Le molteplici facce del femminicidio.

Maria Teresa Palladino

 La gamma di fenomeni che va sotto il nome di femminicidio è ampia. Di molti non abbiamo conoscenza diretta in quanto psicoanalisti perché non riguardano l’area intrapsichica/relazionale, tuttavia ci coinvolgono in una interpretazione più indiretta dei fenomeni sociali. Proverò qui a fare qualche riflessione tenendo l’obbiettivo puntato a illuminare, più che l’autore o gli autori del femminicidio, le vittime, nella speranza che, di riflesso, qualcosa ci sia possibile mettere a fuoco anche sul o sui carnefici.

Mi è sembrato quindi che si potesse parlare delle vittime considerando prima di tutto:

Quelle che non hanno volto e nome, né mai lo avranno. È il diritto all’esistenza che qui è in gioco prima ancora che questa inizi.
Sono le bimbe indiane o cinesi, uccise prima della nascita o abbandonate per strada subito dopo. In questi casi ci pare che l’attacco al femminile abbia molte radici, prima di tutto di tipo sociale. In Oriente una figlia rappresenta un “investimento a fondo perduto” per la famiglia di origine, in quanto destinata a diventare col matrimonio appartenente alla famiglia del marito. A questo aspetto si è aggiunta in Cina (che ha per altro una tradizione di infanticidio femminile antichissima) la politica del figlio unico che ha fatto sì che gli assassini delle bambine aumentassero ancora. In India, e non solo, decisive sono le possibilità rappresentate dalla tecnica ecografica di determinazione del sesso, in un mix di antico e moderno che, in società sostanzialmente patriarcali, sta causando un massacro delle bambine ancora prima che nascano: a questo le istituzioni cercano di porre rimedio proibendo la determinazione del sesso prima della nascita.

Come psicoanalisti non possiamo non vedere che in queste manifestazioni si esprime non solo una specifica configurazione di un ordine sociale ma anche un attacco violento contro la maternità messo in atto con la complicità delle donne- madri. Non possiamo non vedere che si tratta del tentativo estremo di controllo sul processo procreativo che racconta di una invidia degli uomini nei confronti della potenza femminile rappresentata dalla potenza della madre. Ed è per questo che i due sessi, entrambi occupati nel processo di svincolamento dal potere materno, sono alleati, come Chasseguet- Smirgel e molti altri ci dicono, nell’attacco al femminile. Un attacco che passa addirittura attraverso l’attacco al diritto di nascere come espressione dell’attacco alla madre.

Dello stesso ordine, anche se su un piano lievemente diverso, mi paiono i “femminicidi” connessi a stupri di cui in questi giorni abbiamo avuto notizia dall’India perché finalmente sembra che ci sia un movimento di ribellione a questa pratica.

Anche qui non c’è un volto di donna, non c’è una persona: è solo il corpo della donna in primo piano, e forse neanche quello nella sua interezza, perché pare che spesso sia un corpo ridotto a un “ buco”, oggetto parziale su cui infierire, ficcandoci dentro con la forza la rabbia accumulata, proiettando su di esso tutta l’impotenza e la debolezza di maschi che vivono in società caratterizzate da profonde diseguaglianze sociali e che utilizzano il corpo delle donne per l’esercizio di un potere che non hanno sulla loro vita. Le donne vittime, dunque, anche di cambiamenti in corso in società in evoluzione disarmonica come in India, o che si stanno profondamente riorganizzando come in Sud-Africa, dove, dopo la fine dell’apartheid, le donne hanno preso il posto dei neri come luogo in cui il “potere” può essere esercitato impunemente sia dagli uomini bianchi sia dai neri.

