Come pensiamo oggi l’istinto materno?

“Se volete sapere di più attorno alla femminilità, interrogate la vostra esperienza, o rivolgetevi ai poeti” 
(Freud, 1931).

Così, Freud, e così a mio parere noi oggi: è all’esperienza – quella dalla quale, come insegna Bion, possiamo ‘apprendere’ – che dobbiamo rivolgerci per esplorare continenti neri.
La molteplicità degli aspetti – psichici, sociali, culturali – coinvolti nella costru-zione dell’identità e il fatto che l’inconscio, come sappiamo, è in continua for-mazione-trasformazione, non consentono di pensare l’identità di uomini e donne come ‘strutture’ date una volta per tutte.
Provocazioni materiali (la P.M.A., le maternità surrogate, il congelamento di ovuli, fecondati e non, e di sperma, la procreazione post-mortem) incidono sulla psiche offrendo ai corpi scelte un tempo impossibili.
Da un punto di vista psicoanalitico, non possiamo non pensare che l’esito nell’osservabile si manifesti come realizzazione nel reale di quelle ritenute un tempo manifestazioni psicopatologiche; ma oggi? Quando la maternità surro-gata consente a due uomini di diventare genitori, a una donna sola di partorire un figlio, a una coppia sterile di concepire, è sensato oltre che clinicamente corretto ricorrere a tali interpretazioni nei confronti di tali inedite possibilità di concepimento? E, in tale ottica, il cosiddetto ‘istinto materno’, in chi, come, si palesa? Solo nella donna? In quale donna? Chi è, la donna? Quesito cui fa da contrappunto quello complementare: chi è l’uomo?
La tematica può essere elisa e/o ‘liquidata’ con rappresentazioni-tappo (Gui-gnard 1996), restando però psicoanaliticamente inesplorata. Mi chiedo: par-liamo davvero dello stesso inconscio quando ne parliamo? In tal senso, oggi che la partenogenesi è ‘realizzabile’, dobbiamo pensare ‘solo’ a ‘fantasie’ onnipotenti? Certo, ogni singolo caso mostrerà alla sonda psicoanalitica la pro-pria specifica caratterizzazione, più/meno/affatto ‘psicopatologica’, aperti a vedere che in alcuni casi potrebbe essere uno dei modi in cui oggi si può di-venire madre: anche una madre ‘sufficientemente buona’. Così, nell’ambito della genitorialità con procreazione surrogata, post-mortem, ecc.
D’altronde, la nozione della bisessualità originaria impone di pensare come se “non fosse uomo o donna, ma sempre l’uno o l’altra, e solo un po’ più l’uno o l’altra” (Freud 1932, 221). Non dunque all’anatomia (alla sola anatomia) dobbiamo fare appello per pensare maschile e femminile e, di risulta, l’istinto materno, poiché la questione è relativa al modo in cui si struttura il sentimento di appartenenza a un sesso, cioè l’identità di genere. Il termine ‘genere’ è in uso dalla seconda metà del secolo scorso a indicare un carattere acquisito, culturale, non innato, mentre il termine ‘sessuale’ indica l’appartenenza a una categoria biologica e genetica: maschio/femmina. Il concetto di ‘identità di genere’ descrive dunque il senso soggettivo di appartenenza alle categorie di maschio e femmina: la percezione di sé come maschio o femmina, mentre la dizione ‘identità sessuale’ indica il modo in cui una persona nasce: maschio o femmina.
In tale prospettiva, a me pare che stiamo assistendo a una mobilità dei confini non solo geografica e territoriale ma riscontrabile anche nell’area di una più libera e, soprattutto, possibile identità di genere. Utile evocare a tale proposito l’uso del termine anglosassone ‘queer’, nato all’origine a indicare soggetti ‘strambi’, e, in senso dispregiativo, ‘froci’. Esso fu da tali soggetti rivendicato negli anni novanta come termine positivo, poiché atto a indicare e “sancire la propria estraneità da identità fisse, categorie precostituite e logiche dicotomi-che tipo eterosessuale/omosessuale, maschile/femminile (1)” (Lingiardi 2007, 129).
A questo punto, tornando all’istinto materno, dobbiamo chiederci se la possi-bilità di accedere a forme procreative inedite non possa risolversi sia in una normalità psichica e affettiva sia nel cortocircuitare il desiderio appiattendolo sul bisogno, da soddisfare a ogni costo.
Dobbiamo qui pensare ai vissuti di impotenza (2) connessi alla percezione del limite. Per chi non possa generare, da un lato, ma anche per noi analisti, cimentati nella clinica da situazioni inedite, che ci espongono all’angoscia del totalmente estraneo, che potrebbe impedirci di apprendere da un’esperienza vissuta come troppo perturbante.
Infatti, ritengo -sulla base di quanto ho potuto ‘apprendere’ dai pazienti e da ricerche condotte nell’area delle genitorialità un tempo impossibili- che si possa scoprire un’attitudine genitoriale autenticamente declinata come tale sia in maschi sia in femmine, in famiglie monogenitoriali come in famiglie ‘normali’, omo/eterosessuali.
