Il femminicidio nel mondo

Silvia Garambois e Monica Ricci Sargentini

Sessantaseimila donne e bambine vengono uccise ogni anno nel mondo, una cifra enorme che rappresenta circa un quinto di tutti gli omicidi (396mila). Il dato, raccolto dalla Small Arms Survey (http://www.smallarmssurvey.org), un progetto che diffonde informazioni imparziali sulla violenza e la diffusione delle armi a livello internazionale, è relativo al periodo 2004-2009. Si tratta di un numero approssimativo perché l’informazione in molti Paesi è carente, ci sono interpretazioni diverse della definizione del termine feminicidio e a volte mancano le risorse per avere statistiche attendibili.

A guidare la classifica degli omicidi femminili sono le regioni dove il tasso di criminalità è tra i più alti come il Sud Africa, il Sud America, i Caraibi e l’America centrale. Tra i singoli Paesi al primo posto c’è El Salvador con 12 feminicidi ogni centomila donne, seguito da Jamaica (10.9), Guatemala (9.7), Sud Africa (9.6) e dalla Federazione Russa (8.7). In questi Paesi le donne vengono attaccate nei luoghi pubblici da bande criminali o da gang in un clima che sembra loro garantire l’impunità. In El Salvador, per esempio, soltanto il 3% dei feminicidi è commesso da un partner o da un ex. Al contrario in Francia e in Portogallo, dove il tasso dei feminicidi è più basso, è proprio una persona conosciuta, con cui abbiamo avuto una relazione a commettere violenza nell’80% dei casi. Secondo le Nazioni Unite la metà delle donne uccise in Europa tra il 2008 e il 2010 è morta per mano di qualcuno che la amava, un membro della famiglia. Lo stesso dato per gli uomini scende al 15%. In uno studio pubblicato nel 2012 sull’American Political Science Review (https://www.apsanet.org/content_3222.cfm) Laurel Weldon sostiene che “in Europa gli assalti sessuali, lo stalking e la violenza nelle relazioni intime rappresentano un rischio più alto del cancro, il 45% delle donne europee nel corso della vita subirà una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le stesse cifre valgono per il Nord America, l’Australia e la Nuova Zelanda”. In molti Paesi del Vecchio Continente resiste il tabù culturale che tende a considerare la violenza domestica una questione privata e a non denunciare i fatti.
Un’indagine condotta dall’Eurobarometro nel 2010 ha evidenziato che il 91% delle donne italiane pensa che l’abuso in famiglia sia molto comune nel Paese ma che non ci sia nulla da fare. Malauguratamente in Italia il feminicidio è ancora troppo diffuso.  Qualche settimana fa a Milano è stato presentato il libro “Questo non è amore. Venti storie raccontano la violenza domestica sulle donne”, un’opera collettiva messa insieme da giornaliste, giudici, psicologhe, docenti universitarie che ruotano intorno a La 27ª ora, il blog al femminile del Corriere della Sera.
Ma il fenomeno non è soltanto europeo.  Secondo un rapporto delle Nazioni Unite il 70% delle donne almeno una volta nella vita è vittima di un episodio di violenza da parte di un uomo che spesso è il marito, il partner o qualcuno di conosciuto. Questo vuol dire che un miliardo di donne e di ragazzine sarà picchiata o stuprata durante la propria esistenza. La violenza contro le donne comincia ancor prima di venire al mondo. Secondo alcune stime sarebbero 100 milioni le bambine mai nate a causa degli aborti selettivi. E poi ci sono le minori vittime di violenza sessuale, mutilazioni genitali, matrimoni forzati. Nei prossimi dieci anni 142 milioni di ragazzine si sposeranno prima di aver compiuto i 18 anni. I matrimoni precoci aumentano il rischio di gravidanze difficili con conseguente morte di mamma e neonato. C’è il traffico di esseri umani a scopi sessuali che riguarda per l’80 per cento le donne e che è diffusissimo anche in Occidente. Ogni anno si calcola che circa 800mila persone vengano fatte espatriare per essere vendute. Ecco una mappa delle situazioni più a rischio Paese per Paese

 

