La genitorialità e i surrogati

Nel dibattito sulla gravidanza surrogata si sovrappongono questioni di diverso significato che sarebbe opportuno differenziare:

  1. L’interesse di chi fa ricorso a questa via d’accesso alla genitorialità.
  2. L’interesse dei bambini.
  3. L’interesse delle donne che prestano il loro utero.
  4. L’interesse collettivo.

1.

Essere genitori implica un piacere personale, la possibilità di godere del rapporto con i figli, non è un un amore sacrificale o un dovere sociale. Il desiderio dei genitori deve rispettare quello dei figli, ma non può contare meno. Il modo di desiderare di essere genitori non può essere sovradeterminato da un interesse astratto, e supposto superiore, dei figli.

La procreazione attraverso un utero preso in prestito offre a chi ne fa uso  (una persona single, una coppia eterosessuale o omosessuale) due vantaggi innegabili rispetto all’adozione:

–         Godere del rapporto con il figlio fin dal primo giorno della sua nascita, il piacere di vivere il suo affacciarsi alla vita, il suo crescere giorno per giorno. La possibilità di fondare il rapporto con il bambino sulla carnalità, sulla sensualità del primo incontro.
–         Evitare di farsi carico di un lavoro molto difficile di riparazione del danno che sta dietro ogni destino di adozione.

Sarebbe ingeneroso addossare la responsabilità dei bambini danneggiati e in attesa di adozione a coloro che preferiscono una genitorialità meno complicata. Nell’adozione  la posta in gioco non è l’assistenza di bambini danneggiati, ma l’interesse a relazionarsi con il loro desiderio sepolto sotto il dolore. La questione non riguarda, di conseguenza, solo le coppie sterili, ma anche le coppie fertili, che potrebbero avere o già hanno bambini.

2.

Sul piano dell’interesse dei bambini la continuità tra la madre della gravidanza e la madre delle prime cure è una condizione facilitante. Questa facilitazione è importante ma non è una condizione necessaria. La discontinuità tra la madre della gravidanza e la madre delle prime cure è presente tutte le volte che la presenza fisica della madre naturale si interrompe drammaticamente e non solo nella gravidanza surrogata. La morte della madre durante il parto, l’uso dell’incubatrice, il ricorso a un surrogato del seno per l’allattamento (il seno di un altra donna o il biberon) implicano lo stesso problema. La sostituzione parziale o totale della madre dopo il parto può essere necessaria anche in presenza di una sua continuità fisica, quando non è in grado di relazionarsi adeguatamente con il suo bambino e prenderne realmente cura. Il padre, la tata, i nonni e altre figure dell’ambiente familiare suppliscono regolarmente alla madre, quando è in difficoltà, e in circostanze gravi hanno un ruolo decisivo. Raramente veniamo al mondo in condizioni ottimali, se mai questo accade, per cui pretenderle in partenza, in una specie di eu-psicogenesi, non ci porta lontano. 

Tutto questo nulla toglie all’importanza della fantasie materne durante la gravidanza. Queste fantasie sono molto più significative della “relazione” tra la madre e il bambino durante la vita intrauterina: esiste un’infinita differenza di complessità e di intensità  tra la loro relazione in un ambiente omeostatico e chiuso alla vita esterna e il comune respirare all’ “aria aperta”.  Seguendo questa prospettiva, dal punto di vista dei bambini sono più importanti le fantasie di attesa dei genitori “committenti”. La cosa più importante nelle fantasie con cui si anticipa la presenza del bambino aspettato è il grado della loro apertura alla sua alterità, alla sua differenza.

3.

L’attenzione nei confronti delle donne che prestano o “affittano” il loro utero, oscilla tra l’atteggiamento critico (l’accusa della mercificazione del loro corpo) e la pietà (le donne povere costrette a prostituirsi). Come analisti sappiamo poco o nulla sul piano dell’esperienza clinica diretta. Per capire qualcosa dobbiamo fare ricorso a una conoscenza indiretta.

La presenza di un bambino nel proprio utero non produce automaticamente un investimento materno in assenza di un desiderio erotico. Se l’investimento materno manca, allora la questioni che restano sul tappeto sono: cosa significa ospitare un altro essere dentro di sé? cosa significa modificare il rapporto con il proprio corpo e il suo uso per nove mesi?