L’importante, è monitorare, nei confronti dell’angoscia che il totalmente nuovo può provocare nel nostro modo di entrare in contatto con l’inedito della geni-torialità attuale, il ricorso inconscio a chiusure volte a mantenerci nei territori del noto.
Certo, non dobbiamo nemmeno, travolti da un’ideologica, per così dire, ade-sione al nuovo come al “buono a tutti i costi”, divenire ciechi, nel lavoro clinico con le nuove forme della genitorialità, di fronte a operazioni messe in atto da alcuni soggetti finalizzate “a mimetizzare, confondendoli tra loro, oggetti del desiderio e modalità di soddisfazione dello stesso, allo scopo di elidere la ne-cessità di dover sopportare una frustrazione. […] Sappiamo che il bisogno non è identificato con il desiderio: «il bisogno, provocato da uno stato di tensione interna, trova il suo soddisfacimento (Befriedigung) con l’azione specifica che procura l’oggetto adeguato; il desiderio è legato indissolubilmente a delle ‘tracce mnestiche’ e trova il suo appagamento (Erfüllung) nella riproduzione allucinatoria delle percezioni divenute segni di tale soddisfacimento» (Laplanche, Pontalis 1967, 116 (3)). Ma che accade quando le percezioni, anziché divenire segni, impongono, per così dire, un soddisfacimento dove anche la percezione gratificante stessa viene inclusa nella attualità di un ‘reale’ inerte, non significato dalla capacità simbolica? Potrebbe trattarsi di una di quelle situazioni in cui ha luogo un tenere a corpo (Scotto di Fasano 2003), data l’impossibilità, di tenere a mente, o, in altri termini, di ricorrere alla fun-zione metaforica della mente (Francesconi 2002). […] Dobbiamo a Lacan (1957-58) lo sforzo di distinguere il desiderio da concetti con i quali esso è spesso confuso, come il bisogno e la domanda: «Il bisogno mira a un oggetto specifico e si soddisfa con esso. La domanda è formulata ed è rivolta ad altri. Il desiderio nasce dallo scarto tra il bisogno e la domanda; è irriducibile al bisogno poiché non consiste in una relazione con un oggetto reale, indipenden-te dal soggetto, bensì con il fantasma; è irriducibile alla domanda» (Laplanche, Pontalis 1967, 116). «L’appagamento di un desiderio inconscio (Wun-scherfüllung) risponde a esigenze e funziona secondo leggi del tutto diverse da quelle del soddisfacimento (Befriedigung) dei bisogni vitali». (Laplanche, Pontalis 1967, 417). Ora, è possibile che si assista oggi a una sorta di confu-sione tra bisogno, domanda e desiderio, quasi che i soggetti si trovino nelle condizioni di non poter sopportare – laddove l’abbiano ‘appreso’ – o, addirittu-ra, di non aver potuto apprendere, la distinzione tra Befriedigung e Erfüllung, e, di conseguenza, di cercare nella realtà un sostituto concreto del fantasma, che perde, in questi termini, le caratteristiche che permettevano di definirlo ta-le (4). Il processo evoca il fallimento della costruzione del simbolo e il suo col-lasso nel processo della equazione simbolica (Segal 1957), ma anche, per certi versi, il concetto freudiano di diniego (con il relativo nesso al feticismo) e quello bioniano di bugia. Non c’è qui lo spazio per dilungarsi sul processo di diniego – Verleugnung – per come Freud l’ha esplorato tra il 1924 e il 1938. Ci preme solo, succintamente, ricordare il legame del diniego da un lato con la castrazione ovvero con il limite, non riconosciuto come tale all’inizio della vita mentale, o, dall’altro, con più impegnative conseguenze, nella situazione psicotica – con la realtà, che viene ricusata (5). In tal modo, in funzione del fatto che nella mente possono coesistere due posizioni inconciliabili si possono produrre sia una scissione dell’Io (Freud, 1927, 1938: Spaltung, Zwiespälti-gkeit.cfr. Laplanche e Pontalis, 124), sia un collasso della possibilità di co-struzione del simbolo. Come notano Laplanche e Pontalis, nel concetto di di-niego Freud poté trovare un meccanismo originario di difesa nei confronti della realtà. Possiamo accostare a tali riflessioni quelle che Freud farà sull’Io piacere (1911, 1915, 1925a), per il quale «non esistono criteri atti a distingue-re se il soddisfacimento è legato o meno a un oggetto esterno» (Laplanche, Pontalis 1967, 152).Tornando alla questione poc’anzi posta – che accade quando le percezioni anziché divenire segni impongono, per così dire, un soddisfacimento nel reale della percezione gratificante stessa? –, possiamo rivolgere l’attenzione ai fatti cui si accennava all’inizio di queste righe. Il punto è che ci si può chiedere se non si stia intensificando la difficoltà a tollerare le frustrazioni inevitabilmente imposte dalla realtà; in particolare, quelle attinenti il limite, segnalatore della nostra finitezza, da un lato, ma, anche, delle diffe-renze: tra soggetti, oltre che di genere e di generazione.” (Francesconi, Scotto di Fasano 2005, pp.60-62).

