abbandonare questa identificazione e differenziarsi da lei in modo netto, tenendo ben separato ciò che è maschile da ciò che è femminile, sentito come minaccia identitaria. Ne consegue che è spinto a prendere le distanze anche da ciò che questa comporta, ossia da ciò che è emozione, condivisione empatica, legame profondo; naturalmente i meccanismi psichici con cui questa separazione è attuata sono estremamente importanti per quanto riguarda i destini simbolici di determinate esperienze emotive: ossia, degli aspetti più “femminili materni” il maschio cosa ne fa? Li scinde, li nega, li rimuove, ne elabora il lutto? Se la scoperta della differenza sessuale può favorire il processo maschile di differenziazione dalla madre, con il pene che visibilmente incarna la differenza, ceri esiti patologici del bisogno di difendersi dall’angoscia di perdersi nel femminile possono esprimersi nel bisogno di svalutare, o esercitare controllo e violenza sulle donne.

Nei legami d’amore, il pericolo da cui gli uomini spesso si difendono è quello di esperienze profonde di dipendenza o di comunione emozionale, che avvertono come minacciose per la propria identità maschile.

La bambina, al contrario del maschio, non deve rinnegare la primaria identificazione con la madre, ma è per lei più difficile il cammino verso la separatezza come individuo, proprio in virtù dell’importanza di quel legame su cui costruisce la propria identità femminile. Il senso di continuità con la madre, rende più difficile costruire la propria indipendenza e affermazione di sé come soggetto, senza affrontare sofferenza, conflitto, sensi di colpa. Le donne hanno maggiori capacità di empatia e sintonizzazione emozionale e affettiva, ma il loro problema è spesso come identificarsi senza fondersi e annullarsi, come modulare la dipendenza con l’autonomia.

Dunque, se la donna ha più facilità a costruire e stare nella relazione, più capacità di “legare”, il rischio per lei è perdere se stessa per non perdere l’altro. Il maschio ha più facilità a differenziarsi, più capacità di “separare”, ma il rischio per lui è perdere tutta la ricchezza e il piacere di un contatto emotivo profondo.

Per uno sviluppo individuale integrato e armonioso, è altrettanto importante per gli uomini imparare a “legare”, per essere in grado di vivere più pienamente in primo luogo il mondo delle emozioni e degli affetti, quanto è importante per le donne imparare a “separare”, per realizzare la propria individualità come soggetti.

Come psicoanalisti, questo è tra gli obiettivi del nostro lavoro clinico. Certamente, sono assai lontani i tempi in cui ogni ribellione rispetto al ruolo femminile tradizionale veniva interpretato come patologica rivendicazione, eppure a volte mi sono chiesta quanta differenza facciano certi assunti culturali nel modulare il nostro ascolto e la nostra sensibilità terapeutica, per esempio rispetto a certi livelli di oblatività femminile, che a seconda dei punti di vista, potrebbero apparire patologici e preoccupanti, o lodevole espressione di un ruolo femminile.

Anche Filippini mette in guardia da un uso troppo disinvolto o stereotipato di alcuni concetti elaborati in ambito psicoanalitico, che secondo la sua esperienza potrebbero oscurare, mistificare o offrire una visione erronea dei meccanismi in gioco nelle situazioni in esame, fornendo al terapeuta una prospettiva di intervento che confonde gli effetti con le cause, e mal si presta ad aiutare la donna a superare la paura e la vergogna che la inchiodano in quel rapporto. Per cercare di penetrare l’apparente incomprensibilità del legame che tiene avvinta la donna ad un partner maltrattante, il modo in cui il terapeuta ascolta e dà nome ai fenomeni osservati, come li inquadra, risulta cruciale. In molti casi tutta una serie di sentimenti, atteggiamenti, reazioni che si possono osservare nelle vittime di maltrattamenti, piuttosto che rappresentare – e venir concettualizzate – come le condizioni che rendono quella donna più esposta a subire vessazioni da un partner di quel tipo – più opportunamente indagati appaiono strategie di adattamento che le donne mettono in atto per fronteggiare gli spiazzamenti e i microtraumi che si accumulano nella loro esperienza di coppia: sono piuttosto gli esiti di una condizione traumatica, invece che la precondizione o la causa del suo verificarsi.

