Metafora concretizzata, ovvero il fallimento della metafora nei comportamenti violenti

Campbell D., Enckell H. (2005). Metaphor and the violent act. Int. J. Psychoanalysis, 86, 3, pp.801-823

Sintesi a cura di Maria Grazia Oldoini

La nostra è una mente relazionale. L’essere vivi, somaticamente, psichicamente, dal   concepimento in avanti, è una condizione complessa e in continua evoluzione che si fonda sull’essere parte – attiva, passiva – all’interno di interazioni con l’ambiente. Queste interazioni strutturano e plasmano la nostra mente nel corso di tutta la vita. Se è vero che l’essenza del funzionamento della mente consiste nell’operare connessioni, nel gettare ponti – a partire dalle esperienze di identificazione primaria imitativo-percettiva ed incorporante-introiettiva (Gaddini, 1969) lungo tutta la linea delle vicissitudini dello sviluppo – è altresì vero che la competenza della nostra mente nell’operare legami e collegamenti è tutt’altro che una variabile indipendente. Ogni interazione (con l’esterno, con l’interno) è un incontro tra contenuto e contenitore, tra un’emozione ed un apparato per farvi fronte. Un apparato che non è dato una volta per tutte, ma che dinamicamente si modula, evolve, si ridefinisce proprio all’interno del gioco relazionale, dell’incontro con un’altra mente in una sorta di reciproca esperienza gestazionale.

Potremmo dire che la sofferenza, condizione universale ineliminabile essendo vivi, diventi patologia proprio nello iato tra l’urgenza del contenuto e la competenza del contenitore; stati emozionali primitivi che premono per essere accolti, e che non trovando uno spazio adeguato in una mente che possa ospitarli, trasformarli, renderli più tollerabili, si radicalizzano e si incistano per via evacuativa in luoghi recipienti “altri” (corporei, mentali, comportamentali) in attesa di migliori soluzioni. E’ questo il caso di Mr Wilson, di Mr Giles, di Karl, pazienti che incontriamo nel lavoro “Metaphor and the violent act”, dei quali Donald Campbell ed Henrik Enckell ci portano un resoconto passionale e intenso. Pazienti accomunati da una tendenza a mettere in atto comportamenti violenti in risposta a stati emotivi non padroneggiabili che vengono evacuati attraverso la scarica motoria, in mancanza di un apparato per metabolizzarli. Pazienti accomunati da una medesima storia, fatta di fraintendimenti dei loro bisogni, di abusi, di cronica traumaticità nel loro sviluppo, aventi accanto figure di accudimento a loro volta sofferenti e ferite quindi traumatiche e abusanti. Storie nelle quali viene condiviso un linguaggio dominato dall’agire e dalle “equazioni simboliche” (Segal, 1957) dove la mancanza di un vero “spazio per l’altro” – uno spazio in cui essere riconosciuti nella propria individualità emergente – si traduce in una sorta di impossibilità strutturale e costitutiva a tollerare aree di separatezza che vengono sperimentate come voragini cariche di persecutorietà.

Sono situazioni in cui l’agire violento ed esplosivo “scatta” come una sorta di “salvavita” in un sistema surriscaldato, “per mantenere una coesione psichica di fronte alla minaccia di un imminente breakdown” (trad. mia).

Il materiale clinico presentato nel lavoro è esemplificativo di come la condotta violenta (gli autori si riferiscono specificamente agli atti di violenza fisica) sia l’esito del fallimento delle operazioni di collegamento e delle operazioni elaborativo-trasformative della mente messe in scacco da un “troppo”. L’esperienza emotiva, quel “troppo”, intrappolato nelle maglie di un iperconcreto e di un iperdenso, non trova via di accesso alla dimensione del “come se” che è la dimensione della separatezza e della distinzione tra soggetto e oggetto, la dimensione del respiro relazionale; quell’area in cui potrebbe prendere forma la metafora, come “funzione-ponte” tra il fatto grezzo e la sua presentazione iconica. Gli autori propongono l’idea della “metafora concretizzata”, una sorta di ossimoro che descrive di fatto il fallimento nell’uso della metafora. “Mentre le metafore normalmente funzionano come rappresentazioni tramite le quali le esperienze possono venire contenute, le metafore concretizzate sono percepite come presentazioni che attestano una realtà impietosa; invece che veicolare una funzione simbolica, esse sono sperimentate a tutti gli effetti come dei “fatti”, con i quali non è possibile alcuna negoziazione”.

Sembrerebbe qui che, più che di metafora, seppur concretizzata, si tratti di un’impossibilità di accedere a un funzionamento simbolico della mente, quindi al luogo delle metafore, del sogno, della raffigurabilità, a causa di un ipercontenuto e/o di una inadeguatezza del contenitore. Come Mr Wilson, che si sveglia di soprassalto nella notte e prende a pugni il buio, l’oscurità che lo circonda, perché ne è terrorizzato e teme di impazzire. O come Mr Giles, che si ubriaca e in un crescendo di violenza colpisce e cerca di cavare gli occhi alla sua ragazza. Infine come Karl, coinvolto in attività delinquenziali dal furto alla ricettazione, dagli scontri alle risse nelle quali brandisce cocci di bottiglia come armi. Pazienti che con l’agire violento cercano di sbarazzarsi di quel “troppo”, privo di significazione, che sentono come una minaccia per la propria sopravvivenza, come un insulto alla propria integrità narcisistica, come un baratro che può inghiottirli senza fine, al di fuori ed aldilà di qualsiasi possibilità di intuire collegamenti, di gettare ponti (tra il qui e ora e l’allora, compresa la realtà relazionale nella stanza d’analisi – penso a Karl che spaventa l’analista alludendo al recente acquisto di un revolver del quale si sbarazzerà soltanto dopo un congruo lavoro analitico quando potrà contare sulla solidità della relazione con l’analista oltre che sulla propria tenuta psichica).

Vicende traumatiche, fatti indigeriti che potranno essere metaforizzati, resi rappresentabili, soltanto passando per lo spazio onirico della mente dell’analista al lavoro. Attraverso la creazione di immagini e personaggi, la coppia analitica potrà cominciare a dare forme e gettare ponti di connessione, catalizzando la trasformazione del concreto in metafora, dell’agire in narrazione. Così avviene per i tre pazienti che ci vengono presentati nel lavoro che all’interno della relazione terapeutica (per due di loro un trattamento a una seduta, per il terzo un’analisi a cinque sedute settimanali) trovano un contenitore dove essere accolti, ospitati e accompagnati attraverso quel lungo lavoro di tessitura che è l’esperienza dell’analisi. E’ proprio sulla metafora della tessitura che si dipana il lavoro di Campbell ed Enckell. “Come sappiamo, l’ordito consiste in fili tesi longitudinalmente sul telaio. Nel processo di tessitura, questi sono incrociati dai fili della trama. (…) E’ l’ordito che conferisce stabilità e resistenza alla trama, e una volta che la trama è completata essa non risulta più visibile. Essendo struttura portante, se ne può dedurre la presenza solo quando si danneggia, e la trama si disfa”. Allora l’analisi, come una tessitura a due mani, potrà dare corpo e consistenza a un Sé sfrangiato e irrigidito, ma del quale si intravveda la “struttura portante” (forse il vero Sé), aprendo alla costruzione di nuove competenze e quindi alla ridefinizione del passato, oltre che del tempo a venire.