Spostando ora il focus del discorso alle nostre latitudini, mi sembra stare su un versante decisamente opposto a quello appena illustrato la situazione di:

Quelle che sembrano coinvolte in legami di coppia perversi. Queste sono figure femminili in cui l’identità, pur problematica, è ben delineata e la struttura della personalità supporta dinamiche relazionali patologiche. Sono donne che hanno un volto e un nome. In questo caso si tratta di rivolgere lo sguardo non tanto al momento finale, quanto al prima,al come e al perché si è arrivati all’epilogo tragico e violento. In effetti, in questi casi, la violenza finale sembra configurarsi più come un incidente, come qualcosa che “è scappato di mano”, all’interno di un gioco perverso di coppia che vede i coniugi legati da un rapporto fondato sul desiderio di distruggere progressivamente e sistematicamente l’altro per esistere a sue spese. Infatti “è l’esistenza stessa la posta in gioco di questa perversione”, come ben sottolinea Racamier nell’introduzione al bel libro di Maurice Hurni e di Giovanna Stoll-Simona, “L’odio dell’amore. La perversione delle relazioni umane” uscito nel 1996 a Parigi e per L’Harmattan Italia nel 1998. Gli autori raccontano la loro esperienza di lavoro come terapeuti di coppia a Losanna dove Hurni dirige dal 1990 il centro medico-sociale Pro Familia.

E’ ancora Racamier, nella stessa introduzione, a osservare: “ Se i coniugi si attaccano l’un l’altro al fine di sovraesistere ciascuno a spese dell’altro, è perché, come vedremo, non sono mai guariti dalla sofferenza (anch’essa mai riconosciuta) di essere sotto-esistiti.” Entrambi i protagonisti sono dunque persone profondamente ferite da traumi che gli autori identificano spesso in abusi perpretrati dai loro genitori. Traumi che hanno trasformato degli esseri umani in contenitori svuotati di affetti e di pensiero. Questo determina una sfiducia di fondo e un odio distruttivo per ogni relazione. Ogni rapporto diventa non luogo dell’amore ma luogo di combattimento dove è assolutamente necessario prevalere.

Si fonda così una qualità della relazione coniugale in cui il punto non è tanto essere capiti e capire l’altro quanto piuttosto acquisire potere sull’altro, consegnandogli magari parti di sé non accettate (di solito la fragilità) per poi dominarlo, sottomettendolo e magari poi distruggendolo. I partner spesso sono scelti non in base alle loro qualità ma in base alle loro carenze e debolezze ( difficoltà di lavoro, malattia, fragilità di vario genere) che li rendono potenzialmente alla mercé del più forte, anche se il debole esercita comunque un suo potere. Questo è il motivo per cui di solito sono le donne, più deboli sul piano economico-sociale e spesso ancora più fragili emotivamente, a essere usate dal partner come un contenitore del proprio sentimento di svalutazione narcisistica, e a essere isolate dal coniuge che in questo modo vuole rimanere l’ unico riferimento per l’altro. La parte “masochista” spetta dunque più frequentemente alla donna che proietta sul compagno la parte violenta di sé. Disprezzo e paura diventano marche della relazione ma, come Hurni e Stoll ci dicono: “Il disprezzo e la paura sono soltanto delle applicazioni di una violenza intrinseca alla relazione perversa che prima o poi emerge. Può trattarsi di una violenza reale, omicidi, suicidi, ferite, amputazioni, interventi della polizia, comunque tutti temi legati a quello centrale della perversione che è la morte. Il legame all’interno della coppia, tuttavia, è fortissimo e fondato su questo patto scellerato di violenza e competizione.”

E’ nota la difficoltà di forare la corazza di un sistema relazionale che pare chiuso a ogni forma di aiuto esterno, come ben sanno gli operatori sanitari del pronto soccorso che, a volte, tentano di proporsi come attori in grado di fornire aiuto a quella parte femminile che appare come la più debole. Per lo stesso motivo, pur essendo di nostra pertinenza in quanto sintomi di una sofferenza relazionale profonda, questi casi non arrivano alla nostra osservazione di psicoanalisti se non di rado e spesso con lo scopo di “sfidarci” in una riproposizione sterile, all’interno di una relazione transferale, della violenza che fonda, in questo schema mentale, ogni rapporto. Se quelle fin qui delineate sono le due espressioni estreme del problema certo non le possiamo, per lo meno alle nostre latitudini, considerare se non in quanto tali. E’ vero infatti che, in un caso, le donne non hanno volto e nome e nessuna parte in commedia se non quella di vittima mentre, nell’altro, hanno un volto e un nome sfigurato da un passato che le ha ferite profondamente e che comporta una loro parte in qualche modo attiva nel definire il loro ruolo all’interno di una coppia unita in un legame perverso. Tuttavia, più spesso, noi ci troviamo a muoverci in aree che sono intermedie tra i due punti.