India, La rivolta del braccialetto

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Il peggior posto per essere nate donne? Nella “classifica dell’orrore” resa pubblica in previsione del G20 in Messico del giugno 2012, al primo posto c’è l’India, dove – secondo Gulshun Rehman di Save the Children – “le donne e le ragazze continuano a essere vendute come schiave, date in sposa anche a dieci anni, bruciate vive e abusate sessualmente”. Secondo le statistiche della polizia indiana a New Delhi, megalopoli con 16 milioni di abitanti, c’è una violenza sessuale contro le donne ogni 18 ore.  Ma è l’India anche il Paese dove più forte è la rivolta delle donne e degli studenti contro la violenza, fino a costringere governo e media a intervenire. La cronaca del 2012 era iniziata con la notizia di una giovane di Uttar Pradesh (India settentrionale) che era stata cosparsa di kerosene e incendiata perché, dopo le violenze, si ribellava ancora e voleva denunciare i suoi aguzzini. Una vicenda che seguiva di appena 24 ore il caso di violenza carnale di gruppo ed assassinio di una studentessa di 19 anni che viaggiava su un autobus ad Agarpada (Stato nord-orientale di Orissa). Una infinita litania di donne senza nome violate, violentate, uccise…

Alla fine dell’anno scorso è però proprio l’ennesimo stupro di gruppo – tragicamente finito con la morte della ragazza – a scuotere il Paese: la brutale violenza subita da una studentessa di 23 anni, stuprata per un’ora da un gruppo di uomini, picchiata con spranghe di ferro e gettata per strada da un autobus in movimento in una strada di New Delhi, ha scatenato la rivolta in tutto il Paese: cortei con centinaia di manifestanti, soprattutto studenti universitari, che hanno sfidati i divieti. Ci sono stati violentissimi scontri con la la polizia che ha usato lacrimogeni, idranti e manganelli, mentre le donne rispondevano lanciando scarpe, braccialetti, monete e bottiglie d’acqua contro i poliziotti. A Imphal, nel nord ovest, la polizia ha aperto il fuoco e ucciso un giornalista in un’altra protesta di massa contro l’aggressione sessuale a Momoko Khangenmab, 35 anni, attrice famosa che ha denunciato di essere stata molestata e picchiata a un concerto. Marce, manifestazioni e veglie con le candele hanno coinvolto le città indiane, dal Nord al Sud del Paese. Ora, qualcosa si muove: il governo indiano ha promesso di portare avanti una campagna di ampio respiro per proteggere le donne a New Delhi e il ministro dell’Interno ha fatto sapere che esaminerà la possibilità di inasprire le pene per alcuni casi “eccezionali” di violenza sessuale, facendo allusione alla pena capitale (la pena massima prevista per il momento per gli stupratori è l’ergastolo). E la presidente del Partito del Congresso, Sonia Gandhi, rispondendo all’appello dei manifestanti ha promesso il proprio sostegno per leggi più severe. Anche i giornali hanno mutato linea editoriale: dopo tanto silenzio, ora le notizie di femminicidio e di stupro finiscono in prima pagina. Così si è saputo del suicidio di una ragazza di 17 anni, vittima di uno stupro di gruppo durante un festival a Diwali, nella regione di Patial: la polizia voleva costringerla a chiudere il caso sposando uno dei suoi aguzzini, lei ha bevuto il veleno.

 

Darfur (Sudan), La guerra alle donne

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Lo stupro come arma da guerra. Cinquantamila quelli commessi in Bosnia negli anni Novanta, con solo 30 persone condannate. E oggi in Siria, di cui non si parla. E nel Nord Kivu, in Congo. Nel Darfur, dove sta assumendo dimensioni da genocidio: donne violentate brutalmente, spesso uccise…  Una tragedia su cui ha acceso i riflettori il governo Cameron, nella data simbolo dello scorso 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne, inserendo l’eliminazione dello stupro come arma di guerra tra gli obiettivi della sua presidenza del G8 nel 2013.


Canada, L’autostrada del dolore

Il Canada, secondo gli osservatori internazionale, è il Paese dove le donne vivono meglio. Ma non le “native” che abitano nel maledetto triangolo della Northern British Columbia, aree attraversate dall’autostrada 16 e 97, strette “tra la minaccia della violenza domestica ed occasionale da un lato, e gli abusi dagli agenti della polizia canadese dall’altro”, come denuncia il rapporto 2013 di Human Rights Watch. Sin dagli anni sessanta – secondo HRW – si contano a centinaia le donne e le giovani donne vittime di femminicidio o scomparse in quella zona: per la maggior parte donne native, i cui casi, per la maggior parte, sono tuttora irrisolti.

