Le nuove famiglie: quali mutamenti antropologici?

Stanno cambiando le modalità con le quali nei secoli, anzi nei millenni, la collettività umana ha organizzato e regolamentato la riproduzione della propria specie in funzione della sopravvivenza e della miglior sopravvivenza e evoluzione dell’homo sapiens: al centro di tale evoluzione antropologica sono stati regolamentati, variamente a seconda delle epoche e della geografia, la sessualità, la composizione della famiglia e le modalità dell’accudimento dei piccoli. Quest’ultimo mutamento, connessi ai primi due, è oggi riconosciuto come fattore fondamentale dei più grandi mutamenti antropologici che si siano verificati nell’evoluzione della nostra specie (Imbasciati, Cena,2015-16; Imbasciati,2013, 2014, 2015).

In tale evoluzione questo fattore sembra abbia segnato finora progressi, favorito negli ultimi due secoli dalle scoperte delle scienze mediche (igiene, ostetricia, pediatria e altre), biologiche (batteriologia, microbiologia, virologia, genetica e epigenetica, biologia molecolare in genere), e più recentemente dalle scoperte delle scienze della mente: psicologia clinica, nelle sue molte diramazioni, e ancor più neuroscienze. Sia le prime che le seconde stanno fornendo preziose scoperte, tuttora in atto sullo sviluppo del cervello individuale in funzione delle relazioni e sulla qualità dell’accudimento neonatale e perinatale per tale sviluppo. Scoperte basilari in queste aree possono essere così riassunte:

  1. Il cervello regola tutte le funzioni, non solo psichiche ma anche fisiche, e il loro sviluppo fin dalla primissima infanzia (attuale concezione della psicosomatica). Si parla oggi di mentecervello (scritto tutto attaccato: Panksepp,1999, Imbasciati, 2015)
  2. Ognuno ha il suo cervello (Magistretti, Ansermet, 2014). Lo sviluppo del cervello solo in minima parte è determinato dalla Natura (genoma), bensì viene ad essere progressivamente costruito dall’esperienza che il cervello di quell’individuo ricava elaborando quanto ad esso perviene dalle afferenze, soprattutto da quelle provenienti dalle relazioni interpersonali: massima e fondamentale incidenza hanno quelle inerenti l’accudimento, neonatale e infantile.
  3. Per “relazione” si intende il rapporto affettivo inconsapevole che sempre, con mille variazioni qualitative e quantitative, si stabilisce tra due o più persone che entrino, anche inconsapevolmente, in qualche contatto da qualunque modalità sensoriale mediato.
  4. In conseguenza di quanto ai due punti precedenti, per “accudimento” si intende oggi il significato comunicazionale che ogni contatto sensoriale corporeo assume per il cervello: in particolare il contatto intercorporeo del neonato con chi di lui si occupa. Attraverso la suddetta comunicazione il cervello impara le sue funzioni, o meglio quel cervello impara le individuali funzioni che elabora dal contesto comunicazionale di quell’accudimento che riceve.
  5. La qualità dell’accudimento (cioè l’insieme delle comunicazioni sulle quali quel cervello impara a funzionare) determina la qualità della prima matrice neuromentale con la quale ogni cervello assimilerà, a suo individuale modo, ogni esperienza successiva, fino all’età adulta, con un “effetto domino”, di causalità multipla “a cascata”. La “qualità” dell’accudimento consiste nel valore adattativo degli apprendimenti di funzioni che il cervello stesso può organizzare sulla base dei messaggi non verbali che i contatti corporei sensoriali gli trasmettono e che quel cervello ha potuto elaborare.
  6. Di conseguenza nessuno ha un cervello uguale a quello di un altro. La Natura provvede la macromorfologia e il numero dei neuroni, ma la micromorfologia e la fisiologia, ovvero tutta la funzionalità, sono determinate dalle connessioni neuronali e queste vengono a costruirsi a seguito dell’elaborazione che “quel” cervello compie su quanto l’esperienza gli offre. Il cervello impara i suoi individuali programmi funzionali.
  7. Le prime funzionalità, in base alle quali successivamente il singolo cervello verrà a “costruirsi”, sono emozionali e sono determinate da messaggi inconsapevoli, di tipo affettivo, veicolati dalle informazioni di una comunicazione non verbale, automatica, inconsapevole, che si verifica, comunque e sempre, nell’accudimento. Anche le successive capacità cognitiva saranno condizionate da questa costruzione funzionale primaria: questa, oltre che massimamente intensa nei primi diciotto mesi di vita, inizia già al quinto mese di gravidanza ed è in piena efficienza ed efficacia nelle prime settimane del neonato.
  8. La qualità dell’accudimento dipende dalla qualità della struttura neuromentale che è in opera nel cervello di chi accudisce; in quell’accudimento, da parte di quella persona, verso quel bimbo del quale, bene o male, comunque si occupa e sempre viene in interazione.
  9. Il mentecervello che si forma nel bambino condiziona, in bene o in male, ogni ulteriore elaborazione di esperienza che andrà a costruire il cervello di quell’adulto.