Scrive Filippini “Ciò che potrebbe venire chiamato collusione, nelle donne con partner maltrattanti, non è, di nuovo, che uno degli innumerevoli esiti del maltrattamento”. Queste donne spesso vengono a cercare aiuto per depressione, ansia, disturbi psicosomatici, perché stanno male, ma frequentemente non individuano questo problema di coppia, o tendono ad essere elusive e a minimizzare.

Nel lavoro psicoanalitico con loro – analisi o psicoterapia – occorre che i terapeuti siano ben consapevoli della fenomenica specifica che connota il maltrattamento, e delle specifiche difficoltà che incontreranno nell’aiutare queste donne a conquistare una nuova consapevolezze di sé. Non c’è bisogno, dice Filippini, di modifiche della tecnica, ma di un ascolto non stereotipato, un ascolto “differente”.

Maria Grazia Vassallo Torrigiani

Venerdì 16 Marzo 2007 Saletta ETS Piazza Carrara, 16-19 Pisa 

Terza recensione:

Sandra Filippini (2005)

Relazioni Perverse. La violenza psicologica nella coppia

Milano, Franco Angeli, 105 pagine, euro 15,00

“Fino al 1960 ero totalmente ignaro del maltrattamento fisico. E della violenza sessuale sono rimasto del tutto inconsapevole fino a 10 o 15 anni fa…. gli assistenti sociali hanno sempre saputo queste cose, ma gli psichiatri no, gli psicoanalisti no. Questa è la tradizione in cui sono cresciuto, ho studiato e ho praticato: nell’ignoranza, nella totale ignoranza …. Mi era stato detto in termini categorici che non era compito di un analista prestare attenzione agli eventi della vita reale”. Con queste parole John Bowlby (1990, p.132-133), all’età di 83 anni, individuava una zona cieca della esplorazione psicoanalitica. Si riferiva, come è noto, al problema del maltrattamento-abuso-trauma infantile: non solo ignoravamo un fenomeno – racconta Bowlby – ma eravamo portati a distogliere attivamente l’attenzione dalla sua stessa realtà. Sandra Filippini, con questo libro conciso ed essenziale, ci introduce all’interno di un ulteriore capitolo del maltrattamento e dell’abuso: quello perpetrato nei confronti delle donne, all’interno della coppia. Un altro aspetto di quella rete di relazioni che si stende all’interno della famiglia rimasto a lungo in ombra nella clinica e nella teoria psicoanalitica. Sia nel senso che è stato poco studiato: solo ora anche la psicoanalisi sembra avere registrato l’esistenza di questa realtà. Sia nel senso che è stato indagato alla luce di concetti, termini e paradigmi distorti e sostanzialmente inadeguati, che non danno ragione del fenomeno, delle sue implicazioni, dei suoi esiti.

Come è noto il maltrattamento all’interno della coppia è un problema di grande rilevanza, anche epidemiologica: Tjaden & Thoennes (2000) hanno rilevato che il 22% delle donne e il 7 % degli uomini in età adulta (negli USA) hanno fatto esperienza di forme di violenza fisica perpetrate dal partner. Tanto che è stato immediatamente coniato il relativo acronimo: IPV – intimate partner violence.