 

Messico, Il confine delle croci

femminicidio messicoRapite, stuprate, torturate, mutilate, uccise. Buttate nell’immondizia, nel deserto, bruciate, sfigurate. Secondo Amnesty International dal 2005 a Ciudad Juarez, nello stato messicano di Chihuahua, sono state 370 le donne assassinate: età media 16 anni, operaie, cameriere, studentesse. Almeno 137 di loro sono state anche stuprate. A decine anche le “sparizioni”: 70 secondo Amnesty, addirittura 450 secondo altre fonti. Ma sarebbero migliaia le donne uccise da quando, all’inizio degli anni Novanta, nella più grande e più violenta città del mondo sono arrivate le fabbriche. Un genocidio sessuale.
A Ciudad Juarez – sul Rio Grande, al confine tra Messico e Stati Uniti – dopo l’ “accordo nordamericano di libero scambio” (NAFTA) del ’94, sono sorte infatti molte aziende di proprietà di multinazionali, le “maquilladores” che assumono soprattutto donne, giovani e giovanissime: sono sottopagate e super-sfruttate (con turni anche di 12 ore al giorno), basta un ritardo per essere licenziate, ma nonostante questo la possibilità di un lavoro richiama manodopera femminile povera da tutto il Messico. Le giovani che affollano la città di confine abitano in baraccopoli, spesso buie e pericolose, in una città violenta dove spadroneggiano i signori della droga. Eppure meno del 10% dei femminicidi – secondo uno studio del 2008 – è attribuibile direttamente alla criminalità organizzata.
Sotto accusa – nel disinteresse della polizia e delle istituzioni – il “machismo” dominante e la cultura del “marianismo”, per cui le donne devono stare in casa a svolgere ruoli domestici come mogli e madri e astenersi dal lavoro dipendente al di fuori della casa. Una cultura esasperata dalla mancanza di opportunità di lavoro per gli uomini mentre sempre più donne vengono chiamate dalle fabbriche come forza lavoro, modificando le dinamiche di genere tradizionali: in una città dove le sparatorie sono quotidiane e i negozi per questo vengono situati nei piani alti degli edifici, questi elementi avrebbero scatenato la mattanza delle donne.

In generale chi ha studiato il fenomeno ha considerato come cause possibili l’aumento della povertà, la disoccupazione, la disintegrazione dell’economia contadina, la migrazione, e anche un sistema giudiziario disfunzionale; ma tra i motivi potenziali per la violenza di genere contro le donne in Juarez, è riconosciuto che il femminicidio è un meccanismo di dominazione, il controllo, l’oppressione, e il potere sulle donne. Ci sono stati diverse sentenze internazionali contro il Messico per la sua risposta inadeguata alla crescente violenza contro le le donne, polizia e governo sono stati accusati di rispondere con indifferenza ai crimini contro le donne, che sembrano quasi tollerati, e per la mancanza di politiche per prevenire e proteggere le donne dalla violenza. Numerosi gruppi di difesa delle donne operano oggi nell’area e negli ultimi anni ci sono state molte manifestazioni, sia in Messico che in Usa, contro il genocidio sessuale di Juarez: centinaia e centinaia di croci sono state collocate sul confine di El Paso per ricordare le giovani e giovanissime vittime. Perché il mondo sappia.

Pakistan, La strage delle donne che educano le bambine

Prima Malala (nella foto), poi le maestre di una scuola elementare. In Pakistan chi si prodiga per l’istruzione delle bambine rischia la vita per mano dei fondamentalisti islamici. Gli obiettivi dei terroristi sono sempre gli stessi:  impedire l’alfabetizzazione delle donne, che è ferma a un misero 46 per cento, e combattere le vaccinazioni contro poliomelite e morbillo che sono considerate un escamotage dell’Occidente per sterilizzare i musulmani. Lo scorso dicembre il governo è stato costretto a sospendere la campagna sanitaria dopo l’uccisione di alcuni operatori sanitari che somministravano i vaccini anti-polio ai bambini. E all’inizio di gennaio i fanatici hanno nuovamente colpito nella provincia Khyber Pakhtunkhwa al confine con l’Afghanistan dove i talebani un tempo la facevano da padroni. Oltre a cinque maestre hanno perso la vita anche un’infermiera e un suo collega. L’agguato è avvenuto nella città di Swabi, a circa 75 chilometri da Islamabad, non molto lontano da Swat dove fu ferita Malala, la ragazzina che voleva studiare e far studiare le sue coetanee.