I principi sopra enunciati sono punto di convergenza attuale delle diverse scienze della mente Schore, 2003 a,b; Siegel, 2005; Damasio,1999,2010; Porges, 2012; Panksepp,2014; Alberini,2013,2015; Imbasciati, 2015,a,b,2016; Imbasciati, Cena,2015/16).

Dopo le intuizioni di alcuni psicoanalisti, quali Winnicott, Melanie Klein, Ferenczi, e altri, due Scuole psicologiche negli anni ’60 dello scorso secolo hanno portato a importanti scoperte su come la salute mentale e fisica di un bambino dipenda dalla qualità delle sue interazioni con la madre: l’osservazione sperimentale del neonato con la madre, introdotta da Ester Bick, di impronta psicoanalitica, e le progressive e differenti sperimentazioni bambino/caregivers derivate dalla Teoria dell’Attaccamento, di impronta etologica, enucleata da Bowlby. Questa, coniugatasi con gli apporti generali della Psicologia Sperimentale, ha dato origine all’importante area oggi designata come Infant Research.

Più recentemente, a cavallo degli ultimi due secoli, la psicoanalisi infantile si è specializzata come psicoterapia di “madre con neonato”: abbiamo avuto a Milano la scuola di Dina Vallino (Vallino, 2004, 2009). Infine di questa stessa epoca, e tuttora in evoluzione, sono le scoperte delle neuroscienze. Eminenti scienziati, quali Schore, Le Doux, Panksepp, Porges, Damasio, Alberini (e il nostro Gallese), con le più avanzate tecnologie, in primis la Risonanza Magnetica Funzionale, hanno dimostrato come il cervello costruisca la propria funzionalità già nella gravidanza, e poi molto intensamente nei primi tempi di vita, sulla base del tipo di esperienze interpersonali che incontra: infatti, le interazioni con le persone adulte che dell’infante si occupano, (purché di un particolare livello emozionale) producono nuove sinapsi (Alberini,2015), cioè reti neurali. Sono le connessioni tra i neuroni, e non i neuroni stessi, che determinano come il cervello funziona (Seung, 2014). Il cervello impara così, dagli adulti, il modo con cui funzionerà. Questo non consiste semplicemente nella cosiddetta intelligenza, ma più incisivamente in quanto fu denominato carattere e struttura affettiva, ovvero nei comportamenti, e nella condotta, che quell’individuo potrà manifestare. Tutto ciò, oggi, è “la mente”. Tutto ciò, oggi sappiamo, avviene senza che il soggetto ne possa essere consapevole.