Se, invece, una rivendicazione di maternità prendesse corpo (accade che la donna donatrice rivendichi il figlio per sé) ci si potrebbe chiedere se questo avviene per motivi narcisistici (l’ uso del bambino come estensione di sé) o per attivazione indiretta di un desiderio erotico (nessuna di queste prospettive può essere esclusa a priori). La fantasia di donare ai genitori la genitorialità: offrire loro un altro figlio come riparazione per il fatto di averli delusi o, nella direzione opposta,  dare loro  una seconda opportunità, visto che sono stati deludenti. La volontà di dimostrare che si capaci di maternità, ma che se ne può fare a meno (la riparazione autocratica di una ferita narcisistica nell’accoglienza interiore dell’altro). La delegittimazione del desiderio di disporre della propria creatività. Sono tutte motivazioni che possono essere presenti nella decisione di prestare il proprio utero. Il compenso finanziario non sarebbe sufficiente da sé, in assenza di questo tipo di motivazioni. Si può anche pensare che il denaro rappresenti una forma surrettizia di legittimazione.

La prudenza sconsiglierebbe il paragone tra il prestito del proprio utero e la prostituzione. “Affittare”  il proprio utero per nove mesi non è la stessa cosa (anche sul piano fantasmatico) che usare, in cambio di denaro, il proprio corpo erotico per  zittire il desiderio di sé e dell’altro, trasformandolo in un bisogno di scarica. E  anche in questo secondo caso un po’ di problematicità non è inutile: “La chiamavano bocca di rosa…”.

4.

L’interesse della collettività? È necessaria una premessa: la legge non può stabilire chi può procreare e chi no, né come si può procreare e come no. Lo può  fare  solo in senso normativo (foriero di disastri peggiori di quelli che si suppone si voglia risolvere). Il proibizionismo serve ciò che apparentemente combatte, favorendo l’ipocrisia e i mercati clandestini. Se esiste una domanda di gravidanza surrogata, sarà a causa di un bisogno puramente proiettivo, egoistico, ma sarà anche perché la relazione con i figli è foriera di soddisfazioni insostituibili. Come si può decidere in partenza di cosa si tratta? La vita non può essere chiusa in formule, rifugge le predeterminazioni. Il sapere psicoanalitico riesce a leggere i pericoli e le contraddizioni degli intenti, le derive narcisistiche che spesso minacciano la genitorialità, ma non può e non deve tradurre questa sua lettura in “canoni” di vita. La coincidenza tra l’esplosione della domanda di filiazione e l’uso dei figli come rimedio alla propria solitudine è un problema reale. Tuttavia, questo problema va affrontato a monte e non a valle della sua manifestazione, evitando di  fare delle singole persone i capri espiatori di una psicologia  collettiva che sovradetermina la loro volontà. Se il paventato mercato degli uteri, la mercificazione delle gravidanze, diventasse una realtà, ciò dimostrerebbe che un uso impersonale del corpo per la procreazione è già in atto nei legami tradizionali. Renderebbe manifesto ciò che, silenziosamente, già avviene nel loro interno.

La possibilità di procreare per mezzo di un utero in prestito, può costituirsi come  eccezione della vita: può espandere il desiderio di vivere al di là di un limite “naturale” della propria esperienza. Tuttavia, se l’eccezione perde la sua sponda nel limite che essa trascende, cercando di costituirsi in modo autocratico, diventa eccezione dalla vita, pretesa di vivere indipendentemente dall’esperienza realmente vissuta. L’uso del corpo di un’altra persona come surrogato di una possibilità a noi preclusa può seguire due destini opposti. Può consentire la riparazione di una limitazione pesante della nostra vita o condurci al rifugio nell’onnipotenza. Decide la presenza o l’assenza del lutto: l’utero sostitutivo lavora per inerzia psichica (per l’immobilità della materia psicocorporea) se non elaboriamo il dolore per non aver avuto un figlio all’interno della relazione erotica in cui siamo impegnati,  per avere usato un altro corpo per realizzare uno scopo nostro, per avere ceduto al altri la maternità che ha alloggiato in noi.

La cosa fondamentale nella funzione genitoriale è che i genitori (single, omosessuali o eterosessuali) siano vivi sul piano del desiderio, che siano capaci di sentire e elaborare la mancanza che la differenza necessaria dell’oggetto desiderato determina, a partire dalla differenza fondamentale tra l’uomo e la donna. Se questa differenza, che ha radici corporee, naturali e non è una costruzione culturale, regge nel mondo interno del singolo individuo e della coppia, le correnti femminile e maschile del desiderio possono circolare nell’ambiente che accoglie il bambino e la funzione genitoriale è salva. Più in generale quando la tensione erotica  tra l’uomo e la donna regge, la sessualità (presupposto necessario della genitorialità) può essere declinata liberamente nelle due sue espressioni: l’eterosessualità  e l’omosessualità.  

Non è colpa delle surrogazioni se noi le usiamo per negare la nostra relazione con l’alterità (a partire dai nostri partner e dai figli).

SARANTIS THANOPULOS è psicoanalista, Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana con funzioni di training