NOTE

(1) Per approfondimenti v. Routledge International Encyclopedia of Queer Culture, a cura di D. Gerstner, 2006, Routledge, New York-London.
(2) Il collegamento è qui al concetto di Hilflosigkeit , nella quale sono fonda-mentali l’esperienza di soddisfacimento (o, in sua assenza, la riproduzione al-lucinatoria della stessa) e l’importanza dell’altro per la strutturazione dello psichismo, destinato a costituirsi completamente nella relazione con esso. Se però, ci chiediamo, lo stato d’angoscia connesso alla dipendenza è eccessivo (non dimentichiamo che Freud nel 1925(b), in Inibizione, sintomo e angoscia, fa dello stato di impotenza il prototipo della situazione traumatica), una difesa potrebbe consistere nello sforzo di annullare il vissuto di mancanza allo scopo di cortocircuitare il desiderio stesso.
(3) Occorre tuttavia considerare che qui Laplanche e Pontalis sembrano par-lare solo del desiderio inconscio.
(4) Si vedano Vigneri in Preta 1999; Nunziante Cesaro 2000; Marion, De Tof-foli, 2003.
(5) Si veda Micati 1993, in cui l’autrice collega l’impossibilità di tollerare perdite e lutti alla scarsa quota di realtà che può da alcuni essere tollerata.

DANA SCOTTO DI FASANO è psicoanalista, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana