Sesso, famiglia e figli nell’evoluzione dell’homo sapiens

Per pensare sulle “nuove famiglie”

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Per millenni la sessualità umana è stata regolamentata da intuizioni circa le migliori condizioni di sopravvivenza dell’individuo e della specie. Tali intuizioni sono state culturalmente elaborate a seconda delle vicende geografiche e ambientali, della relativa progressiva socializzazione e dei conflitti politici delle varie crescenti e diverse comunità umane. La famiglia ne è stata da sempre fulcro di elaborazione e normatività. Le religioni, nella loro ricerca di migliori equilibri sociali, hanno considerato anch’esse una regolamentazione dei costumi sessuali; volta a volta differente. In termini psicologici quanto sopra deriva da corrispondenti evoluzioni simbolopoietiche di rappresentazioni, in massima parte non consapevoli, riguardanti l’interiorizzazione delle esperienze circa i  rapporti tra i due sessi e la filiazione che ne deriva: l’insieme di rappresentazioni, collettive e individuali, parzialmente avvertito a livello emotivo e maggiormente elaborato in sembianze razionali, ha orientato e orienta le condotte degli individui e dei gruppi sociali. Quanto sopra corrisponde a ciò che in psicoanalisi viene spesso indicato col termine di fantasmatizzazione (Imbasciati 1990, 2010, 2015; Imbasciati, Buizza 2011).

A livello biologico la suddetta evoluzione corrisponde alla progressiva corticalizzazione delle reti neurali che regolano il comportamento riproduttivo di tutti i mammiferi (Panksepp 1999, 2014). Il genoma di tutti i mammiferi genera nel tronco encefalico nuclei di reti neurali preformate responsabili dei comportamenti istintivi. Panksepp individua come istinti sette emozioni di base (seeking, fear, panic (=distress), rage, lust, care, play). Il funzionamento innato di tali reti viene progressivamente (scala zoologica) modificato, arricchito, articolato e integrato con reti neurali corticali (ma anche talamo-striate) che si sono venute a costruire per apprendimenti (Damasio, 1999, 2010). Si tratta di apprendimenti emozionali, primitivi, inconsapevoli, veicolati da messaggi non verbali, corporei, comuni a tutti i mammiferi e più specifici e incisivi nei primati, che nell’uomo costituiscono un vero e proprio dialogo (Schore 2003 ab; Beebe, Lachmann 2002), che si svolge, comunque e inconsapevolmente, positivo o patogeno, con il caregiver, attraverso l’accudimento che il bimbo può ricevere. La qualità di tale accudimento, cioè del “dialogo”, determina la differenziazione tra individui della stessa specie rispetto alla differente e individuale strutturazione del singolo cervello. Tali apprendimenti riguardano prime funzionalità senza le quali non potrà essere costruita una mente che apprenda correttamente da ogni ulteriore realtà. Nell’homo sapiens la qualità della care, che dipende dalla qualità della mente dei caregivers, determina la qualità della mente di una persona (ottimalità versus patologia) e la infinita variabilità interindividuale (Imbasciati, Cena 2009). Nessuno ha un cervello uguale a quello di un altro (Magistretti, Ansermet 2013). Nella suddetta variabilità rientra, successivamente, la individuale “dimensione sessuale” (Imbasciati 2010, 2015; Imbasciati, Buizza 2011) e in questa il cosiddetto genere (intorno al quale vi sono grossi equivoci, anche a livello scientifico, che qui è impossibile anche solo accennare) e ciò che viene denominato “orientamento sessuale”, la cui dicotomia, omo o etero, è del tutto discutibile. Di quanto sopra l’adulto umano ha una minima e distorta capacità di autocoscienza, il che genera molti equivoci, per alcune tradizioni cognitivo-comportamentali della Psicologia, nonché a livello filosofico e nelle attuali concezioni popolari.