Fin dalle prime pagine Sandra Filippini delinea l’esperienza specifica da cui nasce il volume: si tratta – in estrema sintesi – di dare una risposta a “questioni nate in ambito femminista e nel cercare di rispondere usando strumenti psicoanalitici”(p.13). Tutto il volume segue un’ottica binaria: da una parte la formazione psicoanalitica, dall’altra l’esperienza clinica della Autrice con donne maltrattate, nell’ambito del lavoro svolto con le operatrici della Associazione Artemisia – Centro contro la violenza Katia Franci (in Firenze). Un tentativo di accoppiare due punti di vista “conflittuali”. Ma oltre che al punto di vista nato dalla propria esperienza dalla parte delle donne maltrattate, ed a quello basato sulla propria formazione di psicoanalista, Sandra Filippini attinge anche alla sua esperienza clinica di psicoanalista e psicoterapeuta che, dopo avere preso in terapia due giovani uomini che lamentano una modesta depressione o una sintomatologia claustrofobica, si trova di fronte ad uomini che maltrattano la partner; ed ancora alla sua esperienza di psicoterapeuta di una giovane donna nella quale è possibile cogliere con grande chiarezza le dinamiche che si animano nella persona maltrattata.

Dall’incrocio di queste prospettive nasce una area di riflessione in primo luogo descrittivo – clinica, vicina alla esperienza,ma anche densa di implicazioni teoriche che induce a ripensare alcuni concetti fondamentali della psicoanalisi (narcisismo, masochismo, etc.) che sono stati utilizzati per cercare di gettare luce su questo ambito problematico della relazione di coppia. La critica dei modi in cui questi concetti sono stati applicati al problema del maltrattamento contraddistingue tutto il libro, volto soprattutto – si potrebbe dire – a trovare le parole più adatte per descrivere e dare conto di un fenomeno tanto complesso senza cadere in ipersemplificazioni che ricalcano stereotipi (culturali o anche psicoanalitici) che spesso finiscono per colludere con il punto di vista sviluppato dal perpetratore stesso dell’abuso.

Il libro si snoda in 5 capitoli (più una breve conclusione) dedicati al rapporto tra perversione e narcisismo e al passaggio cruciale dalla perversione sessuale alla perversione relazionale. Nel quarto capitolo la dinamica perversa viene ulteriormente approfondita,  discutendo, tra le altre cose, il problema controverso del masochismo e delle personalità dipendenti. Il quinto capitolo si sofferma su un problema che l’Autrice dichiara di non volere eludere: perchè le donne subiscono?

Il primo capitolo comincia con una precisazione. In realtà, insieme a quelle fatte nella Introduzione, le precisazioni sono più di una. Vale la pena riportarle in forma scheletrica proprio per dare conto del setting di lavoro che l’Autrice istituisce: 1) il volume è rivolto a colleghi, psicoterapeuti e psicoanalisti; 2) prende in considerazione soltanto il problema del maltrattamento psicologico; 3) all’interno di coppie eterosessuali; 4) in cui il perpetratore del maltrattamento è un uomo; 5) con l’intento di descrivere i tipi di personalità tipici del perpetratore; 6) senza prendere in considerazione gli aspetti terapeutici; 7) sviluppando una visione parziale, e non una trattazione sistematica dell’argomento.

L’Autrice dichiara di non prendere in considerazione il problema della terapia. Questo – da un lato – è certamente vero. Ma nello stesso tempo è anche falso. Falso perchè lungo tutto il libro si sente correre una sollecitudine ed una preoccupazione di carattere terapeutico per le vittime del maltrattamento. Non si parla esplicitamente di terapia. Tuttavia, nel mettere a fuoco i modelli interpretativi del fenomeno, Sandra Filippini tiene soprattutto in conto la ricaduta che termini e modelli utilizzati nella descrizione-interpretazione del fenomeno possono avere nella presa in carico terapeutica delle persone maltrattate.

La preoccupazione principale è che la teoria ed i modelli interpretativi della clinica non colludano con il gioco perverso, ritorcendosi contro la vittima, aggravando il suo carico di sofferenza, facendo in modo che la vittima appaia come “responsabile” di quello che vive: vale a dire del suo stesso maltrattamento.