Parallelamente a quanto sopra tratteggiato nei confronti dell’infante, le scienze psicologiche e le neuroscienze hanno studiato ciò che avviene nel cervello di chi si occupa di un bimbo, ed in particolare nel cervello della madre, in gravidanza e nell’accudimento dell’infante. Si è individuata una dimensione psichica denominata genitorialità (parenthood) che, in nuce in ogni essere umano, soprattutto femminile, si sviluppa, nel cervello e nel comportamento affettivo man mano che una persona si accoppia e poi arriva a considerare, a desiderare, poi progettare e fare un figlio. La qualità di questa dimensione è squisitamente individuale e da tale qualità dipenderà la qualità dell’accudimento e la qualità del cervello di un nascituro. Ogni psicopatologia, (tranne quelle derivate da condizioni embrionali o da traumi fisici al cervello), è originata dalla qualità di quel cervello che si è venuto a costruire dalle interazioni di un nascituro-neonato-bimbo con gli adulti che di lui si sono occupati, cioè dalla qualità del mentecervello dei suoi caregivers. La patologia psichica raramente è esogena, provocata da cause esterne: essa dipende dalle suddette “qualità”. V’è un continuum tra la perfetta salute, fisica e mentale, e ogni anomalia, lieve o grave, fino a quanto denominiamo patologia; o follia, in qualche caso morte. Da quanto sopra si evince l’importanza di qualunque misura, sanitaria o psicosociale, per prevenire il rischio, anche transgenerazionale, di ogni patologia.

Quanto ha scoperto la Scienza di questi ultimi decenni fa dunque perno sulla bontà delle “cure”, in senso esteso (la “care”), che può ricevere un bimbo dall’ambiente familiare, inteso anche questo in senso lato. Finora, costume e regolamentazione della composizione familiare sembrano aver favorito un miglioramento degli esseri umani (per esempio, in riferimento alle capacità di coscienza: Jaynes, 1976; Imbasciati, Cena, 2015/16). In questi ultimi tempi ciò sembra essere da molti messo in discussione, sia in relazione ai cambiamenti ambientali e culturali, sia da qualche anno per ciò che concerne la famiglia. Qui allora vanno posti interrogativi, cruciali per il nostro futuro. Le mutate modalità della riproduzione umana, le tecnologie della procreazione medicalmente assistita (PMA) e le “nuove famiglie”, nel mutamento che a livello sociale si sta dispiegando, miglioreranno o peggioreranno la parenthood quindi la salute mentale e fisica dei futuri individui? E di qui l’evoluzione del genere umano?

Il problema, forse epocale (Imbasciati,2014), trova oggi una gran quantità di ricerche, che in questa sede non è possibile citare. Una documentazione può essere riscontrata nei testi di Psicologia Clinica Perinatale in questi ultimi anni da noi curati.

In questo quadro allora potremmo ora raggruppare e descrivere alcune delle varie combinazioni dell’insieme sesso-famiglia-tecnologie in relazione a diversi e progressivi interrogativi circa il mentecervello che potrà costruirsi nei relativi bambini, e quindi nelle future generazioni. Le risposte che le varie scienze possono dare a tali interrogativi potranno individuare fattori di beneficio e fattori di rischio in base ai quali ultimi dovremmo tutelare la Salute dei futuri individui. Nell’attuale dibattito sulle “nuove famiglie”, oltre ai diritti degli adulti che vogliono aver bambini, ci sono i diritti dei bambini nascituri, nonché la tutela delle nuove generazioni

Problema generale che dovrebbe essere affrontato, comunque e prima che ci si possa occupare di normatività sociale e giuridica dei casi considerati, è l’indagine sulla struttura neuromentale dei genitori nei confronti di eventuali rischi per la salute, mentale e fisica, dei nascituri. Interviene qui nell’attuale cultura generale la difficoltà a considerare che l’indagine sulla qualità della struttura neuromentale di possibili genitori è indipendente dai loro desideri, delle motivazioni addotte, dei loro sentimenti e disposizioni, in quanto tutti questi elementi sono filtrati dalle loro rispettive capacità di coscienza. Sappiamo oggi, dalle neuroscienze e dalle altre scienze della mente, come “la coscienza” sia fallace, in quanto è il prodotto di una minima parte del nostro cervello, in base a quanto tutto l’insieme neurale al di là di ogni consapevolezza può e non sempre comunicare ai circuiti neurali che producono coscienza; o comunque comunicare in modo distorto. Nella nostra cultura impera un coscienzialismo, per cui si pensa che un genitore, con buona fede, ragione e convinzione possa ovviare, successivamente, a eventuali difetti del cervello primario del suo bambino. Invochiamo soltanto la resilienza?

ANTONIO IMBASCIATI è psicoanalista Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana con funzioni di training