 

Frequentemente incontriamo:

Quelle che vorrebbero cambiare l’equilibrio interno alla coppia e che, se non ci riescono, vogliono andar via.

Senza pensare infatti a dinamiche particolarmente perverse che comportano un coinvolgimento attivo e stabile in un rapporto malato, tutti vediamo come ci siano spesso relazioni di coppia che paiono nascere in modo particolarmente squilibrato, con una idealizzazione del compagno da parte di donne che non sembrano avere un adeguato investimento narcisistico su di sé. Donne che si sottovalutano e che amano troppo il partner. Che a lui rimangono legate a volte per un malinteso istinto materno che le porta a proteggere e tutelare il compagno, giustificando le sue debolezze anche quando loro stesse ne fanno le spese, a volte anche fisicamente. Molte di loro non sono, però, del tutto dipendenti da questo tipo di rapporto che magari le coinvolge in momenti particolari di fragilità della loro vita.

Sono donne che grazie a evoluzioni verificatesi nella loro esistenza, per cambiamenti intervenuti sul piano della vita reale, come il raggiungimento di una maggiore stabilità professionale ed economica o incontri che si rivelano decisivi per la scoperta di nuove dimensioni di sé, oppure per cambiamenti derivanti da un lavoro sul mondo interno che le ha portate a una maggiore considerazione per sé stesse, sentono ad un certo punto di volere cambiare anche gli equilibri all’interno della coppia e non si prestano più a funzionare solo come fondamento della sicurezza narcisistica dell’altro. Quando però non ci riescono possono scegliere di rompere il legame. Questa decisione determina spesso una escalation di violenza, messa in atto con ogni mezzo sadico, da parte del compagno che implica talvolta il rischio per la vita della donna. Chissà se la fidanzata uccisa da Pistorius qualche giorno fa, una ragazza che tutelava la necessità di ribellarsi agli stupri da parte delle donne mentre lei stessa stava vivendo una relazione particolarmente violenta, era in un momento di ripensamento del suo legame. Un ripensamento che non è stato tollerato dal fragile partner.

 

Oppure incontriamo:

Quelle che hanno “sbagliato” incontro . Il tentativo di uscire dal campo da parte di donne “sane”, di troncare una relazione magari nata da pochissimo e che rivela da subito tutte le sue ombre, finisce talvolta per stimolare nell’altro, che ha magari effettuato un repentino e massiccio investimento nel legame che nasce da bisogni primari insoddisfatti, proprio quella dimensione di terrore dell’abbandono che è alla base del desiderio di possesso e di controllo. Questo tentativo pone nell’altro le basi del rancore che costituisce il fondamento dell’atto violento.

Su questo tema, per concludere, mi pare molto importante notare come le donne che vogliono uscire dalla relazione, perché ne hanno identificato il pericolo, siano di fatto lasciate sole. Molti episodi di cronaca recente a noi vicini, infatti, parlano di richieste di aiuto, di denunce anche ripetute che non hanno avuto seguito in tutele effettive da parte delle forze dell’ordine. Troppe, perché non siano la testimonianza di una inerzia colpevole delle istituzioni che nasce forse da un desiderio di chiamarsi fuori dalle dinamiche di coppia. Come se, nei fatti, valesse, se va bene, l’antico proverbio: tra moglie e marito non mettere il dito (anche quando c’è di mezzo la vita). E, se va male, come se ci fosse, sotterraneamente, una sottovalutazione del malessere femminile e un sostanziale avvallo del potere maschile.

Forse certe dimensioni di svalutazione del femminile, che appaiono chiare ad altre latitudini in quanto più esplicitamente rappresentate, non sono così diverse da quelle in vigore anche nella nostra “civile “ Europa.

Siamo sicuri che certe conquiste, come la libertà di controllo sulla propria fertilità, perseguita grazie all’accesso ai mezzi anticoncezionali, il diritto all’aborto, lo stesso divorzio e l’aumentata, anche se ancora limitata, capacità economica, tutte conquiste recenti e alla base dell’immagine di una donna più padrona della propria vita e non più disponibile a sopportare qualunque cosa pur di essere in coppia, siano state integrate nella cultura occidentale e nella concezione maschile del femminile?