Nella suddescritta evoluzione, biologica e culturale (= apprendimento che costruisce reti neurali), rientra la differenziazione di un cervello maschile piuttosto che femminile. La questione è ancora in parte oscura, anche per le neuroscienze. Sappiamo che il cromosoma del sesso (umano) determina una molto piccola differenza nel cervello primario (embrionale e neonatale) che viene successivamente ad articolarsi e svilupparsi per l’esperienza primaria, perinatale, delle relazioni interpersonali col caregiver. Il dialogo non verbale caregiver/bimbo costruisce gran parte della matrice neuromentale responsabile di elaborare e interiorizzare tutte le successive esperienze esterne che costruiranno progressivamente la mente di un fanciullo e di un adulto. Di qui l’importanza di tale matrice per la qualità di ogni ulteriore sviluppo. L’interiorizzazione delle esperienze primarie neonatali articola e differenzia anche l’insieme delle funzionalità di un cervello femminile rispetto a un cervello maschile: ogni caregiver dialoga differentemente con un bebè a seconda che questi è maschio piuttosto che femmina. Successivamente interviene la fantasmatica derivata da quanto un bambino elabora circa i rapporti tra i due sessi (Imbasciati, 2015). Alla pubertà il genoma innesca la maturazione dei testicoli piuttosto che delle ovaie: la relativa increzione esercita un feedback sul cervello, che ulteriormente differenzia la costruzione di ulteriori reti neurali nella femmina piuttosto che in un maschio. In tale contesto si innesta la questione di un differente equipaggiamento neuromentale maschio/femmina.

Tutto questo, però, nel funzionamento globale del cervello e soprattutto in quello che il cervello dà a sapere alla coscienza (Merciai, Cannella 2016), viene integrato dall’enorme quantità di altri apprendimenti, che rendono estremamente individuale lo sviluppo di un cervello e della sua relativa dimensione sessuale: questi ultimi apprendimenti vanno a costruire, con le loro reti neurali, la funzionalità che costituisce la cognizione adulta e, si noti, il tipo di coscienza relativa a tale cognizione, confluendo nell’individuale condotta della specifica persona e nelle sue “convinzioni”, più o meno razionalizzate, su sé stesso. Tutto ciò va a integrarsi in una cultura, e specificamente cultura intorno alla sessualità e ai suoi annessi e connessi.

Il quadro generale sopra tratteggiato è premessa indispensabile per la comprensione dei meccanismi biologici e degli sviluppi psichici che condizionano l’attrazione sessuale tra gli individui, con il conseguente formarsi di coppie (anche allargate) che costituiscono le varie forme di famiglia (cfr. tutta la letteratura etnologica).

Nella formazione di una coppia quasi sempre si evidenzia la fantasia di “fare bambini”, anche se spesso essa rimane inconscia. Nell’iter più frequente dello sviluppo neuropsicofisiologico di un individuo, l’attrazione sessuale è determinata dal costituirsi di reti neurali (sempre individuali) il cui corrispettivo psichico (in gran parte inconscio) è la “fantasmatica” infantile di come si fa a fare i bambini, che in ogni bambino si costruisce precocemente in ciò che essi assimilano dai loro caregiver (Imbasciati, Buizza 2011; Imbasciati 2015). Tale fantasmatica, integrata nel proprio vissuto corporeo che ogni fanciullo in modo variabile e individuale avrà conseguito, determinerà l’orientamento sessuale. In questo quadro ho sostenuto che fuorviante è il chiedersi il perché di una omosessualità, se prima non si ha chiaro il perché dell’eterosessualità (Imbasciati 2010, 2011; Imbasciati, Buizza 2011).

In base a quanto qui esposto (in questa sede condensato), possono conseguire le considerazioni adeguate: su quanto le scienze della mente e le neuroscienze ci possono suggerire a proposito delle diverse forme di famiglia, in particolare circa le “nuove” famiglie, e l’esito finale dei figli che in tali varie combinazioni familiari saranno allevati (Imbasciati 2014, 2016).

ANTONIO IMBASCIATI è psicoanalista Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana con funzioni di training