Nel 2012 il World Economic Forum ha post il Chad, il Pakistan e lo Yemen in fondo alla classifica del Rapporto Internazionale sul divario tra i generi (Global Gender Gap Report). In Pakistan le donne subiscono atrocità come lo stupro, i delitti d’onore, le nozze forzate, la prostituzione forzata e gli attacchi con l’acido. Diffusa è anche la pratica della sposa data alle fiamme per accaparrarsi la dote. Di solito l’omicidio viene fatto passare per un incidente o un suicidio. Mel 1999 dei 1.600 casi segnalati soltanto 60 sono arrivati in tribunale dove si sono registrate solo due condanne. Dal 2001 il numero di questi delitti è in netta diminuzione.

 

Afghanistan, Il massacro delle spose bambine e il silenzio del mondo

Negli ultimi dieci anni la situazione delle donne in Afghanistan è migliorata: quattro milioni di bambine ora possono andare a scuola e molte donne hanno trovato lavoro. Ma molto deve ancora essere fatto. Nel Paese l’età legale per il matrimonio è 16 anni ma secondo le Nazioni Unite metà delle bambine viene data in sposa molto prima. La violenza nei confronti delle donne è ancora molto diffusa e spesso rimane impunita. Le coraggiose che si rivolgono alla polizia a volte subiscono ulteriori abusi, tra cui lo stupro e le molestie, prima di essere riconsegnate alla famiglia e dimenticate. Come è successo anche alla piccola Sahar Gul (nella foto), una ragazzina afghana di 15 anni, che un anno fa ha quasi rischiato di essere uccisa dal marito perché non voleva prostituirsi. Quattro mesi fa prima di essere liberata  la sposa-bambina era riuscita a fuggire ed aveva chiesto aiuto a dei vicini di casa: “Se siete dei musulmani dovete dire alle autorità quello che mi sta succedendo – aveva detto disperata -, vogliono farmi prostituire”. La polizia di Puli Khumri, la città nella provincia di Baghlan dove è avvenuto il fatto, era stata avvisata ma non aveva fatto altro che restituire la povera ragazza alla famiglia torturatrice dietro la promessa che gli abusi non sarebbero più continuati. Invece, come da copione, è accaduto l’esatto contrario. Questa volta però è stata fatta giustizia, almeno in parte. Lo scorso maggio tre parenti della ragazzina sono stati condannati a dieci anni di prigione per tortura, abusi e violazioni dei diritti umani ma il marito è ancora in fuga. Sahar si è presentata in tribunale il giorno della sentenza. Per la prima volta dopo la sua liberazione ha guardato in faccia i suoi torturatori: il padre, la madre e la sorella del marito. Davanti al giudice si è tolta il velo per mostrare le cicatrici frutto del suo calvario e ha chiesto che gli imputati fossero puniti severamente. La sentenza non l’ha soddisfatta. I suoi  avvocati hanno fatto sapere che presenteranno sicuramente ricorso. “Ho visto la felicità sul suo viso – ha dichiarato a The Independent Huma Safi dell’organizzazione   Women for Afghan Women, un gruppo per i diritti delle donne che sta aiutando la ragazza a riprendersi – ma anche la paura perché tra dieci anni quelle persone torneranno di nuovo libere. E lei pensa che il tempo volerà”.

Per le spose bambine promesse a un parente lontano anche a soli nove anni spesso la morte è l’unica soluzione perché soltanto con un gesto così estremo il patto matrimoniale potrà essere invalidato. Lo sapeva bene Nasreen, 18 anni, di Kunduz, che lo scorso dicembre ha preso un fucile da caccia e si è sparata, uccidendosi.  Nasreen non è di certo l’unico esempio. Fatima, 17 anni, di Kabul ha provato a fare lo stesso qualche mese fa ma a lei è andata peggio: è sopravvissuta e, per farsi annullare il fidanzamento,  è dovuta andare in tribunale dove vige la sharia e una ragazza per farsi ascoltare deve avere almeno cinque testimoni a favore, ovviamente maschi.

Secondo gli organismi umanitari che operano in Afghanistan,  il numero di ragazze che decidono con un gesto estremo di mettere fine a vessazioni famigliari o a matrimoni indesiderati è in aumento.  L’altra alternativa è la fuga, un’opzione che apre le porte del carcere a moltissime donne: secondo Human Rights Watch circa 500 afghane sono attualmente in carcere per aver cercato di sfuggire a un matrimonio forzato o a un marito violento. E poi, purtroppo, ci sono i feminicidi, molto frequenti in questa parte del mondo.  Alla fine di novembre sempre nella provincia di Kunduz un’adolescente di 14 anni, Gisa, è stata decapitata senza pietà per essersi rifiutata di sposarsi. Due uomini, identificati dalla polizia solo come Sadeq e Massoud, sono stati arrestati per l’assassinio della ragazza. Secondo i media afghani, i due sarebbero parenti stretti della famiglia ed entrambi volevano sposare Gisa, ma sia la giovane che il padre avevano ripetutamente respinto le loro proposte. I due l’avrebbero aggredita mentre tornava a casa, dopo essere andata al pozzo per prendere l’acqua. Il suo corpo è stato trovato in un campo nel distretto di Imam Sahib.