Un meccanismo che del resto appartiene alle condotte di moral disengagement  (Bandura, 1999), premessa indispensabile di molti comportamenti crudeli. Biasimare la vittima o attribuire la colpa alle circostanze esterne, autorizza il perpetratore a “costruire” la sua condotta come reattiva e difensiva: una reazione alle provocazioni della vittima vista come causa del suo stesso male: è colpa sua … in fondo se lo è cercato…. se lo è meritato… e allora, se ci sta tanto male, perchè non se ne viene via?… Allusioni, sospetti, affermazioni di questo tipo sono smontate una ad una. Qualsiasi psichiatra, psicologo, psicoterapeuta che assuma questa prospettiva e si ponga per primi interrogativi di questo genere compromette ogni possibilità terapeutica, aggravando ulteriormente il senso di insufficienza, incapacità ed umiliazione della vittima. Da questo punto di vista la posizione di Sandra Filippini mi ricorda alcune fondamentali pagine di Alice Miller nelle quali si stigmatizzano i nefasti effetti della pedagogia nera insieme con l’idea che anche nell’abuso infantile la vittima sia in qualche modo partecipe di una collusione. O anche la revisione nell’approccio al trattamento dell’alcolismo cronico nel quale si è passati dall’assunto –dato per scontato – che il bere è essenzialmente sintomo di problemi pre-esistenti e più profondi ad una posizione che vede molti dei problemi dell’alcolista come “conseguenza e non causa del bere eccessivo” (Gallimberti, 2005, p. 175).

Il rischio è che gli esiti vengano scambiati con le cause, facendo ricorso a  termini e concetti che si sono caricati con l’uso di ambiguità, come nel caso del termine “collusione” o “masochismo”:  “adottare l’ipotesi della collusione – scrive Sandra Filippini (p.83) – equivale ad assumere un atteggiamento di sospetto e di colpevolizzazione nei confronti della vittima, rendendo inefficace la relazione terapeutica”.  Viceversa la relazione è perversa in primo luogo poiché il partner perverso perverte la relazione, attaccando nella vittima la capacità di pensare e mettendola fuori uso mediante un’opera di sistematico décervelage (Racamier, 1992): la vittima comincia a dubitare di se stessa, dei suoi giudizi, si sente confusa, frastornata, teme di impazzire ed allo stesso tempo si sente insufficiente, inadeguata e colpevole. Dal riconoscimento e dalla accettazione di questa condizione deve partire ogni lavoro terapeutico.

Al di là delle intenzioni che l’Autrice esplicita, queste considerazioni sollevano una serie di problemi di grande rilevanza. Solo due accenni: (1) problemi di carattere epistemologico relativi al frequente ricorso da parte della psicoanalisi a “pseudo-spiegazioni” (tema al quale l’Autrice fa riferimento in una lunga nota a pagina 23); (2) problemi di carattere teorico-clinico relativi alla adozione di una prospettiva “disposizionale” per il perpetratore del maltrattamento (che sarebbe caratterizzato da un particolare assetto patologico di personalità) e viceversa di una prospettiva “situazionale” per la vittima, nella quale conta più la situazione che non le caratteristiche della persona.  Questi interrogativi, insieme a molti altri, rendono questo libro una lettura particolarmente stimolante oltre che di grande interesse. Viene voglia di continuare a discutere con Sandra Filippini. Una opportunità della quale a nome di tutti la ringrazio.

Mario Rossi Monti in Rivista di Psicoanalisi, 53, pp. 554-557.

Recensione pubblicata per gentile concessione della Rivista di Psicoanalisi.

BIBLIOGRAFIA

Bandura A. (1999). Moral Disengagement in the Perpetration of Inhumanities. Personality and Social Psychology Review, 3, 193-209.

Bowlby J. (1990). Intervista in: Hunter V. Psicoanalisti in azione. I modelli teorici e la loro applicazione clinica. Roma, Astrolabio, 1996

Gallimberti L. (2005). Il bere oscuro. Viaggio nei misteri dell’alcolismo. Milano, BUR.

Racamier PC (1992). Il genio delle origini. Milano, Raffaello Cortina Editore, 1993

Tjaden, P., & Thoennes, N. (2000). Full Report of the Prevalence, Incidence, and Consequences of Violence Against Women: Findings from the National Violence Against Women Survey. Research Report. Washington, D.C., National Institute of Justice and the Centers for Disease Control and Prevention. 

Vedi anche:

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