Un altro caso che è fatto scalpore è accaduto il mese scorso quando una ventenneè stata decapitata dalla famiglia del marito per essersi rifiutata di prostituirsi, mentre lo scorso  settembre cinque persone sono state arrestate per aver inflitto 100 frustate in pubblico a una 16enne accusata di avere una relazione. Dal 2009, grazie all’entrata in vigore della legge sull’Eliminazione della violenza contro le donne, l’Afghanistan vieta i matrimoni forzati, la pratica di “regalare” una ragazza per risolvere una disputa e altri atti di violenza. Ma per molte la realtà non è cambiata. Secondo i dati dell’organizzazione britannica Oxfam, l’87% delle donne afghane ha riferito di aver subito violenza fisica, sessuale o psicologica.

 

Turchia, Un Paese per soli uomini

Al pranzo organizzato lo scorso 2 gennaio dal presidente dal presidente turco Abdullah Gul nel palazzo Çankaya ad Ankara per festeggiare il nuovo anno erano presenti  i capi del potere legislativo, esecutivo e giuridico: dal premier Erdogan, allo speaker del Parlamento Cemil Çiçek, al capo della Corte Costituzionale Hasim Kiliç. Peccato che tra i 13 presenti non ci sia  nemmeno una donna. Ma non è stato sempre così. Come faceva notare sull’Hurriyet  Merat Yetkin per quanto la parità tra i sessi sia sempre stata una chimera in Turchia le donne hanno spesso ricoperto incarichi importanti dal primo ministro (Tansu Ciller), al capo della Corte Costituzionale.  Ma da qualche tempo a questa parte la visibilità delle donne nel sistema politico e  amministrativo sembra essere svanita. Secondo la ministra delle politiche sociali e familiari, Fatma Şahin, l’unica a far parte del governo, la presenza femminile sul lavoro è scesa dal 34 al 24% negli ultimi 20 anni (1990-2910). Una tendenza negativa che è stata confermata nel 2011.  Nell’attuale governo filoislamico di Erdogan non c’è nessuna sottosegretaria e si conta solo una governatrice su 81 governatori provinciali sparsi nel Paese.  La situazione non migliora nelle università dove c’è una docente ogni quattro professori. E non bisogna dimenticare l’alto tasso di analfabetismo: una donna ogni cinque non sa né leggere né scrivere. Nelle zone rurali spesso le bambine non vengono nemmeno mandate a scuola.  Il Global Gender Gap Index, che calcola la percentuale di diseguaglianza tra i due sessi, pone la Turchia al 124 posto su 135 Paesi. C’è poi il problema gravissimo del feminicidio e della violenza domestica. Negli ultimi anni si è registrata un’escalation degli omicidi del 1.400% : da 66 nel 2002 a 953 nei primi sette mesi del 2009. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 2011 il 39% delle cittadine ha sofferto una qualche forma di violenza fisica nella sua vita. Soprattutto nel sud est e nell’est dell’Anatolia le donne sono sottoposte a violenza domestica, matrimoni forzati e delitti d’onore tanto che un’ong aveva proposto di armare le donne perché potessero difendersi.  La misoginia è così endemica nel Paese che una tv è stata multata perché aveva mostrato in una commedia un pestaggio di alcune ragazze come se fosse divertente.

Non pensate che sia una singolare coincidenza che mentre mogli, madri, sorelle subiscono un peggioramento della loro condizione, le donne perdano visibilità nel mondo esterno? In questa situazione il premier Erdoğan continua a ripetere alle famiglie di fare “almeno tre figli” (uno slogan che è stato adottato tra l’altro anche dal presidente Putin), cosa che terrebbe le donne ancor più legate al focolare. La Turchia è sempre stata un mondo coniugato al maschile ma ora lo sta diventando ancora di più. Eppure il ministro degli Esteri  Ahmet Davutoğlu nelle scorse settimane ha assicurato, dati alla mano, che “il Paese nel 2013 è pronto a volare più alto”.  Purtroppo la foto della tavola imbandita per soli maschi ci mostra che il volo sarà accidentato.